Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si
tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine
brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli
affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì
raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu,
al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto
nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.
La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado,
d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un
assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un
padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del
Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega
lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto,
diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni
sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro
ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra'
quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que'
signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a
sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che
passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità,
venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di
soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana
la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi
a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano,
annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un
sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di
tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un
grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un
accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che,
tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di
congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e
di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a
gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un
fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di
contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di
gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano
scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si
rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte.
Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della
parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano
nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la
moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il
destino non era in mezzo di loro.
All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i
drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli
ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi
d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi
all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto
altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che,
contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la
traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più
vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni
popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai
sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una
bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di
fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione
di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter
vivere e di poter amare.
Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo
anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su
quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle
spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.
Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era
un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del
portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da
inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui
l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro
una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e
Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la
loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto
garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse
dell'urna.
Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di
ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce
il nome di Damiano.
Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma,
gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel
nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non
cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a
quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato
d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella
confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non
aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più.
Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi
svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte,
come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere
fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva
replicare di sì alla voce del cuor suo.
Non presentandosi alcuno a rispondere per Damiano, uno de' parrochi
astanti pose nell'urna la mano: il Commissario prese la polizza e
disse ad alta voce il numero 57: poi la fece passar nelle mani di que'
signori impiegati.
Gli occhi di Damiano s'incontrarono un'altra volta con quei di Stella.
Fu appunto allora, che un bottegajo del vicinato, un omaccione calvo e
panciuto, che a pochi passi da loro contemplava con curiosa calma
quella scena, uscì fuori a dire:--Gli sta bene a costui! s'è fidato
alla sagrestia, e l'ha servito per la pasqua... ah! ah! ah!--Intanto
il fratello e la sorella, senza dirsi parola, s'erano uniti in un solo
sentimento, quello di nascondere alla madre la decisione fatale: essa
poi, non avendo udito chiamare il figliuolo, s'illudeva già che non
glielo avrebbero tolto, e pensava potesse anche essere effetto delle
raccomandazioni che, nascostamente da lui, s'avea procurate in que'
giorni. Celso invece comprese la cosa qual'era: ma Damiano vedendo gli
occhi di lui pieni di lagrime, gli si chinò all'orecchio e
stringendogli di nascosto la mano:--Non parlare, Celso: gli susurrò:
non parlare, per amor della mamma! Chi sa? Dio può ancora ajutarmi!
Poco appresso, dilungatosi d'alcuni passi:--Andiamo a casa, mamma:
soggiunse con far tranquillo: per oggi non sarò più domandato; me lo
disse or ora, passando, uno di questi signori impiegati. Andiamo!
--Sì, sì, il mio figliuolo; andiam pure, ch'io non so più in che mondo
mi sia. E poi, che importa lo star qui più o meno? Tutto è in mano del
Signore, Egli darà ascolto alle mie orazioni.
Tornarono a casa, nè lungo la via si fece altra parola. Ma saliti alle
loro stanze, andò la Stella a nascondersi in un angolo e cominciò a
piangere dirottamente; e la madre, nell'udire quel pianto, a
domandarne la cagione: cosicchè Damiano s'ingegnò a farle credere che
la sorella avesse mal di capo, e si crucciasse di non poter lavorare
in que' giorni che il bisogno si faceva maggiore. Ma non volendo la
madre sentirla a pianger così, col dire che avevano troppi guai senza
pensare a quelli che potesser venire, la fanciulla riuscì a soffocar
lo schianto del cuore; e si mise, come al solito, al suo telajo.
In verità, come si può imaginare, la condizion della povera famiglia
era in quegli ultimi mesi non poco scaduta; scemato della metà il
lavoro; per la malattia di Teresa, perdute molte pratiche già bene
avviate, cresciuta all'incontro la spesa, e consunti i pochi avanzi
fatti da principio. Tutto quel che Damiamo ritraeva dal travaglio
dell'intera settimana, bastava a stento a lasciarli vivere giorno per
giorno. E il tempo della sventura sopravenne. Così al paro di tanti e
tanti altri, de' quali è ignota ed oscura la povertà, perchè lo sforzo
della fatica, la vergogna e un resto d'orgoglio la fan nascondere,
vedevano anch'essi venir la miseria, la vedevano venire lenta, ma
implacabile, dopo che invano credettero di poter sostenere il peso
della vita col coraggio e colla fede.
Il solo che facesse, quantunque angustiato al par di loro dalla mala
fortuna, tutto quel che poteva per ajutarli, era l'antico soldato di
Napoleone. Ma poteva ben poco. Pure, già da un anno e mezzo, era lui
che pagava la pigione de' suoi buoni e poveri amici: e, dicendo di
voler tutto per sè tal diritto, per quel po' di tempo che aveva a
campare, s'indispettiva al sentir parole di riconoscenza. Con tutto
ciò, la memoria del passato faceva a lui e a Damiano veder più scuro
l'avvenire; e l'ultima disgrazia che si aggruppava coll'altre, poteva
essere come il principio della disperazione.
La Teresa, debole all'usato e confidente, s'ostinava nel credere che
quel signore il quale alcun tempo prima era venuto ad offrir loro
protezione, avrebbe certamente saputo adempir la promessa: in questa
fede la tenne ferma una recente visita del signor Omobono, tornato
apposta per discolparsi, colle migliori apparenze, di que' sospetti
che l'ostinata avversione di Damiano aveva desto contro di lui nel
cuor della vedova. E siccome l'animo umano troppo spesso vuole, direi,
ostinarsi nella contraddizione e trovar nebbie nell'evidenza stessa,
quando l'evidenza non sia opera sua; non parrà strano che la Teresa,
rimproverata dal figliuolo come cieca e imprudente, volesse in cuor
suo star dura in sul non essersi ingannata: dico, in cuor suo, perchè
la buona donna non avrebbe forse osato di spiegarsi chiaro con
Damiano, dopo ch'egli, un dì, in un momento di mal umore, le aveva
detto di voler piuttosto morir di fame e veder morire lei e sua
sorella, che ricevere l'elemosina di quel signore. Queste parole la
Teresa non aveva saputo spiegarsele; nè s'era accorta come Damiano
tenesse dentro le sue terribili ragioni, per non vedere avvilita lei
stessa, e non turbare l'anima incontaminata della sorella, con certe
rivelazioni che quasi sempre si lascian dietro lagrime e veleno.
Così l'occhio del potente vizioso fermandosi appena sull'umile casa ne
aveva sbandito, forse per sempre, la libera pace, unica consolatrice
delle comuni sventure.
Lo stesso giorno che seguì la decisione della sorte di Damiano,
stavano insieme a desinare. E come quel dì, Celso, colla permissione
del padre Apollinare, poteva passarlo tutto in compagnia della
famiglia, la mamma si era studiata di fargli un po' di festa. Sulla
piccola mensa, oltre la solitaria marmitta, compariva un piattello di
carne lessa, e una torta di latte che aveva ammannita la Stella la
mattina stessa, pensando la buona fortuna che, sperava, dovesse
toccare a Damiano. Ma il cielo non l'aveva voluto! Imaginate dunque
con che diversi affetti sedessero allora a quel deschetto. Scambiavano
i figliuoli malinconiche occhiate; e per nascondere, almeno in
quell'ora, alla mamma ciò ch'essa, per il pietoso inganno di Damiano,
ancora ignorava, sforzavansi a vicenda di trangugiar qualche boccone e
di dire qualche allegra parola.
La Teresa così, non avendo da un pezzo avuta la consolazione di
vedersi riuniti d'intorno i suoi tre figli, e tenendosi quasi certa
che Damiano potesse uscir salvo della coscrizione, lasciavasi andare
ad un insolito buon umore; parlava ella sola per gli altri insieme,
voleva che i figliuoli facessero buon viso al suo pranzetto. Ma aveva
bel dire; la sua gioja li accuorava di più, e la loro parola cadeva
languida, e fredda; come le rade stille d'un tralcio reciso che
piange.
Capitolo Ventesimoquarto.
--Perchè mi guardate così, Damiano? cominciò la Teresa, un momento che
il figlio, contemplandola fiso, pensava che fra poco non doveva veder
più il caro volto materno, che ott'anni eran lunghi, che forse al suo
ritorno non l'avrebbe più trovata su questa terra.
--Per nulla: rispose il giovine. Son contento che ti ritrovo molto
meglio, mamma, della settimana passata.
--Ma pure hai qualche cosa, pensi a qualche mistero....
--Dio mio! che cosa posso pensare?
--Via, entrò Stella: sai bene, mamma, che Damiano n'ha anche troppo
delle ragioni per crucciarsi. E dire che poteva esser l'onore e
l'ajuto nostro, se appena avessero conosciuto il suo talento; ed ecco
che per noi....
--Non toccar questa corda: l'interruppe Damiano: te ne prego di cuore.
C'è degli uomini, ed è il maggior numero, io credo, tirati dalle
circostanze per una via opposta a quella che vedono coll'anima: io son
uno. Se non ci fosse mancato da vivere, o se dentro di me avessi
trovato il coraggio di metter la testa in terra dinanzi a taluni, o di
darmi a credere di più di quel poco ch'io sono, sarei riuscito. Invece
ho fatto bene a dir addio all'idea matta che m'ha rotto il sonno per
tanto tempo: sì, sì, ho fatto il mio dovere. Studiando anni e anni,
avrei forse finito a valere niente di più d'un imbianchino: che bene
vi avrei portato allora? la miseria.
--Metti da parte questi pensieri, Damiano: dicevagli Celso. Tu hai
tanto maggior merito d'aver saputo rinunziare ad un avvenire che
poteva essere così bello. Ma se le cose andassero per il giusto....
--Che vuoi? non fui la sola, ne sarò l'ultima vittima della sfortuna e
dell'intrigo. Pure sì, lo confesso anch'io, sperava che la dovesse
andar meglio! E le parole di quel pittore che non ho più veduto dopo
quel dì, mi stanno qui nel cuore. So come vanno le cose. Due dì prima
che fosse chiuso il concorso, fu portato un quadro migliore del mio.
Molti avevan capito, e se l'eran detto all'orecchio, che c'era la mano
di un maestro conosciuto, che il premiarlo sarebbe stata una brutta
ingiustizia. Eppure il dì appresso, quel quadro portava una corona
d'alloro e un nome; e molti han detto che quello non era il nome di
chi l'aveva fatto. Forse non è vero.... forse era il suo!
--Ma senza queste cattiverie, prese a dire le Stella, oggi non ci
toccherebbe....
--Che cosa? anche tu dunque?... l'interruppe la madre.
--Nulla, mamma, nulla: rispondeva Damiano: sapete che la Stella mi
vuol troppo bene....
--Ma se invece, ripigliò la madre, tu m'avessi dato ascolto, se
m'avessi lasciato parlar di te a qualche persona di proposito, la
sarebbe andata altrimenti. E anche adesso, dove non fosse venuto in
mente a me di mettermi in mano di qualcheduno, saresti, come sei,
salvo dalla coscrizione?
--Per carità, mamma; non parlare, non parlare; lo sai ch'io non posso
sentirle a dire certe cose.... Così cercò disviare il discorso
Damiano.
--Ho sbagliato forse a far quel poco ch'io poteva, io povera donna,
per il tuo bene?
--Dio ti benedica, mamma! però sarebbe meglio non gettar via così de'
passi che posson menare a male....
--Ecco, sempre gridori e malcontenti: già son io che fo tutto colla
testa nel sacco, che credo a tutti, che metto in compromesso la
famiglia.... E alla Teresa cominciava a tremar la voce.
--Ma chi ti dice questo? ripigliò Damiano impazientito.
--Quietati, mamma; lo sai pure il bene che ti vogliamo: aggiunse
Celso.
--Oh! ripetè quella: acquietarsi, tacere? se non me lo rinfaccia
adesso, mi ricordo dell'altre volte. So che non gli andò mai per il
verso quel negoziante che ci ha pur ajutati ne' brutti momenti, nè
quell'altro signore che aveva promesso e poteva farci del bene. Ma
già, lui non vuol dipendere da nessuno; e coi signori l'ha sempre
avuta.... è quella benedetta superbiaccia che ha ereditata da suo
padre; perchè anche col mio Vittore, con quel brav'uomo, qualche volta
c'era da ammattire. Bisognerebbe però pensare a tirar innanzi
altrimenti. In quanto a me, se mi cruccio, non è per me, ma per voi
altri.... già non potrò durarla molto; e il Signore lo sa....
Qui la madre piangeva; Celso e Stella le si fecero intorno, cercarono
di calmarla; Damiano, appoggiando i gomiti ala tavola, nascondevasi la
faccia, pensava e lagrimava.
--Vedi, mamma, come fai: disse di lì a poco, tu li cerchi i crucci! È
vero che, per me, avrò fallato a incocciarmi di poter solo bastare
alla famiglia; ma io lo credeva, io lo voleva. Ora sento di aver
troppo confidato in me; siam troppo poveri, i tempi son cattivi: ho
lavorato, sudato, ma inutilmente; speriamo che Quello ch'è lassù non
ci abbandoni. Pure, mamma, se tu sapessi tutta la verità; se tu
pensassi che quando il ricco viene a parlare al povero, di rado il fa
per bene.... Ma! guai al povero che si vende!
--È impossibile, ti dico, è impossibile; sono le tue solite
malinconie; casa nostra ha un nome onorato, e vostro padre era
cavaliere.
--Che importa? noi siamo nella miseria, e tutti i miserabili hanno lo
stesso nome! gridò amaramente il giovine.
--Ma credi tu, tornava a insister la madre, mal soffrendo l'ostinarsi
del figliuolo, contro ciò ch'essa faceva a fin di bene; credi tu che
non mi prema il nostro onore?... e che se appena potessi dubitare,
temere....
--Già tu sei impastata di buona fede, come sei stata sempre. E se quel
dì che tu aprissi gli occhi, fosse troppo tardi?... E tutto quello che
intanto si può dire di noi?... di mia sorella?... Pensa a quel ch'è
successo, l'anno passato; pensaci.
--Oh! io per me ci ho pensato. Da quel dì che vostro padre m'è
mancato, son sempre, come si dice, andata giù a oncia a oncia; ormai
ci sarò per poco; e poi toccherà a voi a pensarci; allora farete quel
che vi piace.
L'amarezza di queste parole fece ammutolire i figliuoli che, veggendo
la madre prendere in mala parte quant'essi dicevano, stimarono meglio
tacere che ritentar di persuaderla. Ma, per la verità, era da
compatire la disgraziata donna se il lamentarsi diventava in lei più
che un'abitudine, un diritto. In quel dì poi, illusa dalla fiducia di
veder salvo Damiano, non avendo di che piangere, parevala quasi di
trovare una compiacenza nel suo dolore passato, una gioja nel toccar
le piaghe ancor vive del proprio cuore.
--Io poi lo so: ricominciava essa: nessun bene v'ho fatto, nè posso
farvi a questo mondo; non ho più vista, nemmeno per agucchiar negli
stracci, come ho fatto fin adesso; ho gli occhi stanchi, pieni di
punture; forse li perderò del tutto.... ma prima che mi tocchi anche
questa, il Signore, spero, mi chiamerà con lui.
--Non dir così, per amor di Dio, buona mamma: riprese Damiano. E che
faremo noi senza di te? e che ti abbiam fatto perchè desideri tanto di
abbandonarci?
--Non m'intendo che mi vogliate male; ma ormai non ho a far altro che
starmi colla rocca in un cantone; sono un soprosso per voi!...
--Oh Signor Iddio! abbiate compassione di lei e di noi!... Damiano
proruppe, con tale un accento che fece rabbrividir Celso, la sorella,
e toccò anche l'inacerbito cuore della madre.--No, seguitava, non
posso tacere; voleva nascondervi la verità, o dirla più tardi che
potessi. Ma ora, voi me la strappate. Non voi, non voi partirete di
qui, madre mia! Ma io, io, povero pazzo, sarò quello chè
v'abbandonerà, e presto: è finita per me.... andrò dove mi manda la
sorte.... partirò soldato.
--Santa Provvidenza! esclamò la madre. Non è vero, non può essere! io
lo so di sicuro che sarai salvo; me l'hanno promesso. Sei tu, Damiano,
che mi vuoi abbandonare; ma Dio, vedi, ti castigherà!
--Andate là, buona donna: riprese egli amaramente: vivete in buona
fede; sono i signori che mi proteggono; sono io che v'abbandono, io
che doveva lavorare, guadagnar la vita, fare il garzon di bottega, il
fabbro, il falegname.... e che invece.... sono sempre stato un pan
perduto.
--Per carità, Damiano, quietati: diceva la Stella: vedi in che stato è
la povera mamma, come trema, come ti guarda!
--È il dolore che ti fa parlare: soggiungeva Celso dal canto suo, col
cuore straziato. Tutto non è ancora perduto; e tu fai torto a te, al
tuo buon senso....
--No, no, vi dico; la mamma ha ragione; e Dio castiga me e voi insieme
perchè non ho fatto il mio dovere. Maledetta illusione!... maledetta
superbia!... Se avessi avuto anch'io il coraggio che hanno tanti, che
han tutti, non saremmo a questo termine!... Oh mamma, avete ragione;
Dio mi castiga, l'ho meritato. Abbandonerò la mia casa, questi luoghi,
questo cielo che pareva mi parlasse; andrò lontano, lontano, non
tornerò più.... Celso farà lui quel ch'io doveva.... Ma, dopo un
pezzo, quando penserete a Damiano, oh! gli perdonerete allora,
ditemelo! e gli farete un po' di luogo nel vostro cuore; e qualche
volta parlerete di lui colla Stella, e con Celso, non è vero mamma?...
Lasciate ch'io la porti con me quest'idea che potrà darmi un po' di
gioja, farmi dimenticare anni e anni di solitudine e di schiavitù!
Piangeva Stella; sua madre, senza piangere, senza parlare, si levò
dalla seggiola, e aperse le braccia al figliuolo: Damiano vi si gettò
con tutto l'abbandono dell'amore e del dolore.
Celso guardava commosso quell'abbracciamento; e l'atto con che poi
rivolse gli occhi al cielo, fu come una preghiera. Oh! il Signore, in
quel punto, avrà benedetta la povera famiglia.
Venuta la sera, Celso doveva tornarsene alla casa del suo superiore e
maestro; Damiano ve lo accompagnò. Cammin facendo, i due fratelli si
contraccambiavano confidenze e conforti; ma la mestizia di Damiano era
cupa; egli ruppe più di una volta in parole d'ira e di maledizione.
Prima di lasciare il fratello, a pochi passi della canonica di san
***, gli serrò con forza la mano, e:--Quando non sarò più con voi, gli
disse, penserai tu alla mamma, alla Stella, al nostro buon nome....
Giura, fratello, giuralo per l'ora in cui morì nostro padre, guai a
chi tocca il suo nome!
All'Ave Maria, tornò a casa; scrisse due lettere, una al signor
Lorenzo, l'altra al suo vecchio amico il pittore: non aveva più cuore
di rivederli.
V'ha de' momenti in cui l'anima, nella solitudine, nella notte, sente
in un punto tutto il peso della vita, e patisce della stessa sua
forza, il pensiero. Allora la vigorìa, la gioventù, il dolore vinto
non contano più nulla; la ragione abbandonata a sè medesima, non sente
più l'alito dell'affetto, ride delle lagrime, perchè essa non sa
piangere; divora in un momento molti anni di vita, nè altro rimedio ai
mali sa trovare che il disprezzo, veleno dell'egoismo; ovvero la più
stolta delle consolazioni, il dubbio e la necessità del male.
Dire lo sgomento, i terrori, l'agonia che provò Damiano in quella
notte, non è possibile, nè forse parrebbe cosa vera. Tutto il
sentimento che fino a quel dì l'aveva fatto forte contro la trista
vita, in un istante era svanito; tremava di sè, de' suoi pensieri;
poi, con un soprassalto di paura volgevasi indietro, sentivasi
perduto; e peggio ancora, si sentiva vile; e desiderava di morire.
Morire?... Questa parola gli mise il bujo nella mente; ma una volta
che la terribile idea gli stette dinanzi, non potè più scacciarla da
sè. Dopo lunghe ore di febbre morale, di martirio, al cospetto di quel
futuro che non gli bastava l'animo d'incontrare, non pensò più nè al
nome di suo padre, nè alla madre o alla sorella, infelicissime.
Accosciato sulla sponda del letto, serrate al petto le braccia,
pallido, immobile, si sprofondò in quel solo pensiero: poi, levatosi
lentamente, guardossi attorno come chi commette un delitto, fece due o
tre giri nella stanza, e con un sorriso forzato, quasi frenetico,
mormorò:--Ho vissuto abbastanza per capire che cosa è la vita; nessuno
saprà nulla di me, mai più!...
Aveva risoluto di fuggire, d'andare a morir dimenticato, lontano da
casa, in un paese, dove combattendo per una patria non sua, potesse
presto finire la vita; pensava di sottrarsi così alla sorte che lo
aspettava, a un sagrificio per lui insopportabile.
La lucernetta che spandeva una luce moribonda sulla tavola sparsa di
carte, di disegni e libri scompigliati, mandò un improvviso bagliore;
la fiammella allungossi come una lingua di fuoco; e si spense. Dai
piccoli vetri della finestra cominciava a penetrare il primo
indistinto lume dell'alba.
Allora Damiano sospirò, un brivido mortale gli corse per l'ossa;
soprastato alquanto, levò gli occhi al cielo; ma la testa gli ricadde
sul petto: l'ultima voce della speranza non ebbe virtù di uscir del
suo cuore.
Si levò risoluto per partire; ma, passando dinanzi la porta socchiusa
dell'altra stanza, il pensiero di quelle due creature che sole lo
amavano sulla terra, quei pensiero che tacque tutta notte, gli parlò
allora, e sì forte che sentì di non potere staccarsi dalla vita senza
dare un muto addio, senza contemplar per l'ultima volta coloro a cui
volle ma non seppe rendere un solo giorno felice.
Entrò pianamente: la cortina dell'alcova era sollevata; il respirar
greve della madre dormente gli veniva all'orecchio. Si fece innanzi; e
il cuore battevagli più forte. Vide la Stella che inginocchiata a
piedi del letto di sua madre, abbandonato il capo e le braccia sulle
coltri, dormiva. Era in guarnellino succinto; mezzo disciolta la
treccia, e giacente in quell'atteggiamento in cui vediamo talora
scolpito un angelo che piange sovra una tomba. La buona fanciulla
aveva continuato a lavorare silenziosa fino a tarda notte; poi,
messasi in ginocchioni a pregare presso il letto materno, il sonno era
venuto a trovarla in mezzo alla sua candida orazione.
Una soavità inesprimibile toccò l'animo di Damiano: quella vista fu
come un avviso del cielo. Gli parve che un peso gli fosse tolto dai
cuore; i cupi pensieri che aveangli dato tortura, che lo avevano
condotto a disperato proposito, cominciarono a dileguarsi, come nebbia
che vapora, al raggio dell'aureola che pareva circondar l'innocente
addormentata. La Stella forse sognava in quel punto del fratel suo; e
in sogno pregava ancora.
Damiano sospirò profondamente; quand'ecco, la giovinetta sorge
d'improvviso sbigottita: poi riconoscere il fratello, gettarglisi al
collo con tutta la forza del dolore, come se negli accesi sguardi e
nella pallida faccia gli avesse già letto l'ascoso disegno, fu un
momento. Non si dissero cosa alcuna, ma i loro occhi si parlarono e
l'anime si compresero. Mentre Stella lo teneva abbracciato, Damiano si
sentì tornar in cuore la pace; gli parve quasi si riaprisse il cielo
per lui. Trovandosi fra le braccia di sua sorella, udendo la madre
che, risvegliata in quel punto, chiamavalo a nome, più non seppe
spiegare a sè stesso come, un momento prima, avesse potuto pensar di
fuggire, di morire. Fatta la mattina, levate le donne e messo un po'
d'ordine nella casa, Stella indossò il piccolo scialle e il suo velo;
poi facendo per uscire, come soleva quando non la pressasse il lavoro,
ad ascoltare una messa in Duomo, s'arrischiò di pregare il fratello
che venisse con lei e colla mamma. Damiano, che da lungo tempo non era
più entrato nella casa del Signore; udì quell'invito come una
inspirazione:--Oh! tu non sai, disse, il bene che m'hai fatto!
Andò egli pure con loro, e là sotto gli archi del Tempio maestoso,
dove fanciullo aveva trovate le prime speranze e le splendide immagini
dell'arte, si prostrò dinanzi al tabernacolo, depose nella preghiera
il segreto dell'anima, chiese colle semplici orazioni che gli aveva
insegnate sua madre perdono e soccorso da Colui che, dopo avergli data
la sua parte di dolore, gli dava allora quella consolazione.
Tornarono a casa; e Damiano sentivasi tutt'altro da quel di prima.
Cominciò a figurarsi meno trista la propria sorte, tornarongli in
mente i nomi di tanti che, prima del suo, erano usciti dall'urna de'
coscritti; e trovò in sè stesso la forza di rassegnarsi al destino.
Quel dì e i seguenti spese a metter in regola le poche faccende della
famiglia; parlò col signor Lorenzo, a cui volle confidare l'ultimo
frutto de' suoi guadagni di quell'anno; finalmente andò anche dal
pittore Costanzo, a pregarlo d'informarsi qualche volta de' suoi, e di
dargliene poi notizia, quando fosse lontano. Poi, stette ad aspettare
che il giorno della visita del militare e quello della partenza,
venissero; e bramava che la sua sorte fosse, quanto più presto,
decisa.
Già da parecchie settimane, il giovine Rocco più non era tornato a
visitare, come soleva, gli amici suoi. Damiano e le donne non sapevano
che pensarne; quand'ecco, una mattina--era alla fin d'aprile--s'apre
la porta, e tramutato di sembianza e di vestito, da non conoscerlo
più, lo vedono comparire.
--Signora Teresa, signora Stella! diss'egli con voce timida e
commossa: vengo a salutarvi, perchè... men vo lontano di qui, dove Dio
vuole.
E stesa loro una mano, col rovescio dell'altra rasciugossi una
lagrima. Era vestito d'una casacca nuova di tela grossolana; portava
le uose nere e male assettate alle gambe, e sul berretto alla
soldatesca, cucito in rosso il numero 8. Una gioja schietta gli
sfolgorava dagli occhi di quando in quando; ma un misto di tenerezza e
di non so qual vergogna lo faceva arrossire, gli troncava a mezzo le
parole. A un tratto si fermò su' due piedi, come aspettasse che gli
dicessero qualche cosa; e appoggiando il rovescio della mano al
berretto, storpiò in modo burlesco il saluto del soldato.
Damiano era uscito; e le donne sulle prime non seppero spiegarsi
quella metamorfosi del dabben giovinotto. Ma quand'egli, impacciato a
parlare più ch'esse nol fossero a comprenderlo, balbettò che quel dì
partiva collo schioppo e col zaino; e quando porse loro in un foglio
con un gran sigillo non so che carte per Damiano, e fatta una
giravolta sui talloni cercò d'imboccar la porta; allora la verità fu
come un lampo per la Stella. La quale, correndo a lui col volto
bagnato da lagrime di gioja e di riconoscenza, non potè stare
dall'abbracciarlo come fratello, dicendogli:--Che il Signore ti
compensi, o nostro amico, o nostro protettore! Egli accetti il tuo
sagrifizio, Egli solo ti può benedire.
E ciò detto, lasciò con angelica espressione d'affetto cadere la testa
sul cuore semplice e sublime di Rocco.
Arrossì il poveretto fin nel bianco degli occhi, si confuse, volle dir
qualche cosa, e non lasciò capir altro che questo:--Quel ch'io fo, me
lo insegna il mio buon angiolo!
E togliendosi bruscamente alle inchieste, alle premure, alle
benedizioni della madre e della figliuola, per tema che Damiano
tornasse troppo presto, aggiunse:--Pregate qualche volta anche per me,
che non ho conosciuto nè padre, ne madre; a cui nessuno, fuori di voi,
ha voluto bene!
E se ne andò difilato, senza aver coraggio di volgere indietro la
testa.
Aveva lasciato alla vedova le carte che dichiaravano essere lui
entrato al servizio militare in luogo di Damiano: e la mattina
appresso, col cuor leggìero e contento, e colla persuasione di aver
fatto la cosa più naturale del mondo, partiva cogli altri coscritti
per lontane contrade, onde forse non doveva tornare mai più.
_Fine del tomo primo._