III.

Ed ora, signori lettori, che ci siamo reciprocamente presentati

scambiandoci le carte da visita, come si usa tra le persone ammodo

quando non hanno la fortuna di potersi vedere, tiro via colla mia

storia.

Non vanto illustri avi, nè sono figlio di paltonieri. Appartengo

all'umile classe dei borghesi. Non sono nè ricco nè povero. Ho

trent'anni.

Quattro anni sono mi accesi d'una grande passione; feci le debite

pazzie, e poichè le donne sogliono misurare e compensare l'amore a

seconda delle pazzie che fa fare, fui, come di ragione, riamato. E per

quella volta la donna mia non prese abbaglio, dacchè io l'amassi

davvero con un trasporto che non avevo mai conosciuto prima.

Napoleone III o non so chi altri, pronunciò una parola meritamente

celebre: «Quanto dura l'eternità in Francia?» Se il plagio non

deprezzasse la mia trovata, sono certo che diverrei altrettanto famoso

dicendo: «Quanto dura l'eternità in amore?»

Rinuncio alla celebrità ma non al motto: «Quanto dura l'eternità in

amore?»

Ahimè! In tutta buona fede avrei accettato allora di passare la vita

senza un'altra gioia, nè un altro affetto, nè un altro interesse, nè

un'altra ambizione, fuorchè l'amore di quella donna. Non mi credevo

suscettibile di altro sentimento. Al confronto di quell'attrazione

potente, irresistibile, gli altri sentimenti mi sembravano meschine

convenzioni sociali.

Alcuni amici s'avventurarono a dirmi:

--Massimo, non pensi che è sleale corteggiare la moglie d'un altro, e,

peggio, d'un amico? La tua coscienza non ripugna dallo _stringere

sorridendo la mano d'un uomo che tradisci_?

È la frase consacrata. Ed io meravigliavo tra me, come le menti di

quegli amici miei mancassero di elevatezza per non potersi scindere da

meschini pregiudizî sociali, ed innalzarsi con me nelle sublimi

regioni della passione. Sì; la mia donna era vincolata ad un altro. Ad

un egoista che si era permesso di farla sua, senza prevedere che io

l'avrei amata. Ad un tiranno, che persisteva ad essere suo marito

malgrado il nostro reciproco amore. Animo volgare, incapace di

eroismo, che non aveva nemmanco la generosità di _sopprimersi_ per la

felicità d'un amico.

E nondimeno mi si accusava. Non si comprendeva che la mia colpa, se

pur colpa è possibile in una grande passione, era crudelmente espiata

dal pensiero che quell'uomo si permetteva di chiamar _sua_ la donna

_mia_, di darle del tu, d'amarla, e forse financo di aspirare al di

lei amore. Oh, quell'uomo! Io l'odiavo per le ore di tortura che

m'imponeva; per le notti che mi faceva vegliare tra gli spasimi della

gelosia; per il sacrifizio cui mi assoggettavo ogni giorno di

frequentare la sua casa, di parlargli amichevolmente, di simulare

colla donna amata una freddezza che non avevo nel cuore, di tollerare.

che egli le parlasse con una famigliarità oltraggiosa. Oh! quando

stringevo sorridendo la mano d'Ernesto, nonchè sleale, mi sentivo

grande e generoso: perchè l'odiavo, perchè avrei voluto ucciderlo; e

me gli mostravo amico, e rispettavo la sua esistenza, per non

compromettere la donna mia.

Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi · 第 5 / 46 题