Stavo sotto l'incubo di quel legittimo orrore. Ed intanto la mia
delicatezza cominciava a trovare ogni giorno più penosa l'idea di
tradire un amico ne' suoi più cari affetti.
Una sera andai al teatro Carcano. Vi cantava una artista esordiente,
giovane, simpatica.
La sera seguente il Carcano era chiuso. Il direttore dell'orchestra mi
offerse di presentarmi a lei. Ero così triste, che proprio non
desideravo far conoscenze; ma per compiacere il mio vecchio amico,
andai con lui dall'artista all'Albergo Milano.
Trovai che la giovane signora conversava con un giornalista mio amico.
Era Giorgio Albani.
Il vecchio professore si ritirò alle nove. Io, giovane, non potevo
ritirarmi così presto; sarebbe stato scortesia verso la signorina; era
quanto dirle che la sua compagnia non mi tornava gradita.
Mentre io, sempre egualmente sollecito della salute del mio vecchio
amico, lo accompagnavo--sino in capo alla scala,--la signorina disse a
Giorgio:
--E quel signore che non ha preso il cappello e non m'ha salutata? Non
se ne va?
--Perchè? Le dispiace? domandò Giorgio.
--Un poco; ha una cert'aria inquisitoria; quando mi guarda mi sembra
di un'autopsia morale.
--Come s'inganna! È così sbadato, e così buono; quando lo conoscerà
meglio, sono certo che le piacerà.
--Può darsi; ma intanto mi annoia; volevo fare una passeggiata, ma con
quel signore non oso; mi dà soggezione.
--Massimo!? esclamò Giorgio ridendo.--Ma le giuro che egli non aspira
punto a destare questo sentimento nelle signore...
In quella rientrai. Giorgio mi disse:
--Massimo, la signorina mi diceva che desidera fare una passeggiata;
ma ha soggezione di te.
Egli diceva questo in aria di tanta ammirazione... si sarebbe detto
che facesse un merito a sè stesso della timidezza di quella signora.
Giorgio sapeva ch'io non amo in generale le artiste. La libertà delle
loro maniere mi dà uggia. Ed ora sembrava dirmi: Vedi che Fulvia non
si emancipa; e, per essere artista, non cessa d'essere una signora?
Io contavo proprio quella sera di gettare colla mia presenza un raggio
di felicità sull'esistenza della donna mia... Ma all'udire il
desiderio dell'artista... esordiente, giovane, simpatica,--dovetti
rassegnarmi, per delicatezza, a mettermi in terzo con lei e con
Giorgio in quella passeggiata.--Ritirarmi sarebbe stato esternare il
sospetto ch'essi stessero meglio soli... un uomo delicato non offende
così gratuitamente una donna. Così, invece di tergere le lagrime della
mia bella marchesa, mi rassegnai a sopportare il sorriso inesauribile
di quella spensierata giovane. Ella scherzava su tutto. Pareva una
cicala, nata solo per cantare.
Io, che avevo tanto amato i languidi sguardi, gli atteggiamenti
melanconici della donna mia, sempre avvolta in una nube di tristezza,
trovavo insoffribile il cinguettìo di quella nuova venuta.
Ciarlando un po' di tutto, ella venne a dire di essere stata
raccomandata alla marchesa Vittoria Prandi; era la donna dei miei
pensieri. E Vittoria, cortese e generosa, era corsa a vedere la
giovane raccomandata nella sua camera dell'Albergo Milano.
Ora dunque Fulvia desiderava passare la sua prossima sera di riposo al
circolo della marchesa, per ringraziarla della sua cortesia. Pregò
qualcuno di noi a volerla accompagnare. Con che gioia colsi
quell'occasione di vedere la donna mia!
Anche Giorgio Albani si offerse di fare da cavaliere alla giovane
artista; ma egli non frequentava la casa di Vittoria; la conosceva
poco; io invece ero intimo della famiglia; lo persuasi che era più
conveniente che Fulvia vi si presentasse con me, e con me solo.
Ella rimase indifferente a codesta discussione, ed interpellata
rispose:
--Per me, purchè vi sia qualcuno che m'accompagni, sia l'uno sia
l'altro, mi fa egualmente piacere.
Facemmo una lunga passeggiata. Fulvia fu allegra, gentile, spiritosa,
ma serbò sempre un certo imbarazzo riguardo a me. Quando mi parlava,
evitava di guardarmi, e non accompagnava il discorso col menomo gesto.
Si occupava ad abbottonarsi o sbottonarsi i guanti, a cogliere una
foglia ed a ripiegarla in tutti i sensi, e seguiva cogli occhi l'atto
della mano, quasi fosse più intenta a quello che a quanto diceva.
I tratti di spirito che intercalava al discorso, i frizzi con cui
presentava in caricatura una persona o una cosa, detti così senza
importanza e poco accentuati, acquistavano un carattere più umoristico
e sorprendevano di più.
Quando l'avemmo ricondotta all'albergo, Giorgio mi ripetè quanto ella
aveva detto a riguardo mio, mentre accompagnavo il mio vecchio amico
sulle scale.
--Ebbene, dissi, domani a sera non verrò. Non voglio privarla del
piacere d'esser sola con te.
Egli non rispose. Era delicatissimo, prudente, pieno d'onore. Forse
gli dispiacque il sospetto sottinteso in quella mia risposta, e non
volle nondimeno ribatterlo per non impegnare una discussione che
poteva far torto ad una signora ch'egli stimava. Parlammo d'altro e
parlammo poco.
Io amavo sinceramente Giorgio, che era un nobile cuore, un amico
leale. Pensai a lungo a quella parola amara che gli avevo detta; ed a
quando a quando ripensai alla antipatia della giovane artista per me.
Prima che giungesse la sera del giorno seguente, mi persuasi che, a
rimediare all'offesa che le avevo fatta, ed al dispiacere che avevo
dato a Giorgio, era necessario che passassi ancora quella sera con
loro. Andai a vedere Fulvia nel suo camerino in teatro; Giorgio mi vi
raggiunse, e tornammo all'Albergo Milano insieme.
Fulvia aveva cantato quella sera con tanta grazia e tanta passione,
che il pubblico l'aveva accolta con entusiastici applausi. Nel
camerino s'erano affollate le visite a complimentarla. Io l'avevo
ascoltata da un palco di proscenio, ed amantissimo della musica, ero
stato profondamente commosso dalla sua voce; dimenticai le parole poco
lusinghiere per me che ella avea dette ad Albani e, nella sincerità
dell'animo, le dissi porgendole la mano:
--Signora Fulvia, ella mi ha strappato le lagrime.
--Le ho vedute, mi rispose: e mi strinse la mano cordialmente, e da
quel momento fummo amici.