IX.

E, innanzi tutto, che cosa avveniva di mia madre, e quali erano le

mie relazioni con lei? Ella, che aveva pianto dirottamente e s’era

strappati i capelli all’annunzio del mio fermo proposito di lasciarla

e di viver da sola, a poco a poco s’era data pace e forse s’abituava

senza volerlo a non aver dinanzi a sè un censore importuno. Non conobbi

mai natura meno artificiosa della sua. Sincera prima nel suo dolore,

ella era poi sincera altrettanto nella sua calma. Sposando il signor

Venanzio, ella aveva soddisfatto il più ardente de’ suoi desiderii,

quello di poter slanciarsi nel _suo_ mondo, di poter aprire il suo

quartiere alla miglior società. Inoltre s’era messa in regola con

la coscienza, aveva acquietato certi suoi scrupoli religiosi fattisi

vivi in lei negli ultimi anni. Il nuovo marito, dal canto suo, pago

di essersi assicurato (o lo credeva almeno) un avvenire di agiatezza

e di tranquillità, non si opponeva in alcuna guisa ai suoi gusti.

Egli, che in realtà, esercitava una influenza illimitata su lei, in

apparenza le serviva da figurante, era diventato il marito di Sua

Eccellenza, e lasciava che, invece di chiamar mia madre la signora

Rezzinelli-Agliucci, si chiamasse lui il signor Agliucci-Rezzinelli.

Ciò poco gli premeva, egli aveva la libera amministrazione della

sostanza e non bramava di più. Dicono anche ch’egli facesse affari,

non tutti lisci e non sempre felici. Avaro non era sicuramente, e mia

madre non aveva mai trovato così allentati i cordoni della borsa.

La casa era tutta dipinta ed ammobigliata a nuovo, il numero dei

famigli era cresciuto, e per la sala, resa più buia da certe tende a

larghe frangie e a drappelloni di stoffa oscura che ne mascheravano

le ampie finestre, passeggiava da mattina a sera maestosamente un

servo in livrea con l’unico ufficio di aprire e di chiuder gli usci.

Un pennello sacrilego aveva ritoccato nei loro medaglioni le immagini

dei vecchi avi materni. Erano sparite le tinte calde che il tempo

aveva abbrunate. L’armatura del guerriero di Candia aveva assunto un

pallido colore di squama di pesce, gli occhi dell’inquisitore, già

cupi e profondi, erano divenuti sentimentali e svenevoli, e il suo

mantello rosso pareva la raccolta di tutte le creste dei galli del

pollivendolo. I libri dello zio Baldassare formavano parte della mia

eredità; erano però rimaste a mia madre, come cose di famiglia, le

biblioteche scolpite dal Brustolon, e, in attesa di nuovi ospiti che

venissero a popolare i vuoti scaffali, la stanza era occupata da due

pappagalli e una gazza, che il signor Venanzio ammaestrava nelle ore

del mattino. Del resto, mia madre aveva il tatto di non discorrermi

quasi mai di suo marito. Fra lei e me ci vedevamo due volte per

settimana. Un giorno ella si recava a casa mia, un altro io le rendevo

la visita. Ella mi riceveva sorridente, festosa, amorevole, con una

ingenuità quasi infantile, tanto da farmi ricordare la bella mammina

che s’era accompagnata a’ miei giuochi e ch’io avevo adorata ne’ miei

primi anni come un tipo di perfezione. Della sua vita intima mi parlava

di rado. Amava principiare i nostri colloquii con qualche proposta di

matrimonio. Io cominciavo col riderne, ma s’ella si lasciava sfuggire

una frase troppo comune: — Non capisci che vogliamo farti entrare nei

_nostri?_ — io mi rannuvolavo, ed ella passava ad un altro argomento

con la volubilità con cui la capinera salta dell’una all’altra frasca.

E allora mi descriveva i suoi balli, e la sua acconciatura dell’ultima

festa, e quella della festa ventura, e come fossero vestite le bellezze

più in voga del tempo, e com’ella avesse danzato fino al mattino, e

via via. Poi, colta da un pensiero, si picchiava la fronte e gridava:

— Orsù, tu t’annoi, non è vero? — E, dandomi un bacio, diceva a modo

di conchiusione: — Andiamo, signora nonnina, perdoni alla nipote. —

Curiosa donna! Sul più bello tornava alla carica circa al matrimonio,

e, s’io non le badavo, correva dietro a una sua fantasia prediletta e

sclamava: — Capisco che tu vuoi maritarti a tuo modo. Io mi rifarò su

Clara. Quella lì deve maritarsi secondo i miei gusti. Devono essere

i primi giovani del paese quelli che andranno a gara per averla in

isposa! — E pronunziava certi nomi sonori come se già le si fosse

presentata una ventina di postulanti ed ella non avesse che l’imbarazzo

di scegliere. Allorchè ella veniva a casa mia, portava sempre qualche

regaluccio per me o per Giannina, girava tutte le mie stanze, guardava

il mio ricamo e confessava di sapere appena tener l’ago, si cacciava

le mani fra i capelli vedendo libri da ogni parte, e non capiva come

si potesse tener tanta carta senza esser tormentati dalle tignuole; si

ravviava il vestito fermandosi davanti a un nitido specchio di Murano

che ornava il mio salotto; spiccava qualche fiorellino da’ miei vasi e

non rimaneva tranquilla un istante. La sua bella voce armoniosa suonava

come un gorgheggio d’usignolo per le mie stanze. Era felice? Chi lo

sapeva? Solo un dì credetti scorgere un velo di stanchezza sulla sua

fronte. Essa era appunto nel mio salotto, ed esaminava la stoffa di

alcune tende, alla divisa che vi erano state messe da poco. Ad un punto

mi chiese:

— Tu non ricevi quasi nessuno?

— Pochissimi — rispos’io.

— Nè il tempo ti par lungo?

— Tutt’altro!

— Non ti capisco, ma t’invidio.

— Davvero, mamma?

— Sì, perchè non hai bisogno di stordirti.

— Ma voi, dunque, questo bisogno lo avete?

Ella stette un momento perplessa, poi si nascose il volto fra le mani,

sì ch’io credetti quasi che piangesse. Però si ricompose in un attimo,

sorrise del suo sorriso più bello, diè una scrollatine di spalle, e

mormorò: — _Sciocchezze!_ — Scosse il campanello per chiamare la mia

cameriera, affinchè le desse uno spillo e l’ajutasse a mettersi il

cappellino e lo scialle, fece svegliare i barcajuoli che dormivano

saporitamente in gondola, e scese la scala col passo leggiero ed

elastico d’una giovane diciassettenne che non ha nè memorie che la

turbino, nè timori che la sgomentino.

Giannina, che l’aveva accompagnata sino alla gondola, mi ricomparve

dinanzi ridendo, tantochè io le chiesi che cosa avesse.

— Ah! — ella rispose — Sua Eccellenza la signora Lucietta ha un certo

modo.... Mi pose una mano sotto il mento come s’io fossi una bimba, e

volle ch’io la guardassi in viso, indi esclamò: Sai che tu sei divenuta

veramente una bella donna, o Giannina? E non trovasti ancora nessuno

che te lo dicesse?

Quando mia madre le fece questa parlata, Giannina aveva già ventisette

anni compiti ed era realmente una bella donna, un tipo degno del

Veronese. Povera Giannina! Chi se lo immaginerebbe vedendola oggi così

spelata e grinzosa e con tre soli denti in bocca? Ma quarant’anni fa la

era cosa ben diversa. Che capelli, che occhi, e che spalle sopratutto!

Sono andate giù di moda quelle spalle. Adesso o un grasso indecente

o una magrezza sfacciata. Tutto polvere di cipro, stecche e cotone!

Moltissimi avevano detto a Giannina ch’ella era bella, ma ella non

aveva dato retta che a un solo, e, secondo me, al peggiore de’ suoi

spasimanti. Era un artigiano lungo di statura e corto di cervello, più

giovane di lei, e senza voglia di lavorare. Alla prima leva ordinata

dai Francesi lo avevano fatto soldato, ma dopo esser rimasto per

qualche tempo sotto le armi venne rimandato in patria in permesso,

salvo ad esser richiamato appena ve ne fosse il bisogno. Giannina,

che aveva giudizio da vendere, non s’illudeva certo sui meriti del

suo innamorato, e anzi diceva senza troppi complimenti che a voler

esser sinceri bisogna confessare ch’egli diveniva sempre più scemo, ma

io credo ch’ella lo riamasse per compassione, che è una tra le forme

d’amore più comuni in noi altre donne, quantunque non sia tra le più

lusinghiere pegli uomini che ne sono l’oggetto. Paolo, chè tale era

il suo nome, disoccupato spessissimo, suggeva intanto il borsellino

della sua fidanzata, la quale, ogni volta ch’era richiesta di danaro,

dichiarava esplicitamente di voler rompere questa relazione, e, ogni

volta che l’aveva pagato, sentiva in cuor suo d’esser più affezionata

di prima a quel bel mobile del suo sposo. Ella gli aveva scoperto una

buona qualità, ed era quella di _lasciarsele dire_. Ciò significava che

riceveva con molta filosofia le lavate di capo. — E sa ella — mi diceva

spesso Giannina — che vantaggio sia quello di avere una persona con

cui si possa prendersela per qualunque cosa vada a rovescio? — Quanto

al matrimonio, non avevano fretta nè l’uno, nè l’altra, e a ogni modo

non c’era da pensarvi finchè Paolo con avesse ricevuto un definitivo

congedo. In complesso era un amore calmo, tranquillo, che non impediva

a Giannina di attendere ai fatti suoi con molta solerzia e molta

intelligenza.

Il tempo è una cosa che, quando è presente, par lunga, e quando

è passata, non s’intende mai come fuggisse sì rapida. Conducendo

una vita monotona, priva di gagliarde emozioni, io ero giunta a

ventiquattr’anni. Il giorno in cui un bel braccialetto regalatomi

da mia madre mi annunciò ch’io li avevo compiti, non potei vincere

un senso di dolorosa sorpresa. Ero arrivata fino a quel punto, avevo

toccato l’età dopo la quale la giovinezza della donna declina, senza

raccogliere che arida sabbia sulla mia via. Simile a chi, guadagnata

la cima d’un poggio, volge il guardo al cammino percorso e vede lungo

le siepi del sentiero le rose, di cui, passando, non avvertì che le

spine, io così, volgendomi indietro, vedevo fiorito e ridente il calle

che avevo trovato sì melanconico e nudo, e mi sembrava un’amara ironia

ch’esso tal m’apparisse quand’io non potevo più ricalcarlo.

Non so se questi pensieri mi si leggessero sul viso in quei giorni, so

che la signora Elena, nipote dello speziale e fabbriciere, nel farmi

gli augurii d’occasione, mi disse: — Cara Maddalena, non bisogna poi

credere che ventiquattr’anni sian molti, li ho compiti un anno fa,

e non mi sento per questo men giovane. Credetelo, cara amica, l’età

nostra è la vera età in cui una donna può destare affetti seri. — E nel

mentre ella concludeva questo discorso, la punta del naso le si andava

facendo d’un bel color pavonazzo, segno infallibile della commozione

del suo cuore. Non ho mai capito il perchè di questa relazione costante

tra il cuore ed il naso della signora Elena; è certo tuttavia che

questa relazione c’era e tradiva i riposti sentimenti della pretenziosa

zitella. Il naso di lei era come un barometro. Esso segnava lo stato

meteorologico della sua anima.

La signora Elena affermava di avere venticinqu’anni, ma io credo

ch’ella sbagliasse il conto almeno di dieci. Certo è che ne mostrava

poco men di quaranta. Ma ella ripeteva sempre — Siamo coetanee — e

soggiungeva poi con vezzo infantile — Andiamo, non voglio dir bugie,

lo so che sono un anno più vecchia di voi. — A queste sue affermazioni

contrastava un’altra abitudine ch’ella non sapeva levarsi di dosso,

ed era quella di voler essere stata presente a una lunga serie di

avvenimenti. Allora le date si levavano, terribili testimonii, contro

di lei, ed ella s’accorgeva di aver messo i suoi uditori al bivio di

crederla vecchia o bugiarda. Sembrandole però che l’ultimo difetto

fosse men grave, ella tentava uscir dall’impiccio col dire — Era ben

facile capire ch’io scherzavo. — Questa signora Elena si piccava anche

di essere donna di lettere, e gustava più di me le poesie inedite

di Don Gaudenzio, il vicario, e la narrazione de’ suoi colloqui

con Gaspare Gozzi. Ella aveva voluto assistere a una delle lezioni

ch’io davo alle mie piccole alunne, ma non ne era rimasta pienamente

soddisfatta. Io le parevo troppo indulgente, ed ella diceva sempre

— Eh! i miei figli avranno da fare con me. — Io non dubitavo che

i figli della signora Elena avrebbero avuto da fare con lei, ma mi

pareva che prima essa avrebbe avuto da fare una cosa molto importante

con loro, vale a dire, partorirli. A ogni modo, Elena, dopo avermi

rivolte gravemente le sue osservazioni, concludeva sempre — Non

pigliate mica in mala parte le mie parole, non è vero? Mi sembra che

_tra noi ragazze_ debba esserci piena confidenza. — Carina quella

ragazza! Del resto, levandone il difetto del naso, del cui colore

non si poteva mai esser sicuri, e l’affettazione sentimentale che

non l’abbandonava giammai, Elena non era nemmeno un orco. A sentirla,

aveva avuto gli spasimanti a staia, ma non aveva mai trovato il suo

ideale. Dipendeva, secondo lei, dai grandi rivolgimenti politici che

trascinavano nel loro vortice i migliori, i soli che le sarebbero

andati a versi. Perciò, ella era d’opinioni conservatrici. E, in

questo, andava pienamente d’accordo con Don Gaudenzio, il quale

perdonava a un unico rivoluzionario, a Napoleone Bonaparte, che aveva

rialzato gli altari, vinto tutti i suoi nemici, ed era Imperatore. La

signora Elena assentiva in tuono patetico, tanto da far credere che

Napoleone Bonaparte avrebbe potuto essere il suo ideale se l’avesse

conosciuto...., ma, sfortunatamente, non l’aveva conosciuto. Il

nipote del mio notaio invece, il signor Filippino, tendeva verso le

idee radicali, aveva una grande antipatia per la signora Elena e per

Don Gaudenzio, manifestava una profonda venerazione per me, e tutte

le volte che da taluno era lodata la bellezza d’una donna, diceva

sprezzante ch’egli non si preoccupava del corpo, ma dell’anima..... —

Sono strali che egli rivolge a me — notava con piglio di superiorità

la signora Elena, la quale ci teneva alla bellezza e ricambiava

cordialmente l’antipatia del signor Filippino. Quanto a me, son certa

che s’egli fosse stato meno timido o io fossi stata più incoraggiante,

l’avrei visto a’ miei piedi in atto di farmi una dichiarazione. Ma la

sua massima audacia fu quella di dire un giorno che _amore uguaglia

le più disparate fortune_. Sì certo che le uguaglia, purchè amore vi

sia da ambe le parti. Per quanto il signor Filippino fosse ridicolo e

uggioso, io lasciavo ch’egli venisse a casa mia in riguardo a suo zio,

il mio notaio, che m’aveva usato, convien dirlo, cure quasi paterne nel

punto in cui io mettevo in atto il mio divisamento di far parte da me

stessa. Povero signor Lodovico! Com’egli s’illudeva sui pregi di questo

nipote! Con che compiacenza esclamava: che ingegno ha Filippino! non

vi pare? E bisognava rispondergli di sì. Il signor Lodovico era stato

amicissimo dello zio Baldassare, e m’aveva conosciuta fin da fanciulla.

Aveva contratto l’abitudine, ogni volta che mi vedeva, di pizzicarmi

con due dita la guancia. Fattami una ragazza grande e grossa, il signor

Lodovico non aveva smesso il vecchio uso, ma lo praticava più di rado,

visto ch’egli era di piccola statura, e ch’io lo soverchiavo con metà

del capo, dimodochè gli era forza, quando voleva prendersi quel gusto,

di levarsi in punta di piedi. Uomo d’indole essenzialmente pacifica,

non avrebbe mai affrontato a viso aperto i pregiudizi del mondo, nè,

trovandosi ne’ miei panni, avrebbe concepito un atto di ribellione

simile al mio, ma il suo animo era retto e il suo criterio pieno di

naturale equità, onde non poteva a meno di ammettere tacitamente che

i miei motivi erano pur rispettabili. Oltracciò nutriva una sincera

antipatia pel signor Venanzio, e per quanto circospetto egli fosse,

la lasciava trasparir qualche volta. Se io, nel desiderio assai

ragionevole di sapere come andassero le faccende di mia madre, almeno

dal lato economico, ne chiedevo conto al signor Lodovico, egli mi

rispondeva in fretta: — Cara figliuola, che cosa volete che ne sappia

io? — Indi tirava fuori la sua rotonda tabacchiera di tartaruga, la

prendeva fra il pollice e il medio della mano sinistra, e, dandole

una spinta coll’indice della destra, la faceva girar due volte sopra

sè stessa. Compiuta questa operazione, soggiungeva: — Ma, non ci vedo

chiaro. Questo signor Venanzio vuol far l’uomo d’affari.... Sarà una

brava persona... non dico di no... ma non ci vedo chiaro.... — Più di

così non si poteva cavargli di bocca, ma era abbastanza per capire che,

secondo lui, c’erano dei pasticci.

Dirò ora in qual modo s’intorbidassero le acque stagnanti della mia

vita.

Il quaderno della zia · 第 12 / 29 题