CAPITOLO XI.

In cui si narra di un astore che si era fatto colomba.

Il biondo scudiero non aveva anche lasciato la sala d'udienza del

re di Gerusalemme. Era rimasto là ritto, colle braccia prosciolte

sui fianchi, cogli occhi fissi, ma senza guardar nulla davanti a sè,

nell'atteggiamento di chi medita, cercando la soluzione d'un dubbio.

Era bello, il giovine scudiero, d'una bellezza fin troppo soave e

delicata per un uomo. La sua carnagione bianca si era leggermente

abbronzata al sole di Palestina, e questo era bene, perchè altrimenti

egli sarebbe apparso un po' scolorito. Ma il pallore del suo volto

prendea lume da due occhi turchini così profondamente espressivi e da

una doppia cascata di capegli biondi così fine e copiosa, che la sua

vista non destava certamente pensieri di compassione amorevole, come

accade sempre ai cuori bennati, quando s'incontrano in un bel viso

che porti le traccie d'un interno dolore. L'armonica leggiadria delle

forme, non potuta dissimulare affatto da una lunga tunica a crespe

i cui lembi gli giungevano fin oltre al ginocchio, tradiva una rara

eleganza, che a Fidia, a Prassitele, e a tanti altri felici adoratori

della bellezza, avrebbe strappato un grido di ammirazione e destato

in cuore il desiderio che quel biondo garzone fosse da Giove mutato in

donna, per offrire il modello al simulacro della più castamente bella

tra le sue divine figliuole.

Senza esser Fidia, nè Prassitele, il giovine Caffaro doveva pensare

alcun che di simigliante, perchè, essendosi a bello studio ritirato per

l'ultimo, come fu sulla soglia, si volse ancora indietro a guardare il

biondo e pensoso scudiero.

Il silenzio che si era fatto d'intorno a lui, scosse dalla sua

meditazione quest'ultimo. Il suo sguardo, tornato d'improvviso alle

cose circostanti, s'incontrò allora in quello di Caffaro.

— Signore di Caschifellone, — disse lo scudiero, facendo un passo verso

di lui, — una parola, vi prego. —

Caffaro tremò tutto a quella inattesa chiamata. Sapete già che il suo

cuore non era di smalto.

— Che cosa desiderate da me, Carmandino... poichè così volete esser

chiamato? — soggiunse egli, con un mesto sorriso.

— E ben fate, messere; — ripigliò lo scudiero; — questo nome ha da

essere il mio per elezione, quando non lo sia per altro modo. Ditemi,

avete notato l'ardore insolito e nuovo di Gandolfo del Moro?

— Sì, e vi confesso, mad... Carmandino, — riprese subito,

correggendosi, il giovine Caffaro, — vi confesso che mi ha colpito di

stupore.

— Ah, voi pure?

— Certo, e non poteva essere altrimenti, vedendo lui, così freddo per

solito, infiammarsi in quella maniera. Ma già, lo ha detto egli stesso,

ogni privato rancore, ogni pena segreta, — e facendo questa giunta alla

frase di Gandolfo, il giovine non potè rattenere un sospiro, — deve

cessare davanti all'obbligo di soccorrere un prode concittadino, un

gentil cavaliere.

— E voi credete, — disse, dopo un istante di pausa, il biondo garzone,

— che quelle parole fossero sincere?

— Non so; — rispose Caffaro, sconcertato da quella domanda; — so bene

che il mio cuore si è commosso a quelle parole, che rispondevano così

giusto a ciò che credo e sento io medesimo. —

Lo scudiero chinò la fronte, confuso.

— So anche un'altra cosa; — soggiunse Caffaro a cui pareva di aver

detto un po' troppo.

— Quale? — dimandò lo scudiero, levando le ciglia e interrogando coi

suoi grandi occhi azzurri il volto amico di Caffaro.

— Che io pure andrò con Gandolfo del Moro; — rispose questi, con

accento deliberato. — Arrigo da Carmandino era il mio compagno d'armi,

il più caro che io m'avessi. Insieme, sulla medesima scala siamo

saliti, abbiamo afferrato il ciglio delle mura di Cesarea. Il destino

ha voluto che io giungessi alla saracinesca, in quel punto che essa

si chiudeva dietro a lui; ma certo, se l'obbligo di volgermi indietro,

per chiamare i compagni, non mi avesse trattenuto un istante, io sarei

penetrato nella seconda cinta con lui, ed avrei corso la sua medesima

sorte. Egli è vivo e sano, coll'aiuto del cielo ed io debbo essere dei

primi a vederlo. —

Lo scudiero era rimasto intento, palpitante, ad ascoltarlo. Ma, come

il giovine Caffaro ebbe finito di parlare, egli si avvicinò, gli

prese ambe le mani e le strinse tra le sue, con effusione di affetto

fraterno.

— Non sarete solo, messere! — gli disse poscia, mentre Caffaro,

fortemente turbato, rispondeva a mala pena a quella stretta amichevole.

— Che dite voi, Carmandino? — chiese questi, come si fu riavuto.

Ma lo scudiero non si pigliò cura di rispondergli direttamente.

— Messere, — riprese egli, — vorrei domandarvi una grazia.

— Quale? Parlate, comandate al vostro servitore, al vostro amico devoto.

— Desidero di avere un colloquio... Non indovinate con chi?

— Non saprei. Porse con Gandolfo del Moro?

— Con lui. Vedete, messere; anche voi correte col pensiero a quel nome;

anche voi sospettate, al pari di me. —

Caffaro non poteva rispondere di no, perchè infatti, anche a lui aveva

fatto senso quel mutamento improvviso del rivale di Arrigo. Perciò,

scambio di rispondere, pensò di sviare il discorso.

— Volete parlare con lui subito?

— Appena egli sarà uscito dalle stanze del re.

— Dove?

— Io vado là, — rispose il biondo garzone, con accento impresso di

solenne mestizia — a pregare sul Calvario, ai piedi del santo sepolcro

di Cristo. Vi aspetterò.

— Sta bene, — disse Caffaro inchinandosi, — io rimango in

vedetta. —

Lo scudiero si allontanò, dopo avergli fatto colla sua bella mano un

cenno d'amorevole addio.

Rimasto solo, il giovane signore di Caschifellone pensò alla novità,

o, se meglio vi torna, alla gravità del suo caso. Amava di schietta e

salda amicizia il suo concittadino Arrigo, e si era invaghito, senza

volerlo, sì, ma perdutamente eziandio, della bella Diana. Come se un

simil contrasto non bastasse ancora alla infelicità di un giovinotto,

anche più maturo e più sperimentato di lui, Caffaro di Caschifellone

era diventato l'uomo in cui la fanciulla degli Embriaci fidasse di più,

non esclusi i suoi fratelli medesimi. Convenite che lo stato di Caffaro

non era il più lieto di tutti, nè, per conseguenza, il più invidiabile.

Che cosa avrebbe egli fatto? Come sarebbe uscito dal ronco? Se Diana,

ritrovato il suo Arrigo, fosse andata sposa a lui, il disgraziato

giovane avrebbe chinato la testa alla ferrea necessità, ma non

disegnava certamente di rimanere a Genova, spettatore della felicità di

Arrigo, del suo ottimo amico. Se Arrigo non fosse tornato tra i suoi, e

Diana avesse dovuto prendere il velo, come infatti aveva accennato di

voler fare, il nostro Caffaro, disgraziato del pari, non avrebbe già

chinato la testa, l'avrebbe perduta senz'altro. E questo si nota per

dimostrarvi che, comunque l'andasse, il nostro povero amico si vedeva

a mal partito. E guardate disdetta! Gli toccava anche di peggio; gli

toccava di essere il confidente, l'aiuto, il protettore di amori che

gli passavano il cuore.

I miei lettori lo avranno osservato qualche volta nella vita; ci sono

degli uomini a cui vanno di giusta ragione tutti i dolori e tutti

i sacrifizi, come rondini al nido. Nessuno si avvede che soffrono;

tutti si volgono a loro per consiglio o soccorso e non c'è caso che

si avvedano di tormentarli. Eppure, tanto è vero che ogni spino ha

il suo fiore, anche qui c'è la sua parte di bene. A quella incudine

così assiduamente martellata si temprano i forti caratteri, che poscia

domineranno il tempo loro, se la fortuna si ricorda una volta di essi,

o alla peggio non ne saranno dominati, se avviene che la cieca dea

passi davanti a loro, senza la limosina d'un sorriso. Nell'un caso o

nell'altro, costoro sono uomini davvero; e chi sa? forse c'è un libro

in cui si tien conto di ciò. E se pure non ci fosse, che importerebbe?

La solitaria libertà dell'anima non è essa il primo dei beni e la

ricompensa più certa?

Questa è filosofia, e Caffaro di Caschifellone non era anche

giunto allo stadio filosofico delle sue mestizie. Per fortuna, ad

interrompergli il filo delle tristi meditazioni, uscì Gandolfo dalle

stanze del re. Caffaro gli andò incontro, non senza un tal poco di

titubanza, bene argomentando che il secondo colloquio non gli avrebbe

fatto piacere come il primo.

Gandolfo non lo amava di certo. La rivalità in amore, come in ogni

altra ragione di cose, non ha mestieri di vederci chiaro; essa è

naturalmente istintiva.

Eppure, Gandolfo del Moro, vedendo il giovane che si spiccava dal suo

posto, nel vano d'un finestra, per muovergli incontro, andò sorridendo

verso di lui.

— Messere, — diss'egli, — mi aspettavate? Che volete da me?

— Due cose; — rispose Caffaro, niente raffidato da quel sorriso, che

poteva essere simulato; — una v'ho a dire per conto mio, l'altra per

conto d'una persona che preme ugualmente a noi tutti.

— Sta bene; — disse Gandolfo, inchinandosi; — cominciamo dalla....

— Dalla prima, — interruppe Caffaro, temendo che l'altro fosse per

lasciarsi sfuggire di bocca mezza scortesia.

— Stavo per dirlo; — soggiunse Gandolfo del Moro.

— Io verrò con voi alla spedizione di Gaza; — ripigliò il signore di

Caschifellone.

E buttata fuori la sua proposta, stette ad aspettare ansiosamente

l'effetto che avrebbe fatto sul suo interlocutore.

— Grazie! — rispose brevemente Gandolfo, senza punto scomporsi.

Caffaro rimase sconcertato. Si aspettava una cera scontenta, e vedeva

in quella vece un amabile sorriso.

— E non basta; — soggiunse egli, diffidando ancora. — Vi offro la

mia galèa, per tentare l'impresa con voi. La _Caffara_ ha una ciurma

numerosa e un palamento di trenta remi per lato.

— Non solo, — interruppe Gandolfo, — ma è anche miglior veliera della

_Mora_.

— Non osavo dir questo; — rispose Caffaro, ringraziando con un cenno

del capo.

— Eh, non c'è niente di male a riconoscere la verità. La _Mora_

non l'ho fatta io; l'ho comperata tal quale da Ingo di Flessa. Ha

l'arrembata troppo pesante, che la fa beccheggiare più del consueto,

e con mare un po' grosso c'è sempre da temere per l'alberatura. Sono

difetti che ho riscontrato a mie spese; — soggiunse Gandolfo del Moro,

con un accento di melanconia che non pareva tutta da padron di galèa; —

tanto che in ogni impresa giungo sempre per l'ultimo. —

La considerazione di messer Gandolfo veniva così naturalmente dal

contesto del discorso, che Caffaro, anche rilevando l'allusione, la

trovò affatto casuale.

— Siamo dunque intesi?

— Sì, messere, col permesso di Ugo Embriaco, che abbiamo tutti

riconosciuto nostro capitano, come una continuazione dell'autorità e

della fortuna del glorioso Testa di maglio. —

Caffaro andava di meraviglia in meraviglia.

— Posso dunque venir difilato alla seconda parte; — diss'egli.

— Come vi piace.

— Lo scudiero desidera parlarvi.

— Lei? — chiese Gandolfo, non potendo reprimere un moto di stupore.

— Sì; — rispose Caffaro; — non so veramente che cosa abbia a dirvi,

ma mi ha raccomandato di avvisarvi subito, appena foste uscito dalle

stanze del re, e voi vedete che mi sono piantato in vedetta. Lo

scudiero Carmandino, poichè questo è il suo nome, è andato poc'anzi

verso la chiesa del Santo Sepolcro e ci aspetta colà.

— Andremo insieme? — chiese Gandolfo che aveva notato l'intenzione

duale della particella usata da Caffaro.

— Sì, se non vi dispiace; — rispose questi urbanamente.

— Anzi, l'ho caro; — proruppe Gandolfo, infiammandosi ad un tratto. —

Per qualunque cosa al mondo, non avrei amato andar solo.

— Perchè? — dimandò Caffaro, inarcando le ciglia a quella uscita

inattesa.

— Messere; — disse quell'altro, senza risponder subito alla domanda; —

voi non avete amicizia per me. —

Caffaro rimase muto, chè veramente non avrebbe saputo negare.

— E mi duole; — soggiunse Gandolfo.

— Vi duole? — ripetè Caffaro, cercando di prender tempo. — Ma,

anzitutto, donde lo argomentate?

— Da molti indizi, e, per non dirne che uno, dalla meraviglia con

cui mi avete chiesto perchè io non amassi andar solo, a vedere....

lo scudiero. Se aveste amicizia per me, — incalzò Gandolfo del Moro,

— intendereste il mio cuore e mi vedreste infelice... oh, sì, molto,

senza fine infelice. Ora sono tranquillo, mi sono vinto, non dubitate;

ma la prova è stata dura, e non poteva essere altrimenti. Aver

veduta una volta la fanciulla degli Embriaci e non essersi innamorato

perdutamente di lei, era impossibile, non solo a me, ma ad ogni uomo di

cuore. —

Caffaro pensò che Gandolfo ragionava diritto. E senza volerlo, mise

fuori un sospiro.

— Voi m'intendete ora, non è egli vero? — chiese Gandolfo.

— Sì, messere, v'intendo; — rispose Caffaro, che temeva di essersi

tradito e voleva mettere in chiaro ogni cosa. — Ma il vincersi era

necessario per voi, come lo sarebbe stato per ogni gentiluomo, anzi,

userò la vostra medesima frase, per ogni uomo di cuore. Farei torto a

madonna Diana se dicessi, o pensassi, che vi sono altre donne come lei.

Non ce n'è una, mi capite? non ce n'è una, messere Gandolfo del Moro, e

sono io il primo a riconoscerlo. Ma è d'una donna simile il non destare

che nobili e santi pensieri nel cuore d'un uomo, e il miglior modo

d'amarla, dirò meglio, d'averla amata, è quello di operare nobilmente,

anche a patto di dover soffocare nel petto l'amore che si è sentito per

lei.

— Beato chi lo ha potuto far subito, — esclamò Gandolfo del Moro,

coll'aria di un uomo che parlasse sui generali, o solamente per

contrapposto al suo caso particolare. — Quanto a me, ho durato, ve

lo confesso, una battaglia più lunga; il cuore ha dato fiamme, ha

gittato molta scoria, prima che vi si affinasse il prezioso metallo.

Ma basti di ciò; son vincitore oramai, son vincitore, e ve ne faccia

testimonianza l'offerta di quest'oggi. Godo che voi siate all'impresa

con me, perchè, dopo la stima di Arrigo, non ce n'è altra che mi stia

a cuore come la vostra. Ma perchè sono stato debole, vedete, perchè

ho combattuto così fieramente tanti anni, mi duole oggi di dovermi

presentare a quel ritrovo che mi avete accennato. Avrei voluto partire

senza vedere.... nessuno; ritornare con Arrigo, con Arrigo libero

e sano, per dire: Ecco qua, ho messo a repentaglio la mia vita coi

ladroni e colle fiere del deserto; ma l'ho trovato, l'ho condotto alla

sua fidanzata;» ciò detto, lasciarli ambedue felici e sparire.

Gandolfo parlava con tanto ardore, che Caffaro non ebbe più modo o

ragione di dubitare.

— Voi avete un animo grande, Gandolfo del Moro; — diss'egli,

stringendogli la mano. — Il viaggio che faremo insieme alla

ricerca di Arrigo Carmandino avrà gioie per me, che non avrei osato

sperare. —

Uscirono ambidue taciturni dalla porta verso maestro, detta fin dai

tempi d'Isaia la porta del campo del gualchieraio, e si avviarono per

l'erta del Calvario.

Calvario in latino, _Gulgultha_ in antico ebraico, corrispondono al

Golgota della Vulgata, e ricordano, nella loro etimologia, che il

monte aveva derivato il suo nome dalla somiglianza della sua cima con

un teschio, o cranio umano denudato di capegli. Il Golgota non era per

anche nel centro della città, come lo si vede nei giorni nostri, ma

non si vedeva già più quel colmo tondeggiante di rupi, che gli aveva

meritato il suo nome.

Fin dal secondo secolo dell'êra volgare, Adriano aveva edificato sul

Golgota un tempio a Venere, e i pellegrini, che in folla accorrevano

nei primi secoli del Cristianesimo a visitare il luogo del martirio di

Cristo, si rammaricavano di scorgere i simulacri pagani sulle cime del

Calvario e del Moria, dove anticamente sorgeva il tempio di Salomone.

Elena, la madre di Costantino, fece murare sul Golgota la prima chiesa

cristiana, e il culto del santo Sepolcro ebbe principio da lei. Arso

nel settimo secolo, il magnifico tempio fu riedificato, e dal famoso

califfo di Bagdad, Arun al Rascid, l'eroe delle _Mille e una notte_,

donato in giurisdizione al suo amico Carlo Magno. Ma il terribile

Hakem, terzo califfo d'Egitto, non rispettò la vecchia politica

dell'Abasside, e fece radere al suolo la chiesa. Più mite di lui, il

suo successore Daher, ordinò che fosse riedificata, e Abu Tamin la vide

condotta a termine, l'anno 1048, ma nelle proporzioni d'una meschina

cappella.

Durava in quella forma, quando sopraggiunsero i Crociati, che non

indugiarono ad innalzare un tempio sontuoso, in quella forma che oggi

ancora si vede, quantunque l'incendio del 1808 abbia resi necessari

alcuni restauri, anche nella parte esteriore.

Al tempo di cui narro, il nuovo tempio non era anche sorto, e la

meschina cappella di Daher, il califfo fatimita, era tutto quello che

i devoti cristiani potessero avere di meglio, per confortarvi la loro

pietà. Per altro, in fondo al piccolo tempio, si vedeva già, incavato

nel sasso, il forame sferico nel quale era stata piantata la croce del

Nazzareno; a destra e a manca del quale, e formanti un triangolo con

esso, i buchi per le croci minori dei due ladroni; dentro al triangolo

la fenditura del sasso, cagionata dal tremuoto di cui raccontano gli

Evangelii. Nel mezzo del tempio era poi la tomba di Cristo, antro

ristretto, scavato nel macigno, secondo l'antico costume dei popoli

orientali. Non mancava la cripta, nelle viscere del monte, colla sua

tomba di porfido, che dicevasi contenere le ceneri del pontefice

Melchisedec, e coll'altra assai più modesta, ma altrettanto più

autentica, di Goffredo di Buglione.

Il biondo scudiero, inginocchiato in un angolo, pregava. Davanti

a lui, i frati del santuario, gli avevano detto essere il luogo in

cui l'angelo aveva annunziato alle Marie la risurrezione del loro

dolce Maestro. Ed egli, con lagrime che gli erano spremute dal cuore,

supplicava quell'angelo, suo fratello all'aspetto, che si degnasse di

guidare Arrigo, di restituirlo ai suoi cari, come l'angelo Raffaele

aveva ricondotto l'adolescente Tobia.

Il rumore dei passi e lo strepito delle armature tolse dal suo

raccoglimento il giovane scudiero. Si volse allora, e, veduti i due che

aspettava, si alzò per muovere incontro a loro.

— Grazie, messere; — diss'egli a Gandolfo; — avevo qualche cosa

a dirvi, per cui bisognava un luogo più solitario e un'ora più

tranquilla. —

Gandolfo del Moro s'inchinò, ma senza rispondere parola. Egli era

profondamente turbato.

Lo scudiero uscì dalla cappella, per una postierla che era accanto

all'altare, e i due cavalieri lo seguirono all'aperto.

Il dorso del monte era scabroso e frastagliato; qua e là si vedevano

larghe fenditure nel masso, non intieramente colmate dalla polvere

e dal terriccio di undici secoli, poco lunge, muti testimoni

dell'accorgimento romano, stavano i ruderi d'un tempio a Venere, e tra

gli architravi caduti, i capitelli infranti, le colonne rovesciate,

crescevano le eriche e i tamarischi, inconsapevoli eleganze che la

natura frammette alle rovine per temperarne l'orrore.

Colà, presso l'attico di una colonna, che era rimasta in piedi e

gettava un po' d'ombra sul campo, lo scudiero si fermò, e Gandolfo che

lo seguiva, del pari.

Caffaro aveva capito che la parte essenziale della conversazione

doveva restringersi a quei due, e, quantunque fosse invitato egli pure

ad assistervi, si trattenne alcuni passi indietro, facendo le viste

di osservare una iscrizione latina, che correva lungo un pezzo di

architrave, e di cogliere un ramo di quelle eriche tutte gremite di

fiori.

Lo scudiero non parve badare a quella fermata. Egli del resto poteva

vedere, come spesso accade di vedere senza bisogno di guardare, il

suo amico Caffaro di Caschifellone, intento a curiosare fra le rovine,

a dieci passi dai suoi compagni. E si rivolse intanto a Gandolfo del

Moro, che stava cogli occhi bassi davanti a lui.

— Guardatemi in viso, messer Gandolfo; — diss'egli, con accento

risoluto.

Gandolfo alzò gli occhi smarriti, tentando di fissarli negli occhi del

biondo scudiero; occhi azzurri, limpidi e scrutatori, che gli parvero

quelli dell'angelo che indaga e misura le colpe degli uomini.

— Voi dunque, — proseguì lo scudiero, — andate in traccia di Arrigo da

Carmandino? —

— Sì, — rispose timidamente Gandolfo.

— Perchè? Perchè voi e non altri? —

Gandolfo si armò di coraggio. Quell'incalzar di domande voleva una

pronta e adeguata risposta.

— Per essergli utile; — diss'egli di rimando. — Perchè nessun'altri ci

ha pensato, od ha mostrato di pensarvi. E infine, — aggiunse, con un

sospiro, — perchè sento di dover espiare qualche cosa. —

Lo scudiero abbassò gli occhi a sua volta.

— Sì, — continuò Gandolfo del Moro, animandosi, — espio il delitto

di aver osato amare una donna che non poteva esser mia. Eppure, avrei

fatto volentieri ogni sacrifizio, tentata di gran cuore ogni impresa

più temeraria, per meritare l'amor suo. Disdegnato da lei, son divenuto

il più infelice uomo che sia sulla terra; sono stato sul punto di

diventare altresì il più malvagio.

— Vile amore, se a tale può condurre un uomo! — esclamò lo scudiero. —

Dovevate ricordare, messer Gandolfo, che quella donna aveva conosciuto

Arrigo da lunga pezza e non poteva esser d'altri. Quale animo bennato

avrebbe potuto farle una colpa di ciò?

— Oh, non aggiungete più altro, lo so; — interruppe Gandolfo; — quello

che voi mi dite ora, io me lo son ripetuto le migliaia di volte, nelle

mie veglie disperate. Se almeno ottenessi il suo perdono! pensai. Se

ella potesse cessare di odiarmi! Questo il fine dei miei tristi amori;

il buon angelo ha vinto. Ma perchè nulla mi ritiene alla vita, perchè

il meglio ch'io possa fare è di morire, utile almeno ad altri, io sono

l'unico forse tra tutti i vostri compagni che possa tentare l'impresa

di giungere per la via del deserto, ad Arrigo, e di ricondurlo tra'

suoi.

— Non sarete solo, — disse lo scudiero. — Caffaro di Caschifellone vi

accompagnerà. Forse a quest'ora lo avrete già saputo dalle sue labbra.

E anch'io sarò a parte del vostro tentativo. —

Un lampo balenò dagli occhi di Gandolfo del Moro; ma non fu altro che

un lampo. Ed egli stesso, vedendo lo sguardo indagatore dello scudiero,

si affrettò a mostrargli intieramente l'animo suo.

— Voi dubitate di me! — diss'egli, con accento improntato d'amarezza.

— No, messere, — rispose quell'altro, — vi mostro come sappia anche

correre animosamente un pericolo chi potrebbe oggi di bel nuovo amare

la vita.

— Ma pensate che il cammino è difficile; che forse non riusciremo....

— Ho pensato.

— E che cosa diranno i vostri d'una risoluzione così temeraria?

— Diranno che appartengo ad Arrigo da Carmandino, e che ho il diritto

di morir con lui. Dove correte un pericolo, voi e il signore di

Caschifellone, non potrò correrne anch'io?

— Sia fatto il voler vostro; — disse Gandolfo, chinando la fronte.

Il biondo scudiero si mosse, e andò su d'un rialto del masso, donde si

scorgeva la valle di Giosafat e l'erta d'un monte, di là dal torrente

di Cedron.

— Vedete laggiù quegli olivi? — diss'egli a Gandolfo.

— Li vedo; — rispose questi, mentre collo sguardo interrogava a sua

volta il suo interlocutore.

— Laggiù, — prosegui lo scudiero, con accento solenne, — alle falde di

quel monte, il redentore degli uomini fu tradito ai suoi nemici, da un

uomo, che appunto allora lo baciava nel viso.

Gandolfo del Moro diede un sobbalzo.

— Che volete voi dire? — esclamò.

— Che mi fido di voi; — rispose lo scudiero. — Se voi mentiste, se

voi covaste il tradimento nell'anima, qui, sulla vetta del Calvario,

davanti al Getsemani, ove Cristo fu preso, non lunge dal campo dal

sangue, ove Giuda vendicò da sè stesso il cielo oltraggiato, neanche

tutta l'acqua del sacro Giordano, neanche il pianto di tutti gli

angioli del cielo, basterebbe a riscattare il vostro tradimento. —

A quelle parole dello scudiero, Gandolfo sentì come una stretta al

cuore; ma fece il viso dell'uomo che si sentiva sicuro di sè e non

temeva la maledizione.

Caffaro di Caschifellone, a cui quelle parole percossero l'orecchio,

pensò al brutto senso che dovevano fare nell'animo di Gandolfo del

Moro; ma non potè altrimenti trattenersi dal mormorare un «bene!» che

gli sgorgava proprio dal cuore.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 16 / 29 题