CAPITOLO XLVI.

_Rivoluzioni di Persia dopo la morte di Cosroe o Nushirvan. Il

tiranno Ormuz, suo figlio, è deposto. Usurpazione di Bahram.

Fuga e restaurazione di Cosroe II: sua gratitudine verso i

Romani. Il Cacano degli Avari. Ribellione dell'esercito contro

Maurizio: sua morte. Tirannia di Foca. Esaltamento di Eraclio.

Guerra Persiana. Cosroe soggioga la Siria, l'Egitto e l'Asia

Minore. Assedio di Costantinopoli fatto da' Persiani e dagli

Avari. Spedizioni Persiane. Vittorie e trionfo di Eraclio._

Il conflitto tra Roma e la Persia s'era prolungato dalla morte di Crasso

fino al regno di Eraclio. Una sperienza di settecento anni potea

convincere le nazioni rivali dell'impossibilità in cui erano di

mantenere le loro conquiste al di là de' fatali termini del Tigri e

dell'Eufrate. Eppure i trofei di Alessandro destarono l'emulazione di

Traiano e di Giuliano; ed i sovrani della Persia nudrivano l'ambiziosa

speranza di ristabilire l'impero di Ciro[480]. Tali straordinarj sforzi

della potenza e del coraggio sempre riscuotono l'attenzione della

posterità; ma gli eventi che materialmente non cangiano il destino delle

nazioni, lasciano una debole impronta sulla pagina dell'istoria, e la

pazienza del lettore si stanca nel sentire a ripetere le stesse

ostilità, intraprese senza cagione, proseguite senza gloria, e terminate

senza effetto. Le arti della trattativa, sconosciute alla semplice

grandezza del Senato e de' Cesari, venivano assiduamente coltivate dai

Principi bizantini: e le relazioni delle perpetue loro ambascerie[481]

ripetono, colla stessa uniforme prolissità, il linguaggio della fallacia

e della declamazione, l'insolenza de' Barbari, e la servile natura de'

tributarj Greci. Deplorando la nuda superfluità de' materiali, io mi

sono studiato di compendiare il racconto di queste pratiche poco

importanti. Ma il giusto Nushirvan è tuttora applaudito come il modello

dei Re Orientali, e l'ambizione del suo nipote Cosroe ha preparato la

rivoluzione dell'Oriente, che tosto dopo venne operata dalle armi e

dalla religione de' successori di Maometto.

[A. D. 570]

Nelle inutili altercazioni che precedono e giustificano le contese de'

Principi, i Greci ed i Barbari si accusarono a vicenda di aver infranto

la pace ch'era stata conchiusa tra i due Imperi, circa quattr'anni prima

della morte di Giustiniano. Il Sovrano della Persia e dell'India

aspirava a ridurre nella sua obbedienza la provincia d'Yemen ossia

l'Arabia Felice[482], la lontana terra della mirra e dell'incenso,

ch'era sfuggita anzi che avesse resistito, ai conquistatori

dell'Oriente. Dopo la disfatta di Abrahah sotto le mura della Mecca, la

discordia de' suoi figli e fratelli aperse un facile ingresso ai

Persiani. Questi cacciarono gli stranieri dell'Abissinia oltre il Mar

Rosso; ed un Principe natio, discendente dagli antichi Omeriti, fu

riposto sul trono, come vassallo o vicerè del gran Nushirvan[483]. Ma il

nipote di Giustiniano dichiarò la risoluzione in cui era di vendicare

gli oltraggi del suo alleato cristiano il principe dell'Abissinia,

togliendo con ciò un decente pretesto per non più pagare l'annuo tributo

che meschinamente travisavasi sotto il nome di pensione. Le chiese della

Persarmenia erano oppresse dallo spirito intollerante dei Magi;

secretamente esse invocavano il protettore de' Cristiani, ed i ribelli,

dopo la pia uccisione de' loro satrapi, erano riguardati e sostenuti

come i fratelli od i sudditi dell'Imperatore Romano. Le lagnanze di

Nushirvan non trovarono ascolto presso la Corte di Bisanzio; Giustino

cedette all'importunità de' Turchi, i quali offrivano di collegarsi

contro il comune inimico; e la monarchia Persiana fu minacciata ad un

tempo stesso dalle forze riunite dell'Europa, dell'Etiopia e della

Scizia. Il Sovrano dell'Oriente, giunto all'età di ottant'anni, avrebbe

forse prescelto di gioire pacificamente la sua gloria e grandezza: ma

appena egli vide che inevitabil era divenuta la guerra, scese in campo

colla vivacità di un giovine, nel tempo che l'aggressore tremava nel

palazzo di Costantinopoli. Nushirvan, o Cosroe, condusse in persona

l'assedio di Dara; e sebbene questa importante fortezza si fosse

lasciata sfornita di truppe e di magazzini, tuttavia il valore de'

cittadini fece fronte per più di cinque mesi agli arcieri, agli elefanti

ed alle macchine militari del Gran Re. In quel mezzo, il suo generale

Adarman mosse da Babilonia, valicò il deserto, passò l'Eufrate, insultò

i sobborghi di Antiochia, ridusse in cenere la città di Apamea, e depose

le spoglie della Siria al piè del suo Signore, la cui perseveranza nel

cuor del verno rovesciò finalmente il baluardo dell'Oriente. Ma queste

perdite che sbigottirono le Province e la Corte, produssero un salutare

effetto col cagionare il pentimento e l'abdicazione dell'Imperatore

Giustino. Da un nuovo spirito furono animati i Bizantini consiglj, e la

prudenza di Tiberio ottenne una tregua di tre anni. Si spese questo

opportuno intervallo nei preparativi di guerra; e si fece spargere il

grido che dalle distanti contrade delle Alpi e del Reno, dalla Scizia,

dalla Mesia, dalla Pannonia, dall'Illirico e dall'Isauria, la forza

della cavalleria Imperiale veniva rinforzata di cento e cinquantamila

soldati. Ciò nonostante il Re di Persia, o impavido o incredulo,

deliberò di prevenire l'assalto del nemico. Egli passò l'Eufrate, e

licenziando gli ambasciatori di Tiberio, arrogantemente ad essi comandò

di aspettare il suo arrivo in Cesarea, metropoli delle province della

Cappadocia. I due eserciti si scontrarono nella battaglia di Melitene: i

Barbari, che oscuravano l'aere con un nembo di frecce, prolungarono la

linea ed estesero le corna loro nella pianura; mentre i Romani, serrati

in profondi e solidi corpi, aspettavano di aver il vantaggio

nell'azzuffamento più da vicino, mediante il peso delle spade e delle

aste loro. Un capitano Scita, che comandava l'ala destra,

improvvisamente voltò il fianco dell'inimico, ne attaccò la retroguardia

al cospetto di Cosroe, penetrò nel mezzo del campo, saccheggiò il

padiglione reale, profanò il fuoco eterno, caricò una fila di cammelli

colle spoglie dell'Asia, si aperse a viva forza la strada a traverso

l'oste Persiana, e ritornò, intuonando cantici di vittoria, a' suoi

amici che consumato aveano il giorno in singolari conflitti od in

piccioli abbattimenti di nessun rilievo. L'oscurità della notte, e la

separazione dei Romani porsero al monarca Persiano l'opportunità della

vendetta; egli piombò impetuosamente sopra uno de' loro campi che prese

d'assalto. Ma l'esame delle sue perdite, e la consapevolezza del suo

pericolo, trassero Cosroe ad una pronta ritirata; egli arse, passando,

la vuota città di Melitene; e, senza consultare la salvezza delle sue

truppe, arditamente valicò l'Eufrate a nuoto sul dorso di un elefante.

Dopo questa sventurata campagna, la mancanza di magazzini, e forse

qualche incursione de' Turchi, obbligarono il Re a sbandare e dividere

le sue forze; i Romani rimasero padroni del campo, ed il loro generale

Giustiniano, movendo a soccorso de' ribelli Persarmeni, piantò il suo

stendardo sulle rive dell'Arasse. Il gran Pompeo aveva anticamente fatto

alto in distanza di tre giorni di marcia dal mar Caspio[484]; una flotta

nemica[485] esplorò per la prima volta quel mare circondato da terre; e

settantamila prigionieri furono trapiantati dall'Ircania nell'isola di

Cipro. Al tornare della primavera, Giustiniano discese nelle fertili

pianure dell'Assiria; l'incendio della guerra avvicinossi alla residenza

di Nushirvan; il corrucciato monarca precipitò nella tomba, e l'ultimo

suo editto inibì ai suoi successori di esporre la loro persona in una

battaglia contro i Romani. Tuttavia la memoria di questo passeggiero

affronto si smarrì fra le glorie di un lungo regno, ed i formidabili

suoi nemici, poscia che si furono pasciuti de' sogni della conquista,

chiesero nuovamente di respirare per qualche tempo dalle calamità della

guerra[486].

Il trono di Cosroe Nushirvan fu occupato da Ormuz o Ormisda, il

primogenito o il prediletto de' suoi figliuoli. Insieme co' regni della

Persia e dell'India, egli ereditò la fama e l'esempio del padre, il

servizio, in ogni grado, de' valenti e sperimentati uffiziali di esso,

ed un sistema generale di amministrazione, che il tempo e l'accorgimento

politico aveano posto in armonia per promuovere la felicità del Principe

e del Popolo. Ma il garzone reale gioì un benefizio anche più prezioso,

nell'amicizia di un savio che avea presieduto alla sua educazione, e che

sempre anteponeva l'onore all'interesse del suo pupillo, il suo

interesse alla sua inclinazione. In una disputa coi filosofi Greci ed

Indiani, Buzurg[487] avea una volta sostenuto che la più grave sventura

della vita è la vecchiezza scevra delle ricordanze della virtù; e ci

giova credere che lo stesso principio lo abbia mosso, per tre anni, a

dirigere i consiglj dell'Impero Persiano. Ricompensato fu il suo zelo

dalla gratitudine e docilità di Ormuz, il quale confessò di essere

maggiormente tenuto al precettore che al padre; ma quando l'età e la

fatica ebbero infiacchito le forze e forse le facoltà di questo prudente

consigliere, egli si ritirò dalla Corte, ed abbandonò il giovine monarca

alla proprie passioni ed a quelle de' suoi favoriti. Pel fatale

avvicendamento delle cose umane, si rinnovarono in Ctesifonte le

medesime scene che si erano vedute in Roma alla morte di Marco Antonino.

I ministri della piacenteria e della corruzione, ch'erano stati banditi

dal padre, vennero richiamati ed accarezzati dal figlio; la disgrazia e

l'esilio degli amici di Nushirvan stabilì la tirannia di costoro; e la

virtù, a grado a grado, si dipartì dal cuore di Ormuz, dalla reggia di

lui, e dal governo del suoi Stati. I fedeli agenti, occhi ed orecchie

del Re, lo ragguagliarono del crescente disordine, lo avvertirono che i

governatori provinciali piombavano sulla preda loro colla ferocità de'

leoni e delle aquile, e che la rapina e l'ingiustizia loro trarrebbero i

più fedeli de' suoi sudditi ad abborrire il nome e l'autorità del loro

Sovrano. Punita colla morte fu la sincerità di questo consiglio;

s'ebbero in non cale le mormorazioni delle città; se ne acchetarono con

esecuzioni militari i tumulti; furono aboliti i poteri intermediarj tra

il trono ed il Popolo; e la fanciullesca vanità di Ormuz, che affettava

l'uso giornaliero della tiara, lo spinse a dichiarar ch'egli solo era il

giudice, come solo era il padrone del regno. In ogni detto ed atto il

figlio di Nushirvan degenerò dalle virtù del genitore. La sua avarizia

fraudò le truppe de' loro stipendj; i gelosi suoi capricci avvilirono i

Satrapi: il palazzo, i tribunali, i flutti del Tigri furono macchiati

del sangue dell'innocente, ed il tiranno esultò ne' tormenti e ne'

supplizj di tredicimila vittime. Per discolparsi della sua crudeltà,

egli talvolta degnavasi di osservare che i timori de' Persiani

partorivano il loro odio e che l'odio loro potea terminare in

ribellione; ma egli scordavasi che i suoi misfatti e la sua stoltezza

avevano ispirato i sentimenti ch'egli deplorava, e preparavano

l'avvenimento che così giustamente paventava. Esacerbate da una lunga e

disperata oppressione le province di Babilonia, di Susa e di Carmania,

innalzarono il vessillo della ribellione; ed i Principi dell'Arabia,

della Scizia e dell'India ricusarono di pagare il consueto tributo

all'indegno successore di Nushirvan. Le armi de' Romani, con lenti

assedj e frequenti incursioni, affliggevano le frontiere della

Mesopotamia e dell'Assiria; uno de' loro Generali dichiarò di voler

imitare Scipione, ed i soldati furono inanimiti da una miracolosa

immagine di Cristo, la cui mite effigie non dovrebbe mai farsi segnacolo

da spiegare in battaglia[488]. Al tempo stesso, le province orientali

della Persia furono invase dal Gran Cane, il quale passò l'Oxo alla

testa di tre o quattro centomila Turchi. L'imprudente Ormuz accettò il

perfido e formidabile loro soccorso; egli ordinò alle città del Korasan

e della Battriana di aprir le porte a quei Barbari; la marcia loro verso

i monti dell'Ircania svelò la corrispondenza tra le armi Turchesche e le

Romane; e la congiunzione loro avrebbe mandato sossopra il trono de'

Sassanidi.

La Persia era stata tratta a rovina da un Re; essa fu salvata da un

eroe. Dopo la sua rivolta, Varane o Bahram potè ben essere tacciato di

schiavo sconoscente dal figlio di Ormuz, senza che questo rimprovero

provi altra cosa che l'orgoglio di un despota, perocchè Bahram

discendeva dagli antichi Principi di Rei[489], una delle sette famiglie

che per le splendide e proficue lor prerogative erano poste in cima

della nobiltà Persiana[490]. Nell'assedio di Dara, il valore di Bahram

s'era segnalato sotto gli occhi di Nushirvan, e sì il padre che il

figlio successivamente lo promossero al comando degli eserciti, al

governo della Media, ed alla sovrantendenza della Reggia. La predizione

popolare che lo indicava come il liberator della Persia, poteva essere

inspirata dalle sue passate vittorie, e dalla sua straordinaria figura:

l'epiteto di _Giubin_ che gli era applicato, significa la qualità di

_legno secco_; egli aveva la forza e la statura di un gigante, e la

fiera sua sembianza veniva fantasticamente paragonata a quella di un

gatto selvaggio. Mentre la nazione tremava, mentre Ormuz velava i suoi

terrori sotto il nome di sospetti, ed i suoi servi nascondevano la loro

slealtà colla maschera del timore, il solo Bahram facea prova

dell'imperterrito suo coraggio e di apparente fedeltà: e trovando che

non più di dodicimila soldati volevano seguirlo contro il nemico,

accortamente dichiarò che a questo numero fatale il cielo avea destinato

gli onori della vittoria. La scoscesa ed angusta discesa dal Pule

Rudbar[491], ossia balzo Ircanio, è il solo passo per cui un esercito

possa penetrare nel territorio di Rei e nelle pianure della Media. Una

mano d'uomini risoluti, posta sulle dominanti alture, poteva con sassi e

dardi schiacciare le miriadi dell'oste Turchesca: il loro Imperatore ed

il suo figlio furono trafitti da frecce: ed i fuggiaschi rimasero

abbandonati, senza consiglio o viveri, in preda alla vendetta di un

popolo offeso. Il patriottismo del Generale persiano era spronato

dall'amore ch'egli portava alla città de' suoi antenati; nell'ora della

vittoria ogni contadino divenne un soldato, ed ogni soldato un eroe: ed

il loro ardore venne infiammato dal sontuoso spettacolo di talami e di

troni e di tavole di oro massiccio, spoglio dell'Asia, e lusso del campo

nemico. Un Principe di indole meno maligna non avrebbe facilmente

dimenticato il benefattore; e l'odio secreto di Ormuz fu invelenito dal

malizioso rapporto che Bahram avesse ritenuto per sè i più preziosi

frutti della vittoria riportata sui Turchi. Ma l'approssimarsi di un

esercito Romano dal lato dell'Arasse, costrinse l'implacabil tiranno a

sorridere e ad applaudire; e i travagli di Bahram ebbero per mercede la

permissione di andar incontro ad un nuovo nemico, dalla sua perizia e

disciplina fatto più formidabile di una moltitudine Scita. Altero pel

recente trionfo, egli spedì un araldo a portare un'audace disfida al

campo de' Romani, chiedendo che stabilissero il giorno della battaglia,

e scegliessero se volevano passare essi il fiume, ovvero concedere un

libero passo all'esercito del Gran Re. Il luogotenente dell'Imperatore

Maurizio preferì l'alternativa più sicura, e questa circostanza locale,

che avrebbe dato più lustro alla vittoria de' Persiani, ne rendè più

sanguinosa la rotta, e più difficile lo scampo. Ma la perdita de' suoi

sudditi ed i pericoli del suo Regno si equilibrarono nella mente di

Ormuz collo scorno del suo personale nemico; ed appena Bahram ebbe di

nuovo raccolto e passato in rassegna le sue forze che ricevette da un

messaggiero del Re l'oltraggioso dono di una rocca, di un filatoio, e di

un compiuto abbigliamento da donna. Piegandosi alla volontà del Sovrano,

egli comparve dinanzi ai soldati in quest'indegno apparecchio; essi

risentirono l'ignominia di lui e la propria; un grido di ribellione

levossi traverso le file, ed il Generale accettò il loro giuramento di

fedeltà, ed i voti della vendetta. Un secondo messaggiero, che avea

l'ordine di condur seco il ribelle in catene, fu schiacciato sotto i

piedi di un elefante e si fecero premurosamente girar attorno bandi,

ch'esortavano i Persiani a ricovrare la lor libertà, conculcata da

odioso e dispregevol tiranno. Rapido ed universale fu l'abbandono: gli

schiavi fedeli al Re caddero immolati dal pubblico furore; le truppe,

disertando, si raccolsero sotto i vessilli di Bahram; e le province per

la seconda volta salutarono in lui il liberatore della patria. Siccome i

passi erano fedelmente guardati, Ormuz non potea noverare i suoi nemici

altrimenti che con la testimonianza di una coscienza colpevole, e la

giornaliera diserzione di quelli i quali, nell'ora del suo infortunio,

vendicavano i lor torti o dimenticavano gli obblighi loro. Superbamente

spiegare ei volle le insegne della dignità reale; ma la città e la

reggia di Modain s'erano già sottratte al poter del tiranno. Tra le

vittime della sua crudeltà vi avea Bindoe, principe Sassanide, ch'era

stato cacciato in una segreta; si ruppero i suoi ceppi dallo zelo e dal

coraggio di un suo fratello, ed egli comparve dinanzi al Re alla testa

di quelle guardie fedeli ch'erano state scelte per ministri della sua

carcerazione e forse della sua morte. Atterrito da tal inaspettata vista

e dai fieri rimproveri del prigioniere, Ormuz cercò indarno attorno a sè

chi gli desse aiuto o consiglio: egli conobbe che la sua forza

consisteva nella obbedienza altrui, e rassegnatamente cedette al solo

braccio di Bindoe, il quale dal trono lo trasse a quella stessa carcere

in cui egli era stato sin allora rinchiuso. Allo scoppiare del primo

tumulto, Cosroe, primogenito di Ormuz, fuggì di città; Bindoe con

pressante ed amichevole invito lo persuase a tornarvi, e gli promise di

riporlo sul trono del padre, confidando egli di regnare sotto il nome di

un giovinetto inesperto. Giustamente persuaso che i suoi complici non

potevano perdonare nè sperare perdono, e che ogni Persiano essendo il

nemico, poteva essere il giudice del suo tiranno, Bindoe instituì un

pubblico giudizio di cui negli annali dell'Oriente non trovasi esempio

nè prima nè dopo. Il figlio di Nushirvan che area chiesto di difendersi

da se stesso, fu introdotto come un reo nella piena assemblea de' Nobili

e dei Satrapi[492]. Egli fu ascoltato con decente attenzione per tutto

il tempo che aggirossi intorno ai vantaggi dell'ordine e della

obbedienza, al pericolo dei mutamenti ed all'inevitabil discordia di

coloro che si sono animati l'un l'altro a conculcare il legittimo ed

ereditario lor Sovrano. Volgendosi poscia con patetico stile all'umanità

loro, egli destò quella pietà che di rado vien ricusata alla caduta

fortuna di un Re, e nel mirare l'abbietta positura e lo squallido

aspetto del prigioniero, le sue lagrime, le sue catene e le impronte

degli ignominiosi colpi, era impossibile ch'essi obbliassero come di

recente avevano adorato il divino splendore della sua porpora e del suo

diadema. Ma un cruccioso mormorio si levò nell'assemblea, tosto che egli

presunse di giustificare la sua condotta, e di vantare le vittorie del

suo regno. Egli definì i doveri di un Re, ed i nobili Persiani lo

ascoltarono con un sorriso di spregio: infiammati essi furono di sdegno,

quando ardì di avvilire il carattere di Cosroe; e coll'indiscreta

offerta di rimettere lo scettro al secondo de' suoi figliuoli, egli

sottoscrisse la propria condanna, e sacrificò la vita dell'innocente suo

favorito. Si esposero ai pubblici sguardi i laceri cadaveri del

fanciullo e della sua madre; si traforarono gli occhi ad Ormuz con un

ago infuocato, ed il punimento del padre fu seguìto dal coronamento del

suo figlio maggiore. Cosroe era salito al trono senza delitto, e la sua

pietà cercò di alleviar la miseria dell'abdicato monarca; egli trasse

Ormuz di prigione, lo pose in un appartamento della reggia, liberamente

il provvide di tutti i sensuali conforti, e pazientemente sostenne i

furiosi impeti del suo dispetto e della sua disperazione. Dispregiare ei

poteva lo sdegno di un cieco ed odiato tiranno; ma vacillante era sul

suo capo la tiara, sinchè non avesse sovvertito il potere od acquistata

l'amicizia del gran Bahram, il quale fieramente impugnava la giustizia

di una rivoluzione in cui egli stesso ed i suoi soldati, veri

rappresentanti della Persia, non erano stati consultati. All'offerta di

un'amnistia generale e del secondo posto nel regno, fatta da Cosroe,

rispose Bahram con una lettera in cui si denominava l'amico degli Dei,

il conquistatore degli Uomini, ed il nemico dei Tiranni, il Satrapo dei

Satrapi, il Generale degli eserciti Persiani ed un Principe ornato del

titolo di undici virtù[493]. Egli comanda a Cosroe figlio di Ormuz di

fuggire l'esempio e il destino del padre, di ricacciare in prigione i

traditori usciti dalle catene, di deporre in qualche sacro luogo il

diadema da lui usurpato, e di accettare dal grazioso suo benefattore il

perdono de' suoi falli ed il governo di una provincia. Il ribelle poteva

non essere superbo, ed il Re certissimamente non falliva per umiltà; ma

il primo era consapevole della sua forza, ed il secondo non sentiva che

la sua debolezza, ed altresì il modesto linguaggio della risposta del Re

lasciava tuttavia aperto il campo alle pratiche ed all'accordo. Cosroe

condusse in campo gli schiavi della reggia e la plebe della Capitale;

con terrore essi mirarono i vessilli di un esercito veterano; circondati

e sorpresi essi furono dalle evoluzioni del Generale, ed i Satrapi che

aveano deposto Ormuz, ricevettero la punizione della loro rivolta, od

espiarono il loro tradimento con un secondo e più colpevole atto di

slealtà. In salvo fu la vita e la libertà di Cosroe: ma ridotto ei

trovossi alla necessità d'implorare ajuto e rifugio in paese straniero,

e l'implacabil Bindoe, ansioso di assicurarsi un titolo ineluttabile,

precipitosamente ritornò alla reggia, e colla corda di un arco pose fine

ai miseri giorni del figlio di Nushirvan[494].

[A. D. 590]

Nell'atto di apprestarsi alla ritirata, Cosroe pose in deliberazione

cogli amici che gli rimanevano[495], se dovesse tenersi occulto ed in

agguato dentro le valli del Monte Caucaso, o ripararsi alle tende dei

Turchi, ovvero cercare la protezione dell'Imperatore. La lunga

emulazione de' successori di Artaserse e di Costantino accresceva la sua

ripugnanza a comparir come supplice in una Corte rivale, ma egli pesò le

forze dei Romani e giudiziosamente considerò che la vicinanza della

Siria renderebbe più agevole la sua fuga, e più efficaci i loro

soccorsi. Non accompagnato che dalle sue concubine, e da un drappello di

trenta guardie, secretamente egli partì dalla capitale, seguì le rive

dell'Eufrate, varcò il deserto, e fece alto in distanza di dieci miglia

da Circesio. Intorno alla terza veglia della notte il Prefetto Romano fu

ragguagliato del suo avvicinarsi, ed egli ammise il regale straniero

dentro della Fortezza allo schiarire del giorno. Di quinci il re di

Persia fu condotto alla più nobile residenza di Gerapoli, e Maurizio

dissimulò il suo orgoglio, e fece mostra di bontà al ricevere le lettere

e gli ambasciatori del nipote di Nushirvan. Questi umilmente

rappresentarono le vicende della fortuna ed il comune interesse de'

Principi, esagerarono l'ingratitudine di Bahram, agente del Principio

cattivo, si adoperarono con argomenti speciosi a mostrare che lo stesso

interesse dei Romani volea che si sostenessero le due monarchie, le

quali contrappesavano il mondo, i due luminari, dal cui salutare

influsso esso era vivificato ed adorno. L'inquietudine di Cosroe fu ben

tosto confortata dal sentire che l'Imperatore avea sposato la causa

della giustizia e della dignità regale: ma avvedutamente Maurizio scansò

la spesa e la dilazione dell'inutile andata di Cosroe a Costantinopoli.

Il generoso benefattore fece presentare al Principe fuggitivo un ricco

diadema con un inestimabil dono di gemme e d'oro. Si raccolse un

poderoso esercito sulle frontiere della Siria e dell'Armenia, sotto il

comando del valoroso e fedele Narsete[496], ed a questo Generale, della

nazione di Cosroe e di sua scelta, fu dato l'ordine di passare il Tigri,

e di non mai riporre la spada nel fodero, finchè ristabilito non avesse

il legittimo Re sul trono del suoi antenati. L'impresa, benchè

splendida, era meno ardua di quel che apparisse. La Persia era già

pentita della fatale sua temerità, che aveva abbandonato l'erede della

casa di Sassan in preda all'ambizione di un suddito ribelle; e l'ardito

rifiuto fatto, da' Magi di consacrarne la usurpazione, costrinse Bahram

a pigliarsi lo scettro, senza riguardo alle leggi ed ai pregiudizj della

nazione. La reggia fu bentosto agitata dalle congiure, e la città da'

tumulti; arse nelle province la fiamma della sollevazione; ed il crudele

supplizio dei colpevoli e dei sospetti, servì ad irritare anzi che a

soffocare il pubblico disgusto. Non sì tosto il nipote di Nushirvan ebbe

spiegate le sue e le romane bandiere di là dal Tigri, che di giorno in

giorno egli si vide raggiunto dalla crescente folla della nobiltà e del

popolo; ed a misura che inoltravasi, riceveva da ogni canto la gradita

offerta delle chiavi delle città e delle teste de' suoi nemici. Appena

Modain fu libera dalla presenza dell'usurpatore, i leali cittadini

obbedirono alla prima intimazione che lor fece Mebode alla testa di non

più di dugento cavalli, e Cosroe accettò i sacri e preziosi ornamenti

della reggia, come pegni della lor fede, e presagj del vicino successo

felice. Operata che fu la congiunzione delle truppe Imperiali, che

Bahram vanamente si sforzò d'impedire, fu decisa la gran contesa in due

battaglie sulle rive del Zab, e su i confini della Media. I Romani,

uniti ai Persiani fedeli al lor Re, montavano a sessantamila, mentre

tutta la forza dell'usurpatore non passava quarantamila soldati; i due

Generali fecero chiara prova di abilità e di valore; ma la vittoria

finalmente fu determinata dalla prevalenza del numero e della

disciplina. Cogli avanzi di un'armata in rotta, Bahram fuggì verso le

province Orientali dell'Oxo: la nimistà della Persia lo riconciliò coi

Turchi; ma accorciati furono dal veleno i suoi giorni, dal più

incurabile forse di tutti i veleni, la puntura del rimorso e della

disperazione, e la più amara rimembranza della gloria perduta. Non

pertanto i moderni Persiani tuttora rammemorano le imprese di Bahram, ed

alcune leggi eccellenti hanno prolungato la durata del turbolento e

transitorio suo regno.

[A. D. 591-603]

La restaurazione di Cosroe fu celebrata con feste e con supplizj; e la

musica del banchetto regale spesse volte venne perturbata da gemiti de'

rei che spiravano fra i tormenti o spasimavano mutilati. Un perdono

generale avrebbe recato il conforto e la tranquillità ad un paese ch'era

stato messo sossopra dall'ultima rivoluzione; tuttavia prima di

biasimare la sanguinaria indole di Cosroe, converrebbe sapere se i

Persiani non s'erano avvezzati all'alternativa di temere il rigore; o di

sprezzare la debolezza del loro sovrano. La rivolta di Bahram e la

cospirazione de' Satrapi furono egualmente punite dalla vendetta o dalla

giustizia del conquistatore; i meriti di Bindoe stesso non poterono

purificar la sua mano dal sangue reale versato, ed il figlio di Ormuz

era desideroso di mostrare la sua propria innocenza, e di vendicare la

santità dei Re. Durante il vigore della potenza Romana, le armi e

l'autorità de' primi Cesari avevano stabilito più di un Principe sul

trono di Persia. Ma i nuovi lor sudditi erano ben presto disgustati de'

vizi o delle virtù che quelli avevano attinto in una terra straniera;

l'instabilità del loro dominio diede origine a quell'osservazione

volgare che la scelta di Roma era invocata e rigettata con eguale ardore

dalla capricciosa leggerezza degli schiavi Orientali[497]. Ma splendida

fu la gloria di Maurizio nel lungo e fortunato regno del suo figlio ed

alleato. Una schiera di mille Romani, che continuò a fare la guardia

alla persona di Cosroe, manifestò la sicurezza da lui posta nella

fedeltà degli stranieri. L'accrescimento delle sue forze gli permise di

licenziare quest'ajuto poco gradito al popolo, ma tenace egli mostrossi

nel professare la stessa gratitudine e reverenza all'adottivo suo padre;

e sino alla morte di Maurizio, la pace e l'alleanza fra i due Imperj

fedelmente fu mantenuta. Non di meno la venale amicizia del Principe

romano s'era mercata con doni importanti e preziosi. Il Re di Persia

restituì le due forti città di Martiropoli e Dara, ed i Persarmeni

divennero con piacere i sudditi di un Imperio, i cui limiti orientali si

stendevano, oltre l'esempio de' tempi antichi, sino alle rive

dell'Arasse ed alle addiacenze del Mar Caspio. Si allettava una pia

speranza che la Chiesa non men che lo Stato dovesse trionfare in quella

rivoluzione; ma se Cosroe avea con sincerità dato ascolto ai Vescovi

cristiani, cancellata ne fu l'impressione dallo zelo e dall'eloquenza

de' Magi: e se di filosofica indifferenza era armato, egli accomodò o

parve accomodare la sua fede, o per meglio dire la sua professione di

fede, alle varie circostanze di un esule e di un sovrano. L'immaginaria

conversione del Re di Persia si ridusse ad una locale e superstiziosa

venerazione per Sergio,[498] uno de' Santi di Antiochia, che esaudiva le

sue preghiere e gli appariva ne' sogni. Egli arricchì d'oro e d'argento

l'urna di questo Santo, ed ascrisse all'invisibile suo patrocinio i

prosperi successi delle sue armi, e la fecondità di Sira, Cristiana

zelante, e la prediletta delle sue mogli[499]. La bellezza di Sira, o

Schirin,[500] l'ingegno, la musicale abilità di lei, vivono tuttora

famose nelle istorie o più veramente ne' romanzi dell'Oriente: il suo

nome, in lingua persiana, significa grazia e salvezza, e l'epiteto di

Parviz allude alle attrattive del reale suo amante. Ma Sira mai non

sentì la passione ch'ella inspirava, e la felicità di Cosroe fu

tormentata dal dubbio geloso che mentre egli ne possedeva la persona,

ella avesse compartito i suoi affetti ad un più basso amatore[501].

[A. D. 570-600]

Nel tempo che la maestà del nome Romano tornava a scintillar

nell'Oriente, il prospetto dell'Europa compariva meno piacevole e meno

glorioso. La partenza de' Lombardi e la rovina de' Gepidi aveano

distrutto l'equilibrio del potere sul Danubio; e gli Avari stendevano il

permanente loro dominio dal piè delle Alpi sino alla spiaggia

dell'Eussino. Il regno di Bajano è la più luminosa epoca della monarchia

loro. Il loro Cacano, il quale occupava il rustico palazzo di

Attila[502], pare che ne imitasse il carattere e la politica; ma siccome

le stesse scene si ripeterono in un circolo più angusto, così un minuto

ritratta della copia sarebbe scevro della grandezza e della novità

dell'originale. L'orgoglio del secondo Giustino, di Tiberio, di

Maurizio, fu raumiliato da un Barbaro altero, più pronto ad apportare

che esposto a sopportare i guasti della guerra; ed ogni volta che le

armi de' Persiani minacciavano l'Asia, oppressa era l'Europa dalle

pericolose incursioni o dalla dispendiosa amicizia degli Avari. Quando

gli Ambasciatori romani si avvicinavano alla presenza del Cacano, veniva

loro intimato di star aspettando alla porta della sua tenda, insino a

che, forse dieci o dodici giorni dopo, egli si degnasse di riceverli. Se

la sostanza e lo stile della loro ambasciata offendeva il suo orecchio,

egli vilipendeva, con reale od affettato furore, la dignità loro e

quella del loro Principe; saccheggiato n'era il bagaglio, nè salvavano

essi la vita che col prometter più ricchi regali ed un più rispettoso

messaggio. Ma i suoi sacri ambasciatori godevano ed abusavano, nel mezzo

di Costantinopoli, di un'illimitata licenza; essi pressavano, con

importuni clamori, l'accrescimento del tributo, e la restituzione dei

prigionieri e disertori; e la maestà dell'Impero era quasi avvilita

egualmente da una bassa compiacenza, o dalle false e timide scuse con

che si eludevano quelle insolenti richieste. Il Cacano non avea mai

veduto un elefante; e la sua curiosità fu punta dallo strano e forse

favoloso ritratto di questo maraviglioso animale. Ad un suo cenno, uno

de' più grandi elefanti delle stalle Imperiali fu guernito di magnifici

arredi, e condotto con numeroso treno sino al villaggio reale nelle

pianure dell'Ungheria. Egli contemplò con sorpresa, con disgusto e forse

con terrore quell'enorme bestione; e rise della vana industria de'

Romani, che per rintracciare tali inutili vanità correvano a' confini

della terra e del mare. Gli venne vaghezza, a spese dell'Imperatore, di

dormire in un letto d'oro. I tesori di Costantinopoli ed i rari talenti

degli artefici di quella capitale immediatamente furono posti in opera

ad appagare il capriccio del Barbaro, ma quando il lavoro fu terminato,

egli rigettò con dispetto un presente cotanto indegno della maestà di un

gran Re[503]. Tali erano gli accidentali trasporti dell'orgoglio del

Cacano: ma la sua avarizia era una passione più ostinata e più

trattabile. Gli si mandava, con esattezza, considerabile quantità di

stoffe seriche, di addobbi e di vasellame ben lavorato, doni che

introducevano i rudimenti delle arti e del lusso sotto le tende degli

Sciti. Eccitato era il loro appetito dal pepe e dalla cannella

dell'India[504]: il sussidio ossia tributo annuo fu innalzato da ottanta

a cento ventimila monete d'oro; ed ogni volta che le ostilità ne

interrompevano il corso, il pagamento de' residui con un esorbitante

interesse era sempre la prima condizione del nuovo accordo. Usando il

parlare di un Barbaro senz'artifizio, il Principe degli Avari affettava

di lagnarsi della poca sincerità de' Greci[505], mentre non cedeva egli

stesso alle più incivilite nazioni ne' raffinamenti della dissimulazione

e della perfidia. Come successore de' Lombardi, il Cacano pretendeva al

possesso dell'importante città di Sirmio, antico baluardo delle province

Illiriche[506]. Le pianure dell'Ungheria inferiore si coprirono di

cavalli Avari e si costrinse nella selva Ercinia un gran numero di

grosse barche per discendere il Danubio e trasportar nella Sava i

materiali di un ponte. Ma il forte presidio di Singiduno, che dominava

il confluente de' due fiumi, poteva impedire il passaggio, e mandar a

vuoto i disegni del Cacano. Egli sgombrò i timori della guernigione

solennemente giurando, che le sue mire non erano ostili all'Impero. Egli

giurò per la sua spada simbolo del Nume della guerra, di non fabbricare

un ponte sulla Sava, in qualità di nemico di Roma. «Se io rompo il mio

giuramento», proseguì l'intrepido Bajano, «possa io stesso e l'ultimo

della mia nazione perire di spada! possano il firmamento ed il fuoco,

divinità de' cieli cadere sul nostro capo! possano i boschi ed i monti

seppellirci sotto le loro rovine! e possa la Sava, retrocedendo contro

lei leggi della natura, alla sua fonte, sommergerci nelle sdegnate sue

acque!» Dopo questa barbarica imprecazione, egli tranquillamente chiese

qual giuramento fosse più sacro e più venerabile tra i Cristiani, e qual

delitto di spergiuro tornasse più funesto. Il Vescovo di Singiduno gli

presentò il Vangelo, ed il Barbaro con devoto ossequio lo prese. «Io

giuro» diss'egli, «per lo Dio che in questo sacro libro ha parlato, che

io non ho falsità sulla mia lingua, nè tradimento dentro il mio cuore».

Indi si levò di ginocchio, affrettò il lavoro del ponte, e spedì un

ministro a far sapere ciò che ormai più non gl'importava di tener

occulto. «Ragguagliate l'Imperatore» disse il perfido Bajano, «che

Sirmio da ogni banda è cinto d'assedio. Consigliate la sua prudenza a

trarne fuori gli abitanti colle robe loro, ed a porre nelle mie mani una

città ch'egli non può soccorrere nè difender più oltre». Benchè senza

speranza di ajuto, Sirmio si difese più di tre anni: intatte ancor ne

restavan le mura, ma la fame era chiusa dentro il loro recinto.

Finalmente una mite capitolazione porse lo scampo agl'ignudi e famelici

suoi cittadini. Singiduno, distante cinquanta miglia da Sirmio,

soggiacque ad un più crudele destino; rase ne furon le case ed il vinto

popolo fu condannato alla schiavitù ed all'esilio. Eppure le rovine di

Sirmio più non si ravvisano, mentre la vantaggiosa posizione di

Singiduno vi attirò prestamente una nuova colonia di Schiavoni, ed il

confluente della Sava e del Danubio anche presentemente è tenuto a freno

dalle fortificazioni di Belgrado, ossia la Città Bianca, sì spesso e sì

ostinatamente contrastata dalle armi Cristiane e dalle Turche[507]. Da

Belgrado alle mura di Costantinopoli può misurarsi una linea di seicento

miglia: segnata fu questa linea cogl'incendj e col sangue: i cavalli

degli Avari si bagnavano alternamente nell'Eussino e nell'Adriatico; ed

il Pontefice Romano, sbigottito dall'avvicinarsi di un più selvaggio

nemico[508], fu ridotto ad accarezzare i Lombardi come i protettori

dell'Italia. La disperazione di un prigioniere che la sua patria

ricusava di riscattare, rivelò agli Avari l'invenzione e l'uso delle

macchine militari[509]; ma ne' primi tentativi essi rozzamente le

fabbricarono e goffamente le maneggiarono, e la resistenza di

Dioclezianopoli e Berea, di Filippopoli ed Adrianopoli, ben presto pose

a termine la perizia e la pazienza degli assedianti. Baiano si diportava

da Tartaro; ma il suo animo non era chiuso ai sensi generosi ed umani.

Egli risparmiò Anchialo, le cui salubri acque aveano ridonato il vigore

alla prediletta delle sue mogli; ed i Romani confessarono che il loro

esercito, cadente dalla fame, fu alimentato e lasciato partire dalla

liberalità di un nemico. Stendevasi l'Impero di Baiano sopra l'Ungheria,

la Polonia e la Prussia, dalle foci del Danubio a quelle dell'Oder[510],

e la gelosa politica del conquistatore divideva e trapiantava i nuovi

suoi sudditi[511]. Le regioni Occidentali della Germania, ch'erano

rimaste vuote d'abitatori per la emigrazione de' Vandali, furono

riempiute di colonie schiavone. Si discoprono le medesime tribù nelle

vicinanze dell'Adriatico ed in quelle del Baltico, e col nome di Baiano

stesso si trovano tuttora nel cuor della Slesia le città Illiriche di

Neyss e di Lissa. Nella disposizione delle sue truppe e delle sue

province[512], il Cacano esponeva i vassalli, di cui non curava la vita,

al furore del primo assalto, ed il nemico vedea fatto ottuso il suo

brando, prima che affrontasse il natio valore degli Avari.

[A. D. 595-602]

L'alleanza colla Persia restituì le truppe dell'Oriente alla difesa

dell'Europa, e Maurizio che per dieci anni avea sopportato l'insolenza

del Cacano, dichiarò la risoluzione, in cui era, di muovere in persona

contro de' Barbari. Per lo spazio di due secoli, niuno de' successori di

Teodosio s'era fatto vedere nel campo; le vite loro scioperatamente

trascorrevano nel palazzo di Costantinopoli, ed i Greci più non sapevano

che il nome d'_Imperatore_, nel primitivo suo senso, significava il Capo

degli eserciti della Repubblica. L'ardor marziale di Maurizio fu

raffrenato dalla grave adulazione del Senato, dalla timida superstizione

del Patriarca, e dalle lagrime dell'Imperatrice Costantina; essi lo

scongiurarono tutti di commettere ad un qualche minor Generale le

fatiche ed i pericoli di una campagna Scitica: sordo agli avvisi ed ai

preghi loro, l'Imperatore animosamente avanzossi in distanza di sette

miglia[513] dalla capitale; la sacra insegna della Croce sventolò sulla

fronte dell'esercito, e Maurizio passò a rassegna, con sentito orgoglio,

le armi e le numerose fila di que' veterani che avevano combattuto e

vinto di là dal Tigri. Anchialo fu l'ultimo termine delle sue mosse per

terra e per mare; egli invocò senza buon successo una miracolosa

risposta alle sue preghiere notturne; turbato fu il suo animo dalla

morte di un cavallo che amava, dall'incontro di un cignale, da una

bufera di vento e di pioggia, e dalla nascita di un bambino mostruoso;

ed egli si scordò che il migliore di tutti gli auspicj è l'atto di

snudare la spada in difesa della patria. Col pretesto di accogliere gli

ambasciatori Persiani[514], l'Imperatore tornossene a Costantinopoli,

scambiò i pensieri di guerra in pensieri di devozione, e deluse la

pubblica aspettativa colla sua assenza e colla scelta de' suoi

Luogotenenti. La cieca parzialità dell'amor fraterno può scusarlo di

aver posto a comandante il suo germano Pietro, il quale, con egual

vitupero, fuggì innanzi ai Barbari, innanzi a' suoi propri soldati, ed

innanzi agli abitanti di una città Romana. Questa città, se dobbiamo dar

fede alla somiglianza del nome e del valore, era l'antica Azimunto[515],

che sola avea respinto la tempesta di Attila. Propagossi l'esempio della

guerriera sua gioventù nelle generazioni seguenti; ed essi ottennero,

dal primo o dal secondo Giustino, il decoroso privilegio che al lor solo

valore fosse affidata la difesa della nativa loro città. Il fratello di

Maurizio tentò di violare questo privilegio, e di mescolare una schiera

di que' cittadini co' mercenari del suo campo. Si ritrassero essi in

chiesa, ma la santità del luogo non lo rattenne: sollevossi allora il

popolo in lor favore, chiuse venner le porte, cinte di armati le mura, e

la vigliaccheria di Pietro si mostrò pari alla sua arroganza ed

ingiustizia. La celebrità militare di Commenziolo[516] è l'argomento

della Satira e della Commedia più che della grave istoria, poichè

mancante egli era perfino della meschina e volgare qualità del personale

coraggio. I consigli da lui solennemente radunati, le strane sue

evoluzioni, ed i secreti suoi ordini, sempre gli porgevano un'apologia

per la fuga o per la dilazione. Se egli marciava contro il nemico, le

dilettose valli del monte Emo gli opponevano un'insuperabil barriera; ma

nel ritirarsi egli rintracciava con impavida curiosità, i più ardui ed

abbandonati passi ch'erano già usciti dalla memoria de' più vecchi del

paese. Il solo sangue che egli versasse, gli fu tratto in una reale o

finta malattia dalla lancetta di un chirurgo; e la sua salute che con

esquisita delicatezza sentiva l'avvicinarsi de' Barbari, uniformemente

si ristabiliva nel riposo e nella sicurezza della stagione invernale. Un

Principe ch'ebbe l'animo di esaltare e proteggere un favorito sì

indegno, non può ricavare alcuna gloria dal merito accidentale di

Prisco, cui dato gli avea per collega[517]. In cinque battaglie,

condotte, a quanto parve, con saviezza ed ardire, il Generale romano

fece prigionieri diciassettemiladugento Barbari, e ne spense quasi

sessantamila, fra' quali quattro figliuoli del Cacano. Egli sorprese un

pacifico distretto de' Gepidi, che dormivano sotto la protezione degli

Avari, ed innalzò gli ultimi suoi trofei sulle rive del Danubio e del

Tibisco. Dalla morte di Traiano in poi, le armi dell'Impero non si erano

mai più internate sì profondamente nella Dacia antica: contuttociò

passeggiere e sterili tornarono le vittorie di Prisco; nè molto andò che

fu richiamato, pel timore che Baiano con intrepido animo e rinovate

forze, non si accingesse a vendicare la sua disfatta sotto le mura di

Costantinopoli stessa[518].

La teorica della guerra non era più familiare ai campi di Cesare e di

Traiano[519], che a quelli di Giustiniano e di Maurizio. Il ferro della

Toscana e del Ponto riceveva una tempera più fina dalla industria degli

artefici di Bisanzio. I magazzini erano abbondevolmente forniti di ogni

maniera di armi da offesa o difesa. Nella costruzione e nell'uso delle

navi, delle macchine e delle fortificazioni, i Barbari ammiravano il

superiore ingegno di un popolo che così spesso essi rompevano in campo.

La scienza della tattica, l'ordine, le evoluzioni, gli stratagemmi

dell'antichità, ogni cosa era scritta e studiata ne' libri de' Greci e

de' Romani. Ma la solitudine o la degenerazione delle province più non

poteva somministrare una razza d'uomini atti a brandir quelle armi, a

guardar quelle mura, a guernir quelle navi, ed a ridurre la teorica

della guerra in una pratica animosa e fortunata. Il genio di Belisario e

di Narsete s'era formato senza un maestro; esso si spense senza lasciare

un allievo. L'onore e l'amor di patria, od una generosa superstizione

più non potevano rinvigorire gli esanimi corpi degli schiavi e degli

stranieri, succeduti agli onori delle legioni. Egli era nel solo campo,

che l'Imperatore avrebbe dovuto esercitare un comando dispotico; ed era

nel solo campo che la sua autorità veniva disobbedita e vilipesa. Egli

sedava ed accendeva coll'oro la licenza delle sue truppe; ma inerenti ad

esse i vizi, accidentali erano le loro vittorie, e il dispendioso lor

mantenimento struggeva le sostanze di uno Stato che non erano atte a

difendere. Dopo una lunga e perniciosa indulgenza, Maurizio apprestossi

a curare questo inveterato male: ma il temerario tentativo, che trasse

la perdizione sopra il suo capo, ad altro non servì che ad aggravare il

disordine. Un riformatore non dee soggiacere ad alcun sospetto

d'interesse, e convien che possegga la confidenza e la stima di coloro

che vuoi riformare. Le truppe di Maurizio avrebbero forse ascoltato la

voce di un condottier vittorioso; ma dispregiarono le ammonizioni degli

statisti e de' sofisti, e quando ricevettero un editto che sottraeva

dalla lor paga il prezzo delle armi e delle vesti loro, essi esecrarono

l'avarizia di un Principe che non tenea conto alcuno de' pericoli e dei

travagli a' quali ei s'era sottratto. I campi sì d'Asia che d'Europa,

agitati furono da sedizioni frequenti e furiose[520]; gli sdegnosi

soldati di Edessa perseguirono, con rampogne, minacce e ferite, i

tremanti lor Generali: essi rovesciarono le statue dell'Imperatore,

scagliaron sassi contro l'immagine miracolosa di Cristo, ed o scossero

il giogo di tutte le leggi civili e militari, ovvero instituirono e

stabilirono un pericoloso modello di subordinazione volontaria. Il

Monarca, sempre distante e spesso ingannato, era incapace di cedere o di

resistere, secondo che il bisogno del momento il chiedeva. Ma il timore

di un generale sollevamento troppo facilmente lo indusse ad accettare

qualche atto di valore o qualche espressione di fedeltà, come una

espiazione dell'offesa comune. Abolita fu la nuova riforma colla stessa

fretta con cui s'era promulgata, e le truppe, in vece di punizione e di

freni, ricevettero con dolce sorpresa, un grazioso bando di perdono e di

ricompense. Ma i soldati accettarono senza gratitudine i tardi ed

involontari doni dell'Imperatore; crebbe l'insolenza loro nello scorgere

la debolezza di lui; e la propria lor forza e lo scambievole odio loro

infiammossi in modo di non lasciare nè il desiderio del perdono nè la

speranza della riconciliazione. Gli storici di quei tempi abbracciano il

volgare sospetto, che Maurizio cospirasse a distruggere le truppe

ch'egli s'era adoperato a riformare; la cattiva condotta ed il favore di

Commenziolo vengono imputati a questo malevolo divisamento; ed ogni

secolo dee condannare l'inumanità o l'avarizia[521] di un Principe, il

quale col meschino riscatto di seimila monete d'oro, poteva impedire la

strage di dodicimila prigionieri che il Cacano teneva in sue mani. Nel

giusto bollor dello sdegno, egli spedì ordine all'esercito del Danubio

che risparmiasse i magazzini delle province, e stabilisse quartieri

d'inverno nel paese nemico degli Avari. La misura delle doglianze de'

soldati era colma: essi pronunziarono che Maurizio era indegno di

regnare, cacciaron via o trucidarono i suoi fidi aderenti, e, sotto il

comando di Foca, semplice Centurione, con frettolose marce tornarono nei

contorni di Costantinopoli. Dopo una lunga serie di successioni

legittime al trono, si rinnovarono i disordini militari del terzo

secolo; tale era però la novità dell'impresa, che i sollevati si

sbigottirono della propria loro temerità. Essi esitarono nell'investire

della vacante porpora il lor favorito, e mentre rigettavano ogni accordo

con Maurizio, tenevano un'amichevole corrispondenza col suo figlio

Teodosio e con Germano, suocero del giovine reale. Così oscura era stata

la condizione anteriore di Foca, che l'Imperatore ignorava il nome ed il

carattere del suo rivale; ma come egli riseppe che il Centurione,

tuttochè audace nel sollevamento, mostravasi timido in faccia al

pericolo. «Ahimè!» prese a sclamare fuor di speranza, «se egli è un

codardo, certamente sarà un assassino».

Nondimeno se Costantinopoli fosse rimasta ferma e fedele, l'assassino

avrebbe consumato il suo furore contro le mura; e l'esercito ribelle a

poco a poco si sarebbe sminuito o riconciliato mediante il senno

dell'Imperatore. Durante i giuochi del Circo, ch'egli ripeteva con

insolita pompa, Maurizio occultò sotto il sorriso della sicurezza,

l'ansietà del suo cuore; egli condiscese a ricercare gli applausi delle

_fazioni_, e ne blandì l'orgoglio coll'accettare da' rispettivi loro

Tribuni una lista di novecento _Azzurri_ e di mille cinquecento _Verdi_,

ch'egli affettò di risguardare come le salde colonne del suo trono. Il

proditorio o fiacco loro sostegno pose in piena luce la sua debolezza e

ne accelerò la caduta. Que' della fazion verde erano i secreti complici

de' ribelli, e gli Azzurri raccomandavano dolcezza e moderazione in una

contesa co' Romani loro fratelli. Le rigide ed economiche virtù di

Maurizio aveano da gran pezza alienato il cuor de' suoi sudditi. Mentre

a piedi ignudi egli camminava in una processione religiosa, fu

aspramente assalito a colpi di sassi, e le sue guardie furono costrette

a sporgere le ferrate lor mazze in difesa della sua persona. Un monaco

fanatico scorreva le strade con una spada sguainata, intimando contro di

Maurizio l'ira e la sentenza di Dio, ed un vile plebeo, vestito e

foggiato come l'Imperatore fu posto a seder sopra un asino, ed inseguito

dalle imprecazioni della moltitudine[522]. L'Imperatore prese sospetto

dell'amore che portavano a Germano i soldati ed i cittadini: egli

temette, minacciò, ma differì nel vibrare il colpo: il Patrizio si

riparò nel santuario della Chiesa; il popolo si levò in sua difesa; le

guardie disertaron le mura, e la città senza legge fu abbandonata alle

fiamme ed al saccheggio di un tumulto in tempo di notte. Lo sfortunato

Maurizio, appiattato insieme con la moglie ed i figli dentro di una

barchetta, cercò di ricovrarsi alla spiaggia Asiatica, ma la violenza

del vento lo costrinse a pigliar terra alla chiesa di S. Autonomo[523]

presso Calcedonia, d'onde spedì Teodosio, suo primonato, ad implorare la

gratitudine e l'amicizia del Monarca persiano. Quanto a lui, ricusò di

fuggire: tormentato era il suo corpo dai dolori sciatici[524]; la

superstizione gli aveva indebolito la mente; rassegnatamente egli

aspettò l'evento della rivoluzione, e volse una fervente e pubblica

preghiera all'Altissimo, onde gli fosse dato il castigo de' suoi peccati

piuttosto in questa vita che nell'altra. Dopo l'abdicazione di Maurizio,

le due fazioni si contendevano la scelta di un Imperatore; ma il

favorito degli Azzurri fu rigettato dalla gelosia de' loro antagonisti,

e Germano egli stesso fu trascinato dalla frotta la quale corse al

palazzo di Ebdomone, sette miglia distante dalla città, ad adorare la

maestà di Foca il Centurione. Al modesto desiderio mostrato da Foca di

cedere la porpora al grado ed al merito di Germano, si oppose la

risoluzione dello stesso Germano, più ostinata ed egualmente sincera. Il

Senato ed il Clero obbedirono alla chiamata del nuovo Principe ed il

Patriarca tosto che si fu accertato della sua fede ortodossa consacrò il

fortunato usurpatore nella chiesa di S. Giovanni Battista. Il terzo

giorno, Foca, tra le acclamazioni di un popolo spensierato, fece il

solenne suo ingresso assiso in un carro tirato da quattro bianchi

destrieri; ricompensata fu la rivolta delle sue truppe con un largo

donativo, ed il nuovo sovrano, poi ch'ebbe visitato il palazzo, assistè,

dall'alto del suo trono, ai giuochi dell'Ippodromo. In una disputa di

preferenza tra le due fazioni, il parziale suo giudizio piegossi in

favore dei Verdi, «Sovvengati che Maurizio vive tuttora!» tale fu il

grido che dalla parte opposta suonò; e l'indiscreto clamore degli

Azzurri avvertì e spronò la crudeltà del tiranno. Furono spediti i

ministri della morte a Calcedonia: essi trassero fuori l'Imperatore dal

santuario: ed i cinque figliuoli di Maurizio vennero successivamente

posti a morte sotto gli occhi dell'angosciato lor genitore. Ad ogni

colpo che gli piombava sul cuore, egli trovava forza bastante ad

esclamare con umile pietà. «Tu sei giusto, o Signore, ed i tuoi giudizj

sono pieni di rettitudine.» Tale fu anzi, negli ultimi momenti, il

rigoroso suo attaccamento alla verità ed alla giustizia, che rivelò ai

soldati la pietosa frode di una nutrice la quale presentò il proprio suo

figlio in cambio del bambino reale[525]. Chiusa finalmente fu la tragica

scena coll'esecuzione dell'Imperatore stesso nel ventesimo anno del suo

regno, e sessantesimoterzo dell'età sua. I corpi del padre e de' cinque

suoi figli furono gettati in mare, ed esposte le teste in Costantinopoli

agl'insulti ed alla compassione del popolo; nè prima che apparissero

indizii di putrefazione, Foca volle consentire che si desse privata

sepoltura a que' venerabili avanzi. In quella tomba umanamente si

sotterrarono i falli e gli errori di Maurizio. Più non si rimembrò che

il suo misero fato, ed in capo a vent'anni, nel leggersi l'istoria di

Teofilatto, il doglioso racconto fu interrotto dalle lagrime degli

ascoltatori[526]. Lagrime siffatte scorsero certamente in secreto, e

colpevole si sarebbe reputata una tale pietà, durante il regno di Foca,

il quale pacificamente fu riconosciuto sovrano dalle province

dell'Oriente e dell'Occidente. Le immagini dell'Imperatore e di sua

moglie Leonzia furono esposte nel Laterano alla venerazione del Clero e

del Senato di Roma, poi depositate nel palazzo de' Cesari, tra quelle di

Costantino e di Teodosio. Era dovere di Gregorio, come suddito e come

Cristiano, di sottoporsi al governo stabilito; ma il lieto applauso, con

che egli saluta la fortuna dell'assassino, ha bruttato d'indelebil

macchia il carattere del Santo. Il successore degli Apostoli avrebbe

potuto con dicevol fermezza inculcare il delitto del sangue sparso e la

necessità del pentimento; ma egli godè nel celebrare la liberazione del

popolo e la caduta dell'oppressore; nel rallegrarsi che la provvidenza

abbia innalzata la pietà e la benignità di Foca al trono imperiale; nel

pregare che le mani di lui possano esser fortificate contro i suoi

nemici, e nell'esprimere un desiderio, forse una profezia, che dopo un

lungo e trionfante Impero, egli possa esser trasportato da un regno

temporale ad un regno celeste[527]. Io ho già descritto i progressi di

una rivoluzione così gradita, nell'opinione di Gregorio, al cielo ed

alla terra, e Foca non si mostrò men odioso nell'esercizio che

nell'acquisto del potere. Il pennello di uno storico imparziale ha

delineato il ritratto di un mostro[528]; la piccola e deforme sua

persona, gli ispidi cigli da niun intervallo disgiunti, i capelli rossi,

il mento senza barba, e la gota disfigurata e scolorata da una

formidabile cicatrice. Ignorava le lettere, le leggi ed eziandio le

armi: egli nella dignità suprema non vide che un più ampio privilegio di

darsi alla lussuria ed all'ubbriachezza, ed i brutali suoi piaceri erano

od oltraggiosi pe' suoi sudditi o vituperevoli ad esso. Senza assumere

l'uffizio di un Principe, egli abbandonò la professione di soldato; ed

il regno di Foca afflisse l'Europa con una pace ignominiosa, e l'Asia

con una guerra desolatrice. Il selvaggio suo naturale veniva acceso

dalle passioni, indurito dal timore, esacerbato dalla resistenza o dal

rimprovero. La fuga di Teodosio alla corte di Persia era stata impedita

da un rapido inseguimento e da un ingannevol messaggio: questi fu

decapitato a Nicea, e le ultime ore del giovane Principe ebbero a

raddolcimento i conforti della religione e la consapevolezza

dell'innocenza. Con tuttociò il suo fantasma perturbava il riposo

dell'usurpatore: si sparse per l'Oriente una voce che il figlio di

Maurizio vivesse tuttora; il popolo aspettava il suo vendicatore, e la

vedova e le figlie dell'ultimo Imperatore avrebbero adottato per loro

figlio e fratello il più abbietto degli uomini. Nel macello della

famiglia Imperiale[529] la clemenza, o piuttosto la prudenza di Foca

avea risparmiato queste donne infelici che decentemente furono confinate

in una casa privata. Ma nell'animo dell'Imperatrice Costantina vivea mai

sempre la memoria del padre, del fratello, e de' figli, ond'ella

aspirava alla libertà ed alla vendetta. Nell'orror di una notte ella

fuggissene al santuario di S. Sofia, ma le sue lagrime, e l'oro di

Germano, suo cooperatore, non valsero ad eccitare una sollevazione. La

vita di lei diveniva sacra alla vendetta, anzi alla giustizia; ma il

Patriarca, ne ottenne la salvezza, facendosene mallevadore con

giuramento: e la vedova di Maurizio consentì a profittare e ad abusare

della clemenza del suo assassino. La scoperta od il sospetto di una

seconda cospirazione, sciolse l'impegno, e raccese il furore di Foca.

Una matrona che comandava il rispetto e la pietà degli uomini, figlia,

moglie e madre d'Imperatori, venne posta alla tortura, come il

malfattore più vile, per forzarla a confessare i suoi disegni ed i suoi

compiici. L'Imperatrice Costantina fu decapitata, insieme con tre figlie

innocenti, a Calcedonia su quel suolo istesso che lordato era ancora dal

sangue di suo marito e de' suoi cinque figliuoli. Dopo un tale esempio,

riuscirebbe superfluo il noverare i nomi ed i patimenti delle vittime

meno illustri. Di rado la condanna loro era preceduta dalle forme di un

processo, ed attossicato n'era il supplizio dai raffinamenti della

crudeltà: si traforavano gli occhi, si strappava la lingua dalle fauci,

si troncavano i piedi e le mani. Alcuni spiravano sotto il flagello,

altri in mezzo alle fiamme, altri a colpi di frecce; ed una semplice

morte spedita era un atto di clemenza che di rado si poteva ottenere.

L'Ippodromo, il sacro asilo de' piaceri e della libertà de' Romani, fu

contaminato di teste e di membra e di cadaveri sbranati; e gli antichi

compagni di Foca ben sentirono che il suo favore od i loro servizj non

potevano camparli dal furore di un tiranno[530] che degnamente

gareggiava co' Caligola o co' Domiziani del primo secolo dell'Impero.

[A. D. 610]

Foca diede la figlia, unica sua prole, in matrimonio al patrizio

Crispo[531] e le regali immagini dello sposo e della sposa

sconsigliatamente furono collocate nel Circo, accanto all'Imperatore. Il

padre potea desiderare che la sua posterità godesse il frutto de' suoi

delitti: ma il monarca si offese di questa prematura e popolare

associazione. I Tribuni della fazion verde che accusarono i loro

scultori dell'officioso errore, furono condannati ad instantanea morte.

Le preghiere del popolo ottennero la grazia loro; ma Crispo dovea

ragionevolmente dubitare che un usurpator geloso non dimenticherebbe, nè

perdonerebbe l'involontaria sua competenza. La fazion verde era

disgustata per l'ingratitudine di Foca, e la perdita de' suoi privilegi;

ogni provincia dell'Imperio era matura per la ribellione; ed Eraclio,

Esarca d'Affrica, persisteva da quasi due anni in ricusare ogni

obbedienza o tributo al Centurione che disonorava il trono di

Costantinopoli. I secreti messi di Crispo e del Senato sollecitarono

l'indipendente Esarca a salvare ed a governar la sua patria. Ma

l'ambizione in lui era raffreddata dagli anni, onde commise la

pericolosa impresa al suo figlio Eraclio, ed a Niceta, figlio di

Gregorio, suo luogotenente ed amico. Si armarono da due giovani

avventurieri le forze dell'Affrica; essi andarono intesi che uno

navigherebbe un'armata da Cartagine a Costantinopoli, mentre l'altro

condurrebbe un esercito per l'Egitto e l'Asia, e che la porpora

imperiale sarebbe il guiderdone della sollecitudine e della vittoria.

Venne un debil romore de' lor disegni all'orecchio di Foca, e la moglie

e la madre del giovane Eraclio furono soprattenute, ad ostaggi della

fede di esso: ma le traditoresche arti di Crispo impicciolirono il

lontano pericolo; si trascurarono o ritardarono i mezzi della difesa; ed

il tiranno dormì nell'indolenza, sino al momento in cui l'armata

Affricana gettò l'ancora nell'Ellesponto. Sotto il stendardo di Eraclio

si raccolsero i fuggitivi e gli esuli che sete aveano di vendetta; i

suoi vascelli la cui alta poppa era adorna de' sacri simboli della

religione[532], volsero il trionfante corso verso la Propontide; e Foca,

dalle finestre del suo palagio, vide il soprastante, inevitabil suo

fato. La fazione verde si lasciò trarre con doni e promesse ad opporre

una debole e vana resistenza allo sbarco degli Affricani; ma il popolo e

le guardie stesse furono determinate dal tempestivo passaggio di Crispo

alla parte contraria; ed il tiranno fu arrestato da un semplice

cittadino, il quale audacemente invase la solitudine del palazzo.

Spogliato del diadema e dell'ostro, avvolto in misere vesti, e carico di

catene egli venne trasportato in un barchetto alla galea imperiale di

Eraclio, il quale gli rinfacciò i misfatti dell'abbominevol suo regno.

«Governerai tu meglio»? Furono le estreme parole mandate dalla

disperazione di Foca. Poscia che sofferto egli ebbe ogni maniera di

tormenti e di vilipendj, gli fu reciso il capo; ed il mutilato busto fu

dato alle fiamme, nè diversamente si videro trattate le statue del

superbo usurpatore, e la sediziosa bandiera della fazion verde. La voce

del Clero, del Senato e del Popolo invitò Eraclio a salir sopra il trono

che purificato egli avea dal delitto e dall'ignominia; dopo un qualche

grazioso esitare, egli si arrese a' loro desiri. La sua incoronazione fu

accompagnata da quella di sua moglie Eudossia; e la discendenza loro

fino alla quarta generazione, continuò a reggere l'Impero orientale.

Facile e prospero era stato il viaggio di Eraclio; Niceta non trasse a

fine la tediosa sua marcia prima che decisa fosse la lite; ma senza

mormorare ei si sommise alla fortuna del suo amico, e premiate ne furono

le lodevoli intenzioni con una statua equestre, e colla mano della

figlia dell'Imperatore. Più difficile era il por sicurezza nella fedeltà

di Crispo, di cui s'erano ricompensati i recenti servigj col comando

dell'esercito di Cappadocia. La sua arroganza tosto provocò, e parve

scusare l'ingratitudine del suo nuovo Sovrano. In presenza del Senato,

il genero di Foca fu condannato ad abbracciare la vita monastica; e si

giustificò la sentenza dall'autorevole osservazione di Eraclio, che

l'uomo il quale avea tradito il suo padre, non poteva essere fedele al

suo amico[533].

[A. D. 603]

Anche dopo la morte di Foca, la Repubblica gemè travagliata pe' suoi

delitti, i quali armarono del pretesto di una pia causa il più

formidabile de' suoi nemici. Secondo le amichevoli ed eguali formalità,

stabilite tra la corte Bizantina e la Persiana, egli annunziò a Cosroe

il suo esaltamento al trono; e Lilio che presentato gli avea le teste di

Maurizio e de' suoi figliuoli, gli parve idoneo a descrivere le

circostanze di quella tragica scena[534]. Checchè si facesse dalla

finzione e dal sofisma per colorare il racconto, Cosroe torse con orrore

gli sguardi dall'assassino, fece porre in ceppi il preteso ambasciatore,

non riconobbe l'usurpatore, e si dichiarò il vindice del suo padre e

benefattore. I sensi di dolore e di sdegno che l'umanità dovea provare,

e dettare l'onore, si univano in quell'occasione a promovere l'interesse

del Re Persiano; e quest'interesse era altamente magnificato dai

pregiudizj nazionali e religiosi dei Magi e dei Satrapi. In uno stile di

adulazione artificiosa, che usurpava la favella della libertà, essi

ardirono di biasimare l'eccesso della sua gratitudine ed amicizia verso

i Greci, nazione con cui era pericoloso lo stringere pace o alleanza; la

cui superstizione andava priva di verità e di giustizia, e che incapace

esser dovea di ogni virtù, poichè potevano commettere il più atroce di

tutti i delitti, l'empio assassinio del proprio sovrano[535]. Pel

delitto di un Centurione ambizioso, la nazione, che egli oppresse, fu

punita colla calamità della guerra; e le stesse calamità, in capo a

vent'anni, si riversarono raddoppiate sopra le teste de' Persiani[536].

Il Generale che avea riposto Cosroe in trono, comandava tuttora in

Oriente, ed il nome di Narsete era il formidabil suono, con cui le madri

dell'Assiria solevano impaurire i loro fanciulli. Non è improbabile che

Narsete, natìo della Persia, animasse il suo Signore ed amico a liberare

e possedere le province dell'Asia. Più probabile è ancora che Cosroe

confortasse le sue truppe colla sicurezza, che la spada cui più

paventavano si rimarrebbe nel fodero, o verrebbe snudata in lor favore.

L'eroe non potea por sicurtà nella fede di un tiranno; ed il tiranno

conosceva quanto poco ei si meritasse l'obbedienza di un eroe. Narsete

fu spogliato del comando militare; egli innalzò lo stendardo

dell'indipendenza a Gerapoli in Siria; fu tradito da promesse fallaci,

ed arso vivo sulla piazza del mercato in Costantinopoli. Prive del solo

Capo che potessero temere o estimare le schiere che guidate egli avea

alla vittoria, furono per ben due volte rotte dalla cavalleria,

calpestate dagli elefanti, e trafitte dagli strali de' Barbari; ed un

gran numero di prigionieri fu decapitato sul campo di battaglia per

sentenza del vincitore, il quale potea giustamente condannare que'

sediziosi mercenarj, come gli autori od i complici della morte di

Maurizio. Durante il regno di Foca, le fortificazioni di Merdino, di

Dara, di Amida e di Edessa, successivamente vennero assediate, espugnate

e distrutte dal monarca Persiano, il quale passò l'Eufrate, occupò

Gerapoli, Calcide e Berrea od Aleppo, città della Siria, poi cinse le

mura di Antiochia delle sue irresistibili armi. Sì rapidi successi

manifestarono la decadenza dell'Impero, l'incapacità di Foca, e il

disamor de' suoi sudditi. Un impostore che si diceva il figlio di

Maurizio[537], ed il legittimo erede dell'Impero seguiva il campo di

Cosroe, il quale offeriva, di tal guisa, alle province un decente

pretesto di sommissione o di rivolta.

[A. D. 611]

Il primiero messaggio che Eraclio ricevè dall'Oriente[538], gli annunziò

che Antiochia era perduta, ma l'attempata metropoli, sì spesso

rovesciata da tremuoti o saccheggiata da' nemici, offrì a' Persiani

pochi tesori da predare, e poco sangue da spargere. Egualmente

vittoriosi e più fortunati essi furono nel sacco di Cesarea, capitale

della Cappadocia; e quanto più avanzavano oltre i baluardi della

frontiera, limite dell'antica guerra, tanto meno di resistenza e tanto

più copiosa messe incontravano. La dilettosa valle di Damasco è stata in

ogni tempo adorna di una regale città; l'oscura felicità di essa ha

sfuggito finora allo storico dell'Impero Romano. Ma Cosroe riposò le sue

truppe nel paradiso di Damasco, prima di salire i balzi del Libano, o

d'invadere le città della costa Fenicia.

[A. D. 614]

La conquista di Gerusalemme[539], meditata altra volta da Nushirwan, fu

tratta a fine dallo zelo e dall'avarizia del suo nipote. Lo spirito

intollerante dei Magi chiedeva a tutto potere la rovina del più augusto

monumento della Cristianità; e Cosroe potè arruolare per quella santa

guerra un esercito di ventiseimila Ebrei, che supplirono in qualche modo

col furor dello zelo alla mancanza del valore e della disciplina.

Soggiogata che fu la Galilea e la regione di là del Giordano, per la cui

resistenza pare che si ritardasse il fato della capitale, Gerusalemme

stessa fu presa di assalto. Il sepolcro di Cristo, e le magnifiche

Chiese di Elena e di Costantino, vennero consumate od almeno guaste

dalle fiamme; ed un solo giorno sacrilego vide poste a sacco le devote

offerto di trecent'anni; il vincitore fece trasportare in Persia il

Patriarca Zaccaria e la _Vera Croce_, e lo scempio di novantamila

Cristiani viene imputato agli Ebrei ed agli Arabi che aumentavano il

disordine della marcia Persiana. I fuggitivi della Palestina furono

accolti in Alessandria dalla carità dell'Arcivescovo Giovanni,

il quale fra la turba de' Santi vien distinto coll'epiteto di

_Elemosiniere_[540], e le rendite della Chiesa, insieme con un tesoro di

trecentomila lire sterline, furono restituite ai veri loro proprietarj,

i poveri di ogni paese e d'ogni denominazione. Ma l'Egitto medesimo, la

sola provincia, che, dal tempo di Diocleziano in poi, fosse andata

esente dalla guerra straniera ed interna, fu di nuovo soggiogato dai

successori di Ciro. Pelusio, la chiave di quell'impenetrabil paese si

lasciò sorprendere dalla cavalleria de' Persiani; impunemente essi

varcarono gl'innumerabili canali del Delta e scorsero la lunga valle del

Nilo, dalle piramidi di Menfi sino ai confini dell'Etiopia. Alessandria

avrebbe potuto venir soccorsa da una forza navale, ma l'Arcivescovo ed

il Prefetto s'imbarcarono alla volta di Cipro, e Cosroe entrò nella

seconda città dell'Impero, che ancor serbava un dovizioso avanzo

d'industria e di commercio. L'occidentale trofeo del Gran Re fu

innalzato, non sulle mura di Cartagine[541], ma nelle vicinanze di

Tripoli le colonne greche di Cirene furono finalmente estirpate; ed il

conquistatore, calcando le orme di Alessandro, ritornò in trionfo per le

arene del deserto Libico.

[A. D. 626]

Nella prima campagna, un altro esercito si avanzò dall'Eufrate al

Bosforo Tracio: Calcedonia si arrese dopo un lungo assedio, ed un campo

Persiano si mantenne per più di dieci anni al cospetto di

Costantinopoli. La spiaggia del Ponto, la città di Ancira, e l'isola di

Rodi si annoverarono fra le ultime conquiste del Gran Re; e se Cosroe

avesse posseduto qualche forza marittima, l'illimitata sua ambizione

avrebbe sparso la schiavitù e la desolazione sopra le province

dell'Europa.

Dalle rive lungamente contese del Tigri e dell'Eufrate, il regno del

nipote di Nushirvan subitamente si estese all'Ellesponto ed al Nilo,

antichi limiti della monarchia Persiana. Ma le province, foggiate da una

consuetudine di sei secoli alle virtù ed ai vizi de' Romani,

sopportavano di mal animo il giogo de' Barbari. L'idea di una Repubblica

era tenuta ognor viva dalle instituzioni, od almeno dagli scritti de'

Greci e de' Romani, ed i sudditi di Eraclio aveano sin dall'infanzia

imparato a profferire i vocaboli di libertà e di legge. Ma i Principi

dell'Oriente, per orgoglio o per politica, usarono in ogni tempo di

spiegare i titoli e gli attributi dell'onnipotenza loro; di far sentire

alle nazioni la schiavitù e l'abbiezione in cui giacciono, e di

aggravare, con crudeli ed insolenti minacce, il rigore de' loro comandi

assoluti. Scandalezzati erano i Cristiani dell'Oriente dall'adorazione

del fuoco, e dall'empia dottrina dei due Principi: nè i Magi erano meno

intolleranti de' Vescovi, ed il martirio di alcuni Persiani nativi, che

abbandonata aveano la religione di Zoroastro[542], apparve come il

preludio di una fiera e generale persecuzione. Le leggi oppressive di

Giustiniano aveano cangiato in nemici dello Stato gli avversari della

Chiesa; la lega degli Ebrei, de' Nestoriani e de' Giacobiti, avea

contribuito alle vittorie di Cosroe, ed il favore ch'egli parzialmente

compartiva ai settari, suscitò l'odio ed i timori del clero cattolico.

Consapevole di quell'odio e di questi timori, il conquistatore Persiano

governò con uno scettro di ferro i nuovi suoi sudditi; e come se poco

fidasse nella stabilità del suo dominio, egli dispogliò l'opulenza loro

con gli smoderati tributi e la licenziosa rapina; denudò o demolì i

templi dell'Oriente, e trasportò negli ereditari suoi regni l'oro e

l'argento, i marmi preziosi, le arti e gli artefici delle città

asiatiche. Nell'oscuro dipinto delle calamità dell'Impero[543] non è

agevole di scorgere la figura di Cosroe stesso, di sceverare le sue

azioni da quelle de' suoi luogotenenti, o di determinare il personale

suo merito in mezzo al general bagliore della gloria e della

magnificenza. Con ostentazione egli godeva i frutti della vittoria, e

frequentemente dai travagli della guerra si rifuggiva alla voluttà della

Reggia. Ma per lo spazio di ventiquattro anni, qualche idea di

superstizione o di dispetto lo rattenne dall'avvicinarsi alle mura di

Ctesifonte; e la favorita sua residenza di Artemita o Dastagerda,

giaceva di là dal Tigri[544], sessanta miglia circa a settentrione della

capitale. Gli addiacenti pascoli erano coperti di greggi e di armenti:

il paradiso ossia il parco fra pieno di fagiani, di pavoni, di struzzi,

di caprioli e di cignali, ed alle volte si discioglievano delle tigri e

de' leoni per somministrare il piacere di una caccia più ardimentosa: si

mantenevano novecento e sessanta elefanti per l'uso e il fasto del Gran

Re: i suoi padiglioni ed il suo bagaglio erano portati in campo da

dodicimila cammelli di razza grande e da ottomila di razza più

piccola[545]: e le stalle reali contenevano seimila muli e cavalli, tra'

quali i nomi di Shebdiz e di Barid eran rinomati per l'agilità o la

bellezza loro. Seimila guardie successivamente facevano la scolta

innanzi il palazzo; al servizio degli appartamenti interni . vegliavano

dodicimila schiavi, e nel novero di tremila vergini, le più bello

dell'Asia, qualche fortunata concubina consolava talvolta il suo Signore

della vecchiezza o dell'indifferenza di Sira. I vari tesori d'oro,

d'argento, di gemme, di seta e di aromati, stavano rinchiusi in cento

sotterraneo volte, e la camera _Badaverde_ denotava l'accidentale dono

dei venti che recato aveano le spoglie di Eraclio in uno de' porti della

Siria occupati dal suo rivale. La voce dell'adulazione, e forse della

finzione, non arrossisce di contare i trentamila ricchi tappeti onde le

pareti erano adorne; le quarantamila colonne di argento, o più

probabilmente di marmo e di legno coperte di lastre di argento, che

sostenevano i tetti; ed i mille globi d'oro sospesi da una cupola, ad

imitare i moti de' pianeti e le costellazioni del zodiaco[546]. Intanto

che il monarca Persiano stava contemplando le meraviglie della sua arte

e del suo potere, egli ricevè una lettera da un oscuro cittadino della

Mecca, che lo invitava a riconoscere Maometto come l'apostolo di Dio. Il

Re disdegnò l'invito, e fece a pezzi la lettera. «Ed in questa guisa,»

sclamò il profeta Arabo, «Iddio farà a pezzi il regno, e disdegnerà le

suppliche di Cosroe». Posto sui limiti dei due vasti Imperi

dell'Oriente[547], Maometto osservava con secreta gioia il progresso

della reciproca lor distruzione; e nel mezzo appunto dei trionfi della

Persia, egli si avventurò a predire, come innanzi che passasser

molt'anni, la vittoria avrebbe fatto ritorno ai vessilli Romani[548].

Il tempo in cui dicesi che seguisse questa profezia, era certamente

quello in cui più lontano ne parea l'adempimento, poichè i primi dodici

anni del regno di Eraclio annunziavano la prossima dissoluzione

dell'Impero. Se puri ed onorevoli fossero stati i motivi di Cosroe, egli

avrebbe dovuto por fine alla contesa quando Foca fu spento, ed

abbracciare, come il miglior suo alleato, quel fortunato Affricano che

sì generosamente avea vendicato gli oltraggi del suo benefattore

Maurizio. La continuazione della guerra chiarì il vero carattere del

Barbaro, e le supplichevoli ambasciate di Eraclio onde implorare dalla

sua clemenza che risparmiasse gli innocenti, accettasse un tributo, e

donasse al mondo la pace, rigettate furono con dispregevol silenzio o

con insolenti minacce. La Siria, l'Egitto e le province dell'Asia, erano

soggiogate dalle armi Persiane, mentre l'Europa da' confini dell'Istria

sino alla lunga muraglia della Tracia, era oppressa dagli Avari non

saziati dal sangue o dalla rapina della guerra Italiana. Con freddo

animo essi avean trucidato i loro prigionieri maschi, nel campo sacro

della Pannonia; ridotte a servitù furono le donne e i fanciulli, e le

più nobili vergini si videro abbandonate alla indistinta lussuria de'

Barbari. L'amorosa matrona che avea aperto le porte del Friuli, passò

una breve notte nelle braccia del suo drudo reale: la sera appresso,

Romilda fu condannata agli abbracciamenti di dodici Avari, ed il terzo

giorno la principessa Lombarda fu impalata al cospetto del campo, mentre

il Cacano con crudele sorriso avvertiva che un simigliante marito era la

degna ricompensa della sua dissolutezza e perfidia[549]. Questi

formidabili nemici insultavano ed assediavano Eraclio da tutte le bande,

e ridotto era il Romano Impero alle mura di Costantinopoli, con qualche

avanzo della Grecia, dell'Italia e dell'Affrica, e con qualche città

marittima della costa Asiatica da Tiro a Trebisonda sulle coste

dell'Asia. Dopo la perdita dell'Egitto, la capitale patì la carestia e

la peste; e l'Imperatore, inabile a resistere e fuor di speranza di

ricever soccorso, avea deliberato di trasferire se stesso ed il governo

nella più sicura residenza di Cartagine. Già cariche erano le sue navi

de' tesori della Reggia, ma rattenuta ne venne la fuga per opera del

Patriarca il quale armò i poteri della Religione in difesa della patria;

condusse Eraclio all'altare di S. Sofia, e ne riscosse un solenne

giuramento di vivere e di morire insieme col popolo che Iddio aveva

affidato alle sue cure. Nelle pianure della Tracia accampava il Cacano,

ma dissimulava i perfidi suoi disegni, e chiedeva un abboccamento

coll'Imperatore presso la città di Eraclea. Con equestri giuochi si

celebrò la riconciliazione loro; il Senato ed il Popolo nelle più

allegre lor vesti accorsero alla festività della pace, e gli Avari

mirarono con invidia e desiderio, lo spettacolo del lusso Romano. In un

subito, l'Ippodromo fu circondato dai cavalli Scitici, che aveano

accelerato la secreta e notturna lor marcia. Il tremendo suono della

frusta del Cacano diede il segnal dell'assalto; ed Eraclio,

ravvolgendosi il diadema intorno al braccio, scampò, per somma ventura,

mercè della velocità del suo cavallo. Così rapido fu l'inseguire degli

Avari, ch'essi quasi entrarono per la porta aurea di Costantinopoli in

una colle turbe fuggenti[550]; ma il saccheggio de' sobborghi premiò il

lor tradimento, ed essi trasportarono di là dal Danubio dugento e

settantamila prigioni. Sul lido di Calcedonia, l'Imperatore tenne un più

sicuro congresso con un più onorato nemico, il quale, prima che Eraclio

scendesse dalla galea, salutò con riverenza e pietà la maestà della

porpora. L'amichevole offerta, fatta da Sain, generale Persiano, di

condurre un'ambasceria alla presenza del Gran Re, con fervida

riconoscenza fu accolta, e la preghiera di perdono e di pace umilmente

fu presentata dal Prefetto del Pretorio, dal Prefetto della città, e da

uno de' primi ecclesiastici della chiesa patriarcale[551]. Ma il

luogotenente di Cosroe avea fatalmente interpretato a rovescio le

intenzioni del suo Signore. «Non già Ambasciatori» disse il tiranno

dell'Asia, «ma bensì la stessa persona di Eraclio, avvinto in catene,

egli doveva trarre al piè del mio trono. Io non farò mai pace

coll'Imperator de' Romani, sintantochè egli abbia abbiurato il suo Dio

crocifisso, ed abbracciato il culto del Sole». Sain fu scorticato vivo,

giusta la pratica disumana del suo paese; ed il separato e rigoroso

confino degli ambasciatori, tradì la legge delle nazioni, e la fede di

un'espressa stipulazione. Tuttavia sei anni di sperienza avvertirono il

monarca Persiano che rinunziare ei dovea finalmente all'idea di

conquistare Costantinopoli, e lo mossero a specificare l'annuo tributo o

riscatto dell'Imperio Romano, consistente in mille talenti d'oro, mille

talenti di argento, mille vesti di seta, mille cavalli e mille vergini.

Eraclio sottoscrisse questi ignominiosi patti; ma il tempo e lo spazio

ch'egli ottenne per raccogliere que' tesori dalla povertà dell'Oriente,

avvedutamente furono impiegati ne' preparativi di un audace e disperato

attacco.

[A. D. 621]

Fra tutti i caratteri luminosamente notati dall'Istoria, quello di

Eraclio è forse uno de' più straordinari ed incoerenti. Ne' primi e

negli ultimi anni di un lungo regno, l'Imperatore si mostra quale

schiavo dell'ozio, del piacere e della superstizione, qual negligente ed

impotente spettatore delle pubbliche calamità. Ma le languide nebbie del

mattino e della sera, sono separate dal folgore del Sole al merigge.

L'Arcadio della reggia, sorge il Cesare del campo, e l'onore di Roma e

di Eraclio viene gloriosamente riparato dalle imprese e da trofei di sei

campagne piene di baldanza e di rischio. Era dovere degli Storici

Bizantini il rivelarci le cagioni del suo letargo e della sua vigilanza.

Così distanti da que' tempi, noi possiamo soltanto congetturare che

dotato ei fosse più di personal coraggio che di politica risoluzione;

che rattenuto fosse dai vezzi e forse dagli artifizi di sua nipote

Martina, colla quale, dopo la morte di Eudossia, egli contrasse un

incestuoso maritaggio[552], e che cedesse ai codardi avvisi de'

consiglieri, i quali sostenevano qual legge fondamentale, che

l'Imperatore non doveva mai cimentarsi nel campo[553]. Forse egli si

riscosse dal letargo all'ultima insolente domanda del conquistatore

Persiano; ma nel momento in cui Eraclio sfolgorò come un eroe, le sole

speranze dei Romani eran poste nelle vicende della fortuna, che potea

minacciare l'orgogliosa prosperità di Cosroe, e mostrarsi favorevole a

quelli ch'erano aggiunti all'ultimo periodo della depressione[554].

Prima cura dello Imperatore fu il provvedere alle spese della guerra; ed

affine di raccogliere il tributo invocò la benevolenza delle province

Orientali. Ma l'entrata più non discorreva per gli usati canali; il

credito di un Principe arbitrario è annichilato dal suo stesso potere;

ed il coraggio di Eraclio si spiegò prima di tutto nel prendere in

prestito le consacrate ricchezze delle Chiese col voto solenne di

restituire, con usura, tuttociò che sarebbe costretto ad impiegare in

servizio della Religione e dell'Impero. Pare che il clero istesso fosse

commosso dalla pubblica infelicità, e l'oculato Patriarca d'Alessandria,

senza voler permettere un sacrilegio assistette il suo sovrano, mediante

la miracolosa od opportuna rivelazione di un tesoro secreto[555]. Dei

soldati che avean cospirato insieme con Foca, si trovò che due soltanto

erano sopravvissuti ai colpi del tempo e dei Barbari[556]. La perdita

eziandio di questi sediziosi veterani, venne imperfettamente riparata

dalle nuove leve di Eraclio, e l'oro del Santuario raccolse in uno

stesso campo i nomi e le armi e la favella dell'Oriente e

dell'Occidente. L'Imperatore sarebbe stato pago se gli Avari si fossero

tenuti neutrali; e l'amichevole invito ch'egli fece al Cacano di non

diportarsi come nemico, ma come custode dell'Impero, fu accompagnato dal

più persuadente donativo di dugentomila monete d'oro. Due giorni dopo la

festa di Pasqua, l'Imperatore cangiata la porpora nel semplice abito di

un penitente e di un guerriero[557], diede il segnale della dipartenza.

Alla fede del popolo, Eraclio raccomandò i suoi figliuoli, commise il

poter civile ed il militare alle mani più degne; e nella prudenza del

Patriarca e del Senato pose l'autorità di salvare o di arrendere

Costantinopoli ove durante la sua lontananza, forse oppressa dalle forze

superiori dell'inimico.

[A. D. 622]

Di tende e d'armi vedeansi coperte le vicine alture di Calcedonia, ma se

temerariamente condotte si fossero le nuove leve di Eraclio all'attacco,

una vittoria de' Persiani alla vista di Costantinopoli, sarebbe stato

l'ultimo giorno del Romano Impero. Nè meno imprudente partito doveva

riuscir quello d'innoltrarsi nelle province dell'Asia, lasciando

l'innumerevole cavalleria libera di tagliar fuori i convogli e di

tribolar del continuo la stanca e disordinata retroguardia. Ma i Greci

erano ancora padroni del mare: una flotta di galee, di navi da

trasporto, di barche da vettovaglie era adunata nel porto; i Barbari al

soldo di Eraclio consentirono ad imbarcarsi; un buon vento gli portò

fuori dell'Ellesponto; le coste occidentali e meridionali dell'Asia

Minore stendevansi alla sinistra loro, l'intrepidezza del loro Capo si

mostrò all'aperto in una tempesta, e perfino gli eunuchi della sua

comitiva furono dall'esempio del loro Signore tratti a soffrire e ad

operare. Egli sbarcò le sue truppe sui confini della Siria e della

Cilicia, nel golfo di Scanderoon, dove la costa tutto ad un tratto volge

a mezzogiorno[558], e la scelta di questo porto importante fece prova

del suo discernimento[559]. Da tutte le parti, le sparse guernigioni

delle città marittime e de' monti potean raccogliersi con prontezza e

sicurezza intorno all'imperiale vessillo. Le fortificazioni naturali

della Cilicia difendevano e quasi occultavano il campo di Eraclio ch'era

piantato presso all'Isso sul terreno medesimo, dove Alessandro sconfisse

l'armata di Dario. L'angolo occupato dall'Imperatore era profondamente

internato in un vasto semicircolo composto dalle province Asiatiche,

Armene e Siriache, ed a qualunque punto della circonferenza egli volesse

dirizzare l'attacco, agevole gli riusciva dissimulare le sue mosse ed

antivenire quelle del nemico. Nel campo d'Isso, il Generale romano

riformò la scioperaggine ed il disordine de' veterani, ed ammaestrò le

nuove reclute nel conoscimento e nella pratica delle militari virtù.

Spiegando all'aure la miracolosa immagine di Cristo, gli esortò a

_vendicare_ i sacri altari, profanati dagli adoratori del fuoco, e

chiamandoli co' dolci nomi di figli e di fratelli, deplorò le pubbliche

e private traversie della Nazione. I sudditi di un monarca si lasciaron

persuadere che combattevano per la libertà, ed un somigliante entusiasmo

passò nell'animo de' mercenarj stranieri, i quali con eguale

indifferenza dovean mirare gl'interessi di Roma o que' della Persia.

Eraclio egli stesso, coll'abilità e colla pazienza di un Centurione,

inculcava i precetti della tattica, ed i soldati venivano assiduamente

addestrati nell'uso delle armi, negli esercizj e nelle evoluzioni del

campo. La cavalleria e l'infanteria, grave armata o leggiera, era divisa

in due parti. Le trombe occupavano il centro, ed il loro suono regolava

la marcia, la carica, la ritirata o l'inseguimento, l'ordine diretto o

l'obbliquo, la falange profonda od estesa; e si rappresentavano le

operazioni della vera guerra con fittizj combattimenti. Qualunque

travaglio dall'Imperatore si prescrivesse alle truppe, vi si sommetteva

con eguale severità egli stesso; il lavoro, il vitto, il sonno de'

soldati era misurato dalle inflessibili leggi della disciplina, e, senza

dispregiare il nemico, essi impararono a porre un'implicita fidanza nel

proprio valore e nella saggezza del lor condottiere. La Cilicia

tostamente fu circondata dalle armi Persiane; ma la cavalleria loro

esitò a cacciarsi dentro le gole del monte Tauro, sinchè non furono

presi alle spalle dalle evoluzioni di Eraclio, il quale insensibilmente

circondò la retroguardia nemica, mentre pareva presentar la sua fronte

in ordine di battaglia. Mediante un falso movimento, col quale faceva le

viste di minacciar l'Armenia, ei gli trasse, contro lor voglia, ad una

battaglia generale. Adescati essi furono dall'artificioso disordine del

suo campo; ma quando si avanzarono per combattere, il terreno, il sole,

e l'aspettativa de' due eserciti, si trovarono contrarii ai Barbari. I

Romani con buon successo rinnovarono sul campo di battaglia i loro

guerrieri esercizj[560], e l'evento della giornata chiarì al mondo, che

i Persiani non erano invincibili, e che un eroe vestiva la porpora.

Forte per la vittoria e la fama acquistata, Eraclio arditamente ascese i

gioghi del monte Tauro, mosse il campo verso le pianure della

Cappadocia, e stabilì le sue truppe, per la stagione invernale, in

sicuri e ben provveduti alloggiamenti sulle rive del fiume Ali[561].

Superiore era il suo animo alla vanità di sfoggiare in Costantinopoli un

imperfetto trionfo: ma indispensabilmente facea mestieri della presenza

dell'Imperatore per calmare l'irrequieto e rapace ardire degli Avari.

[A. D. 623-624-625]

Da' giorni di Scipione e di Annibale in poi, non si era tentata

un'impresa più audace di quella che Eraclio mandò ad effetto per

liberare l'Impero[562]. Ei lasciò che i Persiani opprimessero per

qualche tempo le province, ed impunemente insultassero la capitale

dell'Oriente: mentre l'Imperatore romano s'apriva la perigliosa sua

strada a traverso il Mar Nero[563] ed i monti dell'Armenia; s'internava

nel cuor della Persia[564] e richiamava gli eserciti del Gran Re alla

difesa della straziata lor patria. Con una scelta mano di cinquemila

soldati, Eraclio navigò da Costantinopoli a Trebisonda; raccolse le sue

forze che aveano svernato nelle regioni del Ponto; e dalla foce del Fasi

fino al Mar Caspio confortò i suoi sudditi ed alleati a muovere col

successore di Costantino sotto il fedele e vittorioso vessillo della

Croce. Allorquando le legioni di Lucullo e di Pompeo passarono per la

prima volta l'Eufrate, esse arrossirono della facile lor vittoria sopra

i natii dell'Armenia. Ma la lunga sperienza della guerra aveva indurato

gli animi ed i corpi di quel popolo effeminato; si mostrò l'ardore e

l'intrepidezza loro nella difesa di un decadente Impero; essi

abborrivano e paventavano l'usurpazione della casa di Sassan, e la

memoria della persecuzione inveleniva il pio lor odio contro i nemici di

Cristo. I limiti dell'Armenia, come era stata ceduta all'Imperatore

Maurizio si stendevano sino all'Arasse; il fiume si sommise

all'oltraggio di un ponte[565], ed Eraclio, premendo i vestigi di

Marc'Antonio, si dirizzò verso la città di Tauride o Gandzaca,[566]

antica e moderna capitale di una delle province della Media. Cosroe

stesso, alla testa di quarantamila uomini, era tornato da qualche

spedizione lontana per opporsi ai progressi delle armi Romane; ma egli

ritirossi all'avvicinarsi di Eraclio, non accettando la generosa

alternativa della pace o della battaglia. In luogo di un mezzo milione

di abitatori che attribuiti vennero a Tauride sotto il regno dei Sofi,

la città non conteneva più di tremila case; ma il valsente de' tesori

reali in essa rinchiusi consideravansi di gran valore, attesa la

tradizione ch'essi fossero le spoglie di Creso, ivi trasportate per

opera di Ciro dalla cittadella di Sardi. Le rapide conquiste di Eraclio

non furono sospese che dalla stagione d'inverno; un motivo di prudenza,

o di superstizione[567] lo determinò a ritirarsi nella provincia di

Albania, lungo i lidi del Caspio; e le sue tende probabilmente si

piantarono nelle pianure di Mogan[568], accampamento favorito de'

Principi Orientali. Nel corso di questa fortunata incursione, segnalò

egli lo zelo e la vendetta di un Imperatore Cristiano; per suo cenno i

soldati estinsero il fuoco, e distrussero i templi de' Magi: le statue

di Cosroe, che aspirava agli onori divini, furono date alle fiamme, e le

rovine di Tebarma od Ormia[569], che avea dato i natali a Zoroastro,

servirono in qualche modo ad espiare gli oltraggi fatti al santo

Sepolcro. Uno spirito di religione più puro spiccò nel sollievo e nella

liberazione di cinquantamila prigionieri. Ricompensato fu Eraclio dalle

lagrime e dalle grate acclamazioni di essi; ma questa saggia operazione,

che sparse la fama della sua bontà, destò altamente le querele dei

Persiani contro l'orgoglio e l'ostinazione del loro monarca.

In mezzo alle glorie della successiva campagna, Eraclio dileguasi quasi

affatto a' nostri occhi ed a quelli degli Storici bizantini[570].

Staccandosi dalle spaziose e feconde pianure dell'Albania, pare che

l'Imperatore seguisse la catena de' monti Ircani, scendesse nella

provincia di Media o d'Irak, e portasse le vittoriose sue armi fino alle

città regali di Casbin e d'Ispahan, a cui mai non s'era avvicinato alcun

conquistatore Romano. Sbigottito sul pericolo del suo reame, Cosroe

richiamò le sue forze dal Nilo e dal Bosforo, e tre formidabili armate

circondarono, in terra lontana e nemica, il campo dell'Imperatore. Gli

abitanti della Colchide, alleati di Eraclio si apprestavano ad

abbandonare le sue insegne; ed i timori dei veterani più prodi si

esprimevano, dal loro stesso sfiduciato silenzio. «Non vi sia di

terrore» sclamò l'intrepido Eraclio «la moltitudine de' vostri nemici;

coll'ajuto del Cielo, un Romano può trionfare di mille Barbari. Ma se

noi consacriamo la vita per la salvezza de' nostri fratelli, noi

otterremo la corona del martirio, e l'immortal nostra ricompensa ci sarà

largamente pagata da Iddio e dalla posterità». Questi magnanimi sensi

furono sostenuti dal vigor delle azioni. Egli ributtò il triplice

attacco dei Persiani; approfittò delle scissure de' lor Capi, e mediante

una serie ben concertata di mosse, di ritirate e di azzuffamenti felici,

pervenne a cacciarli dal campo ed a confinarli nelle città fortificate

della Media e dell'Assiria. Nel fitto del verno, Sarabaza si reputava

sicuro dentro le mura di Salban: egli vi fu sorpreso dall'instancabile

Eraclio, il quale divise le sue truppe e fece una faticosa marcia nel

silenzio notturno. I tetti piatti delle case furono con inutil valore

difesi contro i dardi e le fiaccole de' Romani: i Satrapi ed i Nobili

della Persia, insieme con le mogli ed i figli loro ed il fiore della

marzial loro gioventù, o caddero uccisi o rimasero prigionieri. Una

precipitosa fuga salvò il Generale, ma l'aurea sua armatura fu preda del

vincitore; ed i soldati di Eraclio gioirono l'opulenza ed il riposo che

sì nobilmente s'erano meritati. Al tornare della primavera, l'Imperatore

attraversò in sette giorni i monti del Curdistan, e passò senza

resistenza il rapido corrente del Tigri. Oppressa dal peso delle spoglie

e de' prigionieri, l'armata Romana fece alto sotto le mura di Amida; ed

Eraclio informò il senato di Costantinopoli ch'egli era salvo e

vittorioso, del che già aveano avuto sentore per la ritirata degli

assedianti. I Persiani distrussero i ponti sull'Eufrate: ma tosto che

l'Imperatore ebbe scoperto un guado, frettolosamente si ritirarono a

difendere le rive del Saro[571] nella Cilicia. Questo fiume, od

impetuoso torrente, era largo forse trecento piedi: fortificato con alte

torri era il ponte, e le sponde erano coperte di Barbarici arcieri. Dopo

un sanguinoso conflitto, che durò fino a sera, i Romani prevalsero

nell'assalto, ed un Persiano di gigantesca statura fu ucciso e gettato

nel Saro dalla mano stessa dell'Imperatore. Si sbandarono scoraggiati i

nemici, Eraclio proseguì la sua marcia fino a Sebaste in Cappadocia, ed

in capo a tre anni, la stessa costa dell'Eussino applaudì il suo ritorno

da una spedizione lunga e vittoriosa[572].

[A. D. 626]

In vece di scaramucciare sulle frontiere, i due monarchi che si

contendevano l'Impero dell'Oriente, dirizzarono i disperati lor colpi al

cuore del loro rivale. Le forze militari della Persia aveano sofferto

assai per le marce ed i combattimenti di vent'anni; e molti veterani,

sopravvissuti ai perigli della spada e del clima, erano tuttor rinchiusi

nelle fortezze dell'Egitto e della Siria. Ma la vendetta e l'ambizione

di Cosroe esaurirono il suo regno, e le nuove leve di sudditi, di

stranieri e di schiavi, gli fornirono ancora tre formidabili corpi[573].

La prima armata, illustre per l'ornamento ed il titolo di _lance d'oro_

fu destinata a muovere contro di Eraclio; fu stanziata la seconda ad

impedire la sua congiunzione colle truppe del suo fratello Teodoro; e la

terza ebbe ordine di assediare Costantinopoli, o di secondare le

operazioni del Cacano, col quale il Re di Persia avea ratificato un

accordo di alleanza e di spartimento. Sarbar, Generale della terza

armata, penetrò per le province dell'Asia fino al ben noto campo di

Calcidonia, e si divertì nel distruggere gli edifizi sacri e profani de'

sobborghi Asiatici di Costantinopoli, intanto che con impazienza

aspettava l'arrivo de' Sciti suoi amici sull'opposta riva del Bosforo.

Ai ventinove di giugno, trentamila Barbari, vanguardia degli Avari,

sforzarono la lunga muraglia, e cacciarono nella capitale una promiscua

folla di agricoltori, di cittadini e di soldati. Il Cacano, alla testa

di ottantamila uomini[574], composti di Avari, suoi sudditi naturali, di

Gepidi, di Russi, di Bulgari e di Schiavoni suoi vassalli, spiegò poscia

il suo stendardo; si consumò un mese in marce od in trattative, ma il dì

trentuno di luglio tutta la città fu investita dai sobborghi di Pera e

di Calata, fino allo Blacherne ed alle sette Torri; e gli abitanti

osservarono con terrore i fiammeggianti segnali della costa Europea e

dell'Asiatica. In que' frangenti i magistrati di Costantinopoli

iteratamente cercarono di comperare la ritirata del Cacano; ma ributtati

ed insultati furono i lor messaggeri; ed egli permise che i Patrizi

stessero in piè dinanzi al suo trono, mentre gl'inviati Persiani, in

vestimenta di seta, erano assisi al suo fianco: «Voi scorgete», disse

l'altero Barbaro, «le prove della mia perfetta unione col Gran Re: ed il

suo luogotenente è pronto a mandar nel mio campo un'eletta schiera di

tremila guerrieri. Non allettate più a lungo la presunzione di tentare

il vostro Signore coll'offerta di un riscatto parziale e non adeguato:

le vostre ricchezze e la vostra città sono i soli presenti degni d'esser

accettati da me. Quanto a voi, io permetterò che partiate con una

sottoveste ed una camicia, ed invitato da me, il mio amico Sarbar non vi

ricuserà il passo a traverso delle sue file. Il vostro Principe assente,

ora prigioniero o fuggiasco, ha abbandonato Costantinopoli al suo

destino; nè voi potete fuggire dalle armi degli Avari e de' Persiani, a

meno che poggiaste per l'aria a guisa di uccelli, o che a guisa di pesci

sapeste tuffarvi nell'acque»[575]. Per dieci giorni consecutivi, la

capitale fu assaltata dagli Avari, i quali avean fatto qualche

avanzamento nell'arte di attaccare le piazze; s'innoltravano essi a

scavare o batter le mura, sotto il coperto dell'impenetrabil testuggine;

le macchine loro lanciavano una continua salva di pietre e di dardi; e

dodici eminenti torri di legno sollevavano i combattenti all'altezza de'

vicini bastioni. Ma il Senato ed il Popolo erano animati dallo spirito

di Eraclio, il quale avea distaccato in loro soccorso un corpo di

dodicimila corazzieri; tutti gli spedienti del fuoco e della meccanica

furono con grandissim'arte e successo posti in opera per la difesa di

Costantinopoli, mentre le galee, a due o tre ordini di remi, dominavano

il Bosforo, e rendevano i Persiani oziosi spettatori della disfatta de'

loro alleati. Gli Avari tornaron respinti; una flotta di barche

Schiavone fu distrutta nel porto; i vassalli del Cacano minacciavano di

disertare; le sue provvigioni erano in fondo, e poi ch'ebbe posto a

fuoco le macchine, egli diede il segnale di una lenta e formidabil

partenza. La devozione de' Romani attribuì questa memorabil liberazione

alla vergine Maria; ma la madre di Cristo avrebbe sicuramente condannato

l'inumana uccisione degli inviati Persiani, i quali aveano ogni titolo

ai diritti dell'umanità, quand'anche non fossero stati protetti dalle

leggi delle nazioni[576].

Dopo aver diviso il suo esercito, Eraclio prudentemente ritirossi alle

rive del Fasi, d'onde sostenne una guerra difensiva contro le

cinquantamila lance d'oro della Persia. Tolto ei fu d'ansietà per la

notizia della liberazione di Costantinopoli; si confermarono le sue

speranze mediante una vittoria di suo fratello Teodoro; ed alla lega

ostile di Cosroe cogli Avari, l'Imperator Romano, oppose l'utile ed

onorevole alleanza co' Turchi. Secondando il liberale suo invito, l'orda

de' Cozari[577] trasportò le sue tende dalle pianure del Volga al monte

della Georgia, Eraclio gli accolse in vicinanza di Teflis, ed il Kan

Ziebel co' suoi Nobili smontò di cavallo, se possiam dar fede ai Greci,

e cadde prosteso al suolo, ad adorar la porpora del Cesare. Tal

volontario omaggio e sì importante aiuto meritavano il più vivo

contraccambio; e l'Imperatore, levandosi il proprio diadema, lo pose sul

capo del Principe Turco, ch'egli salutò con tenero amplesso e col nome

di figlio. Al fine di un sontuoso banchetto, egli fece regalo a Ziebel

de' vasi, degli ornamenti, dell'oro, delle gemme e della seta che aveano

servito all'uso della mensa Imperiale, e di propria mano distribuì

ricchi gioielli ed orecchini a' suoi nuovi alleati. In un secreto

colloquio, egli trasse fuori il ritratto della sua figlia Eudossia[578],

condiscese a lusingare il Barbaro colla promessa di una bella ed

_augusta_ sposa, ottenne un immediato soccorso di quarantamila cavalli,

e negoziò una potente diversione delle armi Turche dal lato

dell'Oso[579]. I Persiani, a lor volta, si ritirarono a precipizio:

Eraclio passò a rassegna, nel campo di Edessa, un esercito di

settantamila Romani e stranieri, ed impiegò qualche mese con buon

successo a riprendere le città della Siria, della Mesopotamia o

dell'Armenia, le cui fortificazioni imperfettamente erano state

racconce. Sarban teneva tuttora l'importante posizione di Calcedonia; ma

la diffidenza di Cosroe, o l'artifizio di Eraclio non tardò ad alienar

l'animo di quel possente Satrapo dal servizio del suo Re e del suo

paese. Fu intercettato un messaggio apportatore di un reale o finto

ordine al _Cadarigan_ ossia secondo nel comando, che gl'imponeva di

spedire, senza indugio, al trono la testa del colpevole o sfortunato

Generale. I dispacci vennero trasmessi allo stesso Sarbar, il quale come

ebbe letto la sentenza della propria morte, destramente v'inserì il nome

di quattrocento ufficiali, poi adunò un consiglio militare, e chiese al

_Cadarigan_, s'era disposto ad eseguire i comandi del loro tiranno? I

Persiani dichiararono con voce concorde, che Cosroe era scaduto dal

trono; si conchiuse un separato accordo col governatore di

Costantinopoli; e se qualche considerazione di onore o di politica

rattenne Sarbar dall'unirsi alle bandiere di Eraclio, l'Imperatore

n'ebbe però la sicurezza che egli potea proseguire, senza

interrompimento, i suoi disegni di vittoria e di pace.

[A. D. 627]

Privo del suo più fermo appoggio, e dubbioso intorno alla fedeltà de'

suoi sudditi, Cosroe mostrò che luminosa era la sua grandezza, anche in

mezzo della rovina. Può interpretarsi come una metafora Orientale il

numero di cinquecentomila usato per descrivere gli uomini o le armi, i

cavalli e gli elefanti che coprirono la Media e l'Assiria contro

l'invasione di Eraclio. Con tuttociò i Romani animosamente si avanzarono

dall'Arasse al Tigri, e la timida prudenza di Razate contentossi di

tenere lor dietro con forzate mosse per un desolato paese, sintantochè

ricevette uno speciale comando di avventurare il fatto della Persia in

una decisiva battaglia. All'Oriente del Tigri, ed in capo al ponte di

Mosul, sorgeva la gran Ninive[580] ne' tempi antichi: la città e le sue

stesse rovine erano da lungo tempo scomparse[581]; lo spazio vacante

offriva un vasto campo alle operazioni de' due eserciti. Ma queste

operazioni furon neglette da' Bizantini scrittori, ed essi, come gli

autori di un'epopea o di un romanzo, attribuiscono la vittoria non alla

condotta militare, ma al valore individuale del loro eroe prediletto. In

quel memorabil giorno, Eraclio, sul suo cavallo Fallante, superò

nell'intrepidezza i guerrieri più intrepidi: traforato gli fu un labbro

da un'asta, il cavallo fu piagato in una coscia; ma esso portò il suo

Signore salvo e vittorioso a traverso la triplice falange de' Barbari.

Nel fervor della mischia, tre prodi Capi successivamente caddero spenti

dalla spada e dalla lancia dell'Imperatore; tra questi fuvvi Razate

istesso: egli morì da soldato, ma l'aspetto della sua testa, staccata

dal busto e portata in trionfo sparse il dolore e la disperazione per le

disanimate file de' Persiani. La sua armatura d'oro puro e massiccio, lo

scudo di cento e venti falde, la spada e il fermaglio, la sella e la

corazza, adornarono il trionfo di Eraclio; e se non si fosse serbato

fedele a Cristo ed alla sua Madre, il campione di Roma avrebbe potuto

offrire la quarta parte delle spoglie opime al Giove del

Campidoglio[582]. Nella battaglia di Ninive, che fieramente fu

combattuta, dal romper del giorno sino all'ora undecima, i Persiani

perderono ventotto Stendardi, oltre quelli che andarono a brani; la

maggior parte del loro esercito fu tagliata a pezzi, ed i vincitori,

nascondendo la propria perdita, passarono la notte sul campo. Essi

confessarono che in quest'occasione riuscì loro meno difficile uccidere

che sconfiggere i soldati di Cosroe. In mezzo a' cadaveri de' loro

commilitoni, e non più di due tiri d'arco lungi dall'inimico, l'avanzo

della cavalleria Persiana tenne saldo fino all'ora settima della notte.

Intorno all'ora ottava, essi ritiraronsi nell'intatto lor campo,

raccolsero il lor bagaglio, e si dispersero da tutte le bande, più per

mancanza di ordini che di ardire. Non meno mirabile fu la diligenza di

Eraclio nell'usare della vittoria. Mediante una marcia di quarant'otto

miglia in ventiquattr'ore, la sua vanguardia occupò i ponti del grande e

del piccolo Zab; e le città ed i palagi dell'Assiria si dischiusero per

la prima volta ai Romani. Per una continuata gradazione di magnifiche

scene, essi penetrarono fino nella sede reale di Dastagerda, e tuttochè

gran parte del tesoro ne fosse stata rimossa, e molta consumata in

ispese, tuttavia pare che le ricchezze restatevi eccedessero le speranze

dell'esercito Romano, ed anche ne satollassero l'avarizia. Essi diedero

alle fiamme tutto ciò che portar via non poteasi, a tal che Cosroe dovè

sentire l'angoscia di quelle ferite, con cui sì spesso avea lacerato le

province dell'Impero; e la giustizia avrebbe potuto porgere una scusa,

se confinata si fosse la depredazione alle opere del lusso regale, e se

l'odio nazionale, la militar licenza e lo zelo di religione non avessero

con egual rabbia devastato le abitazioni ed i templi de' sudditi

innocenti. La ricuperazione di trecento stendardi Romani, e la

liberazione de' numerosi prigionieri di Edessa e di Alessandria,

riflettono una gloria più pura sulle armi di Eraclio. Dal palazzo di

Dastagerda egli continuò la sua marcia sino alla distanza di poche

miglia da Modain o Ctesifonte, sinchè fu arrestato, sulle rive

dell'Arba, dalla difficoltà del passaggio, dal rigore della stagione, e

forse dalla celebrità di un'inespugnabile capitale. Il ritorno

dell'Imperatore vien segnato dal nome moderno di Sherhzour;

fortunatamente egli passò il monte Zara, prima della neve, che cadde per

trentaquattro giorni continui; ed i cittadini di Gandzaca o Tauride,

furono astretti a mantenere con ospitali accoglienze i soldati di

Eraclio coi loro cavalli[583].

[A. D. 627]

Dappoi che l'ambizione di Cosroe fu ridotta a difendere l'ereditario suo

regno, l'amor della gloria, anzi il senso della vergogna dovea trarlo ad

affrontare il suo rivale nel campo. Alla battaglia di Ninive, il suo

coraggio avrebbe dovuto insegnare ai Persiani come si vince, ovvero

cadere con onore sotto la lancia dell'Imperatore Romano. Il successore

di Ciro prescelse di aspettare, in sicura distanza, l'evento; di raunare

le reliquie della disfatta, e di ritirarsi a misurati passi innanzi il

marciare di Eraclio, insino a che mirò con sospiro le sedi una volta sì

amate di Dastagerda. I suoi amici e nemici credevano del pari che Cosroe

intendesse di seppellire se stesso sotto le rovine della città e della

reggia: e siccome tanto questi che quelli si sarebbero opposti alla sua

fuga, il Monarca dell'Asia, insieme con Sira, e tre concubine, fuggì per

un pertugio di muro, nove giorni prima che i Romani arrivassero. La

lenta e magnifica processione con che il monarca Persiano solea

mostrarsi alla turba prostrata, cangiossi allora in un rapido viaggio

secreto; e la prima sera egli alloggiò nella capanna di un bifolco, il

cui umile uscio appena poteva dar accesso al Gran Re[584]. La sua

superstizione fu vinta dal timore; egli entrò, dopo tre giorni, con

gioia nelle fortificazioni di Ctesifonte: nè tuttavia si reputò ben

securo finchè non ebbe opposto la corrente del Tigri alle incalzanti

armi Romane. La scoperta della sua fuga ingombrò di terrore e di tumulto

la reggia, la città ed il campo di Dastagerda: i Satrapi esitarono se

dovessero più temere del loro sovrano o del nemico, e le donne del suo

Serraglio rimasero stupefatte e dilettate all'aspetto di volti umani,

sinchè il geloso marito di tremila mogli le confinò di bel nuovo in un

più distante castello. Per suo comando, l'esercito di Dastagerda si

ritirò in un nuovo campo: coperta n'era la fronte dall'Arba e da una

linea di ducento elefanti; le truppe delle più distanti province

successivamente arrivarono, e si arruolarono i più vili servi del Re e

de' Satrapi per l'estrema difesa del trono. Era tuttora in potere di

Cosroe l'ottenere una ragionevol pace; ed iteratamente egli fu spinto

dai messi di Eraclio a risparmiare il sangue de' suoi sudditi, ed a

sollevare un conquistatore umano dal penoso dovere di portare il ferro e

il fuoco per le più belle contrade dell'Asia. Ma l'orgoglio del Re di

Persia non s'era ancora abbassato al livello della sua fortuna. Egli

attinse una momentanea fidanza dalla ritirata dell'Imperatore; pianse

con impotente rabbia sopra la rovina de' suoi palazzi Assiri, ed ebbe

per troppo tempo in non cale il crescente mormorare della nazione, la

quale lagnavasi che le vite e le sostanze di tutti venissero immolate

all'ostinazione di un solo vecchiardo. Questo disavventurato vecchio era

tormentato egli stesso dalle più pungenti pene della mente e del corpo;

e, consapevole della sua prossima fine, deliberò di porre la tiara sul

capo di Merdaza, il più diletto de' suoi figliuoli. Ma il volere di

Cosroe non era più ormai tenuto in rispetto; e Siroe che vantava il

grado ed il merito della sua madre Sina, avea cospirato co' malcontenti

per sostenere ed anticipare i diritti della primogenitura[585]. Ventidue

Satrapi, che prendevano il nome di amici della patria, si lasciarono

adescare dall'opulenza e dagli onori di un nuovo regno; ai soldati

l'erede di Cosroe promise un accrescimento di soldo; ai Cristiani

promise il libero esercizio della lor religione; ai prigionieri, libertà

e mercede; ed alla nazione, una subita pace e la diminuzione delle

imposte. Si determinò da' cospiratori che Siroe, colle insegne della

dignità reale, comparirebbe nel campo; e che se l'impresa andasse a

male, gli sarebbe aperto uno scampo alla corte Imperiale. Ma da unanimi

acclamazioni fu salutato il novello Monarca; la fuga di Cosroe (e dove

sarebbe egli fuggito?) venne duramente impedita; diciotto suoi figliuoli

gli furono trucidati in faccia, e cacciato fu egli dentro una segreta,

dove spirò al quinto giorno. I Greci ed i Persiani moderni minutamente

descrivono il modo con che Cosroe fu vilipeso, affamato, straziato con

tormenti, per comando dell'inumano suo figlio, il quale avanzò d'assai

l'esempio del genitore. Ma al tempo della morte di Cosroe, qual lingua

avrebbe riferito l'istoria del parricidio? Qual occhio potea penetrare

nella _torre dell'oscurità_? Secondo la fede e la misericordia dei

Cristiani suoi inimici, egli affondò senza speranza in un abisso più

cupo[586], nè vuol negarsi che i tiranni di ogni età e di ogni setta

meritano sopra di tutti quelle infernali dimore. La gloria della casa di

Sassan finì colla vita di Cosroe: lo snaturato suo figlio non godè che

per otto mesi il frutto de' suoi delitti; e nello spazio di quattro

anni, il titolo reale fu assunto da nove candidati, i quali si

contesero colla spada o col pugnale, i frammenti di un'esausta

monarchia. Ogni provincia ed ogni città della Persia divenne il teatro

dell'indipendenza, della discordia, e del sangue; e lo stato di anarchia

prevalse per circa ott'anni ancora, sinchè attutate le fazioni vennero

ridotte al silenzio e riunite sotto il comune giogo de' Califfi

arabi[587].

[A. D. 628]

Tosto che praticabile fu la strada de' monti, l'Imperatore ricevè la

gradita notizia del buon successo della cospirazione, della morte di

Cosroe, e dell'innalzamento del suo figlio maggiore al trono di Persia.

Gli autori della rivoluzione, bramosi di far pompa de' loro meriti nella

Corte o nel campo di Tauride precedettero gli ambasciatori di Siroe, i

quali consegnarono le lettere del loro signore al suo _fratello_,

l'Imperator de' Romani[588]. A norma del linguaggio usato dagli

usurpatori di tutti i secoli, egli imputa alla Divinità i suoi propri

misfatti; e, senza degradare la sua regal maestà, offre di riconciliare

la lunga discordia delle due nazioni, mediante un trattato di pace e di

alleanza, più perenne del ferro e del bronzo. Le condizioni dell'accordo

vennero definite con facilità, e con fedeltà eseguite. Nel ricovrare gli

stendardi ed i prigionieri, caduti in mano a' Persiani, l'Imperatore

imitò l'esempio di Augusto; la cura avuta da ambidue della nazional

dignità, fu celebrata da' poeti del lor tempo: ma si può misurare la

decadenza dell'ingegno dalla distanza che corre tra Orazio e Giorgio di

Pisidia. I sudditi e confratelli di Eraclio furono redenti dalla

persecuzione, dalla schiavitù e dall'esilio; ma in luogo delle aquile

Romane, le calde dimande del successore di Costantino si fecero

restituire il vero legno della Santa Croce. Il vincitore non ambiva di

estendere la' debolezza dall'Impero; il figlio di Cosroe abbandonò senza

rammarico le conquiste del padre; i Persiani che sgomberarono le città

della Siria e dell'Egitto, furono onorevolmente condotti alla frontiera,

ed una guerra che avea intaccato le parti vitali delle due monarchie non

partorì alcun cangiamento nella loro situazione relativa ed esterna. Il

ritorno di Eraclio da Tauride a Costantinopoli, fu un trionfo perpetuo;

e dopo le imprese di sei gloriose campagne, egli pacificamente godè il

sabbato delle sue fatiche. Il Senato, il Clero ed il Popolo andarono

all'incontro dell'eroe lungamente aspettato, spargendo lagrime, alzando

applausi, portando rami d'olivo ed innumerevoli fiaccole. Egli entrò

nella capitale in un cocchio tirato da quattro elefanti; e tosto che

l'Imperatore potè sbrigarsi dal tumulto della pubblica gioia, egli

assaporò un più verace contento negli abbracciamenti della sua madre e

del suo figliuolo[589].

L'anno seguente fu illustrato da un trionfo di genere assai diverso, la

restituzione della vera Croce al Santo sepolcro. Eraclio fece in persona

il pellegrinaggio di Gerusalemme; si verificò dal prudente Patriarca

l'identità della reliquia[590], ed in commemorazione di quest'augusta

cerimonia s'instituì l'annua festa dell'Esaltazione della Croce. Prima

che l'Imperatore si avventurasse a porre il piede sul sacro terreno, fu

avvisato di spogliarsi del diadema e della porpora, pompe e vanità del

mondo: ma, secondo il giudizio del suo clero, la persecuzione degli

Ebrei era molto più facile a conciliarsi co' precetti del Vangelo. Egli

salì nuovamente sul trono a ricevere le congratulazioni degli

ambasciatori della Francia e dell'India: e la fama di Mosè, di

Alessandro e di Ercole[591] fu ecclissata nel popolare concetto dal

merito preminente e dalla gloria del grande Eraclio. Ma il liberatore

dell'Oriente era povero e debole. La più preziosa parte delle spoglie

Persiane erasi spesa nella guerra, o distribuita ai soldati o sommersa,

per una sciagurata tempesta, nei flutti dell'Eussino. Oppressa era la

coscienza dell'Imperatore dall'obbligo di restituire le ricchezze del

Clero, che tolto egli avea in prestito per difenderlo: si richiedeva un

fondo perpetuo per soddisfare quegli inesorabili creditori; le province,

già devastate dalle armi e dall'avarizia de' Persiani, furono costrette

a pagare per la seconda volta gli stessi tributi: ed il residuo debito

di un semplice cittadino, il tesoriere di Damasco, fu commutato in una

multa di centomila monete d'oro. La perdita di duecentomila soldati[592]

che la spada avea spenti, fu di meno importanza che il decadimento delle

arti, dell'agricoltura e della popolazione, in questa guerra lunga e

distruggitrice: e quantunque un vittorioso esercito si fosse formato

sotto lo stendardo di Eraclio, pure sembra che lo sforzo non naturale

esaurisse anzi che esercitasse le forze dell'Impero. Nel tempo che

l'Imperatore trionfava in Costantinopoli od in Gerusalemme, un'oscura

città sui confini della Siria veniva posta a sacco dai Saraceni; ed essi

fecero a brani alcune truppe che mossero a soccorrerla, accidente

ordinario e di nessun momento, se non fosse stato il preludio di una

grandissima rivoluzione. Que' predatori erano gli apostoli di Maometto:

il fanatico loro valore era sbucato fuor dal deserto: e negli ultimi

otto anni del regno di Eraclio l'Imperatore perde, rapite dagli Arabi,

quelle medesime province ch'egli avea ritolte ai Persiani.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08 · 第 17 / 27 题