Poi, un rumore di porta sbattuta e dei passi veloci nel corr

MARINETTI E BRUNO CORRA

L'ISOLA DEI BACI

_ROMANZO EROTICO-SOCIALE_

MILANO

STUDIO EDITORIALE LOMBARDO

Via Durini, 18

1918

PROPRIETÀ LETTERARIA

Questo libro mi piace.

_Questo libro mi piace moltissimo. Ne sono francamente entusiasta.

Mi è più simpatico di tutti gli altri miei e di tutti gli altri di

Marinetti. Non so e non voglio dire quanto valga. Ma mi soddisfa. Mi

piace. Sono straordinariamente contento di poterlo dare al pubblico._

_Le ragioni? Eccole._

_È un libro che rimane _fuori dalla letteratura_. È un libro che volta

le spalle con risoluta disinvoltura a tutte le noiose e gravose persone

le quali dedicano solitamente la loro attività alle cose letterarie:

scrittori, giornalisti, filosofi, critici, pensatori, intenditori

d'arte. A tutti costoro peserà sullo stomaco buongustaio per un tempo,

spero, abbastanza lungo. Esso infatti è un romanzo che non è un romanzo

con delle psicologie che non sono psicologie, dei lirismi che non sono

lirismi, delle satire che non sono satire, delle descrizioni che non

sono descrizioni. E poi, lo stile! Che dire del suo stile? La nostra

lingua non possiede termini abbastanza obbrobriosi per qualificare la

villania stilistica che si trova racchiusa in queste pagine. È certo

insomma che tutti gli intenditori di letteratura torceranno gli occhi

con disgusto da questo libro e si rifiuteranno di chiamarlo _romanzo_,

per non offendere gli altri veri romanzi bene educati e _come si

deve_._

_Ecco la prima giustificazione della mia preferenza._

_La seconda è l'inversa._

_Per le stesse ragioni per le quali dispiacerà alle _persone di

lettere_ questo libro piacerà agli altri, a quelli che (beati

loro!) sono lontani dalla letteratura. Sarà letto con simpatia da

ufficiali, da professionisti, da studenti, da industriali, da signore.

Con simpatia e con disinvoltura: senza pedanteria. Senza pretese

di vivisezioni critiche le quali sempre uccidono e immobilizano

l'organismo su cui vengono operate togliendogli la sua unica

ragione di interesse: la vita. Letto a questa maniera, cordialmente,

potrà trasmettere al lettore la intensa vibrazione di allegria che

costituisce la sua anima: e divertirà._

_In conclusione, insomma, questo libro mi piace perchè non è un vero

libro._

_Esso è insieme una discussione, una risata, una burla, una

conversazione da caffè, una polemica, una ubbriacatura, una sassata in

un vetro. Esso è, in complesso, un _pezzo di vita_. Può quindi essere

veramente capito soltanto da chi ama la vita più della letteratura,

da chi ama le discussioni, le risate, le burle, le conversazioni,

le sassate, le polemiche e le ubbriacature più che non le parole

stampate._

_Noialtri autori ci siamo divertiti immensamente a scriverlo. Lo

abbiamo scritto senza annoiarci e senza affaticarci. Ed ecco ancora una

ragione della nostra simpatia per questo lavoro._

_Sappiamo bene che secondo i plumbei dogmi di tutti i più seri critici

l'arte è una cosa faticosa, dolorosa, pesante, lunga e triste. Ma

noi, lo confessiamo, abbiamo un istintivo ed invincibile orrore per le

_sudate carte_._

_Sappiamo anche che secondo altri dogmi dei medesimi critici l'arte

deve insegnare, correggere, predicare, fustigare. Ma noi persistiamo

nel credere al nostro istinto che ci fa amare sopra tutti gli altri un

libro come questo, un libro di leggerezza, di allegria e di salute._

_Quanto a me, poi, io credo fermamente che il divertimento abbia una

funzione sociale più importante di moltissime delle cosidette cose

serie. E mi riterrei meritevole della più genuina riconoscenza da parte

della mia generazione se riuscissi a divenire semplicemente il suo

_divertitore_._

BRUNO CORRA.

INDICE

1. — I turisti misteriosi pag. 17

2. — Giacomo Satutto „ 25

3. — L'albergo della Grotta bleu „ 31

4. — A Londra, a Parigi, a Zurigo, a

Tripoli alle calcagna di un

complotto „ 39

5. — Un bacio notturno che non

spiega nulla „ 49

6. — La grotta del Bove marino „ 59

7. — Il Congresso rosa „ 71

8. — Il grande discorso politico „ 87

9. — La catastrofe „ 97

10. — Il Controveleno „ 105

11. — L'apoteosi wagneriana „ 111

12. — La nuova religione internazionale „ 121

13. — L'intervento „ 129

14. — Telegrammi cifrati e decorazioni „ 137

I TURISTI MISTERIOSI

I.

La troppo intensa partecipazione alla vita febbrile della nostra

epoca guerresca e rivoluzionaria, ci costrinse, ai primi di agosto,

a prenderci quindici giorni di assoluta vacanza. Il primo treno in

partenza dalla stazione di Milano verso un porto di mare, alla ricerca

di un'isola piacevole e fresca.

Napoli. Banchina dell'Immacolatella. Le quattro del pomeriggio. Mancano

pochi minuti alla partenza del piroscafo per Capri. Odori ruvidi e

selvaggi di carbone, catrame, sterco, carrube e aranci collaborano

colla fermentazione bollente del mare. Atmosfera di lana scottante.

Sul ponte troviamo a stento due posti che ci permettono di sudare

comodamente fra un deretano di popolana e un napoletano sbarbatissimo,

vestito all'inglese, che ostenta un accento perfetto nel parlare

francese.

Il mare gonfio d'oro accecante. Afa. Abbiamo la sensazione di trovarci

nel letto dorato di Desdemona sotto i cuscini e i pugni del negro

Otello.

Ansia crescente. Desiderio di tuffarsi nel fresco della velocità,

verso l'indaco del golfo liscio, ricamato di scie e triangoli stanchi

di vele. Se non si parte subito avremo fatalmente un colpo di sole.

Sopraggiungono invece dei nuovi viaggiatori sbuffanti, agitati,

rumorosi, elegantissimi, strani, affannosamente accorati di non trovare

più un posto da sedere.

Sono dieci o dodici uomini d'età diversa, evidentemente ricchi, ma dai

modi insoliti e tutti legati da un incomprensibile interesse comune.

Fra di loro una giovane signora elegante, alta, fine, snodata nella

lieve e morbida toilette nera, sotto l'ala fuggente di un magnifico

cappello nero: viso pallido delicato, bocca sensuale un po' grande,

occhi scuri ma brillanti, pieni di un'intelligenza allegra. Indoviniamo

subito suo marito, Paul De Ritten, bellissimo giovane, snello, occhi

azzurri sotto i capelli biondi ondulati, ch'egli ricompone di tanto

in tanto con le mani fine, aristocratiche, cariche di anelli antichi.

Ritto davanti a noi indica e spiega ai suoi amici le grosse mine

galleggianti fra le quali il piroscafo naviga ora cautamente.

A cento metri sulla nostra destra ci segue un cacciatorpediniere,

lucido, metallico, geometrico, grondante di luce.

La velocità non ci dava frescura. Sonnecchiavamo dalla noia quando ci

si avvicinò uno degli ultimi viaggiatori sopravvenuti, il conte Ricard,

giovane, grasso, bruno, mellifluo, pettinatissimo, modi untuosi.

L'avevamo conosciuto e ritrovato spesso nei centri artistici europei,

senza domandarci mai chi era e se realmente ci piaceva. Utilissimo

però: volle presentarci ai suoi amici e alla bellissima Contessa De

Ritten. Questa sembrava spostata fra quegli uomini, trascurata. Suo

marito non le rivolgeva quasi mai la parola.

Una frase colta a volo aumentò per noi il mistero che avvolgeva

tutta la comitiva: “Ma le donne proprio non ci volevano: il conte de

Ritten è stato poco serio, poteva lasciare la sua signora a casa„.

Parlava così, concitatamente, il barone Truffard, tricheco vestito

di bianco, grosso viso ultra violetto, corpo straripante viscido. Si

alzò faticosamente. Raggiungemmo insieme il gruppo dei suoi amici che

discutevano animatamente pro e contro un articolo della Tribuna sulla

questione Dalmata.

— Andate a Capri per riposarvi? domandammo a Ricard.

— No, si tratta di una riunione politica.

— Un congresso?

— No qualche cosa di molto più importante. Vi spiegherò tutto domani.

Quel magro, miope, è un valentissimo musicista ebreo inglese, figlio

di un ricco banchiere della Rue Saint-Honorè, Jean Cohn. Dietro di lui

quel tipo d'abatino tutto curve e moine, dalla grossa bocca viziosa,

e dagli occhi sfuggenti è il giovane poeta Guido Pietrachiara, umbro,

ricco, un certo ingegno.

Il piroscafo rallentava sotto le alte rocce a terrazze di Sorrento,

giallastre, vecchie sulla morbidezza giovanile, sana e carnale del

mare troppo azzurro. Lassù le balaustre straripanti di vegetazioni

invitavano agli amori facili. Tutti si sporgevano al parapetto del

piroscafo sul vociare dei barcaioli napoletani.

Con voce languida e un po' rauca la Contessa De Ritten diceva:

— Che paese meraviglioso! Bisognerebbe non aver fatto ancora il proprio

viaggio di nozze, per venirlo a far qui.

— Puoi farne un secondo, con un altro, se lo desideri — rispose De

Ritten con una punta d'ostilità.

— Oh no! È troppo tardi! Ora non posso più pensare che al caro

marmocchietto nostro.

Il piroscafo si voltò per fendere di nuovo l'alito soave del golfo

opprimente di delizia. La prua copriva e scopriva sospirando il

profilo nudo dell'Isola di Capri, perlacea, coricata, inutile e assurda

all'orizzonte.

Tutti tacquero, seduti, ripresi a poco a poco dal torpore solare.

Si sentiva soltanto borbottare il grosso deputato russo Markoff,

apopleticamente seduto, viso gonfio, pizzo e baffi biondi, stiffelius

nero fuori moda, pancia scoppiante tra le coscie enormi divaricate,

piccoli occhi celesti, irritati dalle lentezze del cameriere che gli

portava ora la quarta ghiacciata di caffè. La prese e la tenne con le

due mani sotto il mento religiosamente.

— Ho detto portare presto presto da bere... Voi me non venire mai!...

Voi servire sempre altra gente prima di me!

Poi disse al suo servitore:

— Ora che scenderemo, prima d'andare all'Albergo, bisogna mandare

dispaccio al nostro ambasciatore a Roma.

GIACOMO SATUTTO

II.

Al momento di scendere dal piroscafo davanti alla _marina grande_

di Capri lutti cercavano, senza trovarlo, il barone Truffard. Ricard

disse: — È andato a cercare a poppa il suo protetto.

Ed arrivò infatti sorreggendo con tenerezza fraterna un essere

fantastico e misterioso che merita una rapida, ma completa descrizione.

Sembrava un mendicante vagabondo; ed era relativamente pulito.

Era vecchio, magro, lungo, curvo, cadente, ma con dettagli accurati nel

vestito tutto rammendato. In mano, il classico bastone dei viandanti,

più alto della sua stessa persona, con in cima appiccicato un disco di

cartone bianco coperto di scritture a matita.

Sulle spalle gli ciondolava una specie di lunga borraccia bitorzoluta,

coperta di panno grigioverde e tutta legata come un salame.

Aveva in testa un berrettino biancastro da galeotto. Dei piccoli

occhi di ferro grigio. Malamente sbarbato. Portava infilata al braccio

sinistro una grossa gamella da soldato, nuova. Rischiò di cadere cento

volte scendendo in barca poichè gli arnesi che gli servivano di scarpe

erano di una eccezionale antipraticità: sembravano enormi sandali ed

erano invece semplicemente le colossali suole mal tagliate di un paio

di scarpe fuori da qualunque misura umana.

Si soffriva pensando ai dolori di quei poveri vecchi piedi nudi e

callosi che volevano trascinare ed erano trascinati dal peso di quei

due zoccoli strani di cuoio accartocciato e di stracci inutili.

In barca si tolse dalle spalle l'incomprensibile borraccia. Gli

domandammo: “È per l'acqua, non è vero?„. Ci rispose con voce

affannosa: “No, non c'è acqua, serve per la curiosità della gente„.

Poi, mostrandoci con un gesto iroso il signor Truffard che sorrideva:

“Tutti vogliono sapere dove vado e se c'è l'acqua nella borraccia,

tutti si arrabbiano perchè sono tutti nell'inganno, io solo vado verso

la verità; Dio è davanti a me e ho avuto il battesimo del sangue;

possono fare quel che vogliono, gli uomini, ma non impareranno mai a

far crescere l'erba!„.

Gli domandammo che cosa significavano le scritture del suo disco.

Rispose, con voce spenta: “Tutta la mia vita„.

Intervenne Truffard che ci spiegò solennemente come stesse raccogliendo

i pensieri e gli aforismi profondissimi di Giacomo Satutto, per

pubblicarli sul Figaro.

Ma Satutto non voleva interpreti. Disse irosamente: “Faccio tutto per

la curiosità della gente. Tutti vogliono sapere cosa c'è nella gamella.

È vuota. Aspetterà sempre il rancio. Se mi dànno qualchecosa bene, ma

non cerco mai niente a nessuno. Il vicerè lo sa„.

Questo discorso sconclusionato ci vietò d'interessarci alla bellezza

di Capri. Seguimmo Truffard e il suo strano protetto all'albergo della

Grotta Bleue, dove metà della comitiva aveva già fissato l'alloggio.

L'ALBERGO DELLA GROTTA BLEUE

III.

Ci convincevamo sempre più che le stravaganze esteriori di quella gente

non potevano essere che un'abilissima mascheratura di tenebrosi benchè

indecifrabili scopi politici.

Prima di tutto era assai sospetto, nel momento attuale, il fatto che

numerosi individui appartenenti alle più svariate nazionalità fossero

così uniti da legami evidentemente profondi — Truffard, banchiere

francese. De Ritten, letterato francese, figlio d'un camerlengo del

Papa; Pietrachiara, poeta italiano; Benali, attore italiano, Conte

Ladolce, dalmata; Ricard, francese o irlandese; Markoff, deputato

della Duma; il granduca Federor Cohn, musicista ebreo inglese che si

dichiara cristiano e fa l'antisemita; Djamil, avvocato turco egiziano;

Stopwitz, archeologo polacco, ma forse austriaco; Werkopfen, antiquario

e numismatico svizzero, ma forse tedesco; il barone Makra, professore

ellenista d'origine rumena; Rudolf Thompson, direttore d'una Biblioteca

di Chicago, nordamericano d'origine tedesca; Terrapiccola, ricco

proprietario brasiliano.

Le nostre indagini, invece di chiarirsi, si annebbiavano. E vi

naufragavano dentro gli isolotti incerti delle nostre ipotesi.

Nel corridoio sentimmo: da una porta semiaperta il brontolio di Markoff

che dettava al segretario: “non dimenticate di porre nettamente la

questione del disarmo...„.

Ma fummo distratti dalla voce concitata di De Ritten che usciva

velocemente dalla sua camera senza vederci, sbattendo dietro di sè la

porta. Origliammo, poi guardammo dal buco della serratura. La contessa

De Ritten, deliziosamente discinta, singhiozzava su una poltrona.

Pensammo che la Contessa De Ritten fosse di una nazionalità nemica e

che da questo derivasse il dissidio evidente che agitava la coppia.

Farle la corte —, ci sembrò l'unico modo per capire e orizzontarci.

L'amico Ricard diventava sempre più evasivo nelle sue risposte alle

nostre interrogazioni. Avevamo forse svegliato i sospetti della

comitiva.

Mentre scendevamo giù per il pranzo, un cameriere ci portò un biglietto

da visita: _Paolo Castretta, viaggiatore di commercio_ —, e sotto, a

matita: “ha l'onore di chiedere un breve colloquio„.

Lo indovinammo, a una tavola, sulla terrazza alberata: tipo

meridionale, occhi neri vivacissimi, baffetti neri. Egli sembrò non

vederci e noi, obbedendo a un istintivo piano tattico, senza guardarlo

ci sedemmo a un tavolo lontanissimo dal suo.

Nel caldo e morbido crepuscolo lilla che soffocava di dolcezza e

spegneva i profili scabri dell'isola, i volumi verdi della vegetazione

e le chiazze bianche delle ville, agonizzava il vociare dei barcaioli

della Marina Grande.

A quando a quando, tintinnio di bicchieri e brontolio di Markoff già

ubbriaco di champagne. Castretta, del quale sbirciavamo le spalle, era,

come noi, preoccupato dalla misteriosa comitiva.

Sentivamo, con profonda gioia artistica, di esser stati condotti dal

caso proprio nel centro di uno di quei viluppi di realtà illogiche,

di apparenze assurde e contradittorie, ma condotte con assoluta

naturalezza, in una di quelle zone sature di eccezionalità, il

cui studio appassiona e eccita in modo particolare i nostri intuiti

futuristi, sempre affamati di novità.

Tutti quei viaggiatori sembravano spostati in quel luogo e in quel

momento. Nondimeno, a misura che la notte di Capri scendeva a inzuppare

col suo triple extrait di chiaro lunare le eleganti forme delle

rupi sdraiate sul mare, sentivamo che la loro presenza era veramente

naturale e giustificata da ragioni indiscutibili.

Marinetti d'altra parte sentiva brutalmente discordante il tinnire

dei suoi speroni da bombardiere. Le bambagie e il liquore perlaceo

dell'atmosfera vile per troppo languore si sforzavano di spegnere sulla

sua uniforme grigioverde la fiamma dorata della bombarda e il taglio

argenteo della ferita.

Il musicista Cohn ebbe qualche colpo di tosse. Mi ricordai che Ricard

lo aveva detto tisico spedito. Tutti si alzarono parlando dell'umidità

pericolosa delle notti di Capri. Vi furono dei brevi saluti.

E noi rimanemmo silenziosi davanti all'enorme Mistero illimitato,

seducentissimo, insidioso, penetrante e sfuggente che aveva la forma

stessa del golfo notturno.

A LONDRA, A PARIGI, A ZURIGO, A TRIPOLI, ALLE CALCAGNA DI UN COMPLOTTO

IV.

Il _viaggiatore di commercio_ Paolo Castretta ci attendeva al varco nel

corridoio del primo piano. Ci supplicò di non rimandare il colloquio.

Fummo costretti a riceverlo subito.

La luce elettrica essendo soppressa a mezzanotte, tra due candele

e i violini insistenti delle zanzare, ascoltammo queste strane e

impressionanti confidenze.

— Voi sapete senza dubbio chi sono. Vi prego di aiutarmi a conservare

il mio incognito per qualche giorno ancora. Ho ricevuto da una

altissima autorità l'incarico di scoprire chi sono in realtà i

viaggiatori stranissimi giunti ieri con voi, i loro progetti e lo scopo

del loro viaggio„.

Poi con tono iroso ed eccitato, aggiunse:

— Sono cinque anni che li seguo con inaudita tenacia e abilità e debbo,

ve lo dico con dolore, confessarmi vinto! Non so ancora oggi chi sono

in realtà quelle canaglie!

— Sapete dunque che sono delle canaglie. È già qualchecosa.

— Sì, no, in realtà non potrei dirlo. Eppure voi sapete che sono stato

io a scoprire i ladri delle tre collane a Dublino. Non era facile!

Sono io che ho scoperto l'infanticida della _ottava via_ di New-York.

Ebbene, dopo cinque anni di inseguimento, questi signori sono per me,

come per voi, inspiegabili e più che mai misteriosi.

Quattro anni fa incontrai il musicista Cohn, l'ebreo tisico, in una

violentissima dimostrazione di suffragette a Trafalgar Square. Gli

parlai, conquistai la sua simpatia difendendo a pugni con lui tre

ragazze malmenate dagli studenti antisuffragisti. Fummo tutti caricati

brutalmente dai monumentali policemen a cavallo e ruzzolammo tutti,

per non essere calpestati, giù nel sottosuolo di una bottega, in un

guazzabuglio urlante di gambe femminili, di chignons scomposti e di

cappelli femminili accartocciati. Due ore dopo fingevo di dormire in un

camerone della Casa delle suffragette assediata dalla polizia, quando

Cohn, sdraiato vicino a me, chiamò a bassa voce Miss Dolly, la celebre

propagandista e le consegnò uno chèque di 100.000 lire. Capite? Voi,

forse. Io no.

Allora mi parve di intravedere in Cohn e nei suoi amici Truffard e De

Ritten degli anarchici milionari, preparatori di un largo movimento

contro l'attuale ordinamento sociale. Tanto più che qualche sera dopo

io incontrai i loro amici Werkopfen e Pietrachiara, pure ricchissimi,

in automobile in compagnia di Tzereti, il famoso dinamitardo evaso

dalle carceri siberiane.

D'altra parte sono quasi tutti dei raffinatissimi cultori d'arte.

Werkopfen, antiquario e numismatico, possiede un museo di un valore

incalcolabile in casa sua a Zurigo. Sono quasi tutti fanaticamente

appassionati di musica classica. Il giovane Pietrachiara, che ha

ereditato parecchi milioni da suo padre, viaggia con l'unico scopo

apparente di sentire dei concerti di buona musica.

So inoltre che sono azionisti di una grande società per gli scavi ad

Atene. Markoff ha fondato a Mosca un ricovero per i pittori poveri.

Credetemi. Nulla è più tragico della mia situazione. Posso dire di

conoscerli a fondo: ma è come se non li conoscessi affatto.

Se sono anarchici non sono cultori di arte. Se sono anarchici o cultori

d'arte è difficile che siano agenti jugoslavi. Poichè dovete sapere che

due anni fa li ho trovati tutti in una tumultuosa assemblea politica

di serbi, czechi, montenegrini, greci, sloveni e croati. Una cameraccia

puzzolente ed affumicata del Faubourg Saint Antoine a Parigi.

Il Conte Ladolce vi pronunciò un discorso antitaliano. Lo stesso

Ladolce, ha fondato a Roma una scuola di danze greche.

E che ne dite di quel vagabondo sospetto che chiamano Giacomo Satutto?

Passeggiava ieri l'altro per le vie di Napoli portando una gran croce

sulle spalle, in mezzo a un nugolo di scugnizzi. Lo feci arrestare. Lo

interrogai. Niente. Sempre niente.

Avete osservato il turco? L'avvocato Djamil bey? Ebbene all'inizio

della mia missione, egli mi sembrò il personaggio più importante e più

significativo. Ufficiale dell'esercito turco, comandava un battaglione

contro di noi al combattimento di Sidi Messri. È lì anzi che io ebbi

il piacere di conoscervi per la prima volta — disse rivolgendosi a

Marinetti — Voi mi avete dimenticato, ma io non dimentico nessuno.

Ero travestito da corrispondente di guerra e entrai con voi nella

villa di quel signore, Djamil bey. Mentre voi cogli ufficiali italiani

sgombravate il pianterreno dai feriti arabi, mi ricordo perfettamente,

il 26 ottobre alle dieci del mattino, nella tempesta spaccante e

fracassante della fucileria, sudato, assordato, io salivo al primo

piano, torrido come un forno, e vuotavo i cassetti di tutte le carte.

Più di duecento lettere di De Ritten, Werkopfen e degli altri suoi

amici, che ho su con me nel mio baule.

Mi sembrò anche allora di essere sull'orlo della grande scoperta.

Niente.

In quanto alla signora De Ritten credo che subisca ogni giorno

delle stupide scene di gelosia da suo marito. Mi dicono che egli sia

innamoratissimo di lei. Ma che strano tipo! Se è geloso perchè la

trascina sempre in mezzo a tanti uomini?

Ho fatto di più. Ho fatto arrestare Djamil bey, un anno fa. Fu dovuto

rilasciare entro ventiquattro ore dietro pressioni superiori.

Questi individui sono tutti protetti da personaggi potentissimi.

Per quale ragione? Non si sa. Sono sostenuti dall'alta banca. Alcuni

ostentano un certo patriottismo, ma in realtà tutti se ne infischiano

e molti non nascondono la loro avversione per la guerra.

Degli internazionalisti dunque? Eppure sono in relazioni intime

col Vaticano, parlano con disprezzo del popolo, vantano lo spirito

d'autorità e d'ordine germanico e arricciano il naso schifiltosamente

alla parola _rivoluzione_.

A proposito, voi forse ignorate che vi sono ferocemente nemici.

Pietrachiara ha più volte fatto delle ridicole pressioni su un noto

deputato clericale suo cugino perchè facesse una interpellanza alla

Camera contro le manifestazioni futuriste al Costanzi.

Questa riunione di gente sospetta se era già equivoca in tempo di pace

è divenuta veramente pericolosa da che siamo in guerra. Conto quindi

sul vostro patriottismo perchè mi aiutiate in questa partita difficile,

ma non perduta ancora. Ho visto che conoscete bene Ricard. Lo credo un

buon filo conduttore„.

UN BACIO NOTTURNO CHE NON SPIEGA NULLA

V.

Castretta ci lasciò alle due. L'atmosfera quasi tropicale e le zanzare

ci impedivano di coricarci.

Dal balcone aperto non entrava che calore, voluminoso e soffocante

calore di vegetazione esuberante e di vigne mostruose, calore

concentrato dei vini rossi e fantasiosi, calore delle larghe stelle

scoppiate di calore sul mare spasimante in calore.

Si respirava male come imbavagliati da due belle mani femminili.

Inquietudine lussuriosa. Palpito lontanissimo dei lontanissimi rimbombi

del fronte quasi dimenticato. Notte schifosamente neutrale e pacifista

fatta per l'animale che striscia, il pancione che russa, la donna che

beve l'amore da tutti i pori.

Terrore soave di tutte le rinuncie e di lutti gli abbandoni. Avevamo

il cervello in fiamme e una lucidità insufficiente per il problema da

risolvere.

Una voce febbrile di donna che partiva dal balcone vicino al nostro

attirò la nostra attenzione.

— Paul, Paul, mon chéri, ne t'en va pas, reste ici, je t'en supplie.

Poi, un rumore di porta sbattuta e dei passi veloci nel corridoio.

Origliammo un istante.

De Ritten scendeva le scale, traversava la terrazza alberata e si

allontanava sulla strada.

Concertammo rapidamente un piano strategico. Bruno Corra si slanciò

giù per seguire, sorvegliare e interrogare possibilmente il marito;

Marinetti si assunse l'incarico di avvicinare la signora De Ritten che

era rimasta nella sua camera buia con la porta semiaperta.

Tutto era calmo nell'albergo. Cautamente, preannunciandosi con un po'

di rumore Marinetti entrò.

— Scusate, scusate, Signora, ho sentito un vostro grido, ho pensato

che soffrivate o che avevate bisogno di qualcuno. Volete che chiami la

cameriera?

— No, grazie, signor Marinetti, non ho bisogno, non chiamate nessuno.

Mio Dio! Che scandalo!

Si teneva faticosamente in piedi reggendosi alla spalliera di una

poltrona e si sentivano stridere le sue belle unghie che ne laceravano

la stoffa. Senza vederla si sentiva la sua bellezza seminuda: la

vestaglia aperta le era scivolata giù un po' dalle spalle. Aveva la

voce rauca, di lagrime.

— Quelle angoisse affreuse! Je sens que je deviens folle. Vi conosco

troppo poco, signore, non posso dirvi nulla, ma soffro spaventosamente.

Grazie, grazie, siete molto gentile.....

E scoppiò in singhiozzi.

— Ma cosa è successo? Parlate. Vi darò un consiglio.

— Non è possibile! sono perduta! tutta la mia felicità è perduta! non

mi ama più, lo sento, mio marito non mi ama più! se sapeste con quale

crudeltà raffinata, insistente, feroce, mi ha parlato!

Tutte, tutte le cattiverie più sottili! E io non ho avuto per lui che

tenerezza, tenerezza, tenerezza senza fine!

— Vostro marito è geloso di voi e della vostra bellezza — disse

Marinetti scandendo le parole, mentre la sorreggeva delicatamente con

un braccio, attirandola verso il balcone.

— Geloso!? Non è possibile, non credo, macchè! Pazzo! È pazzo! È

cattivo! Volete sapere? Mio marito in certi momenti ha dei pensieri

e dei propositi da delinquente! Sì, _delinquente_ è la parola. Mi ha

battuta, capite? quel vigliacco! Mi ha battuta sul viso. Sentite come

mi scottano le guance! Che dolore di testa! Ma voi non direte nulla, ve

ne prego! Siete un gentiluomo. M'ispirate una grande fiducia.

— Non temete, parlatemi, confidatevi, sarò per voi un amico, lo sono

già, provo per voi una profonda simpatia. Siete così dolce, così

intelligente, così distinta, così divinamente bella! Non piangete, ve

ne supplico! Non sciupate i vostri begli occhi! Dimenticate, tutto si

rimetterà a posto, vostro marito diventerà buono per voi.

Si trovarono appoggiati alla balaustra del balcone, nel buio, oppressi

dalle masse di fogliame che ci s'incurvavano davanti. Fiutavano il mare

senza vederlo, flebile, frusciante e odoroso. Sussurri infiniti, lieve

odor di vaniglia e di rose.

Era quella la parte assolutamente buia dell'isola. Si vedeva lontano

l'altra parte rocciosa brillare di felicità poichè la luna la fasciava

carnalmente di un tremulo candore beato.

— Sento che non siete felice! Eppure lo meritate, mai creatura al mondo

ha meritato come voi una piena, assoluta felicità.

— No, no, siate buono! Sono così stanca, triste e sfinita! Non mi reggo

più! Ho la testa vuota. Ho uno strano terrore nelle vene.

— Non abbiate paura, sono qui, vi difenderò, vi consiglierò, sono

il vostro amico, il vostro migliore amico; ho per voi più che

dell'amicizia: un affetto, una tenerezza; perdonatemi, è così dolce

di respirare vicino a voi, ora non sono più padrone del mio cuore, nè

dei miei nervi, non sono più padrone delle mie mani che sono felici,

felici di sfiorare il vostro dolce viso. Siete un prodigio di bellezza

e di fascino, siete voi che create miracolosamente questa dolcissima

notte, questo paradiso di mare, di profumi, di luna. Mi piacete tanto!

_tanto!_ Mi piaci, mi piaci! Non pensare a nulla, dammi la tua bocca!

così... così...„.

Il bacio fu lungo, incosciente, smarrito, inaspettato, illogico,

sublime, sceso dalla luna, venuto dal mare, dal buio, dalle stelle.

Bacio imposto ed accolto quasi senza volerlo: bevuto con sete infinita.

I preti cristiani lo condannerebbero a tutti gli inferni, come un bacio

diabolico. Dei chimici strangolati dal positivismo lo definirebbero

un precipitato di iodio, di bromo, di sale, di resina e d'alcool di

grappoli maturi. Pura, inebriante essenza del golfo notturno bevuta

subendo le forze della voluttà terrestre.

Si sentirono dei passi affrettati nella terrazza sotto il balcone e

Marinetti ebbe appena il tempo di uscire e di raggiungere la sua camera

senza esser veduto da De Ritten che rientrava.

Bruno Corra lo aveva seguito su su per un sentiero che conduceva ad

una roccia a picco sul mare. Dall'alto di questa roccia l'equivoco

personaggio dopo avere cautamente esplorato i dintorni aveva fatto a

più riprese col fazzoletto degli strani segnali verso il mare appena

rischiarato dai primi albori e verso una villa bianca che si affacciava

sulla strada di Anacapri.

LA GROTTA DEL BOVE MARINO

VI.

Castretta bussò alla nostra porta alle sette del mattino. Intanto

dal balcone aperto ci giungeva questo dialogo tra Werkopfen e dei

barcaioli.

— Ho bisogno di venti barche alla Marina grande per andare a visitare

tutte le grotte di Capri.

— Venti barche! Non è possibile, è difficile, signore! Ci vuol molto

denaro...!

— Voglio venti barche, assolutamente. Qual'è il prezzo?

Scendemmo rapidamente con Castretta, preoccupati di partecipare ad ogni

costo alla gita che intuimmo finalmente rivelatrice.

Un'ora dopo la partenza della comitiva attirava molti curiosi sulla

banchina della Marina Grande. Essa era sbalorditivamente aumentata.

Circa un'ottantina di persone. Tra le quali degli strani tipi di

lottatori, giganteschi e muscolosi, un vecchio signore semiparalitico

elegantissimo, un giapponese e un negro panciuto dal grugno ripugnante.

Nella confusione la nostra presenza fu poco notata. Invitammo nella

nostra barca Pietrachiara e il conte Ladolce. Questi era un giovane

alto, delicato, un po' cascante: bella pecora aristocratica dal profilo

borbonico con voce flebile.

Si sedettero a prua mentre noi ci sedemmo con Castretta a poppa. Il

mare era calmo ma non calmissimo. Mare inquieto che pregusta l'alcool

delirante della burrasca con una quiete sorniona e qualche sbuffo di

vento, sotto un cielo velato di calore.

Avevamo due buoni barcaioli. Cosicchè sorpassammo le altre barche e

giungemmo con le prime alla grotta del _Bue marino_. Pietrachiara disse

con mille moine guizzanti:

— È stata veramente un'idea geniale quella del caro Werkopfen. Credo

che dato il caldo soffocante, non vi sia sito più adatto a discutere di

cose serie di una grotta nel mare. Chissà che grotta sceglieremo?! Io

preferisco l'azzurra: è più carina. La vedrete. Un silenzio! Sembra di

essere diventati piccini piccini dentro una delle belle pietre preziose

del Conte Ladolce. Se ci mettessimo in costume da bagno? Che ne dici

Ladolce!

Si svestirono. Avevano già, sotto, un elegante costume da bagno rosa

pallido.

Curvi nella barca entrammo nella grotta del _Bue marino_. Ci colpì

brutalmente un muggito rombante e feroce d'acque incatenate e

rivoltose. Boati irritatissimi. Sputi, schiaffi, rutti e singhiozzi.

Masse su masse d'acqua spaccate, flaccide, rotte nei budelli delle

rocce.

— Dio che brutta grotta! Che rumori! Disse Pietrachiara serrandosi al

Conte Ladolce.

— Ho paura, ho paura, andiamo via! M'hanno detto che in fondo, sulla

piccola spiaggia, hanno trovato una gran foca cattiva che mangiò dieci

marinai. Ruggiva come una belva quando l'hanno catturata. Ci volle un

rimorchiatore per portarla a terra.

Nell'uscite dalla grotta la nostra barca si trovò in mezzo alla

fiera acquatica, multicolore e chiassosa di tutte le altre, fra il

gesticolare dei marinai e uno scambio chiacchierino di saluti cortesi

e leziosi.

— Bonjour, Paul.

— Mes hommages! N'entrez pas dans la grotte: elle est trop sombre, vous

auriez peur.

— Bonjour, Rudolf.

Benali che si svestiva in piedi in barca glorificava ad alta voce

l'eleganza di Pietrachiara e di Ladolce.

— Che squisitezza di tinta! Che bel taglio! Un gusto veramente

parigino! Pietrachiara, sai che Werkopfen te lo invidia il tuo

costumino? È troppo grasso per permettersi queste delicatezze. Figurati

Markoff! Vedrai il suo costume lilla. Tutto grasso biondo in lilla! Ci

divertiremo!

Pietrachiara interruppe:

— Taci, non è l'ora di scherzare. Siamo riuniti per una cosa molto

seria.

I gridi, i lazzi, le smorfie, i piccoli gesti di terrore, sotto gli

spruzzi d'acqua, si mescolavano alla forte loquacità dei risucchi nei

buchi delle rocce a picco.

Navigavamo sotto l'altissima _Muraglia di Tiberio_. Dopo la Punta

Fucile passammo tra lo Scoglio della Ricotta e una spiaggia tutta

ingombra di enormi massi crollati giù dall'alto che simulavano una

battaglia di colossali testuggini spaventose.

Il mare s'increspa. Moti convulsi delle piccole onde. Punta Capo.

La bianchissima villa De Fersen domina il golfo. A sinistra la Punta

Campanella.

Mentre passiamo tra lo Scoglio Longa e l'isola di Capri, Castretta

si volta all'indietro, ci mostra una lontana barca che cerca di

raggiungere le nostre e mormora:

— La signora De Ritten è in quella barca!... Insegue il marito.

Evidentemente ne è molto innamorata.

A prua, Pietrachiara e Ladolce, tutti rosei, non sentono, occupati a

discorrere sommessamente tra loro. Beccheggiamo lievemente sull'indaco

prezioso del mare che si spezza quà e là. Il vento gonfia le gote delle

vele lontane. Entriamo rapidamente nel mediterraneo vero, mare sempre

più massiccio, duro, volontario, violento, a blocchi turbolenti, sotto

altissimi muraglioni a picco. La barca di Truffard è in testa: vi si

distingue il profilo di Giacomo Satutto.

Non si sente più il vociare delle barche sparse, variopinte e

gesticolanti, nel rumore crescente delle onde che sciacquano e

risciacquano le zanne dell'isola con sempre più fragorosi ciaac, ciaac,

plumb, pluuumb, sciaaaa, ciaff, gott gott, glu.

— Prima della guerra — dice il nostro barcaiolo — avevamo quarantamila

visitatori tedeschi all'anno e quindicimila di altre nazioni. Quella

piccola grotta si chiama la Grotta dei Polpi. Le barche vengono sotto

a ripararsi dalla pioggia.

Mare a grossi mucchi d'indaco con punte d'argento balzanti. Mare

appassionato, pieno di disordini lirici, tutto a sega, a treccie, a

vulcanelli. Le barche si raggruppavano a poco a poco, rasentando le

rocce per evitare il vento largo che aumentava. Il dèmone goffo e

barocco del mal di mare imminente, impose il silenzio ai naviganti

allegri.

I marinai raddoppiando il loro sforzo sui remi annunziarono:

— Ecco la Grotta bianca, tutta a stalattiti. Da quel cancello si sale

al primo piano della grotta: ma i russi hanno portato via quasi tutte

le stalattiti.

Pietrachiara rispose al marinaio con uno, due, tre, quattro urti di

vomito.

Che disgrazia! Son tutto sudicio! Povero me! mi sento male!

Bisognerebbe accostare!

Markoff lo imitò nella barca vicina. Davanti a noi Truffard

abbiosciato, enorme, fece altrettanto. A destra e a sinistra De

Ritten, Cohn, il roseo Ladolce, ripresero il motivo di urti e di

scoppi rovesciandosi come grondaie fuori dalle barche. Bruno Corra e

Marinetti, vecchi amici del mare, fungevano da ammiragli dirigendo la

navigazione senza vomitare.

Squilibrio dei pesi a poppa e a prua. I marinai remavano male contro il

mare insolente, irritato, sghignazzante, lacerato da risate sarcastiche

di schiuma gasosa. Scoglio del Monacone. I tre Faraglioni. I soldati

che sorvegliano il rifornimento dei sottomarini a Sito Dragara,

ridevano. Non era il caso di irritarsi. Concentrazione di ogni pensiero

sul proprio stomaco da frenare. Resistere ad ogni costo. Lentezza

infinita del tempo.

— Che brutta idea ha avuto Werkopfen! — piagnucolò Pietrachiara.

Comprendo il caldo da evitare: ma avrebbe dovuto distribuire ai

Congressisti delle pillole contro il mal di mare.

Passavamo tra il grosso Faraglione attaccato a terra e i due Scogli

Faraglioni alti duecento metri, prepotenti, invincibili e pieni

di solitudine selvaggia. Il mare era diventato violentissimo e

pericoloso quando entrammo nella famosa Grotta Verde. Ci si passa

sotto e attraverso come in una galleria. Grande teatro rumorosissimo

dal mobile pavimento di smeraldi impazziti. A destra e a sinistra

palchi, baignoires e balconate, dove s'affollano, stridono, fischiano,

applaudono, urlano, gesticolano, cazzottano, schiamazzano, sputano

e fumano tutte le onde di lusso, vestite di schiume elegantissime.

Sembrava proprio una serata futurista.

Bruno Corra, seriamente, propose:

— Ecco un luogo adatto per il vostro Congresso. Massimo silenzio,

massima attenzione.

Pietrachiara, rovesciato sul fondo della barca, le mani giunte, con una

voce da vitellino morente, gridò: Nooooo! noooo noooo!

Il corteo carnevalesco era trasformato in un quasi-funerale. Le barche

seguivano ora il busto femminilmente rientrante dell'isola coricata. Un

grosso buco di roccia spruzzò come un sifone contro Ladolce.

Passiamo in fila davanti a Punta Carena, Fortino Don Peppe, Fortino

Don Paolo, Fortino della Guardia. Davanti alla bellissima Punta Ciuk

Camillo, rivestita di ulivi e irta di cactus, le pancie voluminose e

irruenti del mare minacciano un vero naufragio.

I marinai bestemmiano preoccupati. Onde a gnocchi enormi, convulsi,

biancastri. Affollamento di schiume sibilanti, ironiche, contro gli

ombelichi feriti delle rocce.

Ma duecento metri dopo il mare s'acquieta e vi nasce il profilo

tranquillo, impassibile del Vesuvio e la Punta Campanella. Tutti si

rialzano, a poco a poco. Sorrisi e chiacchierii nel sole svelato. Czi

czi cicici di cicale sul pendio della riva. Pfoo, pfoo, pfaaaa, pfaa

dell'acqua nei buchi.

Siamo sotto la nicchia vuota della Madonna che benedice l'entrata della

Grotta Azzurra.

Il mare invernale ha succhiato la statua, vuotando la nicchia come

un'ostrica.

IL CONGRESSO

VII.

Quando penetrammo nella Grotta Azzurra essa era già quasi piena di

barche, tutta rimbombante dei gridi dei barcaioli che per trovar

posto rimescolavano brutalmente coi remi delle stupefacenti masse di

turchesi. Subito Pietrachiara si mise a gridare;

— Il Presidente! bisogna nominare il presidente!

Poi, voltandosi a noi, con piccoli scatti freddolosi:

— Dio che gioia! Come mi diverto! Che bella grotta! Il cielo furbone fa

capolino sotto le rocce. Voglio ascoltare i discorsi nell'acqua. Voglio

fare un tuffo. Ma ho paura delle piovre. Dio quante bestie ci devono

essere in quell'acqua! Serpenti di mare, polpi, granchi.

— Il Presidente! Il Presidente!

— Nominiamo il Presidente!

— Werkopfen è il più indicato.

— Truffard è il più serio.

Pietrachiara, nel suo costumino roseo pieno di riflessi viola, urlò con

tanta insistenza e con una voce così acuta che attirò l'attenzione di

tutti e ottenne il silenzio:

— Cari amici, non dimentichiamo, in questa ora solenne, che noi siamo

i più puri rappresentanti dell'antica Grecia....

— Bravoooo!!!

Castretta, che prendeva in fretta qualche nota, ci disse a mezza voce

con tono serio:

— Sentite? La Grecia.... L'assemblea discuterà certamente del futuro

assetto balcanico e della questione jugoslava....

Pietrachiara continuava:

— Siamo figli dell'Ellesponto divino e come tali dobbiamo abborrire

tutto ciò che il mondo moderno meccanico ci ha portato di laido, di

stupidamente veloce, di pratico, e di volgare. Distinzione, eleganza

e bellezza: ecco i nostri motti! Il nostro presidente non può essere

altri che il più bello di noi. Propongo dunque di dare la presidenza a

colui che è indiscutibilmente il più bello: Paul De Ritten.

— Beneee! Bravooo! De Ritten presidente! All'unanimità! All'unanimità!

Altre barche entravano. Cozzar di remi. Alterchi dei barcaioli. Nelle

barche azzurre molti congressisti si svestivano e i variopinti costumi

da bagno, lilla, mauves, scarlatti, vibravano nella danza frenetica dei

riflessi azzurri.

Si fece largo intorno alla barca di De Ritten che alto, snello, in

un attillato costume da bagno color granata con una molle cintura di

velluto nero, sembrava un toreador dalle braccia troppo delicate.

— Ringrazio il mio delizioso amico Pietrachiara e apro senz'altro la

discussione dando la parola a Werkopfen.

Pietrachiara che intanto aveva preso fuori dalla sua valigia un

sacchetto di gomma, lo stava gonfiando con una pompa da bicicletta.

Sotto gli sguardi esterrefatti di Castretta, che ora non prendeva più

note, quell'oggetto si trasformò a poco a poco in una bella bambola.

Pietrachiara la mise seduta accanto a lui, dicendole:

— Tu vas être bien sage, pour ne pas déranger les orateurs. Il ne faut

pas faire pipi dans la barque,...

Poi si mise a guaire:

— Sì, Werkopfen, parli Werkopfen, Pomponnette, chiamiamoci tutti coi

nostri veri nomi, è tempo di finirla con queste finzioni....

Werkopfen Pomponnette si alzò pesantemente con la sua ballante pancia

imbrigliata da un costume lilla troppo stretto. Soffiava asmaticamente

nel caldo aumentante della grotta diventata una specie di bagno turco.

Il belletto gli colava giù per le grasse gote cascanti. Ma gli occhi

azzurri erano intelligentissimi sotto le palpebre sciupate.

Pietrachiara spiegava a Castretta le qualità e i meriti dei diversi

oratori. Gli annunciò che Werkopfen godeva di una grande autorità per

la sua esperienza politica e le sue grandi aderenze internazionali.

Poi, gridò:

— Ti permettiamo di parlare seduto, Pomponnette.

Werkopfen, seduto a poppa della sua barca cominciò con un getto lento

e largo di oratore provetto.

— Prima di trattare le questioni importantissime della pace necessaria,

del disarmo universale, della lega delle intelligenze pure, della

musica pacificatrice, della Santa lentezza e della nostra unica

regina: la Bellezza, credo necessario risolvere altri problemi meno

importanti ma pieni di insidie e urgenti. Parlo dei problemi del sonno

e dell'amore a Capri. La nostra isola sacra è infestata dalle zanzare,

cotta da un sole tropicale. Non è assolutamente possibile dormire nè

amare sotto una zanzariera.

Cohn, detto Frou-frou, magro e sbilenco, con grossi occhi bleu

miopissimi e poveri peli biondicci qua e là disse con voce di capretto:

— Pomponnette non può dormire sotto una zanzariera perchè ha un'amante

troppo grassa.

— Taci, spudorato... gridò Pietrachiara. — Frou-frou è un invidioso.

Non sa che fare interpellanze.

Pomponnette riprese:

— Bisogna dunque che la graziosa assemblea liberi l'isola dell'amore

dalle zanzare e dal caldo eccessivo. Non dimentichiamo le mosche,

troppo feconde, porcaccione e interventiste. Dopo una giornata passata

sotto le mazze accanite di quell'implacabile bruto che si chiama il

sole, le zanzare vengono a guastarci coi loro violini scordati le molli

carezze della luna.

— Ce sont les arbres qui attirent les mouches et les moustiques. Il

faudrait raser toute l'île de Capri.

— Ton discours a déjà rasé tout le monde!....

— Taci, insolente!

— Propongo di piantare a Capri dei colossali ventilatori per aerare le

notti afose d'estate. Nominiamo una commissione tecnica che discuta e

deliberi in proposito.

— Assurdo. Le macchine vanno abolite! domando la parola! — gridò

Pietrachiara.

No! Si! No! Silenzio! Frastuono infernale. Intervenne De Ritten che

diede la parola a Pietrachiara.

— Ben lungi dall'approvare la proposta di Werkopfen Pomponnette, io

invito l'assemblea a infliggergli un voto di biasimo.

La sua proposta è schifosamente rivoluzionaria e futurista. Non

vogliamo nulla di moderno! Nulla che sappia di carbone, di olio grasso

e di benzina!

— Bravoooo!....

— Noi dobbiamo bandire una crociata contro la luce elettrica e contro

la velocità dei treni. Abbasso le biciclette, le motociclette e gli

automobili che deformano la divina bellezza degli uomini. In quanto

al perfezionamento e raffinamento delle notti di Capri vi comunico una

mia idea che credo geniale. Organizziamo dei grandi concerti notturni

all'aria aperta. Il divino Toscanini prenderà senza dubbio questa

nobile iniziativa.

Bisogna formare tre grandi orchestre complete che, nascoste nelle vigne

verdi e folte di Capri, sotto la strada di Anacapri e della Marina

Grande, culleranno morbidamente i nostri corpi illanguiditi dal sonno.

Si potrebbe variando ogni notte di sonata o di sinfonia eseguire tutta

la musica dell'immortale Beethoven e del sovrumano Bach.

Ma date le questioni urgentissime di politica internazionale che

dobbiamo risolvere, domando alla graziosa assemblea di rimandare alla

prossima seduta questo grande problema delle notti musicali.

Propongo di mandare oggi dei telegrammi di fervida solidarietà ai

nostri illustri amici Romain Rolland, Benedetto Croce, Giacomo Boni e

Toscanini.

— Bene! Bene! Bene! Approvatooo all'unanimità!

— (continuando) credo doveroso e opportuno affidarne la compilazione al

nostro caro presidente la cui squisita verve poetica è sempre ispirata.

De Ritten si alza e ravviandosi indolentemente i capelli biondi colle

lunghe dita affusolate detta con voce lirica:

_a ROMAIN ROLLAND_

_A voi che sapete pesare filosoficamente sullo stomaco avariato dei

nostri contemporanei coi vostri poderosi romanzi pietre miliari del

lungo cammino dei secoli. Osanna!_

— Beneeeeee!

firmato: _Il Congresso Rosa_

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

_a BENEDETTO CROCE_

_Al filosofo tanto alto che non ha visto la Conflagrazione Universale

Floreat!_

— Beneeeeee!

firmato: _Il Congresso Rosa_

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

_a GIACOMO BONI_

_A voi che dimenticando il nefando carnaio dissotterrate il delizioso

passato che dell'odioso presente ci consola. Ave!_

— Beneeeeee!

firmato: _Il Congresso Rosa_

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

_ad ARTURO TOSCANINI_

_Al Divino Arpeggiatore dei nostri nervi delicatissimi che spasimano

con lui. Salve!_

— Beneeeee! Bravoooooo!

Tutti i congressisti bagnanti applaudono anguillando rossi, azzurri,

viola. La Grotta Azzurra sembra un vivaio di pesci frenetici.

Dissonanza futurista: l'uniforme grigioverde di Marinetti colla

bombarda d'oro sgargiante al braccio urla schiantando l'atmosfera molle

umida e vigliacca.

Intanto Cohn sporgendosi dalla sua barca che urtava quella di

Pietrachiara belava inacidendo la sua ridicola vocetta caprina:

— La paroola! Domando la paroola! Perchè non mi dànno la paroola! Che

brutti schiamazzi! Non c'è ordine in questa assemblea! Tutti urlano con

delle vociacce! Nessuno mi ascolta!

La gioia di Pietrachiara divenne frenetica. Batteva i piedi e le

mani, si dimenava urlando con la sua voce acutissima, con le mani a

portavoce:

— Siii! Date la parola a Cohooon! Cohn Frou-Frou vuol parlaaaare!

Silenzioooo!

Ladolce, mollemente sdraiato, con indolenza regale, cercava di

trattenere Pietrachiara, dicendogli:

— Via, non insistere! Perchè lo incoraggi a parlare, se non sa parlare?

Ci farà perder tempo e dirà delle sciocchezze.

— Precisamente per questo lo incoraggio a parlare! Perchè è un

cretinooo! Ci dirà tante sciocchezze! Che gioia! Sarà lo zimbello di

tutta l'assemblea!

Cohn Frou-frou parlò:

— Propongo di scegliere Taormina invece di Capri per la prossima

assemblea! Il teatro greco di Taormina!

— Nooo! Nooo! Nooo! Che stupidaggine! Che cretino!

— Non è cretino! È interessato! L'ebreaccio! Cohn Frou-frou è azionista

degli alberghi di Taormina! Abbasso Cohn-Frou-frou!

Intervenne il Presidente De Ritten:

— Credo opportuno metter da parte tutte le graziose questioni e i

piccoli problemucci che la vezzosa assemblea ha, più che sfiorato,

già sufficientemente accarezzato. So il ribrezzo e la nausea che

assale ognuno di noi quando si parla dell'odiata guerra, dell'infame

popolaccio interventista! Ma, turandoci le nari, dobbiamo entrare

nella cloaca della conflagrazione perchè le nostre autorevoli e sottili

intelligenze trovino e impongano finalmente una pace pulita ai popoli

che diguazzano in tanta sporcizia sanguinosa.

L'isola dei baci: Romanzo erotico-sociale · 第 1 / 3 段