III.

Nell'estate del 1835 Luca partiva per un porto della Grecia sul

trabaccolo _Trinità_ di Don Giovanni Camaccione. Siccome egli aveva

nell'animo un segreto pensiero, prima di navigare vendè le masserizie e

pregò i parenti d'accogliere Anna nella casa fin che egli non tornasse.

Di là a qualche tempo il trabaccolo tornò carico di fichi secchi e

d'uva di Corinto, dopo aver toccata la spiaggia di Roto. Luca non era

tra la ciurma; e si vociferò poi ch'egli fosse rimasto nel _paese dei

portogalli_ con una femmina amorosa.

Anna si ricordava dell'antica ospite balbuziente. Una gran tristezza

allora discese nella sua vita. La casa dei parenti era sotto la strada

orientale, in vicinanza del Molo. I marinai venivano a bere il vino

in una stanza bassa, ove quasi tutto il giorno le canzoni sonavano

tra il fumo delle pipe. Anna passava in mezzo ai bevitori portando

i boccali colmi; e il primo istinto de' suoi pudori si risvegliava a

quel contatto assiduo, a quell'assidua comunione di vita con uomini

bestiali. Ad ogni momento ella doveva soffrire i motti inverecondi,

le risa crudeli, i gesti ambigui, la malvagità delle ciurme inasprite

dalle fatiche della navigazione. Ella non osava lamentarsi, poichè

mangiava il pane nella casa degli altri. Ma quel supplizio di tutte le

ore la rendeva ebete: una imbecillità grave le opprimeva a poco a poco

l'intelligenza indebolita.

Per una naturale inclinazione affettiva dell'animo, ella poneva amore

agli animali. Un asino di molta età era ricoverato sotto una tettoia

di paglia e di argilla, dietro la casa. Il quadrupede mansueto portava

cotidianamente some di vino da Sant'Apollinare alla tavernella;

e, se bene i suoi denti cominciavano a ingiallire e le sue unghie

a sfaldarsi, se bene il suo cuoio era già secco e non aveva quasi

più pelo, talvolta al conspetto di una fiorita di cardi ridirizzava

le orecchie e si metteva a ragliare vivacemente in un'attitudine

giovenile.

Anna empiva di profenda la greppia e di acqua l'abbeveratoio. Quando

il calore era grande, ella veniva sotto la tettoia a meriggiare.

L'asino triturava i fili di paglia tra le mandibole laboriose, ed ella

con un ramo fronzuto faceva opera di pietà liberandogli la schiena

dalla molestia degli insetti. Di tanto in tanto l'asino volgeva la

testa orecchiuta, per un increspamento delle labbra flosce mostrando

le gencive quasi in un rossastro riso animalesco di gratitudine

e mostrando per un moto obliquo dell'occhio nell'orbita il globo

giallognolo e venato di paonazzo come una vescica di fiele. Gli insetti

turbinavano con un ronzìo pesante, su 'l fimo; non dalla terra nè

dal mare venivano romori o voci; e un senso infinito di pace occupava

allora l'animo della donna.

Nell'aprile del 1842 Pantaleo, l'uomo che guidava il somiere al

viaggio cotidiano, morì di coltello. Da quel tempo ad Anna fu commesso

l'ufficio. Ed ella partiva su l'alba e tornava sul mezzogiorno o

partiva sul mezzogiorno e tornava su la sera. La strada volgeva per

una collina solatia piantata d'olivi, discendeva per una terra irrigua

messa a pasture, e risalendo tra i vigneti giungeva alle fattorie di

Sant'Apollinare. L'asino camminava innanzi, con le orecchie basse, a

fatica: una frangia verde tutta logora e stinta gli batteva le coste e

i lombi; nel basto luccicavano alcuni frammenti di làmine d'ottone.

Quando l'animale si soffermava per riprender fiato, Anna gli dava

qualche piccolo urto carezzevole sul collo e l'eccitava con la voce;

poichè ella aveva misericordia di quella decrepitezza. Ogni tanto

strappando dalle siepi un pugno di foglie, le porgeva in ristoro; e

s'inteneriva sentendo su la palma il movimento molle delle labbra che

ricevevano l'offerta. Le siepi erano fiorite; e i fiori del bianco

spino avevano un sapore di mandorle amare.

Sul confine dell'oliveto stava una gran cisterna, e accanto alla

cisterna un lungo canale di pietra dove le vacche venivano ad

abbeverarsi. Tutti i giorni Anna faceva sosta in quel luogo; ed ella

e l'asino si dissetavano prima di seguire il cammino. Una volta ella

s'incontrò col custode dell'armento, che era nativo di Tollo e aveva

la guardatura un poco losca e il labbro leporino. L'uomo le volse il

saluto; e ambedue cominciarono a ragionare dei pascoli e dell'acqua,

e poi dei santuarii e dei miracoli. Anna ascoltava con benignità

e con frequenza di sorriso. Ella era macilente e bianca; aveva gli

occhi chiarissimi e la bocca stragrande, e i capelli castanei pieganti

indietro tutti senza spartizione. Nel collo le si vedevano le cicatrici

rossicce delle bruciature e le si vedevano le arterie battere d'un

palpito incessante.

Da allora i colloquii si reiterarono. Per l'erba le vacche stavano

sparse; e giacevano ruminando o pascolavano in piedi. Quelle moventi

forme pacifiche aumentavano la tranquillità della solitudine pastorale.

Anna, seduta su l'orlo della cisterna, ragionava semplicemente; e

l'uomo dal labbro fesso pareva preso d'amore. Un giorno ella, per un

improvviso spontaneo rifiorir del ricordo, narrò la navigazione alla

montagna di Roto. E, poichè la lontananza del tempo le ingannava la

memoria, ella diceva con accento di verità cose meravigliose. L'uomo

stupefatto ascoltava senza batter le palpebre. Quando Anna tacque,

ad ambedue il silenzio e la solitudine d'intorno parvero più grandi;

ed ambedue restarono in pensiero. Venivano le vacche, tratte dalla

consuetudine, all'abbeveratoio; e a tutte penzolava fra le gambe il

gruppo delle mammelle rifornite di latte dalla pastura. Come esse

avanzavano il muso nel canale, l'acqua diminuiva ai loro sorsi lenti e

regolari.

Le Novelle della Pescara · 第 27 / 101 题