Era un giorno dell’aprile 1811. Uscita con Giannina sull’imbrunire,
mi trovavo a pochi passi di casa mia, quando due vaghe fanciullette,
che giuocavano vicino ad un pozzo, mi corsero incontro saltellanti e
gridando con le loro allegre vocine: — Zia Maddalena! zia Maddalena!
— Erano due delle mie piccole alunne, e si pavoneggiavano tutte entro
un gonnellino nuovo ch’io avevo loro regalato poco dianzi. Mi chinai
a baciarle, mentre Giannina, ch’era stata la sarta delle due bimbe,
racconciava loro in dosso il vestito e ne ravviava le pieghe come
artista inteso a dar gli ultimi tocchi all’opera sua. Un ufficiale
francese di bella ed alta persona si fermò qualche istante a guardarci
con un interesse che parea singolare. Non vi posi mente più che tanto,
e credendo ch’egli fosse colpito dalla bellezza di Giannina, le dissi
in tuono scherzevole: — Ecco un rivale di Paolo.
L’indomani era il giorno in cui solevo recarmi da mia madre. Contro
l’usato, anzichè farmi entrare nella stanza da lavoro, il domestico
m’introdusse in un salottino contiguo, dicendo soltanto: — Sua
Eccellenza è qui. Insieme a mia madre v’era un ufficiale in piedi che
stava per accommiatarsi, e non so perchè io arrossissi subitamente,
quando, essendosi egli voltato verso di me, mi accorsi ch’egli era il
medesimo ch’io avevo visto il dì prima vicino a casa mia. Egli pure
parve riconoscermi, ma non mi rivolse la parola finchè mia madre non
ebbe pronunciato la solita formola di presentazione. Allora, fattomisi
presso, con quel piglio disinvolto che i Francesi hanno comunemente,
mi disse in discreto italiano essere una lieta combinazione che lo
faceva incontrare con persona la quale egli aveva veduta per la prima
volta in posizione sì interessante, attorniata da sì care bambine. Indi
soggiunse, che giacchè aveva l’onore di conoscere da alcune settimane
mia madre, sperava che uguale relazione avrebbe potuto stringere con
la figliuola, e ch’io lo avrei presentato a mio marito e gli avrei
concesso di frequentare la mia casa. Gli risposi non senza imbarazzo
che non ero maritata, ciocchè lo fece essere _desolato_, pensando
che io fossi vedova, ma io gli dissi che non ero vedova, ciocchè
lo sorprese ancora di più. Per mutar piega al discorso, gli chiesi
se quell’avermi veduta in mezzo a due bambine gli era parso così
interessante per uno speciale amore ch’egli avesse pei fanciulli, ed
egli confessò ch’io aveva colto nel segno. Gli chiesi infine se avesse
figli; la quale domanda fece rider mia madre, che gridò: — Oh che idea!
Al Visconte de Serges — era il suo nome — non passa nemmeno per il capo
di essere ammogliato.
È un damerino come gli altri, pensai fra me, egli ci troverà ben poco
gusto a venire a casa mia. Pur non potevo rispondere con un rifiuto
alla sua domanda, e gli dissi che sarei stata lieta di vederlo.
Quando fummo soli con mia madre, ella mi descrisse in poche parole
questa mia nuova conoscenza. — Il Visconte de Serges appartiene a una
fra le prime famiglie francesi. È persona di modi squisiti, un vero
gentiluomo. Ma stanne in guardia. Dicono ch’egli sia un gran trafittore
di cuori. È qui da pochissimo tempo, ma fece già qualche _vittima_ fra
le bellezze della nostra aristocrazia.
— Ah! — risposi ridendo — per me non c’è dunque pericolo. Io non sono
bella e non appartengo all’aristocrazia.
— Vi appartieni — ella osservò con qualche sussiego — per via di tua
madre.
Fatto si è, che il dì seguente mi vidi comparire dinanzi il capitano de
Serges.
Durante il nostro colloquio, mutai d’opinione sul conto suo tre o
quattro volte. Lo trovai a vicenda frivolo e serio, disinvolto e
impacciato. Non aveva certo il difetto della curiosità, perchè non fece
la menoma allusione al mio tenore di vita, come se si fosse trattato di
cosa naturalissima. Tornò bensì con palese compiacenza a discorrermi
delle due bambine che aveva visto saltellarmi d’intorno, e quando
intese che il prodigar le mie cure all’infanzia era per me un conforto
e un diletto, mi parve che egli stentasse a frenare la sua commozione.
Meno discreta di lui, lo interrogai sulla sua famiglia, e s’egli
avesse sorelle che fossero ancora fanciullette, e il cui ricordo gli
tornasse alla mente. La sua fisonomia, che s’era illuminata di una luce
dolce e buona, si oscurò tutto ad un tratto, non per corruccio, ma per
mestizia; pur non tardò a ricomporsi, e mi disse che non aveva sorelle,
ma fratelli soltanto, e una cugina, e una vecchia madre che vivevano
in un loro castello della Bretagna. — Mia madre! — egli esclamò con
un accento sincero. — Che volete? Io l’amo, la sua immagine veneranda
mi sta scolpita qui dentro, ho nella memoria le orazioni ch’ella mi
ha insegnato bambino, ho dinanzi agli occhi, confusa visione, i suoi
abiti vedovili, sebbene, lo confesso, più non rammenti mio padre. Ma
ohimè! Noi viviamo, per così dire, in due mondi diversi, le idee di lei
non sono le mie, la casa de’ miei avi è un tempio ove andrei a portare
le mie preghiere e a deporre i miei voti, non è più il soggiorno ove
potrei condurre la vita....
Non so s’egli stesse per farmi maggiore confidenza, so che da un
punto all’altro, come chi si accorge di aver sbagliato la strada
e rifà i suoi passi, si mise in volto la maschera dell’allegria e
portò il colloquio sulle solite frivolezze: sulle feste di Venezia,
sull’avvenenza delle nostre gentildonne, sulla musica del nostro
dialetto. Poscia si congratulò meco per la bellezza tuttor rigogliosa
di mia madre e pel suo brio in società. Disse che era un miracolo come
le dame veneziane si conservassero attraenti anche quando l’età dei
trionfi galanti dovrebbe esser passata da un pezzo.
— Ebbene, padroncina, che gliene pare? — mi chiese Giannina quand’egli
fu partito.
— Mi pare un uomo come tutti gli altri.
— E io scommetterei di no — ella soggiunse — aspetti un pochino e vedrà
se Giannina non ha ragione.
— Che ti frulla pel capo?
— Eh! lo so io.
— Scioccherella che sei. Non capisci che quella è gente della
gran società, e ch’io ne sono uscita da un pezzo e non voglio più
rientrarvi?
— E allora sposi il signor Filippino — sclamò ella ridendo.
— Oh scimunita! Tiri proprio le impertinenze per i capelli! Ci
vorrebb’altro che dessi retta a quel babbuino. Sta tranquilla che non
isposerò nè questo, nè quello.
— Cose che si dicono. Penserebbe ella forse di restar zitella tutta la
vita?
— E perchè no?
— Su via, padroncina, li lasci tenere alla povera gente questi
propositi. Noi sì che si farebbe bene a non mettere al mondo tanti
miserabili, ma lor signori, che hanno tutto il ben di Dio, gli è
proprio un peccato mortale che non si facciano una famiglia.
— E tu credi proprio, mia buona Giannina, che basti esser ricchi per
esser contenti?
— Non dico questo, ma....
— Vedi, per esempio, non sai che per avere que’ tuoi belli occhi si
potrebbe rinunciare a molte centinaia di zecchini?
— I miei occhi! Baie! Veda a che cosa mi hanno servito. A far che
quello zoticone di Paolo s’innamorasse di me. Bel costrutto davvero.
— Eppure tu sei sicura ch’egli non s’è innamorato del tuo danaro.... e
tu l’ami.
— Io!.... Non so davvero se l’ami. È forza d’abitudine. Sono ormai
dieci anni ch’egli mi si è appiccicato ai fianchi, e penso ch’egli è il
primo venuto e l’ultimo rimasto. Tanti altri mi hanno detto paroline
dolci con più buon garbo di lui, tanti altri erano più belli di lui,
ma quelli lì potevano trovare cento donne che loro facessero festa. Ma
Paolo, grullo com’è, chi lo avrebbe amato, se non lo amavo io?
E, così dicendo, la buona Giannina si passava il rovescio della mano
sugli occhi per asciugarsi una lagrima.
Quando fui per coricarmi, nello sciogliere i miei capelli ch’erano
luoghi e foltissimi: — Ecco — disse Giannina — un tesoro, che, ne
scommetterei, ella ignora quasi di avere. — E, avvicinandone al lume
una treccia: — Guardi — soggiunse — come sono fini e lucenti.
La mattina ella non ebbe pace finchè non mi provò una nuova
acconciatura. Io lasciai fare, confrontando in silenzio nello specchio
il florido e allegro viso di Giannina col mio, ch’era così poco
favorito dalle grazie. Tuttavia, senz’accorgermene, mi facevo ogni di
più accurata della persona. Ahi! la bellezza non veniva, per quanto
di buona volontà io ci mettessi, ma un cangiamento era pur accaduto in
me, e mia madre, tutte le volte che ci vedevamo, mi ripeteva con tuono
di mistero: — La mia figliuola mi prepara certo una grande sorpresa.
Poichè in casa mia il mondo va a rovescio, ed ella non vuol permettermi
che io le trovi un marito, bisogna bene ch’io m’aspetti di vedermi
capitare un genero dalle nuvole. Sarebbe curiosa che tu convertissi al
matrimonio il visconte de Serges.
Follie! Il capitano Gastone non era nemmeno un visitatore assiduo,
nè io avrei potuto esigere ch’egli fosse tale. Egli era un ornamento
della gran società. Tutte le porte si spalancavano dinanzi a lui, tutti
rendevano omaggio all’amabilità de’ suoi modi e alla vivacità del suo
spirito. La casa mia poteva offrirgli ben poche attrattive. Io avevo la
coscienza di non esser nè sciocca, nè noiosa, ma non m’ero mai decisa
a fare del mio appartamento un convegno di brio e d’eleganza, e non
pretendevo che chi era avvezzo all’eleganza ed al brio si trovasse ad
agio da me.
Nel mio piccolo crocchio la notizia di questa mia nuova conoscenza
fu accolta in varia maniera. La parte maschile se ne adombrò. Don
Gaudenzio diceva ch’egli aveva molta stima dei signori ufficiali,
ma che preferiva di starne alla larga; il giovane Filippino divenne
ironico e andava osservando che per piacere alle donne non c’è quanto
vestir l’uniforme militare, e suo zio, il signor Lodovico, mi susurrava
all’orecchio: — Siate prudente, Maddalena, prima di tutto è francese,
poi è soldato, e finalmente è un Don Giovanni; siate prudente. — La
signora Elena invece pareva essersi mutata in argento vivo, e l’avevo
sempre fra i piedi. Per giustificare la frequenza delle sue visite,
ella mi assicurava ch’io le ero ogni giorno più simpatica e che a non
vedermi ci soffriva. Povera donna! Poi insisteva perchè ci dessimo
del _tu_, come si dovrebbe far sempre _tra ragazze_. Dàlli e dàlli,
tanto fece che finì coll’incontrarsi col capitano. Finse ritrosia
verginale, voleva ritirarsi, ma io la trattenni, ed ella mostrò di
cedere alla mia amichevol violenza. Giurerei ch’ella si era preparata
la parte. Volle essere a vicenda patetica e vivace, disinvolta e
meditabonda. Quantunque il visconte parlasse abbastanza spedito
l’italiano, ella sfoggiò tutte le sue cognizioni di francese, e tra lo
sforzo grandissimo che ciò le costava, e l’agitazione del suo animo,
non ho bisogno di dire se il suo naso fosse divenuto rosso. Credo
che ella medesima se ne accorgesse perchè vi portava continuamente il
fazzoletto, e perchè dopo quel giorno prese l’abitudine di spargervi
sopra un leggero strato di polvere di cipro. L’impressione da lei
prodotta sul capitano non fu la più lusinghiera. — _Madamigella_ Elena
è asmatica — egli mi disse — e soffia come un mantice. — Dal canto suo,
anch’ella fu un po’ disillusa. — Ha la fama d’esser così amabile, così
seducente — ella osservò: — io lo trovo assai freddo.
In complesso il capitano de Serges non fu per lungo tempo che un
conoscente di più. Egli aveva acquistato una certa dimestichezza in
casa mia, mostrava di discorrer meco volontieri, s’era fatte amiche
in un giorno le mie alunne, e, se nel recarsi da me ne trovava
qualcheduna per via, la carezzava, la prendeva in braccio e faceva
rimaner la gente estatica per la sua degnazione. Questa sua simpatia
per l’infanzia era prova d’animo gentile, ma forse era spinta a un
punto da parer singolare in un soldato avvezzo a cingersi d’una doppia
corazza d’indifferenza. Però io non gli domandavo spiegazioni; m’ero
accorta che se egli amava talora di far confidenze, non amava mai che
gli venissero chieste. Comunque sia, nulla di particolare fra lui e
me, nulla che uscisse dai limiti d’una discreta amicizia. Forse io
avevo ravvisato in lui qualche aspetto agli altri sfuggito, qualche
disuguaglianza di carattere, che, a parer mio, non gli nuoceva punto.
Era questa la sola preferenza ch’ei mi accordasse e gliene ero più
grata che di qualunque regalo. Se la maggior parte de’ suoi conoscenti
lo aveva visto soltanto ridente e sereno, io avevo sorpreso qualche
nube sulla sua fronte, egli non aveva arrossito a mostrarmisi diverso
da quel ch’egli fosse nei suoi usati ritrovi. Io non sapevo sul suo
conto più degli altri, ma sospettavo, indovinavo forse ciò di cui gli
altri non avevano nemmeno un lontano presagio. In quella sua vita che
si dipingeva come un seguito di trionfi, doveva certo esservi qualche
pagina scura; qualche amaro disinganno doveva avergli aperto nel
cuore una piaga tuttavia sanguinante. Ebbene; quel dire: Di cento che
vedono quest’uomo ogni giorno, che lo vezzeggiano, che lo lusingano,
che pendono dalle sue labbra, che si lasciano trasportare fra le sue
braccia nel turbinio delle danze, non una forse ebbe un’idea, sia pur
vaga e confusa, di tutto ciò, ed io invece l’ebbi, io che lo incontro
di rado, io che non sono bella, io che non iscambiai seco nè teneri
sguardi, nè misteriose parole, era per me una cagione d’orgoglio, e
(perchè non dovrei confessarlo?) di vanità segreta. Chi può dir quante
forme vesta, e in quanti fra i più nobili istinti, fra i più gentili
sentimenti sappia trovar posto la vanità?
Come rise mia madre un giorno ch’io le dissi: — Il capitano de Serges
sembra impensierito nell’idea che possa ricominciare la guerra!
— Impensierito! Lui! Oh come si vede che lo conosci poco! Se per la
guerra gli è nato fatto! Se gli ufficiali in tempo di pace sono come
pesci fuori d’acqua! Ah carina! T’intendo. A te dispiacerebbe che il
capitano partisse, e, per non dir le cose come stanno, attribuisci a
lui il disgusto e la meraviglia della partenza. Glielo racconterò al
Visconte, e ti terrà il broncio quando sentirà che vuoi farlo passare
per un dappoco.... — Vedendo poi ch’io mi turbavo: — No, no, piccina
— soggiunse in tuono carezzevole — sta tranquilla, non gli racconterò
nulla.
— Via, mamma, vi prego — io risposi seria — non tenete questi discorsi
che mi fanno male, io non parlo a caso, e se vi dissi ch’egli è
impensierito per timor della guerra, vuol dire che lo so....
— Lo sai! — ella esclamò, diventando curiosa ad un tratto. — Narra,
narra. Avrebbe forse qualche _liaison_ seria? Ne raccontano tante! — E
qui mi sciorinò i nomi d’una dozzina di gentildonne che facevano _les
yeux doux_ al capitano, chiedendomi con insistenza dopo ogni nome:
— Sarebbe per questa? Sembra che tu sii la sua confidente, dunque
dovresti saperlo.
Io ero sulle spine, ormai bell’e pentita di aver toccato quel tasto.
Non so perchè tutte quelle supposizioni indiscrete di mia madre mi
dessero noia infinita. Quantunque non appartenessi alla gran società,
conoscevo abbastanza le sue abitudini per non iscandolezzarmene
come una uscita appena di convento; era quindi qualche altra ragione
che mi turbava e mi faceva sentire così a malincuore le voci sparse
intorno agl’intrighi galanti del Visconte. Però che diritto avevo io
d’ingerirmi ne’ fatti suoi; che posto potevo io sperare di tener nel
suo cuore?
Ebbi un bel da fare a persuadere mia madre ch’io non sapevo nulla,
ma che, a creder mio, se il capitano era impensierito lo si doveva
attribuire non già ad una tresca amorosa, bensì a qualche altro motivo
ch’egli teneva celato. Ella partì scrollando il capo e dicendomi: — Si
vede che nemmeno in questo mi rassomigli. Io quello che ho in cuore ho
in bocca.
Dopo tutto, le parole di lei mi avevano lasciato una certa impressione,
e io andavo persuadendomi realmente ch’ella avesse colto nel segno.
Ciò aveva scemato la simpatia con la quale io spiavo ogni cambiamento
d’umore di Gastone. Anch’egli si fece più riservato, e la sua
inquietudine, benchè gli apparisse di tratto in tratto nel viso, non
traspariva più da’ suoi discorsi.
Però, di lì a qualche settimana, mia madre, che aveva nel frattempo
teso le sue reti, mi disse con grande solennità: — Tu avevi ragione.
Non è possibile che il Visconte sia innamorato di nessuna delle persone
ch’io ti aveva menzionate. Feci le mie indagini, e seppi che in molte
case egli non va nemmeno più. Chi sa che cos’altro gli passi pel capo?
Tutti dicono ch’egli va a poco a poco ritirandosi dalla società. Già
questi Francesi sono tante piume.... Non fidartene, Maddalena — ella
soggiunse ammonendo: — Non fidartene, bada per una volta alla mamma.
Ch’io volessi fidarmene o no, fui quel giorno di una insolita ilarità.
A spiegarne il perchè sarei molto imbarazzata. Che il capitano amasse
tutte le gentildonne veneziane, o che non ne amasse nessuna, doveva
esser per me la stessa cosa. Ma egli non amava sicuramente. Pure al
cuore non si comanda, e come vi sono talvolta malinconie di cui non
si può rendersi ragione, così vi sono contentezze inconcepibili a chi
le prova. E poichè si danno giorni nei quali può dirsi che l’animo si
rifiuti di ricevere le impressioni sfavorevoli, io non mi contristai
nemmeno quando Giannina, in un tuono che voleva esser gajo, ma che
nel fondo era pieno d’amarezza, mi disse: — Oh lo sa, padroncina, che
le voci di guerra si vanno diffondendo in paese, e che il cursore ha
detto in gran segretezza al fruttivendolo che i soldati in permesso
saranno presto richiamati sotto le armi? Il fruttivendolo, avendo visto
passare di là Paolo, lo chiamò per avvertirlo, e Paolo venne da me
a confidarmelo tutto sconcertato, e a voler ch’io gli dessi un pajo
di lire, parendogli che una tale notizia meritasse d’esser diluita
entro un boccale di vino. In verità, io credo che Paolo starebbe bene
per un po’ di tempo al reggimento, e non vedrei questo gran male se
me lo levassero d’attorno. Ma dico per la cosa in sè. Che ne pensa
lei, padroncina? Avremo la guerra sì o no? E non le pare che sarebbe
tempo di finirla? E che la sia una bella infamia che la povera gente
debba pagar le spese dei capricci di quattro teste coronate? E che
ogni momento, quando un padre non può più lavorare e conta sul figlio,
glielo portino in capo al mondo, e se una ragazza è lì sul punto di
maritarsi (non dico di me, che di Paolo ne son stucca e ristucca e
ho tanta voglia di andare a nozze quanta di gettarmi in canale), ma,
insomma, se una ragazza è alla vigilia di sposare il suo fidanzato,
eccoti un foglio di carta bollata che lo chiama pel tal giorno e la
tal ora al corpo e a rivederci al dì del giudizio. Sa che cosa le
ho da dire? Che dopo tante rivoluzioni che lor signori han fatto, la
povera gente sta peggio di prima, e questa è un’infamia in tutte le
regole..... Parlo in generale, perchè del matrimonio non me ne importa
un cavolo....
E mentre diceva così, si asciugava gli occhi col grembiale.
Io tentavo consolarla e persuaderla che la guerra non sarebbe poi
avvenuta. Su questo proposito avevo io stessa un’opinione curiosa,
suggeritami forse, come spesso accade, dal desiderio. Non volevo
credere alla guerra, ma non mi doleva ch’ella apparisse come probabile.
Nell’incalzare degli eventi, io pensavo, il capitano Gastone sarebbe
uscito del suo riserbo, io sarei divenuta la sua confidente, io avrei
potuto fare qualche cosa per lui. Poi le nubi si sarebbero dissipate,
non sarebbe rimasta che la dolcezza del pericolo sfuggito, e il soave
legame delle nostre anime. Così, chi ben consideri, si risolvono quasi
sempre i proponimenti eroici onde noi ci vantiamo. Si affronta con la
fantasia il mare in burrasca, ma si pensa prima ad assicurarsi la riva.