E, innanzi tutto, che cosa avveniva di mia madre, e quali erano le
mie relazioni con lei? Ella, che aveva pianto dirottamente e s’era
strappati i capelli all’annunzio del mio fermo proposito di lasciarla
e di viver da sola, a poco a poco s’era data pace e forse s’abituava
senza volerlo a non aver dinanzi a sè un censore importuno. Non conobbi
mai natura meno artificiosa della sua. Sincera prima nel suo dolore,
ella era poi sincera altrettanto nella sua calma. Sposando il signor
Venanzio, ella aveva soddisfatto il più ardente de’ suoi desiderii,
quello di poter slanciarsi nel _suo_ mondo, di poter aprire il suo
quartiere alla miglior società. Inoltre s’era messa in regola con
la coscienza, aveva acquietato certi suoi scrupoli religiosi fattisi
vivi in lei negli ultimi anni. Il nuovo marito, dal canto suo, pago
di essersi assicurato (o lo credeva almeno) un avvenire di agiatezza
e di tranquillità, non si opponeva in alcuna guisa ai suoi gusti.
Egli, che in realtà, esercitava una influenza illimitata su lei, in
apparenza le serviva da figurante, era diventato il marito di Sua
Eccellenza, e lasciava che, invece di chiamar mia madre la signora
Rezzinelli-Agliucci, si chiamasse lui il signor Agliucci-Rezzinelli.
Ciò poco gli premeva, egli aveva la libera amministrazione della
sostanza e non bramava di più. Dicono anche ch’egli facesse affari,
non tutti lisci e non sempre felici. Avaro non era sicuramente, e mia
madre non aveva mai trovato così allentati i cordoni della borsa.
La casa era tutta dipinta ed ammobigliata a nuovo, il numero dei
famigli era cresciuto, e per la sala, resa più buia da certe tende a
larghe frangie e a drappelloni di stoffa oscura che ne mascheravano
le ampie finestre, passeggiava da mattina a sera maestosamente un
servo in livrea con l’unico ufficio di aprire e di chiuder gli usci.
Un pennello sacrilego aveva ritoccato nei loro medaglioni le immagini
dei vecchi avi materni. Erano sparite le tinte calde che il tempo
aveva abbrunate. L’armatura del guerriero di Candia aveva assunto un
pallido colore di squama di pesce, gli occhi dell’inquisitore, già
cupi e profondi, erano divenuti sentimentali e svenevoli, e il suo
mantello rosso pareva la raccolta di tutte le creste dei galli del
pollivendolo. I libri dello zio Baldassare formavano parte della mia
eredità; erano però rimaste a mia madre, come cose di famiglia, le
biblioteche scolpite dal Brustolon, e, in attesa di nuovi ospiti che
venissero a popolare i vuoti scaffali, la stanza era occupata da due
pappagalli e una gazza, che il signor Venanzio ammaestrava nelle ore
del mattino. Del resto, mia madre aveva il tatto di non discorrermi
quasi mai di suo marito. Fra lei e me ci vedevamo due volte per
settimana. Un giorno ella si recava a casa mia, un altro io le rendevo
la visita. Ella mi riceveva sorridente, festosa, amorevole, con una
ingenuità quasi infantile, tanto da farmi ricordare la bella mammina
che s’era accompagnata a’ miei giuochi e ch’io avevo adorata ne’ miei
primi anni come un tipo di perfezione. Della sua vita intima mi parlava
di rado. Amava principiare i nostri colloquii con qualche proposta di
matrimonio. Io cominciavo col riderne, ma s’ella si lasciava sfuggire
una frase troppo comune: — Non capisci che vogliamo farti entrare nei
_nostri?_ — io mi rannuvolavo, ed ella passava ad un altro argomento
con la volubilità con cui la capinera salta dell’una all’altra frasca.
E allora mi descriveva i suoi balli, e la sua acconciatura dell’ultima
festa, e quella della festa ventura, e come fossero vestite le bellezze
più in voga del tempo, e com’ella avesse danzato fino al mattino, e
via via. Poi, colta da un pensiero, si picchiava la fronte e gridava:
— Orsù, tu t’annoi, non è vero? — E, dandomi un bacio, diceva a modo
di conchiusione: — Andiamo, signora nonnina, perdoni alla nipote. —
Curiosa donna! Sul più bello tornava alla carica circa al matrimonio,
e, s’io non le badavo, correva dietro a una sua fantasia prediletta e
sclamava: — Capisco che tu vuoi maritarti a tuo modo. Io mi rifarò su
Clara. Quella lì deve maritarsi secondo i miei gusti. Devono essere
i primi giovani del paese quelli che andranno a gara per averla in
isposa! — E pronunziava certi nomi sonori come se già le si fosse
presentata una ventina di postulanti ed ella non avesse che l’imbarazzo
di scegliere. Allorchè ella veniva a casa mia, portava sempre qualche
regaluccio per me o per Giannina, girava tutte le mie stanze, guardava
il mio ricamo e confessava di sapere appena tener l’ago, si cacciava
le mani fra i capelli vedendo libri da ogni parte, e non capiva come
si potesse tener tanta carta senza esser tormentati dalle tignuole; si
ravviava il vestito fermandosi davanti a un nitido specchio di Murano
che ornava il mio salotto; spiccava qualche fiorellino da’ miei vasi e
non rimaneva tranquilla un istante. La sua bella voce armoniosa suonava
come un gorgheggio d’usignolo per le mie stanze. Era felice? Chi lo
sapeva? Solo un dì credetti scorgere un velo di stanchezza sulla sua
fronte. Essa era appunto nel mio salotto, ed esaminava la stoffa di
alcune tende, alla divisa che vi erano state messe da poco. Ad un punto
mi chiese:
— Tu non ricevi quasi nessuno?
— Pochissimi — rispos’io.
— Nè il tempo ti par lungo?
— Tutt’altro!
— Non ti capisco, ma t’invidio.
— Davvero, mamma?
— Sì, perchè non hai bisogno di stordirti.
— Ma voi, dunque, questo bisogno lo avete?
Ella stette un momento perplessa, poi si nascose il volto fra le mani,
sì ch’io credetti quasi che piangesse. Però si ricompose in un attimo,
sorrise del suo sorriso più bello, diè una scrollatine di spalle, e
mormorò: — _Sciocchezze!_ — Scosse il campanello per chiamare la mia
cameriera, affinchè le desse uno spillo e l’ajutasse a mettersi il
cappellino e lo scialle, fece svegliare i barcajuoli che dormivano
saporitamente in gondola, e scese la scala col passo leggiero ed
elastico d’una giovane diciassettenne che non ha nè memorie che la
turbino, nè timori che la sgomentino.
Giannina, che l’aveva accompagnata sino alla gondola, mi ricomparve
dinanzi ridendo, tantochè io le chiesi che cosa avesse.
— Ah! — ella rispose — Sua Eccellenza la signora Lucietta ha un certo
modo.... Mi pose una mano sotto il mento come s’io fossi una bimba, e
volle ch’io la guardassi in viso, indi esclamò: Sai che tu sei divenuta
veramente una bella donna, o Giannina? E non trovasti ancora nessuno
che te lo dicesse?
Quando mia madre le fece questa parlata, Giannina aveva già ventisette
anni compiti ed era realmente una bella donna, un tipo degno del
Veronese. Povera Giannina! Chi se lo immaginerebbe vedendola oggi così
spelata e grinzosa e con tre soli denti in bocca? Ma quarant’anni fa la
era cosa ben diversa. Che capelli, che occhi, e che spalle sopratutto!
Sono andate giù di moda quelle spalle. Adesso o un grasso indecente
o una magrezza sfacciata. Tutto polvere di cipro, stecche e cotone!
Moltissimi avevano detto a Giannina ch’ella era bella, ma ella non
aveva dato retta che a un solo, e, secondo me, al peggiore de’ suoi
spasimanti. Era un artigiano lungo di statura e corto di cervello, più
giovane di lei, e senza voglia di lavorare. Alla prima leva ordinata
dai Francesi lo avevano fatto soldato, ma dopo esser rimasto per
qualche tempo sotto le armi venne rimandato in patria in permesso,
salvo ad esser richiamato appena ve ne fosse il bisogno. Giannina,
che aveva giudizio da vendere, non s’illudeva certo sui meriti del
suo innamorato, e anzi diceva senza troppi complimenti che a voler
esser sinceri bisogna confessare ch’egli diveniva sempre più scemo, ma
io credo ch’ella lo riamasse per compassione, che è una tra le forme
d’amore più comuni in noi altre donne, quantunque non sia tra le più
lusinghiere pegli uomini che ne sono l’oggetto. Paolo, chè tale era
il suo nome, disoccupato spessissimo, suggeva intanto il borsellino
della sua fidanzata, la quale, ogni volta ch’era richiesta di danaro,
dichiarava esplicitamente di voler rompere questa relazione, e, ogni
volta che l’aveva pagato, sentiva in cuor suo d’esser più affezionata
di prima a quel bel mobile del suo sposo. Ella gli aveva scoperto una
buona qualità, ed era quella di _lasciarsele dire_. Ciò significava che
riceveva con molta filosofia le lavate di capo. — E sa ella — mi diceva
spesso Giannina — che vantaggio sia quello di avere una persona con
cui si possa prendersela per qualunque cosa vada a rovescio? — Quanto
al matrimonio, non avevano fretta nè l’uno, nè l’altra, e a ogni modo
non c’era da pensarvi finchè Paolo con avesse ricevuto un definitivo
congedo. In complesso era un amore calmo, tranquillo, che non impediva
a Giannina di attendere ai fatti suoi con molta solerzia e molta
intelligenza.
Il tempo è una cosa che, quando è presente, par lunga, e quando
è passata, non s’intende mai come fuggisse sì rapida. Conducendo
una vita monotona, priva di gagliarde emozioni, io ero giunta a
ventiquattr’anni. Il giorno in cui un bel braccialetto regalatomi
da mia madre mi annunciò ch’io li avevo compiti, non potei vincere
un senso di dolorosa sorpresa. Ero arrivata fino a quel punto, avevo
toccato l’età dopo la quale la giovinezza della donna declina, senza
raccogliere che arida sabbia sulla mia via. Simile a chi, guadagnata
la cima d’un poggio, volge il guardo al cammino percorso e vede lungo
le siepi del sentiero le rose, di cui, passando, non avvertì che le
spine, io così, volgendomi indietro, vedevo fiorito e ridente il calle
che avevo trovato sì melanconico e nudo, e mi sembrava un’amara ironia
ch’esso tal m’apparisse quand’io non potevo più ricalcarlo.
Non so se questi pensieri mi si leggessero sul viso in quei giorni, so
che la signora Elena, nipote dello speziale e fabbriciere, nel farmi
gli augurii d’occasione, mi disse: — Cara Maddalena, non bisogna poi
credere che ventiquattr’anni sian molti, li ho compiti un anno fa,
e non mi sento per questo men giovane. Credetelo, cara amica, l’età
nostra è la vera età in cui una donna può destare affetti seri. — E nel
mentre ella concludeva questo discorso, la punta del naso le si andava
facendo d’un bel color pavonazzo, segno infallibile della commozione
del suo cuore. Non ho mai capito il perchè di questa relazione costante
tra il cuore ed il naso della signora Elena; è certo tuttavia che
questa relazione c’era e tradiva i riposti sentimenti della pretenziosa
zitella. Il naso di lei era come un barometro. Esso segnava lo stato
meteorologico della sua anima.
La signora Elena affermava di avere venticinqu’anni, ma io credo
ch’ella sbagliasse il conto almeno di dieci. Certo è che ne mostrava
poco men di quaranta. Ma ella ripeteva sempre — Siamo coetanee — e
soggiungeva poi con vezzo infantile — Andiamo, non voglio dir bugie,
lo so che sono un anno più vecchia di voi. — A queste sue affermazioni
contrastava un’altra abitudine ch’ella non sapeva levarsi di dosso,
ed era quella di voler essere stata presente a una lunga serie di
avvenimenti. Allora le date si levavano, terribili testimonii, contro
di lei, ed ella s’accorgeva di aver messo i suoi uditori al bivio di
crederla vecchia o bugiarda. Sembrandole però che l’ultimo difetto
fosse men grave, ella tentava uscir dall’impiccio col dire — Era ben
facile capire ch’io scherzavo. — Questa signora Elena si piccava anche
di essere donna di lettere, e gustava più di me le poesie inedite
di Don Gaudenzio, il vicario, e la narrazione de’ suoi colloqui
con Gaspare Gozzi. Ella aveva voluto assistere a una delle lezioni
ch’io davo alle mie piccole alunne, ma non ne era rimasta pienamente
soddisfatta. Io le parevo troppo indulgente, ed ella diceva sempre
— Eh! i miei figli avranno da fare con me. — Io non dubitavo che
i figli della signora Elena avrebbero avuto da fare con lei, ma mi
pareva che prima essa avrebbe avuto da fare una cosa molto importante
con loro, vale a dire, partorirli. A ogni modo, Elena, dopo avermi
rivolte gravemente le sue osservazioni, concludeva sempre — Non
pigliate mica in mala parte le mie parole, non è vero? Mi sembra che
_tra noi ragazze_ debba esserci piena confidenza. — Carina quella
ragazza! Del resto, levandone il difetto del naso, del cui colore
non si poteva mai esser sicuri, e l’affettazione sentimentale che
non l’abbandonava giammai, Elena non era nemmeno un orco. A sentirla,
aveva avuto gli spasimanti a staia, ma non aveva mai trovato il suo
ideale. Dipendeva, secondo lei, dai grandi rivolgimenti politici che
trascinavano nel loro vortice i migliori, i soli che le sarebbero
andati a versi. Perciò, ella era d’opinioni conservatrici. E, in
questo, andava pienamente d’accordo con Don Gaudenzio, il quale
perdonava a un unico rivoluzionario, a Napoleone Bonaparte, che aveva
rialzato gli altari, vinto tutti i suoi nemici, ed era Imperatore. La
signora Elena assentiva in tuono patetico, tanto da far credere che
Napoleone Bonaparte avrebbe potuto essere il suo ideale se l’avesse
conosciuto...., ma, sfortunatamente, non l’aveva conosciuto. Il
nipote del mio notaio invece, il signor Filippino, tendeva verso le
idee radicali, aveva una grande antipatia per la signora Elena e per
Don Gaudenzio, manifestava una profonda venerazione per me, e tutte
le volte che da taluno era lodata la bellezza d’una donna, diceva
sprezzante ch’egli non si preoccupava del corpo, ma dell’anima..... —
Sono strali che egli rivolge a me — notava con piglio di superiorità
la signora Elena, la quale ci teneva alla bellezza e ricambiava
cordialmente l’antipatia del signor Filippino. Quanto a me, son certa
che s’egli fosse stato meno timido o io fossi stata più incoraggiante,
l’avrei visto a’ miei piedi in atto di farmi una dichiarazione. Ma la
sua massima audacia fu quella di dire un giorno che _amore uguaglia
le più disparate fortune_. Sì certo che le uguaglia, purchè amore vi
sia da ambe le parti. Per quanto il signor Filippino fosse ridicolo e
uggioso, io lasciavo ch’egli venisse a casa mia in riguardo a suo zio,
il mio notaio, che m’aveva usato, convien dirlo, cure quasi paterne nel
punto in cui io mettevo in atto il mio divisamento di far parte da me
stessa. Povero signor Lodovico! Com’egli s’illudeva sui pregi di questo
nipote! Con che compiacenza esclamava: che ingegno ha Filippino! non
vi pare? E bisognava rispondergli di sì. Il signor Lodovico era stato
amicissimo dello zio Baldassare, e m’aveva conosciuta fin da fanciulla.
Aveva contratto l’abitudine, ogni volta che mi vedeva, di pizzicarmi
con due dita la guancia. Fattami una ragazza grande e grossa, il signor
Lodovico non aveva smesso il vecchio uso, ma lo praticava più di rado,
visto ch’egli era di piccola statura, e ch’io lo soverchiavo con metà
del capo, dimodochè gli era forza, quando voleva prendersi quel gusto,
di levarsi in punta di piedi. Uomo d’indole essenzialmente pacifica,
non avrebbe mai affrontato a viso aperto i pregiudizi del mondo, nè,
trovandosi ne’ miei panni, avrebbe concepito un atto di ribellione
simile al mio, ma il suo animo era retto e il suo criterio pieno di
naturale equità, onde non poteva a meno di ammettere tacitamente che
i miei motivi erano pur rispettabili. Oltracciò nutriva una sincera
antipatia pel signor Venanzio, e per quanto circospetto egli fosse,
la lasciava trasparir qualche volta. Se io, nel desiderio assai
ragionevole di sapere come andassero le faccende di mia madre, almeno
dal lato economico, ne chiedevo conto al signor Lodovico, egli mi
rispondeva in fretta: — Cara figliuola, che cosa volete che ne sappia
io? — Indi tirava fuori la sua rotonda tabacchiera di tartaruga, la
prendeva fra il pollice e il medio della mano sinistra, e, dandole
una spinta coll’indice della destra, la faceva girar due volte sopra
sè stessa. Compiuta questa operazione, soggiungeva: — Ma, non ci vedo
chiaro. Questo signor Venanzio vuol far l’uomo d’affari.... Sarà una
brava persona... non dico di no... ma non ci vedo chiaro.... — Più di
così non si poteva cavargli di bocca, ma era abbastanza per capire che,
secondo lui, c’erano dei pasticci.
Dirò ora in qual modo s’intorbidassero le acque stagnanti della mia
vita.