CAPITOLO XLII.

_Stato del Mondo Barbaro. Stabilimento dei Lombardi sul Danubio.

Tribù e scorrerie degli Schiavoni. Origine, impero ed ambascerie

dei Turchi. Fuga degli Avari. Cosroe I ossia Nushirvan re di

Persia. Suo regno fortunato, e guerra coi Romani. La guerra

Colchica o Lazica. Gli Etiopi_.

[A. D. 527-565]

La nostra maniera di valutare il merito degl'individui è relativa alle

comuni facoltà dell'uman genere. Gli ambiziosi sforzi del genio o della

virtù, sì nella vita operativa che nella speculativa, vengono misurati

non tanto secondo la real loro grandezza, quanto secondo l'altezza a cui

giungono, sopra il livello del loro secolo e della lor patria: e quella

stessa statura che fra un popolo di giganti non verrebbe avvertita, fra

una schiatta di Pigmei apparirà riguardevole. Leonida, ed i suoi

trecento compagni sacrificarono la vita alle Termopili; ma l'educazione

del fanciullo, dell'adolescente e dell'uomo avea preparato, e quasi

assicurato questo memorabil sacrifizio; ed ogni Spartano dovette

approvare, piuttosto che ammirare un atto di dovere, di cui egli stesso,

ed ottomila de' suoi concittadini sarebbero stati egualmente capaci[1].

Il Gran Pompeo potè inscrivere sopra i suoi trofei, che vinto egli avea

in battaglia due milioni di nemici, e sottomesso mille cinquecento città

dalla Palude Meotide sino al Mar Rosso[2]. Ma la fortuna di Roma volava

dinanzi alle sue aquile; le nazioni erano domate dal loro proprio

terrore, e le invincibili legioni che egli comandava erano state formate

dalla consuetudine della conquista e dalla disciplina dei secoli.

Riguardato da questo canto il carattere di Belisario può meritamente

esser posto al di sopra degli Eroi delle antiche Repubbliche. Nascevano

le sue imperfezioni dal contagio dei tempi; proprie di lui e libero dono

della natura e della riflessione erano le sue virtù. Egli s'inalzò senza

maestro o rivale; e così disuguali erano le armi commesse alla sua

destra, che l'orgoglio e la presunzione de' suoi avversari formavano il

suo solo vantaggio. Condotti da un tal Capo, i sudditi di Giustiniano

spesso meritarono di esser chiamati Romani: non pertanto i superbi Goti,

che affettavano di arrossire nel dover contendere il Regno d'Italia, con

una nazione di tragedianti, di pantomimi e di pirati, li denominavano

Greci, quasi termine di disprezzo con che significar credevano un animo

imbelle[3]. Il clima dell'Asia, a dir vero, è meno di quello d'Europa

confacente alla militare virtù: quelle popolose contrade erano snervate

dal lusso, dal dispotismo e dalla superstizione; ed i monaci costavano

davvantaggio ed erano più numerosi che i soldati dell'Oriente. Le forze

regolari dell'Impero si erano altre volte alzate sino a sei cento

quarantacinquemila uomini: al tempo di Giustiniano esse eransi ridotte a

cento cinquantamila uomini, e questo numero, per grande che possa

parere, era sparso qua e là per terra e per mare, nella Spagna e

nell'Italia, nell'Affrica e nell'Egitto, sulle rive del Danubio, sulla

costa dell'Eusino e sulle frontiere della Persia. Esausti erano i

cittadini, eppure i soldati non ricevevano la paga; la miseria loro

veniva dannosamente mitigata dal privilegio di rubare e di far nulla; ed

i tardivi pagamenti venivano trattenuti od intercettati dalla frode di

quegli agenti che, senza coraggio o pericolo, si usurpano gli emolumenti

della guerra. La miseria pubblica e privata reclutava gli eserciti dello

Stato; ma nel campo, e più ancora al cospetto dell'inimico, sempre

difettoso era il lor numero. Alla mancanza dello spirito nazionale si

suppliva colla precaria fede e coll'indisciplinato servizio dei Barbari

mercenari. Persino l'onor militare, che sovente sopravvive alla perdita

della virtù e della libertà, giacevasi quasi estinto del tutto. I

generali, moltiplicati al di là dell'esempio dei tempi antichi, non

attendevano che ad impedire il buon successo, od a macchiare la fama de'

loro colleghi; e l'esperienza aveva loro insegnato che se il merito alle

volte provocava la gelosia; l'errore, od anche il delitto poteva

ottenere l'indulgenza di un Imperatore clemente[4]. In un secolo come

quello, i trionfi di Belisario, e poi quelli di Narsete dovettero

spiccare di incomparabil luce; ma essi erano circondati dalle più cupe

ombre della disgrazia e della calamità. Nel mentre che il Luogotenente

di Giustiniano soggiogava i regni dei Goti e dei Vandali, il timido[5]

benchè ambizioso Imperatore equilibrava le forze dei Barbari, ne

fomentava le divisioni mediante l'adulazione e la menzogna, e colla sua

pazienza e liberalità pareva invitarli a replicare gli oltraggi[6]. Le

chiavi di Cartagine, di Roma e di Ravenna, venivano ossequiosamente

presentate al loro conquistatore, nel tempo che Antiochia era distrutta

dai Persiani, e tremava Giustiniano per la salvezza di Costantinopoli.

Le stesse vittorie gotiche di Belisario tornavano di pregiudizio allo

Stato, poichè distruggevano l'importante barriera del Danubio superiore,

che Teodorico e la sua figlia avevano così fedelmente guardata. Per

difender l'Italia, i Goti sgombrarono la Pannonia ed il Norico, ch'essi

lasciarono in pacifica e florida condizione. L'Imperator dei Romani

pretendeva di signoreggiare queste due province; ma il loro possesso

effettivo fu abbandonato alla temerità del primo assalitore.

Sull'opposta riva del Danubio, le pianure dell'Ungheria superiore ed i

colli della Transilvania, erano dopo la morte di Attila, possedute dalle

tribù dei Gepidi, i quali rispettavano le armi gotiche, e disprezzavano

non già l'oro dei Romani ma il segreto motivo degli annui loro sussidii.

Questi Barbari s'impadronirono immediatamente delle vuote fortificazioni

del fiume, essi piantarono le loro bandiere sulle mura di Sirmio e

Belgrado, e l'ironico stile della loro apologia aggravava quest'insulto

fatto alla maestà dell'Impero. «Tanto estesi, o Cesare, sono i vostri

dominj, tanto numerose le vostre città, che del continuo voi andate

cercando nazioni, alle quali od in pace od in guerra possiate

abbandonare questi inutili possessi. I Gepidi sono i valorosi e fedeli

vostri alleati, e se anticipatamente si sono presi i vostri doni, hanno

conciò mostrato una giusta confidenza nella vostra bontà». Questa

presunzione avea per iscusa il modo di vendetta abbracciato da

Giustiniano. Invece di sostenere i diritti di un sovrano a cui spetta di

proteggere i sudditi, l'Imperatore invitò un popolo straniero ad

invadere ed a possedere le province romane che giacevano tra il Danubio

e le Alpi; e l'ambizione dei Gepidi non fu rintuzzata che dalla

crescente potenza e fama dei _Lombardi_[7]. Questa corrotta

denominazione è stata diffusa, nel tredicesimo secolo, dai mercatanti e

dai banchieri, italica posterità di que' conquistatori selvaggi; ma il

primitivo nome di _Longobardi_ non altro esprime che la particolare

lunghezza e foggia della barba loro. Io non intendo di contrastare, o di

giustificare la Scandinava loro origine[8]; nè di tener dietro alle

trasmigrazioni dei Lombardi attraverso di sconosciuti paesi, e di una

quantità di maravigliose avventure. Intorno ai tempi di Augusto e di

Trajano splende un raggio di storica luce sopra le tenebre

dell'antichità loro, e per la prima volta noi li ritroviamo in mezzo

all'Elba e l'Odero. Più feroci ancora dei Germani, essi compiacevansi

nello spargere la spaventevol credenza che le loro teste erano formate

come le teste dei cani, e che essi bevevano il sangue dei nemici vinti

in battaglia. L'adozione dei più valorosi schiavi accresceva lo scarso

lor numero; e soli, in mezzo a poderosi vicini, essi difendevano colle

armi la magnanima loro indipendenza. Nelle procelle del Settentrione,

che mandarono sossopra tanti nomi e tante nazioni, la piccola navicella

dei Lombardi si tenne a galla mai sempre. A poco a poco essi discesero

verso il Mezzogiorno e il Danubio; ed in capo a quattrocento anni di

nuovo ricomparvero col valore e colla riputazione di prima. Nè meno

feroci erano i loro costumi. L'assassinio di un ospite reale fu eseguito

al cospetto, e per comando della figlia del re, la quale era stata

provocata da alcune insultanti parole, e tradita nelle sue speranze

dalla poco appariscente sua statura. Il Re degli Eruli, fratello

dell'infelice principe, impose un tributo, prezzo del sangue, sopra i

Lombardi. L'avversità ridestò un sentimento di moderazione e di

giustizia, e l'insolenza della conquista fu punita con la segnalata

disfatta e l'irreparabile dispersione degli Eruli, che erano stabiliti

nelle province meridionali della Polonia[9]. Le vittorie dei Lombardi li

raccomandavano all'amicizia degli Imperatori, e ad istanza di

Giustiniano essi valicarono il Danubio onde sottoporre, secondo il

trattato da essi fatto, le città del Norico, e le fortezze della

Pannonia. Ma lo spirito della rapina ben tosto li trasse al di là di

questi estesi confini; essi vagarono lungo la costa dell'Adriatico

insino a Dirrachio, e la brutale loro famigliarità gli spinse a por

piede nelle città e nelle case dei Romani, loro alleati, e ad

impadronirsi dei prigionieri che erano fuggiti dalle audaci lor mani. La

nazione disapprovò e l'Imperatore scusò questi atti di ostilità, tratti

di ardire, come essi pretesero, di alcuni sbandati avventurieri; ma le

armi dei Lombardi si trovarono più seriamente impegnate in una contesa

di trent'anni, la quale si terminò soltanto collo sterminio dei Gepidi.

Le due nazioni in guerra spesso disputarono la loro causa innanzi al

trono di Costantinopoli; e l'astuto Giustiniano, a cui i Barbari erano

quasi egualmente odiosi, proferì una parziale ed ambigua sentenza, e

destramente protrasse la guerra col mezzo di tardi ed inefficaci

soccorsi. Formidabile era la forza loro, poichè i Lombardi, i quali

mettevano in campo parecchie _miriadi_ di soldati, non cessavano

d'invocare, come essendo i più deboli, la protezione dei Romani. Pieno

d'intrepidezza era il lor animo; tuttavia l'incertezza del coraggio è

tale che i due eserciti furono improvvisamente colti da panico terrore;

essi fuggirono l'uno dall'altro; ed i principi rivali rimasero colle lor

guardie nel mezzo d'una vuota pianura. Si stipulò una tregua di breve

durata; ma il reciproco risentimento si raccese ben tosto; e la memoria

della vergognosa lor fuga fece sì, che più disperato e sanguinoso fosse

il primo lor affrontarsi. Quarantamila Barbari perirono nella decisiva

battaglia che distrusse la potenza dei Gepidi, cangiò di oggetto i

timori e i desiderj di Giustiniano, e per la prima volta mostrò sulla

scena il carattere di Alboino, giovane principe dei Lombardi, e futuro

conquistator dell'Italia[10].

Il popolo selvaggio che abitava od errava nelle pianure della Russia,

della Lituania e della Polonia nel secolo di Giustiniano, si può ridurre

alle due grandi famiglie dei _Bulgari_[11] e degli _Schiavoni_. Secondo

gli scrittori greci, i primi confinanti coll'Eusino e col Lago Meotide,

traevano dagli Unni il nome o l'origine loro, ed inutile riesce il

delineare un'altra volta la semplice e ben nota pittura dei costumi

tartari. Audaci e svelti arcieri eran dessi, che beevano il latte e

banchettavano colla carne degli agili loro corsieri: i lor greggi ed

armenti seguivano o piuttosto guidavano le mosse de' vagabondi lor

campi: nessun paese era troppo lontano od impraticabile per le loro

scorrerie: ed erano essi addestrati alla fuga, quantunque fosse chiuso

al timore il lor petto. La nazione era divisa in due potenti ed ostili

tribù, che si perseguitavano fra loro con odio fraterno. Caldamente si

contendevan esse l'amicizia, o per meglio dire i donativi

dell'Imperatore, e la distinzione che la natura ha stabilito «fra il

cane fedele ed il lupo rapace» veniva applicata da un ambasciatore, il

quale non avea ricevuto che verbali istruzioni dal rozzo suo

principe[12]. I Bulgari di ogni specie si sentivano egualmente allettati

dall'opulenza romana: essi arrogavansi una vaga dominazione sopra quanti

portavano il nome di Schiavoni, e la rapida lor marcia non potè esser

frenata che dal Mar Baltico o dall'eccesso del freddo e dalla povertà

del Settentrione. Ma pare che la stessa razza di Schiavoni abbia tenuto,

in ogni tempo, il possesso delle stesse contrade. Le numerose loro

tribù, benchè distanti o nemiche, usavano un linguaggio comune, che era

un aspro ed irregolare idioma, e si facevano conoscere per la

somiglianza della loro figura, che si discostava dall'abbronzato

Tartaro, e si avvicinava, in qualche distanza, all'alta statura ed alla

bella carnagione del Germano. Quattromila seicento loro villaggi[13]

erano sparsi per le province della Russia e della Polonia, e le capanne

loro venivano in fretta fabbricate di legno rozzamente tagliato, in un

paese mancante di pietra e di ferro. Innalzate queste, o per meglio dire

nascoste nel profondo delle foreste, lungo le rive dei fiumi, o

sull'orlo delle paludi, non si possono da noi forse senza adulazione

paragonare alle architettoniche case del Castoro; a cui rassomigliavano

nella doppia uscita, una sulla terra e l'altra sull'acqua per lo scampo

del selvaggio loro abitatore, animale men mondo, men diligente e men

sociale di quel quadrupede maraviglioso. La fertilità del suolo anzi che

il lavoro dei nativi, forniva la rustica abbondanza degli Schiavoni.

Grande era appo loro il numero delle mandre e del bestiame, ed i loro

campi che seminavano di miglio e di panico[14], somministravano, invece

di pane, un grossolano e men nutritivo alimento. Il continuo amore che i

loro vicini portavano alla rapina, li costringeva a nascondere nella

terra questo tesoro: ma quando uno straniero compariva in mezzo ad essi,

liberamente gli facean parte di quanto avevano; e questo popolo di cui

sfavorevolmente è dipinto il carattere, vien però qualificato cogli

epiteti di casto, di paziente e di ospitale. Per suprema loro divinità,

essi adoravano un invisibile signore del tuono. I fiumi e le ninfe ne

ottenevano i subordinati onori, ed i voti ed i sacrifizi esprimevano il

popolare lor culto. Sdegnavano gli Schiavoni di obbedire ad un despota,

ad un principe, od anco ad un magistrato; ma troppo ristretta la loro

esperienza e troppo ostinate erano le loro passioni, perchè componessero

un sistema di leggi eguali o di generale difesa. All'età od al valore

essi compartivano un certo volontario rispetto; ma ogni tribù, ogni

villaggio si reggeva come una repubblica separata, e conveniva che tutti

fossero persuasi, laddove nessuno poteva esser forzato. Essi

combattevano a piedi, quasi ignudi, e senza nessuna arma difensiva,

tranne un disadatto scudo; avevano per armi di offesa un arco, un

turcasso di piccole freccie avvelenate, ed una lunga corda, che

destramente gettavano lontano, e colla quale stringevano il loro nemico

in un nodo scorsoio. In campo l'infanteria schiavona riusciva pericolosa

per l'ardore, l'agilità e l'audacia: essi nuotavano, tuffavansi e

rimanevan sott'acqua, traendo il respiro per mezzo di una vuota canna;

ed un fiume od un lago era spesso il teatro di un loro agguato

improvviso. Ma talenti eran questi da spie o da predatori; sconosciuta

rimanea affatto l'arte militare agli Schiavoni; oscuro il lor nome, e

senza gloria erano le loro conquiste[15].

Ho debolmente segnati i lineamenti generali degli Schiavoni o dei

Bulgari, senza tentare di definire i confini dei luoghi da essi abitati,

che non erano accuratamente conosciuti nè rispettati dai Barbari stessi.

La loro vicinanza all'Impero determinava l'importanza loro, e la piana

regione della Moldavia o della Valachia era occupata dagli Anti[16],

tribù Schiavona, che con un epiteto di conquista aumentò i titoli di

Giustiniano[17]. Per frenare gli Anti egli innalzò le fortificazioni del

Danubio inferiore, e molto adoperossi ad assicurarsi l'alleanza di un

popolo stanziato nel diretto canale delle nortiche innondazioni ch'era

un intervallo di duecento miglia tra i monti della Transilvania ed il

Ponto Eussino. Ma gli Anti non avevano nè il potere nè la volontà di far

argine al furor del torrente: e cento tribù di Schiavoni, armati alla

leggiera, inseguivano con quasi egual celerità i passi della Bulgara

cavalleria. Il pagamento di una moneta d'oro per ogni soldato procurò

loro una salva e facile ritirata attraverso il paese dei Gepidi, che

dominavano il passo del Danubio superiore[18]. Le speranze od i timori

dei Barbari; l'intestina loro unione o discordia; l'accidente di una

riviera gelata o poco profonda; la prospettiva delle messi o della

vendemmia; la prosperità o l'angustia dei Romani, erano le cagioni che

producevano l'uniforme ripetizione delle annue lor visite,[19] tediose a

narrarsi e distruttive nel loro effetto. Lo stesso anno e forse lo

stesso mese in cui Ravenna aprì le sue porte, fu marcato da un'invasione

degli Unni o Bulgari, così tremenda che quasi cancellò la rimembranza

delle loro incursioni passate. Dai sobborghi di Costantinopoli, si

sparsero essi fino al golfo Jonio, distrussero trentadue città o

castella, rasero al suolo Potidea, che gli Ateniesi avevano edificata,

ed aveva assediata Filippo; poi ripassarono il Danubio, trascinando

attaccati alla coda dei loro cavalli centoventimila sudditi di

Giustiniano. In una scorreria posteriore essi forzarono la muraglia del

Chersoneso Tracio, ne demolirono le abitazioni e sterminarono gli

abitatori; indi valicarono arditamente l'Ellesponto, e carichi delle

spoglie dell'Asia, ritornarono in mezzo ai loro compagni. Un'altra

banda, che parve una moltitudine agli occhi dei Romani, si avanzò, senza

contrasto, dallo stretto delle Termopili fino all'Istmo di Corinto; e

l'ultima rovina della Grecia è sembrato un oggetto troppo minuto per

chiamar l'attenzion dell'istoria. Le opere che l'Imperatore costruì per

la difesa, ma a spese, de' suoi sudditi, non servirono che a manifestare

la debolezza delle parti lasciate neglette; e le mura che l'adulazione

giudicava inespugnabili, furono o disertate dalle guernigioni, ovvero

scalate dai Barbari. Tremila Schiavoni, i quali insolentemente si

divisero in due masnade, posero in chiaro la debolezza e la miseria di

un regno che si diceva trionfante. Essi varcarono il Danubio e l'Ebro;

vinsero i Generali romani che ardirono di opporsi ai loro progressi; ed

impunemente saccheggiarono le città dell'Illirico e della Tracia,

ciascuna delle quali aveva armi e popolazione bastante per fare a pezzi

i dispregevoli loro assalitori. Qualunque lode meritar si possa l'ordire

degli Schiavoni, esso è contaminato dalla bassa e deliberata crudeltà

che sono accusati di aver esercitata sopra dei loro prigionieri. Senza

distinzione di grado, di sesso o di età, questi venivano impalati o

scorticati vivi, o sospesi tra quattro pali, e fatti morire a colpi di

mazza, o veramente chiusi in qualche vasto edificio, ed ivi lasciati

perir nelle fiamme insieme con le spoglie ed il bestiame che impedir

poteva la marcia di questi vincitori selvaggi[20]. Forse da una

relazione più imparziale si sarebbe sminuito il numero, e qualificata la

natura di tali orribili azioni; e le crudeli leggi della rappresaglia

avranno potuto qualche volta servir loro di scusa. Nell'assedio di

Topiro[21], la cui ostinata difesa avea fieramente irritato gli

Schiavoni, essi trucidarono quindicimila uomini; ma risparmiarono le

donne ed i fanciulli. I prigionieri di maggior prezzo erano sempre posti

in serbo per impiegarli al lavoro o per ricavarne il riscatto: non

rigorosa la schiavitù, e pronti e moderati erano i termini della

liberazione de' prigionieri. Ma il suddito, ossia l'istorico di

Giustiniano, esalò il giusto suo sdegno nel linguaggio della querela e

del rimprovero, e Procopio ha confidentemente affermato, che durante un

regno di trentadue anni, ciascun'annua incursione dei Barbari avea

rapito dugentomila abitanti all'Impero romano. L'intera popolazione

della Turchia Europea, che corrisponde, a un dipresso, alle province di

Giustiniano, non sarebbe forse in istato di somministrare sei milioni

d'individui, che sono il prodotto di quell'incredibile computo[22].

Nel mezzo di queste oscure calamità, l'Europa sentì l'urto di una

rivoluzione, che prima disvelò al Mondo il nome e la nazione de' Turchi.

Somigliante a Romolo, il fondatore di quel popolo marziale fu allattato

da una lupa che poscia lo fece padre di una numerosa posterità, e

l'immagine di questa bestia, nelle bandiere dei Turchi, conservò la

memoria, o piuttosto suggerì l'idea di una favola, che fu inventata,

senza alcuna relazione scambievole, dai pastori del Lazio, e da quelli

della Scizia. Nell'eguale distanza di duemila miglia dal mar Caspio, dal

mar Glaciale, dal mar della China, e da quello del Bengala, sorge una

gran catena di monti, che è il centro o forse la sommità dell'Asia;

essa, nella favella delle differenti nazioni, fu chiamata Imao, e

Caf[23], ed Altai, e le Montagne d'Oro, e la Cintura della Terra. I

fianchi delle rupi producevano minerali; e le fornaci del ferro[24] ad

uso della guerra, erano lavorate dai Turchi, la più spregiata porzione

degli schiavi del Gran Can dei Geugeni. Ma durar non doveva il loro

servaggio, se non fin tanto che sorgesse un ardito ed eloquente

condottiero, il quale persuadesse i suoi compatriotti che le stesse

armi, fabbricate pei loro padroni, potevano divenire nelle proprie lor

mani gl'istromenti della libertà e della vittoria. Sbucaron essi dai lor

monti[25]; uno scettro fu il guiderdone del consiglio di lui; e l'annua

cerimonia, in cui un pezzo di ferro veniva arroventato nel fuoco, ed il

Principe ed i suoi nobili maneggiavano successivamente un martello da

fabbro ferraio, ricordò di secolo in secolo l'umile professione ed il

ragionevole orgoglio della nazione Turchesca. Bertezena, primo lor Capo,

segnalò il valore di essi ed il suo in fortunati combattimenti contro le

vicine tribù; ma quando egli presunse di chiedere in matrimonio la

figlia del gran Cane, l'insolente domanda di uno schiavo e di un

artigiano con disprezzo fu rigettata. Una più nobile alleanza d'una

principessa Chinese lo risarcì di tale disgrazia; e la decisiva

battaglia che quasi estirpò la nazione dei Geugeni, fondò nella Tartaria

il nuovo e più potente impero dei Turchi. Essi regnarono sul

Settentrione; ma il fedele amore che serbavano per le montagne dei padri

loro, mostrò il lor modo di pensare intorno alla vanità delle conquiste.

Il campo reale di rado perdè di vista il monte Altai, d'onde il fiume

Irtish discende ad irrigare i ricchi pascoli dei Calmucchi[26], i quali

nutrono i montoni ed i buoi più grossi del mondo. Fertile n'è il suolo,

ed il clima temperato e mite. Quella fortunata regione non conosceva nè

la pestilenza, nè i terremoti; il trono dell'Imperatore era rivolto

verso Oriente, ed un lupo d'oro, innalzato sopra una lancia, parea

custodire l'ingresso della tenda di lui. Uno dei successori di Bertezena

rimase adescato dal lusso e dalla superstizione della China; ma il suo

disegno di fabbricar templi e città fu dissipato dalla ingenua sapienza

di un Barbaro consigliere. «I Turchi, disse costui, non uguagliano in

numero la centesima parte degli abitatori della China. Se noi pareggiamo

la loro potenza, ed eludiamo i loro eserciti, ciò avviene, perchè

andiamo vagando senza fisse abitazioni, non attendendo che alla guerra

ed alla caccia. Siamo noi forti! Ci spingiamo innanzi, e conquistiamo.

Siamo noi deboli! Ci ritiriamo e ci nascondiamo. Ma se i Turchi si

rinserrano dentro le mura delle città, la perdita di una battaglia

trarrà seco la distruzione del loro impero. I Bonzi non predicano che

pazienza, umiltà e rinunzia al mondo. Tale, o Re, non è la religion

degli Eroi». Essi adottarono con minor ripugnanza le dottrine di

Zoroastro, ma la maggior parte della nazione continuò a serbare, senza

esame, le opinioni, o per meglio dire la pratica dei loro antenati. Alla

suprema divinità erano riserbati gli onori del sacrifizio; essi

confessavano, con rozzi inni ciò che dovevano all'aria, al fuoco,

all'acqua ed alla terra; ed i loro sacerdoti traevano qualche profitto

dall'arte della divinazione. Le loro leggi, non scritte, erano rigorose

ed imparziali: il furto veniva punito colla restituzione del decuplo:

l'adulterio, il tradimento e l'uccisione traevano con sè la pena di

morte, ma nessun castigo pareva loro troppo severo pel raro ed

inespiabile delitto di pusillanimità. Raccolto avendo sotto il loro

stendardo le vinte nazioni, la cavalleria de' Turchi, tra uomini e

cavalli, veniva orgogliosamente computata per milioni; uno dei loro

eserciti effettivi era composto di quattrocentomila soldati, ed in meno

di cinquant'anni essi furono in relazione di guerra o di pace coi

Romani, coi Persiani e coi Chinesi. Nei loro limiti settentrionali si

può discoprire qualche vestigio della forma e della situazione del

Kamtchatka, di un popolo di cacciatori e di pescatori le cui slitte

erano tirate da cani, e le abitazioni sepolte sotterra. I Turchi

ignoravano l'astronomia; ma le osservazioni fatte da qualche dotto

Chinese, con un gnomone di otto piedi, determinano il campo reale nella

latitudine di quarantanove gradi, e segnano i loro progressi sino a tre

od almeno a dieci gradi dal circolo polare[27]. Fra le meridionali

conquiste loro, la più splendida fu quella dei Neftaliti, od Unni

bianchi, popolo incivilito e guerriero che possedeva le trafficanti

città di Bochara e di Samarcanda, che vinto aveva i monarchi della

Persia, e portato le vittoriose sue armi sulle rive e forse alla foce

dell'Indo. Dalla parte di Ponente, la cavalleria turca s'innoltrò fino

alla palude Meotide. Essi passarono questo lago sul ghiaccio. Il Can che

abitava ai piedi del Monte Altai, spedì l'ordine che si assediasse

Bosforo[28], città che si era volontariamente sommessa ai Romani, ed i

cui Principi erano stati anticamente gli amici di Atene[29]. A levante i

Turchi invadevano la China, ogni volta che rilassato vi era il vigor del

governo; e l'istoria dei tempi ci narra che essi abbattevano i loro

pazienti nemici, come si miete il canape e l'erba dei campi; e che i

Mandarini encomiarono la sapienza di un Imperatore il quale respinse

questi Barbari con lancie d'oro. L'estensione del selvaggio impero dei

Turchi trasse uno dei loro monarchi a stabilire tre subordinati Principi

del proprio sangue, i quali tosto dimenticarono i doveri della

riconoscenza e della fedeltà. Snervati furono i conquistatori dal lusso,

il quale sempre riesce fatale fuori che ad un popolo industrioso. La

politica della China eccitò le vinte nazioni a ricuperare l'indipendenza

perduta; e la potenza dei Turchi non oltrepassò il periodo di

duecent'anni. Il risorgimento del nome loro ed il loro dominio nelle

contrade meridionali dell'Asia, sono avvenimenti di una età posteriore;

e le dinastie che succederono ai loro primi sovrani, possono passarsi in

silenzio poichè l'istoria loro non ha verun legame colla decadenza e

caduta del Romano Impero[30].

Nella rapida carriera delle conquiste, i Turchi assaltarono e

soggiogarono la nazione degli Ogori o Varconiti sulle rive del fiume Til

che vien denominato il Nero pel bruno color delle sue acque, o per le

sue cupe foreste[31]. Ucciso fu il Can degli Ogori, insieme con tre

centomila suoi sudditi, ed i loro cadaveri ingombravano uno spazio di

quattro giornate di viaggio. Quelli tra loro che sopravvissero, si

assoggettarono alla forza ed alla clemenza dei Turchi; ed una picciola

porzione, di circa ventimila guerrieri, antepose l'esilio alla

schiavitù. Seguitaron essi la ben nota strada del Volga, lusingarono

l'errore delle nazioni che gli confusero cogli Avari, e sparsero il

terrore di questo falso, benchè famoso, nome, il quale però non avea

salvato dal giogo dei Turchi quelli che legittimamente il portavano[32].

Dopo una lunga e vittoriosa marcia, i nuovi Avari, giunsero al piè del

monte Caucaso, nel paese degli Alani[33] e dei Circassi, dove per la

prima volta sentirono a parlare dello splendore e della debolezza

dell'Impero Romano. Umilmente essi pregarono il Principe degli Alani,

loro confederato, di condurli a questa sorgente di ricchezze; ed il loro

ambasciatore, col permesso del governatore di Lazica, fu trasportato,

per l'Eussino a Costantinopoli. Tutta la città sboccò fuori a rimirare

con curiosità e spavento l'aspetto di questo popolo straniero; i lunghi

capelli che lor cadevano in treccie giù per le spalle, erano

graziosamente annodati con nastri, ma il rimanente del lor vestire

pareva imitare la foggia degli Unni. Allorchè vennero ammessi

all'udienza di Giustiniano; Candish, il primo degli Ambasciatori, si

volse in questi accenti all'Imperatore Romano. «Tu vedi, o potente

principe, i rappresentanti della più forte e più popolosa fra le

nazioni, degli invincibili ed irresistibili Avari. Noi vogliamo

dedicarsi al tuo servizio: noi siamo atti a vincere ed a distruggere

tutti i nemici che ora turbano il tuo riposo. Ma aspettiamo, qual prezzo

della tua alleanza, qual ricompensa del nostro valore, donativi

preziosi, annui sussidj, e possessioni feconde». Al tempo di

quest'ambasceria, Giustiniano avea regnato più di trent'anni, egli ne

avea vissuto più di settantacinque: languenti e deboli erano il suo

corpo ed il suo spirito; ed il conquistatore dell'Affrica e dell'Italia,

non curando gli interessi permanenti del suo popolo, non aspirava che a

fornire i suoi giorni nel seno della pace, quantunque priva di gloria.

In una arringa studiata, egli espose al Senato il partito da lui preso

di dissimulare l'insulto e di comprare l'amicizia degli Avari; e tutto

il Senato, come i Mandarini della China, decantò l'incomparabil sapienza

e la previdenza del suo Monarca. Si allestiscono immediatamente gli

istrumenti del lusso per cattivar l'animo dei Barbari, seriche vesti,

soffici e splendidi letti, catene e collane, incrostate di oro. Gli

ambasciatori, contenti di sì liberale accoglienza, si partirono da

Costantinopoli, e Valentino, uno della guardia dell'Imperatore, fu

mandato collo stesso carattere nel loro campo, a' piedi del Caucaso.

Siccome sì la distruzione che le vittorie loro potevano essere

egualmente di vantaggio all'Impero, ei li persuase a correre addosso ai

nemici di Roma, ed essi agevolmente si lasciarono allettare da regali e

promesse, a secondare l'inclinazione che avevan più cara. Questi

fuggiaschi, che si ritraevano dalle armi dei Turchi, passarono il Tanai

ed il Boristene ed audacemente si avanzarono nel cuore della Polonia e

della Germania, violando la legge delle nazioni, ed abusando dei diritti

della vittoria. Prima che fossero passati dieci anni, essi aveano

piantato i lor campi sul Danubio e sull'Elba; molti nomi Bulgari e

Schiavoni si erano cancellati dalla terra, ed il rimanente di quella

tribù si trovava, in qualità di tributarj e di vassalli, sotto lo

stendardo degli Avari. Il Cacano, titolo particolare che prendeva il Re

loro, tuttavia affettava di coltivare l'amicizia dell'Imperatore; e

Giustiniano nutriva qualche pensiero di stabilirli nella Pannonia, per

bilanciare la predominante potenza dei Lombardi. Ma la virtù od il

tradimento di un Avaro manifestò la segreta inimicizia e gli ambiziosi

disegni de' suoi compatriotti: ed essi altamente si lamentarono della

timida ma gelosa politica che riteneva i loro ambasciatori, e negava le

armi che loro era stato concesso di comperare nella capital

dell'Impero.[34].

Ad un'ambasciata ricevuta dai conquistatori degli Avari[35], può forse

attribuirsi l'apparente cangiamento seguìto nelle disposizioni degli

Imperatori. Il risentimento dei Turchi non s'era punto ammorzato

dall'immensa distanza che schermiva gli Avari dalle armi loro. I loro

ambasciatori inseguirono le orme dei vinti al Giaik, al Volga, al monte

Caucaso, all'Eussino, ed a Costantinopoli, e finalmente comparvero

dinanzi al successore di Costantino, a chiedere che egli non volesse

sposare la causa di gente ribelle e fuggitiva. Anche il commercio ebbe

qualche parte in questa osservabile negoziazione: ed i Sogdoiti, i quali

erano allora tributarj dei Turchi, abbracciarono la bella occasione di

aprire, pel Nord del mar Caspio, una nuova strada che servisse a

trasportare la seta della China nell'Impero di Roma. I Persiani che

preferivano la navigazione di Ceilan, avevano ditenuto le carovane di

Bochara e di Samarcanda: la seta che esse portavano, era stata

dispettosamente arsa: alcuni ambasciatori turchi morirono in Persia non

senza sospetto di veleno; ed il Gran Can permise al fedele suo vassallo

Maniaco, principe dei Sogdoiti, di proporre alla Corte di Bisanzio un

trattato di alleanza contro i loro comuni nemici. Gli splendidi lor

vestimenti ed i ricchi regali, frutto del lusso orientale, distinguevano

Maniaco ed i suoi colleghi, dai rozzi selvaggi del Settentrione: le

lettere loro, scritte nel linguaggio e nel carattere della Scizia,

denotavano un popolo il quale era pervenuto ai rudimenti del sapere[36]:

essi annoveravano le conquiste, ed offerivano l'amicizia e l'aiuto

militare dei Turchi; e la sincerità loro veniva attestata da tremende

imprecazioni (se colpevoli fossero di falsità) sopra il proprio lor

capo, e sopra il capo di Disabul, loro Signore. Il Principe greco trattò

con ospitale riguardo gli ambasciatori di un remoto e potente monarca:

la vista dei bachi da seta e dei telaj sconcertò la speranza dei

Sogdoiti; l'Imperatore rinunziò, o parve rinunziare ai fuggitivi Avari,

ma accettò l'alleanza dei Turchi; e la ratificazione del trattato fu

recata ai piedi del monte Altai da un ministro romano. Sotto i

successori di Giustiniano, si coltivò l'amicizia delle due nazioni con

relazioni frequenti e cordiali; si permise ai vassalli più favoriti

d'imitare l'esempio del Gran Cane, e cento e sei Turchi, venuti a

Costantinopoli in varie occasioni, ne partirono al tempo istesso pel

loro paese nativo. La storia non ci specifica la durata e la lunghezza

del viaggio, dalla Corte Bisantina al monte Altai. Arduo sarà stato

trascorrere i deserti senza nome, i monti, i fiumi e le paludi della

Tartaria; ma ci fu serbato un curioso ragguaglio delle accoglienze fatte

agli oratori romani nel campo reale. Poscia che furono purificati col

fuoco e coll'incenso, secondo un rito ancora praticato sotto i figliuoli

di Zingis, essi vennero introdotti al cospetto di Disabul. Nella valle

della montagna d'oro, essi trovarono nella sua tenda il Gran Cane,

seduto in una sedia con ruote, alla quale si poteva, occorrendo,

attaccare un cavallo. Tosto ch'ebbero offerto i lor doni, che ricevuti

vennero dagli officiali a ciò destinati, essi esposero, in una florida

concione, i desiderj dell'Imperatore Romano, che la vittoria

accompagnasse le armi dei Turchi, che lungo e prospero ne fosse il

Regno, che una stretta alleanza, scevra d'invidia e di frode, potesse

per sempre durare tra le due più potenti nazioni della Terra. La

risposta di Disabul si confece a queste proteste amichevoli, e gli

Ambasciatori furono fatti sedere al suo lato, in un banchetto che occupò

la maggior parte del giorno; parata era la tenda di seriche tappezzerie,

e fu servito a tavola un liquor tartaro che possedeva almeno le qualità

inebbrianti del vino. Più sontuoso fu il convito del giorno seguente; i

serici addobbi della seconda tenda presentavano varie figure in ricamo;

e la sedia reale, le coppe ed i vasi erano tutti d'oro. Un terzo

padiglione veniva sostenuto da colonne di legno dorato; un letto di oro

puro e massiccio sorgeva sopra quattro pavoni dello stesso metallo: e

davanti all'ingresso della tenda si vedevano piatti, bacili, e statue di

solido argento, lavorati con ammirabil arte, e sfarzosamente

ammonticchiati sopra carri, monumenti del valore più che dell'industria.

Allorchè Disabul condusse i suoi eserciti contro le frontiere della

Persia, gli Ambasciatori romani seguirono per molti giorni la marcia del

Campo Turco, nè furono congedati, sinchè non ebbero goduto la precedenza

sopra l'Oratore del Gran Re, i cui alti ed immoderati clamori

interruppero il silenzio del banchetto reale. La potenza e l'ambizione

di Cosroe assodarono l'unione dei Turchi e dei Romani, che confinavano

da ogni banda coi dominj di esso: ma queste distanti nazioni, non

curandosi una dell'altra, consultarono i dettami dell'interesse, senza

rammentarsi le obbligazioni de' giuramenti e de' trattati. Al tempo in

che il successore di Disabul celebrò le esequie del padre, egli fu

salutato dai Legati dell'Imperatore Tiberio, che proposero un'invasione

della Persia, e con fermezza sostennero gli sdegnosi e forse giusti

rimproveri di quei Barbari orgogliosi. «Voi mirate le dieci mie dita,

disse il Gran Cane, applicandole alla sua bocca. Voi, Romani, parlate

con altrettante lingue, ma sono lingue d'inganno e di spergiuro. Con me

tenete una favella, coi miei sudditi un'altra; e le nazioni vengono

successivamente aggirate dalla perfida vostra eloquenza. Voi traete i

vostri alleati nella guerra e nel pericolo; voi profittate delle loro

fatiche, e trascurate i vostri benefattori. Accelerate il ritorno, ed

informate il vostro Signore che un Turco è incapace di proferire o di

scordare una menzogna, e ch'egli ben presto incontrerà il castigo che

gli è dovuto. Nel punto ch'egli richiede la mia amicizia con adulanti e

fallaci parole, si è abbassato a far lega co' Varconiti che da me

fuggono. Se io mi traggo a muovere contro que' dispregevoli schiavi,

essi tremeranno al suono dei nostri flagelli; calpestati e' saranno,

come un nido di formiche, sotto i piedi dell'innumerevole mia

cavalleria. Non mi è ignota la strada che essi tennero per invadere il

vostro Impero, nè posso essere ingannato dal vano pretesto, che il monte

Caucaso è l'inespugnabile barriera de' Romani. Conosco il corso del

Niester, del Danubio e dell'Ebro; le nazioni più bellicose hanno ceduto

alle armi dei Turchi; e da dove nasce a dove muore il Sole, tutta è mio

retaggio la Terra». Non ostante questa minaccia, un sentimento di

scambievole utilità rinnovò ben presto la colleganza, de' Turchi e de'

Romani; ma l'orgoglio del Gran Cane sopravvisse al suo sdegno, e

nell'atto di annunziare un'importante conquista al suo amico

l'Imperatore Maurizio, egli s'intitolò il Padrone delle sette razze, ed

il Signore dei sette climi del mondo[37].

Tra i Sovrani dell'Asia nacquero spesso contese pel titolo di Re del

mondo, e queste stesse disputazioni provarono ch'esso non può

appartenere a veruno dei competitori. Il regno dei Turchi era limitato

dall'Oxo o Gihon, e questo gran fiume separava il _Turan_ dalla rivale

monarchia d'_Iran_ o della Persia, la quale, in più ristretto spazio,

conteneva forse una più gran misura di popolazione e di potenza. I

Persiani, che alternativamente assalirono e respinsero i Turchi ed i

Romani, eran tuttavia governati dalla casa di Sassan, che salì al trono

tre secoli prima dell'esaltamento di Giustiniano. Cabade o Kobad,

contemporaneo di lui, era stato avventuroso in guerra contro

l'Imperatore Anastasio: ma il Regno di quel Principe fu perturbato da

civili e religiosi dissidj. Prigioniero in mano de' suoi sudditi, esule

tra i nemici della Persia, egli ricovrò la sua libertà col prostituire

l'onore della sua moglie, e riacquistò il suo regno, mediante la

pericolosa e mercenaria assistenza dei Barbari, i quali trucidato gli

aveano il padre. Sospettavano i nobili della Persia che Kobad non fosse

mai per dimenticare gli autori della sua espulsione, o nemmeno quelli

che l'avean riposto sul trono. Aggirato ed infiammato era il popolo dal

fanatismo di Mazdak[38], il quale predicava la comunanza delle

donne[39], e l'eguaglianza di tutti gli uomini, nel tempo ch'egli

appropiava all'uso dei suoi settarj le più ricche possessioni e le donne

più belle. La declinante età del Monarca persiano veniva amareggiata

dall'aspetto di questi disordini, che le sue leggi ed il suo esempio[40]

avevano fomentati, e si accrescevano i suoi timori dal segreto

sentimento del disegno che nutriva di sovvertire il naturale e consueto

ordine di successione in favore del suo terzo e prediletto figliuolo,

così famoso sotto i nomi di Cosroe e di Nushirvan. Collo scopo di

rendere più illustre il giovane al cospetto delle nazioni, Kobad

desiderò che venisse adottato dall'Imperatore Giustino: la speranza

della pace indusse la Corte Bisantina ad accettare questa singolare

proposta; e Cosroe avrebbe acquistato uno specioso diritto all'eredità

del romano suo padre. Ma il male che n'era per avvenire fu allontanato

dal consiglio del Questore Proclo: si mise in campo la difficoltà, se

l'adozione dovesse farsi con un rito militare o civile[41]; disciolto fu

all'improvviso il trattato, ed il sentimento di questa offesa si stampò

profondamente nell'animo di Cosroe, il quale si era già avanzato fino al

Tigri, alla volta di Costantinopoli. Non sopravvisse lungamente il padre

di Cosroe all'avvenimento che avea sconcertato le sue mire. Si lesse il

testamento del defunto sovrano nell'assemblea dei nobili, ed una potente

fazione, preparata a sostenerlo, innalzò Cosroe al trono della Persia,

senza por mente ai diritti della Primogenitura. Cosroe tenne quel trono

pel lungo e prospero periodo di quarantott'anni[42]; e la giustizia di

Nushirvan vien celebrata dalle nazioni dell'Oriente, quale argomento di

lode immortale.

Ma nell'opinione dei Re, ed anche dei loro sudditi, la giustizia di un

sovrano non esclude un'ampia indulgenza pel soddisfacimento delle sue

passioni e del suo interesse. La virtù di Cosroe era quella di un

conquistatore, il quale nelle determinazioni della pace o della guerra,

viene spinto dall'ambizione e rattenuto dalla prudenza, confonde la

grandezza colla felicità di una nazione, e tranquillamente sacrifica le

vite delle migliaja alla fama od anche al divertimento di un solo. Nella

domestica sua amministrazione, il giusto Nushirvano meriterebbe, secondo

il nostro sentire, d'esser chiamato un tiranno. I suoi due fratelli

maggiori erano stati privati delle care lusinghe del Diadema: posti tra

il grado supremo e la condizione di sudditi, piena di ansietà per essi

diveniva la futura lor vita e formidabile al loro Signore. Il timore

egualmente che la vendetta poteva muovergli a ribellarsi; la più tenue

ombra di una cospirazione fu bastante all'autore dei loro mali, e si

assicurò il riposo di Cosroe mediante la morte di que' Principi

sventurati, delle famiglie e degli aderenti loro. La pietà di un

Generale veterano, salvò un giovinetto innocente, e quest'atto di

umanità, rivelato dallo stesso suo figlio, cancellò il merito di aver

ridotto dodici nazioni all'obbedienza della Persia. Lo zelo e la

prudenza di Mebode aveano assodato il diadema sulla fronte di Cosroe

istesso; ma tardò egli un giorno ad obbedire ai cenni reali sinchè

avesse adempito i doveri di una rassegna militare: subitamente gli fu

intimato di ridursi al Tripode di ferro, che sorgeva innanzi alla porta

della Reggia[43], dove si puniva di morte chi desse soccorso o si

accostasse alla vittima, e Mebode languì più giorni prima che si

proferisse la sentenza dall'inflessibil orgoglio e dalla fredda

ingratitudine del figlio di Kobad. Ma il popolo, e più che altrove

nell'Oriente, è propenso a dimenticare ed anche ad applaudire la

crudeltà che colpisce le teste più sublimi, quegli schiavi ambiziosi, la

cui volontaria scelta gli ha esposti a vivere de' sorrisi od a morir pel

cipiglio di un capriccioso monarca. Nell'eseguire le leggi che tentato

egli non era ad infrangere, nel punire i delitti che offendevano la

propria sua dignità ugualmente che la felicità degli individui,

Nushirvano, o Cosroe meritò il soprannome di giusto. Fermo, rigoroso ed

imparziale ne era il governo. Prima cura del suo regno fu di abolire la

pericolosa teoria della comunanza od uguaglianza dei beni. Le terre e le

donne che i settari di Magdak avevano usurpate, furono restituite ai

legittimi lor proprietarj; e il moderato castigo inflitto ai fanatici ed

agli impostori confermò i domestici diritti della vita sociale. In

cambio di porger orecchio con cieca fiducia ad un ministro favorito,

egli stabilì quattro Visiri sopra le quattro grandi province del suo

impero l'Assiria, la Media, la Persia, e la Battriana. Nella scelta dei

giudici, dei prefetti e dei consiglieri, egli cercava di tor via la

maschera che si suole portare alla presenza dei Re. Era vago di

sostituire il naturale ordine dei talenti alle accidentali distinzioni

della nascita e della fortuna; speciosamente professava la sua

intenzione di anteporre quegli uomini che portavano il povero nel loro

seno, e di bandire la corruzione dalla sede della giustizia, come i cani

sono esclusi dai templi dei Magi. Il codice delle leggi del primo

Artaserse fu richiamato a vita e pubblicato come norma dei magistrati;

ma la sicurezza di una pronta punizione porgeva la miglior garanzia

della loro virtù. Migliaja d'occhi invigilavano sulla loro condotta, ed

ascoltate n'erano le parole dalle migliaja di orecchie dei segreti o

pubblici agenti del trono, e le province dai confini dell'Arabia a

quelli dell'India, si rallegravano frequentemente per la presenza di un

Sovrano che affettava di emulare il Sole, suo celeste fratello, nella

sua rapida e salutare carriera. Egli considerava l'educazione e

l'agricoltura come i due oggetti più meritevoli delle sue cure. In ogni

città della Persia, gli orfani, ed i figli dei poveri erano mantenuti ed

istruiti a spese pubbliche; si davano le zitelle in matrimonio ai più

ricchi cittadini della classe loro, ed i garzoni, secondo la diversa

loro abilità, s'impiegavano in arti meccaniche, ed erano promossi a più

onorevole impiego. La bontà di Cosroe soccorse i villaggi abbandonati;

distribuì bestiami, sementi e stromenti di agricoltura ai contadini ed

ai fittajuoli che non erano in istato di coltivare i loro terreni, ed il

raro ed inestimabile tesoro delle acque fu con economia maneggiato, e

con abilità sparso sopra l'arido territorio della Persia[44]. La

prosperità di quel regno fu la conseguenza e la prova delle virtù del

Sovrano: i vizj di lui sono quelli del dispotismo orientale; ma nella

lunga contesa tra Cosroe e Giustiniano, il vantaggio del merito e della

fortuna si trova quasi sempre dal lato del Barbaro[45].

Alla lode di giusto, Nishirvan univa la fama di sapiente: i sette

Filosofi greci che visitarono la sua Corte, furono attirati ed ingannati

dalla strana asserzione, che un discepolo di Platone sedeva sul trono

persiano. Potevan essi aspettarsi che un Principe, vigorosamente

esercitato nelle cure della guerra e del governo, avesse a discutere,

con destrezza pari alla loro, le astruse e profonde questioni che

divertivano gli ozj delle scuole di Atene! Dovevan essi sperare che i

precetti della filosofia avessero a regger la vita e governar le

passioni di un despota, a cui sin dall'infanzia si era insegnato a

considerare l'assoluta e capricciosa sua volontà, come la sola regola

dei doveri morali[46]! Superficiali e di ostentazione erano gli studj di

Cosroe: ma il suo esempio svegliò la curiosità di un popolo ingegnoso, e

la luce della scienza si difuse sopra i dominj della Persia[47]. Egli

fondò un'accademia di medicina a Gondi-Sapor, nelle vicinanze della

città di Susa, ed essa a poco a poco divenne una liberale scuola di

poesia, di filosofia e di rettorica[48]. Si composero gli annali della

monarchia[49] e nel tempo che la recente ed autentica storia poteva

porgere utili lezioni sì al Principe che al popolo, l'oscurità dei primi

secoli fu abbellita coi draghi e coi favolosi eroi dei romanzi

orientali[50]. Ogni straniero dotato di sapere, o di fiducia fu

arricchito dalla bontà, e lusingato dalla conversazione del Monarca.

Nobilmente egli ricompensò un medico greco[51] col liberare in grazia di

lui tremila prigionieri: ed i sofisti che si contendevano il favore del

Principe, presero dispetto della ricchezza e dell'insolenza di Urenio,

loro più fortunato rivale. Nushirvan credeva od almeno rispettava la

religione dei Magi: e si possono scoprire alcune tracce di persecuzione

durante il suo regno[52]. Non pertanto egli liberamente si permetteva di

paragonare gli argomenti delle varie Sette; e le teologiche deputazioni,

a cui frequentemente presiedeva, diminuivano l'autorità dei sacerdoti,

ed illuminavano le menti del popolo. Per suo cenno, si tradussero i più

celebri scrittori della Grecia e dell'India nella lingua persiana, dolce

ed elegante idioma, raccomandato da Maometto all'uso del Paradiso;

benchè l'ignoranza e la presunzione di Agatia[53] lo vilipendesse cogli

epiteti di rozzo e non musicale. Del rimanente questo istorico greco

poteva ragionevolmente maravigliarsi che si trovasse possibile di

eseguire una intiera versione di Platone e di Aristotele in un dialetto

straniero che non era stato foggiato ad esprimere lo spirito di libertà,

e le sottigliezze delle filosofiche investigazioni. E se la ragione

dello Stagirita può riuscire egualmente oscura, od egualmente

intelligibile in ogni favella, l'arte drammatica, e l'argomentazione

verbale del discepolo di Socrate[54] pajono essere indissolubilmente

unite con la grazia e la perfezione del suo attico stile. Nell'andare in

cerca dell'universale dottrina, Nushirvan venne a sapere che le favole

morali e politiche di Pilpai[55], antico Bracmano, si conservavano con

gelosa riverenza fra i tesori dei Sovrani dell'India. Il medico Peroze

fu segretamente spedito alle rive del Gange, onde procacciarsi, a

qualunque prezzo, la comunicazione di quest'opera preziosa.

L'accorgimento di Peroze ne ottenne una copia, che con dotta accuratezza

egli tradusse; e le favole di Pilpai si lessero e si ammirarono

nell'assemblea di Nushirvan e dei suoi nobili. L'originale indiano, ed

il suo traslatamento persiano da lungo tempo sono scomparsi, ma questo

venerabile monumento, salvato per la curiosità dei Califfi Arabi,

rinacque nel Persiano moderno, negli idiomi Turco, Siriaco, Ebraico e

Greco, e per mezzo di successive versioni venne trasfuso nelle moderne

lingue d'Europa. Nella presente forma di queste favole, più non si

scorgono affatto il carattere particolare, i costumi e la religione

degl'Indi; e l'intrinseco merito delle favole di Pilpai cede di gran

lunga alla concisa eleganza di Fedro, ed alle naturali grazie di La

Fontaine. L'autore ha illustrato, in una serie di apologhi, quindici

sentenze morali e politiche ma avviluppata n'è la composizione, prolisso

il racconto, e comuni e di poca utilità ne sono i precetti. Nondimeno il

Bracmano può pretendere al merito di aver inventato una piacevol

finzione, che adorna il nudo della verità, ed addolcisce, per avventura,

ad un orecchio reale quello che l'insegnamento in sè contiene di amaro.

Collo stesso disegno di avvertire i Re che forti e' non sono se non per

la forza de' sudditi loro, gli stessi Indiani inventarono il giuoco

degli scacchi, che fu parimente introdotto in Persia sotto il regno di

Nushirvano[56].

Il figlio di Kobad trovò la monarchia avvolta in guerra col successore

di Costantino, e l'inquietudine che gli davano le sue domestiche cose lo

mosse a consentire la sospensione di armi che Giustiniano era impaziente

di ottenere. Vide Cosroe i Legati romani al suo piede. Egli accettò

undicimila libbre d'oro, qual prezzo di una pace perpetua od

indefinita[57]. Si regolarono alcune reciproche permutazioni; i Persiani

assunsero la custodia delle porte del Caucaso, e si sospese la

demolizione di Dara, col patto che non potesse esser mai la residenza

del generale dell'Oriente.

L'ambizione dell'Imperatore che avea sollecitato quest'intervallo di

riposo, diligentemente ne trasse profitto. Le sue conquiste affricane

furono il primo frutto del trattato Persiano; e l'avarizia di Cosroe

venne blandita da una larga porzione dello spoglie di Cartagine, che i

suoi ambasciatori richiesero quasi motteggiando e adducendo i pretesti

dell'amicizia[58]. Ma i trofei di Belisario disturbarono i sonni del

Gran Re; ed egli udì con istupore, con invidia e con tema, che la

Sicilia, l'Italia e Roma stessa in tre rapide campagne erano state

ridotte all'obbedienza di Giustiniano. Non avvezzo all'arte di rompere i

trattati, egli segretamente suscitò il suo animoso e scaltro vassallo

Almondaro. Questo Principe de' Saraceni, che tenea la sua sede in

Hira[59], non era stato compreso nella pace generale, e continuava a

sostenere un'oscura guerra contro il suo rivale Areta, Capo della tribù

di Gassan, e confederato dell'Impero. Uno spazioso pascolo nel deserto a

mezzo giorno di Palmira, era il soggetto della loro contesa. I diritti

di Almondaro parevano attestati da un tributo per la licenza di

pascolare, pagato da immemorabile età, nel mentre che il Gassanita

allegava il nome di _strata_, via selciata, come inevitabil prova della

sovranità e dell'opera dei Romani[60]. I due monarchi proteggevano la

causa de' loro rispettivi vassalli; l'Arabo Persiano, senz'aspettare

l'evento di un tardo e dubbioso arbitrato, arricchì il volante suo campo

con le spoglie ed i prigionieri della Siria. Invece di respinger le armi

di Almondaro, Giustiniano tentò di sedurne la fedeltà, nel tempo ch'egli

chiamava dall'estremità della terra le nazioni dell'Etiopia e della

Scizia ad invadere i dominj del suo rivale. Ma distante e precario era

l'ajuto di tali alleati, e la scoperta di questa corrispondenza ostile

giustificò le querele dei Goti e degli Armeni, che imploravano, quasi

nello stesso tratto, la protezione di Cosroe. I discendenti di Arsace,

numerosi ancora in Armenia, erano stati commossi a difendere le ultime

reliquie della nazionale libertà e dell'ereditario lor grado; e gli

ambasciatori di Vitige avevano segretamente attraversato l'Impero per

esporre l'imminente e quasi inevitabile pericolo del Regno d'Italia.

Uniformi, gravi, ed efficaci apparivano le rimostranze loro. «Noi ci

presentiamo dinanzi al tuo trono, per difendere i tuoi interessi non

meno che i nostri. L'ambizioso ed infedele Giustiniano aspira ad essere

il solo dominatore del Mondo. Dopo stretta la pace perpetua, che tradì

la comune libertà dell'uman genere, questo Principe, tuo confederato in

parole, e tuo nemico in fatti, ha trattato i suoi amici ed i suoi

avversarj con eguale insulto, ed ha riempito la terra di sangue e di

scompigli. Non ha egli violato i privilegi dell'Armenia, l'indipendenza

del Colco, e la selvaggia libertà dei monti Tzanici? Non ha egli

usurpato, con pari avidità, la città di Bosforo sulla gelata Meotide, e

la valle delle palme sulle rive dell'Eritreo? I Mori, i Vandali, i Goti

sono stati successivamente oppressi, ed ogni nazione è rimasta

tranquillamente spettatrice della rovina de' suoi vicini. Cogli, o gran

Re! cogli il momento propizio. Senza difesa è l'Oriente, ora che gli

eserciti di Giustiniano ed il rinomato suo generale stanno nelle

distanti regioni dell'Occidente. Se tu esiti, o differisci, Belisario e

le vittoriose sue truppe ben tosto ritorneranno dalle rive del Tebro a

quelle del Tigri, ed alla Persia non rimarrà che lo sciagurato conforto

di essere stata divorata l'estrema[61]». Mercè di tali argomenti, Cosroe

agevolmente si persuase ad imitare l'esempio ch'egli condannava, ma il

Persiano, ambizioso di militar rinomanza, disdegnò l'inoperoso modo di

guerreggiar di un rivale che trasmetteva i sanguinosi suoi comandi dal

sicuro asilo del Bisantino Palazzo.

In qualunque guisa Cosroe potesse credersi provocato, egli mancò alla

fede dei trattati: ed i giusti rimproveri di dissimulazione e di falsità

non si possono occultare che dal lustro delle sue vittorie[62].

L'esercito persiano, raccolto nelle pianure di Babilonia, prudentemente

evitò le città fortificate della Mesopotamia, e seguì la riva

occidentale dell'Eufrate insino a che la piccola ma popolosa città di

Dura ebbe l'ardire di far argine ai progressi del Gran Re. Dal

tradimento e dalla sorpresa aperte furono le porte di Dura; e tosto che

Cosroe ebbe tinto la sua scimitarra nel sangue di que' cittadini, egli

congedò l'ambasciatore di Giustiniano, mandandolo ad informare il suo

signore del luogo in cui avea lasciato il nemico dei Romani! Ambiva il

conquistatore di esser lodato come giusto e clemente; e nel vedere una

nobil matrona col suo bambino barbaramente trascinati per terra,

sospirò, pianse ed implorò la divina giustizia perchè punisse l'autore

di tai mali. Non pertanto vendè un armento di dodicimila prigionieri pel

riscatto di due cento libbre d'oro; il Vescovo di Sergiopoli, città

vicina, obbligò la sua fede pel pagamento, e nell'anno seguente

l'inflessibile crudeltà di Cosroe fece scontare a quel prelato la pena

di un obbligo che generosa cosa era stata per esso il contrarre ed

impossibile il soddisfare. Avanzossi il Re nel cuor della Siria; ma un

debile nemico, che dileguavasi come egli si approssimava, lo privò degli

onori della vittoria; e non potendo sperare di stabilire il suo dominio

sul vinto paese, il Monarca persiano spiegò in questa incursione i bassi

e rapaci vizj di un masnadiere. Gerapoli, Berrea o Aleppo, Apamea e

Calcide furono, l'una dopo l'altra, assediate: esse comprarono la

salvezza loro con un prezzo d'oro o d'argento, proporzionato alla

rispettiva forza ed opulenza in cui erano; ed il nuovo loro signore le

assoggettò ai termini dell'accordo, senza osservarli dal canto suo.

Educato nella religione dei Magi, egli esercitò, senza rimorso, il

lucrativo traffico del sacrilegio; e dopo di aver tolto via l'oro e le

gemme che ornavano un pezzo della vera Croce, egli generosamente

restituì la nuda reliquia alla divozione dei Cristiani di Apamea. Non

erano scorsi che quattordici anni dacchè un terremoto aveva tratto

Antiochia in rovina. Ma la regina dell'Oriente, la nuova Teopoli si era

rialzata da terra mediante la liberalità di Giustiniano; e la crescente

grandezza de' suoi edifizj e della sua popolazione già quasi avea

cancellato la memoria di quel recente disastro. Da un lato la montagna,

dall'altro il fiume Orante difendevano Antiochia, ma la parte più

accostevole era dominata da una superiore eminenza: si rigettarono gli

opportuni provvedimenti di difesa pel dispregievol timore di scoprire la

propria debolezza al nemico; e Germano, nipote dell'Imperatore, ricusò

di porre a cimento la sua persona e la sua dignità dentro le mura di una

città assediata. I cittadini di Antiochia avevano ereditato il vano e

satirico genio de' loro antenati: essi vennero in baldanza per

l'improvviso rinforzo di seimila soldati: disdegnarono le offerte di una

blanda capitolazione; e gl'immoderati loro schiamazzi insultavano dai

bastioni la maestà del Gran Re. Animati dal suo sguardo a migliaja i

Persiani salirono sulle scale all'assalto; i mercenarj fuggirono per la

parte opposta di Dafne, e la generosa resistenza della gioventù di

Antiochia non servì che a far più gravi le miserie della lor patria.

Cosroe, nel discendere dalla montagna, circondato dagli ambasciatori di

Giustiniano, affettò, con dolente voce, di deplorare l'ostinazione e la

rovina di quel popolo sventurato; ma la strage frattanto infieriva con

implacabile furia; e la città, per comando del Barbaro, fu data in preda

alle fiamme. L'avarizia, non la pietà del conquistatore, salvò la

cattedrale di Antiochia: una più onorevole immunità fu conceduta alla

chiesa di S. Giuliano ed al quartiere ove abitavano gli ambasciatori; il

vento, con dar volta, preservò dall'incendio alcune strade rimote, e le

mura rimasero in piedi per proteggere, anzi per tradire ben tosto i

nuovi loro abitatori. Il fanatismo avea disfigurato gli ornamenti del

boschetto di Dafne, ma Cosroe respirò un'aria più pura in mezzo a quelle

ombre ed a quelle fonti; ed alcuni idolatri della sua comitiva poterono

impunemente sagrificare alle ninfe di quell'elegante ritiro. Diciotto

miglia sotto di Antiochia, il fiume Oronte sbocca nel Mediterraneo. Il

superbo Persiano si condusse a vedere il termine delle sue conquiste, e

dopo d'essersi bagnato egli solo nel mare, offrì un solenne sacrifizio

di ringraziamento al Sole, o piuttosto al creatore del Sole, che i Magi

adoravano. Se questo atto di superstizione offese i pregiudizi de' Sirj,

rallegrati essi furono dalla cortese ed anche premurosa attenzione con

cui egli assistette ai giuochi del Circo. Ed avendo Cosroe udito che

l'Imperatore teneva per la fazione azzurra, un assoluto suo ordine

assicurò la vittoria ai verdi condottieri de' carri. Dalla disciplina

del suo campo trassero gli abitanti un conforto più solido; ed invano

essi pregarono per la vita di un soldato, il quale troppo fedelmente

aveva imitato le rapine del giusto Nushirvan. Stanco alfine, non sazio

delle spoglie della Siria, lentamente egli mosse alla volta

dell'Eufrate, gettò un temporaneo ponte nelle vicinanze di Barbalisso, e

determinò lo spazio di tre giorni per l'intiero passaggio del numeroso

suo esercito. Dopo il suo ritorno egli fondò, in distanza di una

giornata dal palazzo di Ctesifonte, una nuova città che perpetuasse i

congiunti nomi di Cosroe e di Antiochia. I cattivi della Siria vi

riconobbero la forma e la situazione delle native lor case; si

fabbricarono per lor uso dei bagni ed un magnifico Circo; ed una colonia

di musici e di aurighi fece rivivere nella Siria i divertimenti di una

Capitale greca. Dalla munificenza del fondator reale si assegnò una

liberal provisione a questi esuli fortunati; ed essi gioivano il

singolar privilegio di compartire la libertà agli schiavi che

riconoscevano per loro parenti. La Palestina e le sacre ricchezze di

Gerusalemme furono gli oggetti che poscia attirarono l'ambizione, o

piuttosto la cupidigia di Cosroe. Costantinopoli e la Reggia dei Cesari

ormai più non sembravano inespugnabili o troppo lontane; e l'ambiziosa

sua immaginazione già copriva l'Asia Minore colle sue truppe, e dominava

il Mar Nero coi navigli persiani.

[A. D. 541]

Queste speranze potevano sortire l'effetto, se non si fosse

opportunamente richiamato il conquistator dell'Italia alla difesa

dell'Oriente[63]. Mentre Cosroe proseguiva gli ambiziosi suoi disegni

sulla costa dell'Eussino, Belisario, alla testa di un esercito senza

paga e senza disciplina, si accampò di là dall'Eufrate, in distanza di

sei miglia da Nisibi. Egli meditava di trar fuori, con una scaltra

operazione, i Persiani dall'inespugnabile lor cittadella, e di

accrescere il suo vantaggio nel campo, o col tagliare ad essi la

ritirata, o forse coll'entrar nelle porte, in una co' Barbari fuggitivi.

Egli si avanzò, pel tratto di una giornata, sul territorio della Persia,

espugnò la fortezza di Sisaurana, e ne mandò il Governatore, insieme con

ottocento scelti soldati a cavallo, a servire l'Imperatore nelle sue

guerre d'Italia. Areta ed i suoi Arabi, spalleggiati da mille e dugento

Romani, passarono, per suo comando, il Tigri onde portarsi a devastar le

messi della Siria, fertile provincia che da lungo tempo non aveva

sentito le calamità della guerra. Ma l'intrattabile indole di Areta

sconcertò i divisamenti di Belisario, col non rieder più al campo, nè

trasmettere alcun avviso de' suoi movimenti. Il Generale romano, pieno

di ansiosa aspettazione, non ardiva togliersi dal sito in cui era. Passò

frattanto il tempo di agire; il cocente Sole della Mesopotamia accendeva

le febbri nel sangue de' soldati europei; e le truppe e gli ufficiali

della Siria, trovandosi immobili in campo, affettavano di paventare per

la salvezza delle loro città, che prive erano di difesa. Nulladimeno

questa diversione aveva già ottenuto il buon esito di costringere Cosroe

a tornarsene indietro con perdita e fretta; e se l'abilità di Belisario

avesse avuto la disciplina ed il valore in soccorso, i suoi successi

avrebber forse appagate le ardenti brame del comun della gente, che

dalla sua mano chiedeva la conquista di Ctesifonte e la liberazione dei

prigionieri di Antiochia. Sul finire della campagna, egli fu richiamato

a Costantinopoli da una Corte ingrata, ma i pericoli della seguente

primavera gli fecero restituire la confidenza e il comando; e l'Eroe,

quasi solo, fu spedito colla celerità dei cavalli di posta, a respingere

l'invasione della Siria, mediante la forza del suo nome e della sua

presenza. Egli trovò i Generali romani, tra i quali era un nipote di

Giustiniano, imprigionati dai loro timori dentro le fortificazioni di

Gerapoli. Ma in luogo di porgere ascolto ai timidi loro consigli,

Belisario ordinò che lo seguissero all'Europo dove avea divisato di

raccogliere le sue forze, e di eseguire qualunque cosa Iddio

gl'inspirasse di intraprendere contro il nemico. La ferma sua attitudine

sulle rive dell'Eufrate rattenne Cosroe dall'avanzar contro la

Palestina, ed egli accolse con arte e con dignità gli Ambasciatori, o

per meglio dire le spie del Monarca persiano. La pianura tra Gerapoli e

il fiume era coperta dagli squadroni di cavalleria, composti di seimila

alti e robusti cacciatori che inseguivano la preda loro, senza paventare

nemici. Sull'opposto lido gli Ambasciatori scorgevano un migliaio di

cavalli armeni, che parevano guardare il passo dell'Eufrate. Di

grossolana tela era la tenda di Belisario, qual semplice arredo di un

guerriero che aveva il lusso dell'Oriente a disdegno. Intorno alla sua

tenda, con artificiosa confusione stavano disposte le nazioni che

movevano sotto i suoi segni. I Traci e gli Illirici occupavano la

fronte, gli Eruli ed i Goti si tenevan nel centro; chiuso era il

prospetto dai Mori e dai Vandali, e la sciolta loro ordinanza pareva

moltiplicare il lor numero. Vestiti erano alla leggiera, e svelti si

mostravano nell'operare; un soldato aveva in mano uno staffile, un altro

una spada, un terzo portava un arco, un quarto forse maneggiava un'azza,

e tutta la scena nel suo complesso mostrava l'intrepidezza delle truppe

e la vigilanza del Capitano. Ingannato fu Cosroe dall'avvedutezza, ed

intimorito dal genio del Luogotenente di Giustiniano. Conoscendo il

merito, ed ignorando la forza del suo antagonista, non gli bastò il

cuore di commettere una decisiva battaglia in un lontano paese, d'onde

nessun Persiano fosse tornato a raccontare la malinconica istoria.

Sollecito fu il Gran Re a ripassare l'Eufrate, e Belisario ne pressò la

ritirata, coll'affettare di opporsi ad una determinazione così salutare

all'Impero, e che appena si sarebbe potuto impedire con un esercito di

centomila soldati. L'invidia suggerì all'ignoranza ed all'orgoglio che

si era lasciato fuggire il pubblico nemico: ma i trionfi, affricano e

gotico, furono men gloriosi di questa vittoria, ottenuta senza sangue e

fatica, nella quale nè la fortuna, nè il valor dei soldati poterono

sottrarre parte veruna alla fama del comandante supremo. Dalla guerra di

Persia, Belisario fu mandato una seconda volta a quella d'Italia, ed

allora si fece palese la grandezza dell'individuale suo merito, che

aveva riparato o supplito alla mancanza della disciplina e del coraggio.

Quindici Generali, senz'accordo e senza perizia, condussero in mezzo ai

monti dell'Armenia un esercito di trentamila Romani, che

nessun'attenzione porgevano ai segnali, all'ordinanza e alle insegne.

Quattromila Persiani, trincerati nel campo di Dubi, vinsero quasi senza

combattere questa moltitudine disordinata. Le inutili arme loro

giacquero sparse lungo la strada, e perirono i loro cavalli, oppressi

dalla fatica del frettoloso fuggire. Ma gli Arabi, che combattevano pei

Romani, superarono i loro compatriotti della contraria parte; gli Armeni

tornarono all'obbedienza dell'Imperatore, le città di Dara e di Edessa

sostennero un assalto improvviso ed un regolare assedio, e le calamità

della guerra furono sospese dal furor della peste. Una tacita o formale

convenzione tra i due Sovrani, protesse la tranquillità della frontiera

orientale; e le armi di Cosroe si ristrinsero alla guerra Colchica o

Lazica, che dagli storici del tempo troppo minutamente vien

rapportata[64].

La maggior lunghezza del Mare Eussino[65], da Costantinopoli

all'imboccatura del Fasi, si può valutare di nove giornate, o di

settecento miglia. Dal Caucaso Ibero, che forma la più alta e scoscesa

giogaia dei monti dell'Asia, scorre giù il Fasi con tale obbliqua furia

che, in un breve spazio, da cento e venti ponti è attraversato il suo

corso. Nè placido e navigabile diviene il fiume, sinchè non arriva alla

città di Sarapana, cinque giornate distante dal Ciro, fiume che giù

scende dagli stessi gioghi, ma, seguendo un contrario corso, va a

gettarsi nel Caspio. La prossimità di questi fiumi ha suggerito l'uso,

od almeno l'idea di trasportare le preziose merci dell'India giù per

l'Oxo nel Caspio mare, e quindi farle risalire il Ciro, e colla corrente

del Fasi condurle nell'Eussino e nel Mediterraneo. Nel raccogliere che

fa successivamente le acque della pianura di Colco, muovesi il Fasi con

diminuita rapidità, ma con peso accumulato. Esso ha sessanta braccia di

profondità, e mezza lega di larghezza alla sua foce, ma una selvosa

isoletta siede nel mezzo al canale: l'acqua del fiume, poi che ha

deposto un sedimento terreo o metallico, galleggia sulla superficie

delle onde marine, e non è più suscettiva di corrompersi. In un corso di

cento miglia, quaranta dei quali si possono navigare da grossi vascelli,

divide il Fasi la celebre regione di Colco[66], ossia la Mingrelia[67],

che su tre lati è fortificata dai monti dell'Armenia: la sua costa

marittima si prolunga per circa duecento miglia, dai contorni di

Trebisonda sino a Dioscurias, ed ai confini della Circassia. Rilassati

da un'eccessiva umidità ne sono il suolo ed il clima: ventotto fiumi,

oltre il Fasi e le tributarie sue acque, vanno a scaricarsi nel mare; ed

il suono cupo che rende la terra, sembra indicare i canali che corrono

sotterranei fra l'Eussino ed il Caspio. Nei campi dove si semina orzo o

formento, la terra è troppo molle per sostenere l'azione dell'aratro; ma

il _gom_, grano minuto, che somiglia al miglio od al seme di coriandro,

somministra l'ordinario alimento del popolo; e soltanto i Principi e

nobili del paese fanno uso del pane. Nondimeno la vendemmia è più

abbondante che la messe; e la grossezza delle viti, non meno che la

qualità del vino, mostra le buone qualità del terreno che non ha

mestieri d'aiuto. La medesima interna fecondità tende del continuo a

ricoprire di dense foreste il paese; il legname dei colli, ed il lino

delle pianure forniscono in abbondanza le provvisioni navali; i

quadrupedi selvaggi e domestici, il cavallo, il bue, il majale, sono

prolifici singolarmente: il nome del fagiano esprime la nativa sua

dimora sulle rive del Fasi. Le miniere d'oro, poste a mezzo giorno di

Trebisonda, che vengono scavate anche ora con bastevol guadagno, furono

soggetto di nazional disputa tra Giustiniano e Cosroe; e non è fuor di

ragione il credere che una vena di prezioso metallo possa essere

egualmente diffusa pel circolo delle colline, benchè questi tesori

segreti siano trascurati dall'infingardaggine, o tenuti occulti dalla

prudenza dei Mingrelj. Le acque, impregnate di particelle d'oro, vengono

diligentemente fatte passare attraverso di pelli di pecora o velli, ma

questo spediente, che forse diede origine ad una favola maravigliosa,

offre una debole immagine della ricchezza tratta fuor della vergine

terra dalla potenza ed industria degli antichi Sovrani. I loro palazzi

d'argento e le camere d'oro eccedono la nostra facoltà di credere; ma la

fama delle loro ricchezze ha eccitato, dicono, l'intraprendente avarizia

degli Argonauti[68]. Dalla tradizione si è riferito, con qualche color

di ragione, che l'Egitto piantasse sul Fasi una colonia istruita e

colta[69], la quale fabbricava tela, costruiva navi, ed inventò le carte

geografiche. L'ingegno dei moderni ha popolato di floride città e

nazioni l'Istmo che corre dall'Eussino al Mar Caspio[70]; ed un vivace

Scrittore, osservando la rassomiglianza del clima, e per quanto gli

parea, del commercio, non esitò a denominare il Colco, l'Olanda dei

tempi antichi[71].

Ma le dovizie del Colco non risplendono che per mezzo alle tenebre della

conghiettura o della tradizione; nel mentre che la genuina sua istoria

ci presenta una scena uniforme di rozzezza e di povertà. Se è vero che

si parlavano cento e trenta lingue, sul mercato di Dioscurias[72], non

potevano essere che gli imperfetti idiomi di altrettante selvagge tribù

o famiglie, segregate l'una dall'altra nelle valli del monte Caucaso; e

la separazione loro, se diminuiva l'importanza, accresceva il numero

delle rustiche lor capitali. Nello stato presente della Mingrelia, un

villaggio non è che un aggregato di capanne, circondate da un riparo di

legno; le fortezze sono stabilite nella profondità delle foreste; la

principesca città di Cyta, o Cotati, è formata di duecento case, ed un

edifizio di pietra non appartiene che alla magnificenza dei Re. Dodici

navi, partite da Costantinopoli, e circa sessanta barche, cariche de'

frutti dell'industria, gettavano ogni anno l'ancora su quella costa; e

l'elenco delle esportazioni del Colco si è di molto aumentato, dal tempo

in cui i nativi non avevano che schiavi e pelli da offrire in cambio del

grano e del sale che compravano dai sudditi di Giustiniano. Non si può

rinvenire alcun vestigio delle arti, della coltura o della navigazione

dei Colchi antichi: pochi Greci ebbero desiderio o ardire di andar sulle

tracce degli Argonauti; ed eziandio i segni di una Colonia egizia si

smarriscono agli occhi di chi si fa a riguardar più dappresso. È negli

adjacenti climi della Giorgia, della Mingrelia e della Circassia, che la

natura ha collocato, almeno per quanto a noi pare, il modello della

bellezza, nella forma delle membra, nel color della pelle, nella

simmetria delle fattezze, e nell'espressione del volto[73]. Secondo la

destinazione dei due sessi, gli uomini sembrano formati per operare, le

donne per amare; e la perpetua abbondanza di donne, che traggonsi dal

Caucaso, ha purificato il sangue, e migliorato la razza delle nazioni

meridionali dell'Asia. La Mingrelia, propriamente detta, la quale non è

che una porzione della Colchide antica, ha per lungo tempo sostenuto

un'esportazione di dodicimila schiavi. Non avrebbe bastato il numero dei

prigionieri o dei rei per fornire all'annua richiesta; ma il basso

popolo è colà tenuto nello stato di servitù da' suoi Signori:

l'esercizio della frode e della rapina giace impunito in una comunità

che non ha leggi; ed i mercati si trovano continuamente riempiti,

mediante l'abuso dell'autorità civile e paterna. Un simil traffico[74],

che riduce la specie umana al livello degli armenti, può tendere ad

incoraggiare i matrimoni e la popolazione; poichè la moltitudine dei

figli arricchisce i sordidi ed inumani loro parenti. Ma questa sorgente

d'impura ricchezza dee inevitabilmente avvelenare i nazionali costumi,

cancellare il sentimento dell'amore e della virtù, e quasi estinguere

gl'istinti della natura. I Cristiani della Giorgia e della Mingrelia

sono i più dissoluti fra gli uomini; ed i loro figliuoli, che in tenera

età vengono venduti a schiavitù straniera, hanno già imparato ad imitare

la rapina del padre e la prostituzione della madre. Nondimeno, in mezzo

alla più crassa ignoranza, i nativi, senz'alcun ammaestramento, spiegano

una singolar destrezza di mente e di mano; e benchè la mancanza di

unione e di disciplina gli esponga ai colpi dei loro più potenti vicini,

pure un audace ed intrepido spirito ha sempre animato i Colchi di

qualsivoglia età. Nell'esercito di Serse, essi militavano a piedi, e le

armi loro erano una daga od un giavellotto, un elmo di legno ed uno

scudo di pelli non conciate. Ma, nella patria loro, predomina più

generalmente l'uso della cavalleria: il più infimo dei contadini sdegna

di andare a piedi; i marziali nobili spesso posseggono non meno di

duecento cavalli; e le stalle del Principe di Mingrelia ne contengono

cinquemila. Il governo della Colchide è sempre stato un regno puro ed

ereditario, e l'autorità del Sovrano non vi è limitata che dalla

turbolenta indole dei suoi sudditi. Ove gli rendessero obbedienza, egli

potrebbe condurre in campo un esercito numeroso; ma si richiede qualche

dose di fede per credere che la sola tribù dei Suani fosse composta di

dugentomila soldati, o che la popolazione della Mingrelia monti

presentemente a quattro milioni di abitatori[75].

[A. C. 500]

Si vantavano i Colchi anticamente che i loro maggiori avevano posto

argine alle vittorie di Sesostri; e la disfatta del Monarca egiziano è

meno incredibile che i fortunati suoi progressi fino ai piedi del monte

Caucaso. Soggiacquero i Colchi, senza alcun memorabile sforzo, alle armi

di Ciro; seguitarono in lontane guerre il vessillo del Gran Re, e gli

presentavano ogni cinque anni cento giovanette ed altrettante vergini,

il più bello fra i prodotti della patria loro[76], ed egli accettava

questo _dono_ come l'oro e l'ebano dell'India, l'incenso degli Arabi, od

i Negri e l'avorio dell'Etiopia. I Colchi non eran soggetti alla

dominazione di un Satrapa, ed essi continuavano a godere il nome,

ugualmente che la sostanza dell'indipendenza nazionale[77]. Poscia che

caduto fu l'Impero di Persia, Mitridate, Re del Ponto, aggiunse il Colco

al vasto circolo dei suoi dominj sull'Eussino; ed allorquando i nativi

ardirono di chiedere che il suo figlio regnasse sopra di loro, egli fece

stringere l'ambizioso giovane in catene d'oro, e mandò un famiglio a

governare in sua vece. Nell'inseguir Mitridate, i Romani s'innoltrarono

sulle rive del Fasi, e le galee di Roma navigarono su pel fiume finchè

raggiunsero il campo di Pompeo e le sue legioni[78]. Ma il Senato e

poscia gl'Imperatori, sdegnarono di ridurre nella forma di una provincia

quella distante ed inutil conquista. Si permise alla famiglia di un

retore greco di regnare sopra la Colchide e gli adiacenti regni, dal

tempo di Marc'Antonio sino a quel di Nerone; ed estinta che fu la stirpe

di Polemone[79], il Ponto orientale, che conservò il suo nome, non si

estese oltre le vicinanze di Trebisonda. Al di là di questi limiti le

fortificazioni di Isso, di Apsero, del Fasi, di Dioscurias o Sebastopoli

e di Pizio, erano custodite da sufficienti presidj di cavalleria e di

fanteria: e sei Principi della Colchide ricevevano i loro diademi dai

Luogotenenti di Cesare. Uno di questi Luogotenenti, l'eloquente e

filosofico Arriano, esaminò e descrisse la costa dell'Eussino, al tempo

che Adriano regnava. La guernigione ch'egli passò in rassegna alla foce

del Fasi, era composta di quattrocento scelti legionarj. Le mura e le

torri, fabbricate di mattoni, il doppio fosso e le macchine militari sui

bastioni, rendevano inaccessibile ai Barbari questa fortezza; ma i nuovi

sobborghi edificati dai mercanti e dai veterani, richiedevano, secondo

il giudizio di Arriano, alcune esteriori opere di difesa[80]. Come la

forza dell'Impero andò a poco a poco scemando, i Romani, stanziati sul

Fasi, furono o richiamati od espulsi; e la tribù dei Lazi[81], la cui

posterità parla un dialetto straniero, ed abita la costa marittima di

Trebisonda, impose il suo nome e la sua denominazione all'antico regno

di Colco. L'indipendenza loro fu tosto invasa da un formidabil vicino,

il quale aveva acquistato, mercè delle armi e de' trattati, la sovranità

dell'Iberia. Il dipendente Re di Lazica ricevè lo scettro dalle mani del

Monarca persiano, ed i successori di Costantino acconsentirono a questa

oltraggiosa pretensione, che alteramente fu allegata come un diritto

d'immemorabile antichità. Al principio del sesto secolo rinacque

l'influenza imperiale, mediante l'introduzione del Cristianesimo, che i

Mingrelj tuttor professano con apparente zelo, ma senza intenderne le

dottrine, od osservarne i precetti. Dopo la morte del padre, Zato salì

alla dignità reale, pel favor del Gran Re: ma il pio garzone abborriva

le cerimonie dei Magi, e cercò nel palazzo di Costantinopoli un

battesimo ortodosso, una moglie nobile, e l'alleanza dell'Imperatore

Giustino. Il Re di Lazica solennemente investito fu del diadema, ed il

suo manto e la tunica di candida seta, orlata in oro, rappresentavano,

con ricco trapunto l'immagine del nuovo suo protettore, il quale mitigò

la gelosia della Corte persiana, e scusò la ribellione di Colco mediante

i venerabili nomi di ospitalità e di religione. Il comune interesse dei

due imperii impose ai Colchi il dovere di custodire i passi del monte

Caucaso, dove una muraglia di sessanta miglia viene al presente difesa

dal mensile servizio dei moschettieri della Mingrelia[82].

Ma questa onorevole colleganza fu ben presto corrotta dall'avarizia e

dall'ambizione de' Romani. Deposti dal grado di alleati, i Lazi si

vedevano e sentivano del continuo rammentare, in parole ed in fatti, il

loro dipendente stato. In distanza di una giornata di là dall'Apsaro,

essi mirarono a sorgere la fortezza di Petra[83], che dominava il paese

marittimo a levante del Fasi. In luogo di esser protetti dal valore, i

Colchi erano insultati dalla licenza di mercenarj stranieri. Un vile e

vessante monopolio ingojò i profitti del commercio; e Gubaze, Principe

del paese, fu ridotto ad un simulacro di real potere, dal superiore

influsso degli ufficiali di Giustiniano. Disingannati dall'aspettazione

in cui erano della cristiana virtù, gli indispettiti Lazi riposero

qualche fiducia nella giustizia di un Infedele. Dopo di essersi

privatamente accertati che i loro Ambasciatori non verrebbero consegnati

ai Romani, essi pubblicamente richiesero l'amicizia e l'ajuto di Cosroe.

Il sagace monarca subitamente conobbe l'uso e l'importanza della

Colchide; e meditò un disegno di conquista, che fu rinnovato, in capo a

mille anni dal Shà Abbas, il più saggio ed il più potente de' suoi

successori[84]. Accesa era l'ambizion di Cosroe dalla speranza di tenere

una flotta persiana alla foce del Fasi, di dominare il traffico e la

navigazione dell'Eussino, di dare il guasto alla costa del Ponto e della

Bitinia, di tribolare, e forse di attaccare Costantinopoli, e di trarre

i Barbari dall'Europa a secondare le sue armi ed i suoi consiglj contro

il comune avversario del genere umano. Col pretesto di una guerra

scitica, tacitamente egli mandò le sue truppe alle frontiere

dell'Iberia: stavano in pronto alcune guide Colchiche per condurle in

mezzo alle selve e lungo i precipizj del Monte Caucaso: e, di un angusto

sentiero, si fece, a forza di fatica, una sicura e spaziosa strada pel

passaggio dei cavalli ed anche degli elefanti. Gubaze pose se stesso ed

il suo diadema ai piedi del re di Persia, i suoi Colleghi imitarono la

sommissione del Principe loro, e la guarnigione romana di Petra,

vedendone scosse le mura, si sottrasse mercè di una capitolazione, al

sovrastante furore di un ultimo assalto. Ma i Lazi ben presto scoprirono

che l'impazienza gli avea tratti a scegliere un male più intollerabile

che le calamità da cui cercavano di fuggire. Tolto fu in vero il

monopolio del sale e del grano, ma mediante la perdita di queste

preziose derrate. All'autorità di un legislatore romano succedette

l'orgoglio di un despota orientale, il qual rimirava, con ugual

disdegno, gli schiavi che aveva innalzati, ed i Re che aveva umiliati

innanzi allo sgabello del suo trono. Fu introdotta nella Colchide

l'adorazione del fuoco dallo zelo dei Magi: l'intollerante loro spirito

provocò il fervore di un popolo cristiano; ed i pregiudizi della natura

o dell'educazione si trovarono feriti dall'empia usanza di esporre i

corpi morti dei loro parenti, sulla cima di un'alta torre, ai corvi ed

agli avoltoi[85]. Consapevole di quest'odio crescente, che ritardava

l'esecuzione dei suoi vasti disegni, il giusto Nushirvan avea

segretamente dato ordine che si uccidesse il Re dei Lazi, si

trapiantasse quel popolo in qualche lontana contrada, e si stabilisse

una fedele e guerriera colonia sopra le rive dei Fasi. La vigilante

gelosia dei Colchi antevide ed allontanò la rovina, vicina a piombare.

La prudenza, anzi che la clemenza di Giustiniano accettò in

Costantinopoli il lor pentimento, ed egli ordinò a Dagisteo che con

settemila Romani, ed un migliajo di guerrieri Zani cacciasse via i

Persiani dalla costa del mare Eussino.

[A. D. 549-551]

L'assedio di Petra a cui il Generale romano, coll'ajuto dei Lazi,

immantinente si accinse, è una delle più notabili imprese di quei tempi.

Sedeva la città sopra una rupe scoscesa, la quale pendea sopra il mare e

non comunicava colla terra eccetto per mezzo di un arduo ed angusto

sentiero. Difficile essendone l'approccio, poteva credersene impossibil

l'attacco. Il conquistatore persiano aveva aggiunto nuove opere alle

fortificazioni di Giustiniano, e nuovi baluardi cuoprivano i luoghi meno

inaccessibili. In questa importante rocca la vigilanza di Cosroe avea

raccolto un magazzino di arme offensive e difensive, il qual era

sufficiente ad armare cinque volte il numero, non solo degli assaliti ma

anche degli stessi assalitori. Le provigioni di farina e di sale erano

in tale abbondanza da fornire al consumo di cinque anni; si suppliva

alla mancanza del vino mediante l'aceto ed il grano da cui si traeva una

spiritosa bevanda: ed un triplice acquedotto eludeva la diligenza, anzi

i sospetti pure dell'inimico. Ma la più ferma difesa di Petra era posta

nel valore di mille cinquecento Persiani che respingevano gli assalti

dei Romani; allorchè fu segretamente praticata una mina dentro una vena

più cedente di terra. Le mura, sostenute da deboli e temporanei

puntelli, pendevano vacillanti nell'aria; ma Dagisteo differì l'ultimo

attacco sinchè non si fosse assicurata una specifica ricompensa; e la

città venne soccorsa, prima che il suo messo fosse ritornato da

Costantinopoli. A quattrocento uomini era ridotta la guarnigione

persiana, dei quali non più di cinquanta andavano esenti da malattie o

da ferite: eppure a tale era giunta l'inflessibile loro perseveranza che

nascosero le loro perdite all'inimico, col sopportare, senza lagnarsi,

la vista ed il putrido fetor de' cadaveri dei loro mille e cento

compagni. Appena liberata fu Petra, sollecitamente si saldarono le

brecce con sacchi di sabbia; si colmò di terra la mina e si eresse un

nuovo muro, puntellato fortemente con pali; ed un fresco presidio di

tremila uomini si ridusse nella fortezza a sostenere i travagli di un

secondo assedio. Con abile ostinazione furono condotte le operazioni, sì

dell'attacco che della difesa; e tanto una parte quanto l'altra trasse

partito dall'esperienza de' suoi errori passati. S'inventò un ariete di

costruzione leggiera e di poderoso effetto il quale veniva trasportato e

messo in opera dalle mani di quaranta soldati, e a misura che le pietre

de' bastioni si mostravano scosse dai replicati suoi colpi, gli

assedianti ne le staccavano con lunghi uncini di ferro. Dall'alto di

quelle mura pioveva un nembo di dardi sul capo degli assalitori, ma più

pericolosamente essi venivano tribolati da un'accendevole composizione

di zolfo e bitume, la quale, nel Colco, si potea con qualche proprietà

denominare l'olio di Medea. Di seimila Romani che salirono alla scalata,

il primo di tutti fu Bessa, lor generale, prode veterano, in età di

settant'anni: il coraggio di questo condottiero, la caduta e l'estremo

pericolo di lui animarono l'irresistibile sforzo delle sue truppe, ed il

prevalente lor numero soverchiò la forza, senza domare l'intrepidezza

della guarnigione persiana. La sorte di questi valorosi guerrieri merita

di essere più distintamente ricordata. Settecento di loro eran periti

durante l'assedio, duemila trecento sopravvivevano a difender la

breccia. Di questi, mille e settanta furono distrutti dal fuoco e dal

ferro nell'ultimo assalto, settecento trenta caddero prigionieri, ma

diciotto solo erano tra loro che non portassero i segni di onorate

ferite. Gli altri cinquecento si rifuggirono nella cittadella, che essi

tennero senza speranza alcuna di soccorso, e rigettando i più

lusinghieri patti di capitolare e di prender nuovo servizio, finchè

dalle fiamme non furono consumati. Essi perirono in obbedienza ai

comandi del loro Principe; e tali esempi di lealtà e di valore potevano

eccitare i loro compatriotti a geste di egual disperazione e di esito

più fortunato. La subitanea demolizione delle fortificazioni di Petra

pose in chiaro lo stupore e le apprensioni del conquistatore.

[A. D. 549-556]

Uno Spartano avrebbe lodato e compianto la virtù di questi eroi schiavi:

ma le tediose ostilità e gli alterni successi delle armi romane o

persiane non possono trattenere l'attenzione della posterità ai piedi

del monte Caucaso. Più frequenti e più splendidi vantaggi riportarono le

truppe di Giustiniano; ma le forze del Gran Re del continuo crescevano,

finchè montarono ad otto elefanti, ed a settantamila uomini, compresovi

dodicimila alleati Sciti, e più di tremila Dilemiti, che per propria

scelta discesero dalle rupi dell'Ircania, ed egualmente formidabili si

mostravano nel combatter da lungi o da presso. I Persiani levarono, con

qualche perdita e precipitazione, l'assedio di Archeopoli, nome imposto

dai Greci, ovvero da essi corrotto; ma occuparono i passi dell'Iberia e

signoreggiarono tutto il Colco coi forti e coi presidj loro: essi

divorarono gli scarsi viveri del popolo; ed il Principe de' Lazi fuggì

nel mezzo dei monti. La fede e la disciplina erano incogniti nomi nel

campo romano; e gl'indipendenti condottieri, investiti di ugual potere,

si contendevano fra loro la preminenza del vizio e della corruzione. I

Persiani obbedivano, senza muovere accento, ai comandi di un solo Capo,

il quale implicitamente si atteneva alle istruzioni del loro supremo

Signore. Segnalato era il loro Generale tra gli eroi dell'Oriente per la

sua sapienza in consiglio, ed il suo valore nel campo. L'attempata età

di Mermeroe, la stroppiatura de' suoi piedi scemar non poterono

l'attività del suo spirito, od anche del suo corpo; e nell'atto che lo

portavano in lettiga sulla fronte della battaglia, terrore egli

inspirava al nemico, e giusta fidanza alle truppe che sempre erano

fortunate sotto le sue bandiere. Dopo la morte di lui, il comando passò

a Nacoragan, satrapa orgoglioso, il quale in una conferenza coi Capitani

imperiali, giunse alla baldanza di dichiarare ch'egli disponeva della

vittoria come dell'anello che portava nel dito. Un presumer siffatto fu

la natural cagione ed il precursore di una vergognosa sconfitta. I

Romani a poco a poco erano stati respinti sino al lido del mare; e

l'ultimo lor campo, posto sulle rovine della colonia greca del Fasi, era

difeso per ogni verso da forti trincee, dal fiume, dall'Eussino e da una

quantità di galere. La disperazione unì i consiglj, e rinvigorì le armi

loro: essi fecero fronte all'assalto dei Persiani; e la fuga di

Nacoragan precedè o seguì la strage di diecimila de' suoi più valorosi

soldati. Egli fuggì dai Romani per cader negli artigli di un Sovrano non

avvezzo a perdonare, il quale severamente punì l'errore della propria

sua scelta. Lo sventurato Generale fu scorticato vivo, e la sua pelle

imbottita e foggiata a forma umana fu esposta sulla cima di un monte,

qual tremendo avviso per quelli a' quali la fama e la fortuna della

Persia venissero di quindi innanzi affidate[86]. Con tutto ciò la

prudenza di Cosroe insensibilmente cessò dal continuare la guerra

colchica, giustamente persuaso esser impossibil cosa il soggiogare o per

meno il tenere nell'obbedienza una lontana contrada, in opposizione ai

desiderj ed agli sforzi degli abitatori di essa. La fedeltà di Gubaze

sostenne il più rigoroso cimento. Con pazienza egli sopportò i travagli

di una vita selvaggia, e con disdegno rigettò gli speciosi allettativi

della Corte persiana. Il Re dei Lazi era stato educato nella religione

cristiana; la sua madre era figlia di un Senatore; durante la sua

giovinezza egli avea servito per dieci anni in qualità di silenziario

nella Reggia di Bisanzio[87], e gli arretrati di un non pagato stipendio

erano per lui un motivo di fedeltà nel tempo stesso e di lagnanza. Ma il

lungo durar de' suoi mali gli trasse finalmente di bocca un ignuda

esposizione del vero; ed il vero era un'accusa da non perdonarsi contro

i Luogotenenti di Giustiniano, i quali, in mezzo agli indugi di una

rovinosa guerra avevano risparmiato i nemici, e calpestato gli alleati

del loro Sovrano. Le maligne riferte loro posero nell'animo

all'Imperatore che il suo vassallo meditasse di mancargli una seconda

volta di fede: si sorprese un ordine di mandarlo prigioniero a

Costantinopoli, e s'inserì una proditoria clausola ch'egli potesse

legittimamente essere ucciso in caso di resistenza; laonde Gubaze,

senz'armi e senza sospetti di pericolo, fu trucidato nella sicurezza di

un abboccamento amichevole. Nei primi momenti dello sdegno e della

disperazione, i Colchi avrebbero sacrificato la patria e la religione

loro al piacere di conseguire vendetta. Ma l'autorità ed eloquenza dei

pochi più saggi ottenne una salutar dilazione: la vittoria del Fasi

ristabilì il terrore delle armi romane, e l'Imperatore si recò a premura

di assolvere il proprio nome dall'imputazione di un sì nero assassinio.

Ad un giudice di grado senatorio fu commesso di far indagini intorno

alla condotta ed alla morte del Re dei Lazi. Egli salì sopra un tribunal

maestoso, circondato dai ministri della giustizia e del punimento: al

cospetto delle due nazioni si piatì questa straordinaria causa secondo

le forme della Giurisprudenza civile, ed un popolo oltraggiato ottenne

qualche soddisfazione, mediante la sentenza ed il supplizio dei

delinquenti inferiori[88].

[A. D. 540-561]

In tempo di pace, il Re di Persia continuamente cercava i pretesti di

una rottura, ma non così tosto aveva dato di piglio alle armi, che

manifestava il suo desiderio di un sicuro ed onorevole accordo. Mentre

le ostilità più infierivano, i due Monarchi mantenevano ingannevoli

pratiche fra loro; e tale era la superiorità di Cosroe, che trattando

egli con insolenza e disprezzo gli Oratori romani, otteneva i più grandi

ed insoliti onori pe' suoi ministri alla Corte imperiale. Il successore

di Ciro assumeva la Maestà del Sole orientale, e graziosamente

permetteva che il suo minor fratello Giustiniano regnasse sopra

l'Occidente, col pallido e riflesso splendor della Luna. Questo

gigantesco stile era sostenuto dalla pompa ed eloquenza di Isdiguno,

ciamberlano reale. La moglie e le figlie lo accompagnavano con numeroso

seguito di Eunuchi e di Cammelli; si scorgevano due Satrapi con aurei

diademi nel numero de' suoi seguaci: cinquecento soldati a cavallo, i

più valorosi fra i Persiani, gli servivan di guardia; ed il Governatore

romano di Dara saviamente ricusò di ammettere nella città più di venti

individui di questa marziale ed ostil carovana. Poscia che Isdiguno ebbe

salutato l'Imperatore ed offerto i suoi doni, passò dieci mesi in

Costantinopoli senza discutere alcun serio affare. In luogo di esser

confinato nel suo palazzo, e ricevervi il cibo e l'acqua dalle mani de'

suoi custodi, l'Ambasciatore persiano, senza spie e senza guardie, ebbe

permissione di girar per la capitale; e la libertà di parlare e di

trafficare che i suoi serventi godevano, offendeva i pregiudizj di un

secolo che rigorosamente senza confidenza e senza cortesia praticava la

legge delle nazioni[89]. Per un'indulgenza senza esempio il suo

interprete, il quale era nella classe dei servi ed al di sotto degli

sguardi di un magistrato romano, sedeva alla mensa di Giustiniano al

fianco del suo signore, e si assegnarono mille libbre d'oro per la spesa

del viaggio e pel mantenimento di questo pomposo Ambasciatore. Nondimeno

le iterate cure di Isdiguno, non condussero che una parziale ed

imperfetta tregua, sempre comprata coi tesori e rinnovata a preghiere

della Corte di Bisanzio. Trascorsero molti anni d'inutile desolazione,

prima che Giustiniano e Cosroe fossero astretti, dalla mutua stanchezza,

a consultare il riposo dell'età loro che tramontava. Si tenne una

conferenza sulle frontiere, in cui ambedue le parti, senza aspettarsi

d'esser creduto, vantarono la potenza, la giustizia e le pacifiche

intenzioni dei rispettivi loro Sovrani; ma la necessità e l'interesse

dettarono il trattato di pace, che fu conchiuso per un termine di

cinquant'anni. Esso diligentemente fu composto in lingua greca e

persiana, ed i sigilli di dodici interpreti ne attestarono

l'autenticità. Si stabilì e si definì la libertà del traffico e della

religione; gli alleati dell'Imperatore e quelli del Gran Re furono

chiamati a parte degli stessi benefizj e doveri; e si pigliarono le più

scrupolose precauzioni onde prevenire e determinare le dispute

accidentali, che potessero insorgere sui confini delle due nazioni

nemiche. Dopo vent'anni di guerra distruttiva, ma debolmente spinta, i

limiti rimasero quali erano prima; e Cosroe s'indusse a rinunziare le

sue pericolose pretensioni al possesso od alla sovranità della Colchide

e degli Stati che ne dipendevano. Ricco per gli accumulati tesori

dell'Oriente, egli trasse ancora dai Romani un annuo pagamento di

trentamila monete d'oro; e la picciolezza della somma lasciava scorgere

il disonor di un tributo in tutta la sua nuda laidezza. In un

dibattimento anteriore, uno dei ministri di Giustiniano, rammentando il

carro di Sesostri e la ruota della fortuna, fece avvertire che la presa

d'Antiochia e di alcune città della Siria aveva esaltato oltre misura il

vano ed ambizioso animo dei Barbari. «T'inganni, replicò il modesto

Persiano: il Re dei Re, il Signore degli uomini guarda con disprezzo

così miseri acquisti; e delle dieci nazioni, domate dalle invincibili

armi, egli considera i Romani come i men formidabili[90]». Secondo gli

Orientali, l'impero di Nushirvan si estendeva da Fergana nella

Transoxiana, sino all'Yemen, o l'Arabia felice. Egli soggiogò i ribelli

dell'Ircania, conquistò le province di Cabul e di Zadlestan sulle rive

dell'Indo, ruppe la potenza degli Eutaliti, terminò con onorevole

accordo la guerra de' Turchi, ed ammise la figlia del Gran Cane nel

numero delle sue legittime mogli. Vittorioso e rispettato fra i Principi

dell'Asia, egli dava udienza nella sua Reggia di Madain o Ctesifonte,

agli Ambasciatori del mondo. I loro doni o tributi, di armi, di ricche

vesti, di gemme, di schiavi e di aromi, umilmente venivano deposti al

piè del suo trono; ed egli condiscendeva ad accettare dal Re dell'Indie

dieci quintali di legno d'aloe, una fanciulla alta sette cubiti ed un

tappeto più soffice della seta, formato, come essi narrano, colla pelle

di uno straordinario serpente[91].

[A. D. 521]

Si è rimproverata a Giustiniano l'alleanza da lui stretta cogli Etiopi,

come se tentato egli avesse d'introdurre un popolo di Negri selvaggi nel

sistema della società incivilita. Ma gli amici del romano Impero, gli

Axumiti ed Abissini, si debbono sempre distinguere dai nativi originali

dell'Affrica[92]. La mano della natura ha schiacciato il naso dei Negri,

ha coperto di crespa lana il lor capo, e colorato la lor pelle

d'inerente e indelebil nerezza. Ma la carnagione olivastra degli

Abissini, la chioma, le forme e le fattezze loro, distintamente in essi

dimostrano una colonia di Arabi; e questa discendenza vien confermata

dalla rassomiglianza della lingua e dei costumi, dalla memoria di

un'antica emigrazione, e dal piccolo intervallo che corre tra gli

opposti lidi del Mar Rosso. Il Cristianesimo avea sollevato quella

nazione sopra il livello della barbarie affricana[93]: le relazioni loro

coll'Egitto e coi successori di Costantino[94] avean fatto passare nel

lor paese i rudimenti delle arti e delle scienze. Trafficavano i lor

vassalli coll'isola di Ceilan[95], e sette regni obbedivano al Nego o

Principe supremo dell'Abissinia. L'indipendenza degli Omeriti che

regnavano nella ricca e felice Arabia, fu per la prima volta violata da

un conquistatore etiope: egli traeva il suo ereditario diritto dalla

Regina di Sheba[96], ed il religioso zelo santificava la sua ambizione.

Gli Ebrei, potenti ed attivi nell'esilio, avevano sedotto l'animo di

Dunaan, Principe degli Omeriti. Essi lo spinsero a far rappresaglia

della persecuzione che le leggi imperiali esercitavano contra i loro

sventurati fratelli: alcuni mercatanti romani furono oltraggiosamente

trattati, e parecchi Cristiani di Negra[97] ottennero gli onori e la

corona del martirio[98]. Le chiese dell'Arabia implorarono la protezione

del Monarca Abissino. Il Nego passò il Mar Rosso con una flotta ed un

esercito, privò il Proselito giudaico del regno e della vita, ed estinse

una stirpe di principi che avea governato per più di duemila anni la

segregata regione della mirra e dell'incenso. Il Conquistatore

immediatamente annunziò la vittoria del Vangelo: egli domandò un

Patriarca ortodosso, e così caldamente si mostrò amico del romano

Impero, che Giustiniano fa allettato dalla speranza di condurre il

commercio della seta pel canale dell'Abissinia, e di suscitare le forze

dell'Arabia contro il Re persiano. Nonnoso, discendente da una famiglia

di ambasciatori, fu nominato dall'Imperatore ad eseguire questa

importante commissione. Giudiziosamente egli evitò la più breve, ma più

pericolosa strada attraverso gli arenosi deserti della Nubia; salì

contro il corso del Nilo, s'imbarcò sul Mar Rosso, ed approdò sano e

salvo nel porto affricano di Aduli. Da Aduli alla reale città di Axuma

non si stendono più di cinquanta leghe in linea retta; ma i giri e

rigiri dei monti ritennero per quindici giorni l'ambasciatore; e nel

passare ch'egli fece per le foreste, vide una quantità di elefanti

selvaggi, che stimò ascendere a forse cinquemila. Vasta e popolosa,

secondo ch'ei narra, era la capitale, ed il _villaggio_ di Axuma è

cospicuo tuttora per l'incoronazione dei Re, per le rovine di un tempio

cristiano, e per sedici o diciassette obelischi che portano iscrizioni

greche[99]. Ma il Nego gli diede udienza in campo aperto. Sedeva egli

sopra un altero carro, tratto da quattro elefanti, magnificamente

guerniti: una corona di nobili e di musici gli stava all'intorno.

Vestito era di panni lini, con berretta sul capo, e teneva in mano due

giavellotti ed un piccolo scudo; e quantunque la sua nudità fosse

imperfettamente coperta, egli sfoggiava la barbarica pompa di auree

catene, di monili e di armille, riccamente adornate di perle e di pietre

preziose. L'Oratore di Giustiniano piegò a terra i ginocchi; il Nego lo

rialzò dal suolo, abbracciò Nonnoso, baciò il sigillo, lesse la lettera,

accettò l'alleanza romana, e brandendo le sue armi, intimò guerra

implacabile contro gli adoratori del fuoco. Ma la proposizione intorno

al commercio della seta non andò al segno, e malgrado le proteste, e

forse i desiderii degli Abissini, le minacce ostili si dileguarono senza

verun effetto. Gli Omeriti non eran punto vogliosi di togliersi dagli

aromatici loro boschetti, per valicare un sabbioso deserto, ed incontrar

dopo tante fatiche una formidabil nazione da cui non avevan mai ricevuto

alcuna personale offesa. Invece di estendere le sue conquiste, il Re di

Etiopia non fu abile a difendere i suoi possessi. Abrahah, schiavo d'un

mercante romano stabilito in Aduli, si appropriò lo scettro degli

Omeriti; le truppe dell'Affrica restarono sedotte dalle delizie del

clima; e Giustiniano richiese l'amicizia dell'Usurpatore, il quale

onorò, con un tenue tributo, la supremazia del suo Principe. Dopo una

lunga serie di prosperità, la potenza di Abrahah andò sossopra innanzi

alle porte di Mecca; il Conquistatore persiano spogliò del retaggio i

suoi figli, e gli Etiopi furono finalmente cacciati dal continente

dell'Asia. Questo racconto di avvenimenti oscuri e remoti non è

straniero al declino ed alla caduta del romano Impero. Se la potenza

cristiana si fosse mantenuta nell'Arabia, Maometto sarebbe stato spento

nella sua culla, e l'Abissinia avrebbe impedito una rivoluzione che ha

mutato di aspetto lo stato civile e religioso del mondo[100].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 08 · 第 7 / 27 题