Il piego delle memorie di Fulvia mi era giunto la mattina del 20
agosto. Ero nel mio studio. Lo apersi; ma appena mi accorsi che era
cosa estranea agli affari, malgrado la viva curiosità che m'inspirava,
lo misi da parte. Ero sovraccarico di lavoro; da otto giorni avevo
molto trascurato il mio studio, per occuparmi quasi esclusivamente
della mia camera nuziale, dove, dopo nove mesi e qualche giorno di
matrimonio, un bel bambino faceva echeggiare in suono di pianto la sua
voce robusta.
Era la prima gioia viva che avessi provata dopo il mio matrimonio.
Quel vagito potente aveva rimosso qualche cosa in fondo al mio cuore.
Avevo abbracciato mia moglie con un senso di profonda riconoscenza.
Poi era venuto il battesimo, poi le congratulazioni, la ricerca della
nutrice, il suo arrivo in casa, le disposizioni da prendere, le
raccomandazioni, e finalmente la partenza del bimbo colla nutrice,
avvenuta quella mattina stessa di buon'ora.
Mia moglie aveva superata felicemente quella prima crisi materna.
Tutto era ritornato in calma nella mia casa, ed io ero tornato allo
studio, ansioso di riguadagnare il tempo perduto.
Ero contento, di quella contentezza senza trasporto, che si riscontra
nei matrimonii dove non manca nè l'agiatezza, nè la salute, nè la
gioventù, nè la pace. Se l'amore vi avesse posta la sua scintilla
ardente e luminosa, sarei stato felice; così non ero che contento. Ma
ero contento e lavoravo; lavoravo già per mio figlio. Uscendo dallo
studio alle cinque, passai a salutare mia moglie che stava ancora in
camera, poi andai a pranzo, e quand'ebbi preso il caffè e licenziata
la cameriera, mi adagiai comodamente in una poltrona presso il
balcone, ed apersi il manoscritto di Fulvia, di cui avevo riconosciuto
la scrittura fin dalla busta, dicendo tra me:
«--Se avessi sposato Fulvia, questi giorni avrei pranzato nella sua
camera, sopra un tavolino piccolo piccolo, accanto al suo letto.
Quella lettura mi trasportava, mi commoveva, m'irritava volta a volta,
m'interessava sempre.--Molte volte rilessi un periodo che mi
riguardava, e rimasi assorto cogli occhi fissi alle finestre della
casa di contro, pensando con un misto di gioia e di rimpianto, quanto
ero stato amato.
L'incontro inavvertito di Fulvia a Genova durante il mio viaggio di
nozze, mi vendicò un momento di tutti i sarcasmi ch'ella aveva
lanciati alla mia povera metafora della spinite.
Ma la sua poca curiosità riguardo al mio matrimonio e quelle parole:
_M'ero accorto che eravate un marito ed una moglie_, le quali, senza
parere, avevano un fondo di canzonatura, mi irritarono al sommo grado.
Così quella lettura procedette lenta; avevo acceso il lume da un
pezzo, ed il mio orologio sonava le dieci e mezzo, quando giunsi
all'ultima pagina a cui era incollata la lettera, fredda, amara,
disillusa come il pensiero del suicidio.
Benchè fossi da otto giorni, quello che Fulvia soleva chiamare
derisoriamente, _un buon uomo ammogliato con prole_, tutto il mio
sangue ribollì al leggere quella lettera, come il sangue di un
giovinotto.
Mi alzai, presi il cappello in furia come se dovessi andare di quel
passo sul Monte Bianco a trattenere Fulvia sull'orlo d'un precipizio.
Al momento d'uscire m'accorsi che ignoravo completamente dove andassi.
Allora pensai a confrontare le date. Ma tra la mia grande agitazione,
tra l'abitudine di Fulvia di non precisarle, non mi riuscì di
comprendere perfettamente da quanti giorni quella lettera fosse
scritta.
Una cosa però era sicura. Che Fulvia non voleva impostarla che al
momento d'imprendere la salita; e però, se il piego era giunto a me,
Fulvia era partita al tempo stesso per la sua triste destinazione; ed
a quell'ora..... Un brivido mi corse nelle vene.
Questa volta uscii di corsa sapendo perfettamente dove andare. Al mio
_club_ si ricevevano moltissimi giornali, e c'erano degli alpinisti
appassionati che raccoglievano tutte le notizie di ascensioni
pericolose.
Ma nulla di notevole, e sopratutto nessuna disgrazia aveva
accompagnato le ultime gite al Monte Bianco.
Questo non mi calmò. Conoscevo il carattere di Fulvia. Profondamente
onesta, era incapace di avermi scritto una cosa che doveva
addolorarmi, senza essere ben decisa a quanto annunciava.
D'altra parte la lentezza e la calma con cui aveva presa quella
risoluzione, la freddezza con cui ne parlava, provavano la sua
profonda delusione, lo sconforto che le era entrato nel cuore.
Fulvia, malgrado le angoscie del dubbio, che sono l'eterno tormento
dell'umano pensiero, era profondamente religiosa. Il materialismo,--che
per lei era la mortalità dell'anima, il nulla,--le faceva orrore.
Tuttavia la sua religione non poteva averla trattenuta dal passo
fatale che mi annunciava. Altre volte avevamo parlato del suicidio.
Ella non lo credeva una colpa, in una persona che non è utile a
nessuno sulla terra.
«--È un atto di coraggio, mi diceva. Quelli che chiamano il suicidio
una viltà non possono esserne convinti. Mi sembrano certe mamme che
dicono ai loro bimbi: «Badate a non far capricci, perchè codesto fa
diventar brutti.»--Essi dicono alle masse: «Se qualcuno di voi si
uccide, il mondo lo chiama vile.» Ma è un inganno pietoso che gettano
dall'alto della loro sapienza a noi ignoranti, per impedirci di
ucciderci. L'attaccamento alla vita e il terrore dell'ignoto sono due
istinti possenti in noi. Anche i più entusiasti credenti provano un
senso di ribrezzo istintivo al momento di rinunciare al loro modo di
essere attuale, sebbene credano con certezza che continueranno ad
esistere sotto forme migliori. Ci vuol dunque del coraggio per
superare tutte codeste ripugnanze e rinunciare volontariamente alla
vita.»
Questi brani di discorsi sconnessi, queste opinioni avventate, mi
tornavano in mente orlati a nero come tanti documenti funebri,
comprovanti la morte di Fulvia.
Ed intanto andavo come un matto per Milano. Entravo nei teatri senza
pensarci, arrivavo in platea coll'occhio fisso e i capelli ritti, ed a
mezzo d'un pezzo musicale, o d'una scena drammatica che teneva
l'uditorio affascinato, urtavo dieci persone per raggiungere un
conoscente, a cui domandavo con affanno:
--Non sai che sia avvenuta qualche disgrazia sul Monte Bianco?
Il pubblico mi zittiva; e l'interrogato mi tastava il polso fingendo
di prendermi la mano, e mi offriva di accompagnarmi a casa, con quella
voce carezzevole, che teniamo tutti in serbo per parlare ai malati ed
ai matti.
Non so quante volte mi ricondussero così, ed io tornai sempre ad
uscire, con quell'idea insistente come una mania, finchè trovai tutto
chiuso, caffè, teatri, clubs, e neppur l'ombra d'un individuo nelle
strade a cui domandare le ultime notizie del Monte Bianco.
Suonavano le quattro del mattino, quando traversando, forse per la
decima volta, la galleria, mi trovai ad un tratto possessore di
quest'idea:
Andare a Chamounix!
Di là Fulvia aveva scritto pochi giorni innanzi. Di là era partita per
la sua ascensione funesta. Là potrei immancabilmente sapere le
circostanze dolorose della sua fine.
Corsi a casa per prendere del denaro.
La cameriera era alzata.
«--La signora è inquieta, mi disse. S'è coricata, ma non volle dormire
finchè ella fosse tornato.
In quel momento ero col pensiero a centomila leghe da mia moglie. Non
mi sentivo in istato di sopportarne la presenza, che non mancherebbe
di essere accompagnata da un importuno interrogatorio. Risposi alla
cameriera:
«--Dille che un affare urgentissimo m'ha trattenuto fuori finora, e
che debbo uscir subito ancora, perchè sono aspettato da un mio
cliente. Che vado in campagna con lui per esaminare dei documenti, e
resterò fuori alcuni giorni.
Ed entrai nel mio studio, presi del denaro in fretta, e senza portar
meco neppur un goletto, uscii di nuovo.
«--Max! mi gridò mia moglie dal suo letto udendomi passare nel
corridoio.
Nel lampo d'un pensiero comparai la Fulvia passionata ed entusiasta a
quella comoda moglie che si limitava a chiamarmi dalle sue tepide
lenzuola, senza che l'annuncio della mia partenza le desse la forza
d'infilare le pianelle. Ed il cadavere gelato fra i crepacci del Monte
Bianco mi parve meno freddo di mia moglie. Tuttavia entrai, la baciai
in fretta e le dissi:
«--Mi tocca partire; non moverti, potresti infreddarti, addio.
E via a precipizio.
Partii col primo treno. Mi cacciai in un angolo del convoglio e
rilessi tutto il manoscritto di Fulvia, senza risentire più il menomo
senso di amarezza o di risentimento.
Ora che sapevo a che fine l'aveva condotta il mio amore, sentivo la
sua superiorità ed i miei torti.
Povera Fulvia! quanto mi amava! e come nobilmente m'amava! Perchè non
avevo saputo renderle quell'amore passionato ch'ella sognava e che
meritava tanto. Contenderla al suo fidanzato, al suo dovere, a lei
stessa? Povera Fulvia! Come sarei stato felice con lei! E sospiravo
sul mio stato presente; e quei sospiri la vendicavano.
Non tenni conto del tempo, dei cambiamenti di treno, delle fermate, di
nulla.
Non avevo che un pensiero: «Fulvia.» E lo elaborai per tutto il
viaggio. Non attendevo che una parola: «Chamounix.»
Finalmente, quando Dio volle, senza saper come, mi trovai arrivato.
Scesi all'albergo, e per prima cosa m'informai se non erano accadute
disgrazie nelle ultime salite al Monte Bianco.
--No, nessuna disgrazia.
Là almeno non mi credevano pazzo. La domanda era naturale. Potevo
avere un fratello, un babbo, un figlio alpinista, di cui mi mancassero
notizie.
--Ma dal principio del mese non c'erano state ascensioni?
--Sì, parecchie.
--Non avevano veduta una signora?
--Una signora? Sì, più d'una.
--E... non era perita quella signora sul Monte Bianco?
--No. L'albergatore non lo credeva. Non s'era parlato di una
disgrazia.
--Le guide! Volli vedere le guide.
Ne furono chiamate parecchie. Due avevano accompagnata una carovana in
cui erano delle signore. Ma nessuna era rimasta vittima.
Volli dare i connotati di Fulvia; ma non si ricordavano. Mi risposero
dei sì e dei no contradditorii.
Ma forse Fulvia s'era vestita da uomo. Non l'aveva scritto; ma poteva
averlo fatto. Rilessi il brano della lettera dove accennava di volo al
suo equipaggio da alpinista.
Non mi diceva nulla. Quegli oggetti potevano servire con entrambi i
costumi.
Il tempo era delizioso per una salita, e le guide, che s'erano credute
chiamate per una buona giornata, s'annoiarono di trovare soltanto un
importuno interrogatore. Mi risposero di mala voglia, e con un'aria di
canzonatura male dissimulata.
Una cosa era certa; che non si contava nessuna vittima nelle
ascensioni di tutto il mese.
Fulvia ha cangiato progetto, pensai. Trovandosi in paesi sconosciuti,
tra i villaggi, dove il giornalismo non è là a raccogliere i fatti di
ogni giorno per alimentare la sua cronaca indiscreta, avrà trovato
modo di finire la sua vita senza esporsi ad essere salvata dalla
generosità de' suoi compagni di viaggio.
Questo pensiero mi scoraggiò. Dove, come scoprirla?
Partii per Torino. Appena arrivato mi feci condurre in via Roma al n.
10. Ma dal novembre antecedente quell'alloggio era stato licenziato da
Fulvia, che aveva venduto il mobiglio, ed era partita per l'America.
Nei pochi giorni che era stata a Torino al suo ritorno, era stata ad
un albergo. Ma quale? E che cosa avrei potuto saperne? Non era
supponibile che avesse fatte delle confidenze all'albergatore.
Inoltre aveva scritto a me da Chamounix. Il suo nuovo progetto adunque
non poteva essere nato che là. La mia gita a Torino era stata
perfettamente insensata. Un istante mi venne l'idea di ricorrere agli
uffici di questura. Ma mi parve di oltraggiare la memoria di Fulvia,
che aveva voluto circondare di tanto mistero la sua morte.
Qualunque sia l'impeto che ci spinge ad una corsa precipitosa,
qualunque sia l'esito ed i sentimenti che ne riportiamo, si finisce
sempre per tornare a casa.
Tra andare, venire, interrogare, almanaccare, piangere in segreto,
disperarmi, ero stato fuori sette giorni.
La mattina dell'ottavo, triste, irritato, disgustato del mio passato e
del mio presente, con un profondo tedio nell'anima, ripresi alla
stazione di Porta Nuova il treno per Milano.