L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava,
sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il
canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di
porta Romana; dove appunto si chiama il _Naviglio_ dell'Ospitale.
Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche
stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel
quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del
contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto
incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo
pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo
rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via,
e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora
all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita
e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che
gli fu posta.
Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile
coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito
appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli
sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio
d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a
qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di
sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto,
ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio
de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva
maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità,
egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il
primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico,
da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a
morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della
disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran
famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine
saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava
il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate
Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di
sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da
consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di
figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia
nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal
lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol
beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben
poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli
uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè
stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii
fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando
sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:
Fece l'uom buono a bene....
Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito,
s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo
caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita
nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando
quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su'
quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte
rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre,
lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e
dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano,
languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva
bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli
stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che
aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne
disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando
il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni
avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di
tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che
in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie
terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza
della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove
della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire
come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua
buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano,
perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla
ragione; e che senza fede non c'è libertà.
Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico
murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle
mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla
persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde,
tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla
muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della
lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in
testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del
vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di
maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva
ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi
cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che
gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza
pensare d'esser tenuto di vista.
--Malann'aggia! diceva esso.--L'uomo e la ragione.... sono due
cose!.... Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io....--E qui
dava in uno scroscio di risa.--La fame.... cosa importa mai? è una
brutta strega.... la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin
nuovo.... Anch'io fo così! quando ho fame, bevo.... Evviva la
ragione!...
Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe
voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece
per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder
l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue
creature.
--Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.--E la mia donna?... Io per me la
lascio piangolare a conto e dir le litanie.... E men vo a berci
sopra.... Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore....
senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un
padrino.... non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?... No?
pazienza. C'è ancora la _Cà grande_.... A' figliuoli di nessuno ci
pensa la Provvidenza!... È una gran bella invenzione la
Provvidenza!... Allegria in casa!... Presto dunque, oste del buco
d'inferno.... un'altra gocciolina! Prendi questa povera
stroppiatella.... e porta di quel da tredici!...
Il prete s'accorse, mentre il cencioso ubbriaco gli passava a fianco,
che quella lacera coltre da lui trascinata dietro involgeva una
creaturina appena nata; la quale, soffogata forse dal paterno braccio
che forte la serrava, mise allora un vagito.
--Taci là, figlia della miseria!--gridava, sbarrando gli occhi e
levando la destra sulla testina dell'innocente, quel miserabile--Taci!
hai già imparato da tua madre a guaire?... Quella grama me n'ha già
dati cinque della tua stampa, e se non ci fosse la santa che protegge
i colombini.... lo so io quel che farei.... Taci, che non ti sentano,
chè non vo' portarti indietro, io!--
E la bambinella a vagire di nuovo. Quel padre snaturato ruppe allora
in altri accenti più pazzi che feroci; e il prete inorridito volle
correre per istrappargli quella innocente, paventando forse un gran
male. Ma colui, credendosi inseguito, precipitò i passi, giunse allo
sportello di quella ruota, la quale nell'ore buje s'apre ad accogliere
il deposito sacro di tante infelicissime, a cui la povertà o la colpa
negò di portare in faccia al mondo il più bel nome che suoni in ogni
idioma. Colà fermossi, girò gli occhi intorno, come fa la fiera che
sente il cacciatore, svolse dalla coperta la bambinella, e fattosi
innanzi barcollando, a stento riuscì a deporla entro l'oscuro
pertugio; fece rigirar l'assito; poi, non potendo tenersi di metter
fuori un urlo di gioia, s'avviò difilato verso il ponte, e cominciò a
cantare non so che ribalda canzone da taverna, frammezzata di rochi
strilli.
Addolorato da quella funesta scena, ma sollevato in una dal terrore
che provò per la disgraziata creaturina, l'abate Teodoro, come la vide
in sicuro, fatto più malinconico di prima, studiò il passo e rientrò
nell'Ospitale, per quell'andito che fa capo al ponte.
Il buon prete che, al finir d'ogni sua giornata, benediceva al
Signore, perchè gli avesse dato di rasciugar qualche lagrima, di
versare in un'anima immortale il balsamo d'una pia speranza, con
alcuna di quelle parole che fanno ritornar l'uomo a sè stesso; il buon
prete aveva in quell'ora così pieno d'amarezza il cuore, che sentiva
più doloroso il vuoto delle cose umane; e, dubitando quasi di sè,
provava un ineffabile bisogno di raccogliersi nella pace dal
santuario. Entrato nella piccola chiesa dell'Ospitale, s'inginocchiò.
E pregando per quel miserabile e per la sua creatura, il pensiero di
lui levossi alla sorgente d'ogni puro sentimento e d'ogni verità, a
Dio; e contemplando coll'animo i grandi beneficj della Provvidenza,
sentì rimorso della sua tristezza, e pianse d'aver dubitato un
istante.
Uscito della chiesa, svoltò alla manca, e per il portico del cortile
maggiore passò nella più antica parte del fabbricato, che è quella
fatta innalzare da Francesco Sforza; e salita una scaletta riservata,
si trovò nelle due stanze ch'erano a lui destinate in quell'abitazione
del dolore e della morte.
La povera bambinella, che aveva veduto poc'anzi abbandonata nel primo
dì della vita, forse a morire prima del tempo, forse a cercare invano
il seno di mercenaria nutrice, gli richiamò alla mente, per una di
quelle non rade corrispondenze de' pensieri, una memoria lontana,
infelice; la memoria d'un fatto, che gli stava da un pezzo nel cuore,
e del quale, con molto suo dolore, e per quanto gliene premesse, non
aveva mai saputo riunire le rotte fila.
Appena giunto nella sua nuda cameretta, l'abate accese il lume, e
frugò in un cassettino dello scrittojo, che ingombro di libri e fogli
era situato sotto la finestra; di là tolse fuori un piccol fascio di
carte. Il suggello della sopracoperta appariva rotto, ma il piego era
annodato da una cordicella, di cui suggellati erano i capi. Si pose a
sedere allo scrittojo, e con mano inquieta, aperto ch'ebbe il piego,
fece scorrere parecchie carte, e si pose a leggerne alcune.
La prima di quelle carte, ch'egli andò a scegliere fra l'altre, come
quella che fosse la più importante o la più preziosa, era la copia
d'un antico atto d'esposizione cavato da' registri della Pia Casa di
santa Caterina alla Ruota: v'erano descritti, insieme al nome e
cognome che a caso vien posto al trovatello, gli altri contrassegni
più precisi che potessero valere a constatarne l'identità personale.
Quell'atto portava in fronte la colomba col ramicello d'ulivo in
bocca, emblema pietoso della pace del Signore, e, assicurata al
disotto con suggello, come contrassegno di riconoscimento, una mezza
immagine di sant'Anna, trovata sul bambino:
Il giorno 16 N. 183
Ottobre 1811 1811
_Dalla P. C. degli Esposti a S. Caterina alla Ruota