CAPITOLO X.

Sulle tracce di Arrigo.

Il secondo re di Gerusalemme, che fu Baldovino I, già principe di

Edessa, non si trovava certamente, nell'estate del 1102, sopra un letto

di rose;

Già dello stato di quel nuovo regno ho fatto un brevissimo cenno

ai lettori, ed ora, per l'intelligenza dei casi che rimangono da

raccontare, debbo rifarmi da capo.

Goffredo di Buglione, espugnata Gerusalemme e rotti gli Egiziani sulla

pianura di Ramnula, aveva appeso alla parete del Santo Sepolcro la

bandiera e la spada di Afdhal. I baroni che lo avevano seguito in

Palestina, se ne tornavano la più parte alle castella d'Occidente.

Tra essi i due Roberti, l'uno, duca di Normandia, l'altro, conte di

Fiandra. Abbracciati per l'ultima volta i suoi compagni di fatiche

e di gloria, il pio Goffredo li aveva accomiatati, non ritenendo con

sè, per difendere la Palestina, che l'italiano Tancredi, con trecento

uomini a cavallo e duemila fanti; in tutto tremila uomini o poco più,

se si voglia considerare che ogni cavaliere armato in guerra aveva con

sè quattro scudieri a cavallo, e questi cinque uomini si contavano per

_una lancia_.

Il fratello Baldovino essendosi assicurato un picciolo regno in Edessa

e Boemondo di Taranto un altro in Antiochia, Goffredo di Buglione aveva

dovuto accettare la suprema autorità in Gerusalemme; ma non aveva

già accettato le insegne e gli onori di re, ricusando, come dice la

prefazione delle _Assise di Gerusalemme_, di _porter corosne d'or là ou

le roy des roys porta corosne d'épines_, e contentandosi in quella vece

del modesto titolo di barone e difensore del Santo Sepolcro.

Meno scrupoloso di lui si era addimostrato il Clero latino.

Morto nell'ultima peste ad Antiochia il savio Ademaro, gli altri

ecclesiastici erano saliti in orgoglio, usurpando le rendite e la

giurisdizione del patriarca di Gerusalemme e accusando di scisma e

d'eresia i Greci e i Cristiani d'Oriente; per modo che questi ultimi,

Melchiti, Giacobiti, Nestoriani, i quali avevano adottato l'uso

della lingua araba, oppressi dal ferreo giogo dei loro liberatori, si

augurassero la tolleranza dei Califfi Fatimiti.

Damberto, arcivescovo di Pisa, condottiero d'una armata de' suoi

concittadini in Sorìa, e molto addentro nei riposti disegni della

Corte di Roma, era stato nominato senza contrasto capo temporale e

spirituale della chiesa d'Oriente, e da lui Goffredo e Boemondo avevano

ricevuto l'investitura dei nuovi possedimenti. Come se ciò non bastasse

ancora, una quarta parte di Gerusalemme e d'Antiochia furono assegnate

alla Chiesa. Il modesto prelato riserbò a sè ogni diritto casuale sul

rimanente, ogni qual volta, o Goffredo morisse privo di figli, o la

conquista del Cairo, o di Damasco, gli fruttasse un regno più grande.

Morto Goffredo nel 1100, gli succedette nel regno il fratel Baldovino,

sotto cui si vennero espugnando le città della costa, e tra le prime

Cesarea, il cui emiro, nostra conoscenza, accusavasi comunemente

di aver propinato il veleno a Goffredo in un canestro di frutte,

mandategli in dono. Se ciò fosse vero non saprei dirvi. L'emiro El

Heddim è fuggito in Acco, ed ha portato il suo segreto con sè.

Ora, se a Baldovino I le armate di Genova, di Venezia e di Pisa, davano

gli aiuti necessari per espugnare le città forti della spiaggia,

il difetto di stabili milizie terrestri gli toglieva pur troppo di

mantenere saldamente le fatte conquiste. Bene erano state trapiantate

in Palestina le leggi e le costumanze feudali; ma i sostegni del

feudalismo mancavano. Il numero dei vassalli obbligati al servizio

militare, nelle tre grandi baronie di Galilea, di Sidone e di

Giaffa, superava di poco i seicento cavalieri. Le chiese e le città

somministravano intorno a cinquemila sergenti, o fantaccini che si

voglia dire. In tutto, le forze militari del nuovo regno ascendevano

a undicimila uomini; troppo povera cosa per difendere un reame ancora

seminato di rocche in balìa degli emiri, e insidiato a settentrione e a

mezzogiorno da Turchi e Saracini.

Si istituirono allora i cavalieri del Tempio e gli ospedalieri di San

Giovanni, strana miscela di monachismo e di guerra, che l'ardore di

religione fondò e che la ragione di Stato fu sollecita d'approvare.

Arricchiti a breve andare per donazioni in gran copia (si conta che

ottenessero fino a ventotto mila signorie), i cavalieri del Tempio

ebbero modo di assoldare gran gente a piedi e a cavallo. Fu bene e fu

male; bene perchè le difese di Palestina si accrebbero; male perchè la

prosperità inorgoglì il sodalizio e lo trasse fuori di riga. Ma il bene

e il male dei cavalieri del Tempio sono ugualmente fuori dalle ragioni

e dai termini della mia storia modesta.

Come il re Baldovino accogliesse i Genovesi ho già detto, a proposito

della seconda spedizione fatta da essi. Argomentate dunque come egli

ricevesse la terza, nell'anno 1102 dalla fruttifera incarnazione.

Constava essa di quaranta galee ed era comandata dai figliuoli

dell'Embriaco; coi quali erano cavalieri genovesi in buon dato, parte

già illustri per la prima impresa d'Antiochia e Gerusalemme e per la

seconda di Assur e di Cesarea, parte nuovi all'appello della croce

e infiammati dall'esempio degli altri. Tra i primi era il giovine

Caffaro; tra i secondi un gentile scudiero, dai capegli biondi e dal

volto angelico.

Che parea Gabriel che dicesse: ave.

Dopo avere preso terra a Giaffa, che era, come sapete, il porto più

vicino a Gerusalemme e per conseguenza il suo vero scalo marittimo, i

capi della spedizione, cioè a dire i due figli dell'Embriaco, Caffaro

di Caschifellone e tutti i loro gentiluomini d'arrembata, si recarono

alla città santa, con numeroso corteo, per ossequiare il re Baldovino,

amico di Genova, e per sciogliere il voto al Santo Sepolcro.

Colà erano stati già preceduti dal grido delle opere loro. Imperocchè,

dovete sapere che i nostri crociati della terza spedizione erano

vogliosi di fare come i loro predecessori, e così di passata,

rasentando la costa di Sorìa, dal porto di Laodicea verso Tiro, avevano

espugnato due città, Accaron e Gibelletto, non senza grande effusione

di sangue.

Baldovino andò co' suoi gentiluomini ad incontrare la nobile comitiva

fino alla porta di Ebron, detta dagli Arabi _Bab el Hallil_, e, avuta

la lettera dei consoli del comune di Genova, mostrò di farne gran

conto.

— Mi è caro, — diss'egli, — che i Genovesi mi amino, e dimostrerò con

certe prove quanto io sono ad essi riconoscente. Ho notato quanto

valgano in guerra, e vedo ora che i figli non tralignano punto dai

padri. La mia amicizia vi è assicurata, messeri; faccia il buon sire

Iddio che io possa meritar sempre la vostra. —

Fatte queste nobili parole, l'accorto Baldovino volle i gentiluomini

genovesi ospiti suoi nella reggia e usò loro ogni maniera di cortesie.

Molto promise ai capi della spedizione, segnatamente se lo avessero

aiutato ancora a sottomettere altre città della costa. Tortosa

anzitutto gli stava a cuore, per la sua vicinanza ad Antiochia, poi

Tripoli e Biblo, detta allora Gibello, da ultimo Tolemaide, e infine

quanti scali marittimi erano ancora in balìa degli Emiri, dal golfo

di Laiazza fino a quel di Larissa. Egli, in compenso di tanti servigi,

avrebbe dato in perpetuo al comune di Genova una contrada nella santa

città di Gerusalemme; ed una nello scalo di Giaffa, oltre la terza

parte di tutte le entrate marittime dei porti di Assur, di Cesarea ed

anco di Tolemaide, quando questa fosse presa dalle armi cristiane.

E perchè Baldovino correva molto innanzi cogli ambiziosi disegni,

prometteva anche la terza parte delle entrate marittime dell'Egitto,

se mai gli accadesse di conquistare il Cairo (Babilonia, come dicevasi

allora) mercè l'aiuto di Genova.

Del resto, entrando nella chiesa del Santo Sepolcro, il re Baldovino

potè mostrare ai Genovesi qual fosse la sua gratitudine, e non di là da

venire, additando loro il grand'arco dell'altar maggiore.

Caffaro di Caschifellone, il cavaliere letterato che ben conoscete,

lesse la scritta latina che correva per tutta la curva dell'arco,

segnata in lettere d'oro: «_Præpotens Genuensium præsidium_,» come

a dire che la conquista del Santo Sepolcro non avesse più valida

protezione che quella dei Genovesi.

Non è a dire come quella cortesia epigrafica piacesse ai figli di

San Giorgio il valente. La lode consola, come quella che è un premio

alle durate fatiche. Lo ha detto anche il poeta, mettendola di costa

coll'amore di patria: _Vincit amor patriæ, laudumque immensa cupido_.

Baldovino, fatte le sue promesse al comune di Genova, volle mostrarsi

liberale con tutti, e profferì partitamente ad ognuno l'opera sua.

— E voi, leggiadro scudiero? — diss'egli, volgendosi finalmente

al biondo garzone che stava tutto umile in vista, a fianco di Ugo

Embriaco. — Non posso io far nulla per voi?

— Sire, — rispose il giovine, vincendo a stento la sua commozione, —

io vi chiederò una scorta per giungere fino al paese di Thaanach, che

mi dicono essere a mezza via tra Gerusalemme e Tolemaide. A Cesarea,

dove abbiamo toccato terra, mi hanno detto che in Thaanach si trova un

ferito genovese.

— C'era diffatti, e voi me lo fate ricordare. Se non sapete il suo

nome, potrò dirvelo io; è Arrigo da Carmandino, il valoroso Arrigo, il

braccio destro di messere Guglielmo Embriaco.

— Sire, — disse il giovine, con voce da cui trapelava il turbamento

dell'animo, — voi sapete....

— Lo so, e in modo abbastanza nuovo; — interruppe il re. — Me lo ha

mandato a dire il fratello del soldano di Babilonia, mentre passava per

la valle di Gerico, alle spalle del nostro piccolo reame. Egli stesso

ha raccolto il vostro glorioso concittadino, gravemente ferito, entro

le mura di Cesarea, e lo ha campato da morte. Ma che avete, mio bel

giovane? Sareste per avventura un consanguineo di Arrigo?

— Sire, — entrò a dire sollecito Ugo Embriaco, che incominciava a

pentirsi di aver consentito un travestimento, pericoloso anzi che no

per una vezzosa fanciulla, — è appunto un consanguineo di Arrigo da

Carmandino. Ma, di grazia, sire, se avete qualche nuova del nostro

amico e compagno d'armi, che già piangevamo perduto, degnatevi

di darcene ragguaglio, e aggiungerete un nuovo titolo alla nostra

gratitudine. —

Baldovino raccontò allora tutto quello che aveva saputo dal messaggero

dello _Sciarif_. E il suo racconto si accordava benissimo colle notizie

che i suoi uditori avevano raccolte dal conte di Cesarea, il quale

era stato informato, come potete argomentare, dal mercante giudeo.

Senonchè, il conte, a cui poco importavano quei cenni, ne aveva

ritenuto la minima parte; laddove il re Baldovino diceva assai più, e

in parte chetava le angoscie, in parte le accresceva.

— Benedetto sia l'infedele che ha ceduto ad un sentimento di

cavalleresca pietà — disse Caffaro di Caschifellone. — Potessimo almeno

sapere il suo nome!

— Bar Ibn; — rispose il re; — Bar Ibn è il fratello del soldano di

Babilonia.

— Bar Ibn! — ripetè un vecchio guerriero genovese, a cui quel nome

non giungea nuovo. — Non sarebbe egli il Saracino che sotto le mura di

Antiochia....

— Lui per l'appunto; — interruppe Baldovino, a cui tornava in mente la

vecchia disfida; — e rimase debitore alla generosità di Arrigo della

sua vita e della sua libertà.

— Sire, — ripigliò il biondo scudiero, riconducendo a' suoi principii

il discorso, — mi concederete voi dunque la scorta?

— Questo io farò, messere, e di buon grado; — rispose Baldovino; — ma

non già per Thaanach, nella valle di Jesrael, che Arrigo da Carmandino

ha lasciata da parecchi mesi.

— Ah! — esclamò lo scudiero, che si sentiva venir meno.

— Coraggio! — bisbigliò Caffaro all'orecchio del giovane. — Il nostro

amico è vivo e sano; è questo che importa, e a cui bisogna por mente.

— Pur troppo! — pensò Gandolfo del Moro, che, come potevate

argomentare, era sempre il compagno inseparabile di messer Nicolao.

S'ha a dire per altro, a sua lode, che Gandolfo non avea più fatto

cenno dell'amor suo, nè delle sue pretensioni alla mano della fanciulla

degli Embriaci. Era tornato in Genova dalla impresa di Cesarea sperando

che Arrigo fosse morto e che il tempo cancellasse l'immagine di lui nel

cuore di Diana; ma la morte di Arrigo non si era potuta provare e il

tempo non aveva saputo cancellar nulla. Che fare? Diana era stata in

fil di vita; da ultimo aveva smarrita la ragione. Questo almeno pareva

a lui, che non sapeva spiegarsi altrimenti gli atti e i propositi della

bellissima tra le donne. Che dir poi di suo padre? Di suo padre che

l'aveva secondata ne' suoi strani disegni? Che anche a lui avesse dato

volta il cervello? Gandolfo del Moro non ci si raccapezzava, e già

aveva rinunziato a cercarne l'intiero.

Però si era chiuso l'amor suo nel profondo dell'anima, lo aveva

sigillato come la mistica fontana del Cantico de' Cantici. Che cosa

avveniva là dentro dell'amor di Gandolfo? Si trasformava purificandosi,

o si mutava in odio? L'una cosa e l'altra erano possibili del pari.

— Sì, Arrigo è vivo è sano; — proseguiva intanto il re Baldovino, che

non poteva non udire le parole di Caffaro, altro amante senza speranza,

ma di così nobil sentire che non lasciava dubitare un istante di lui. —

Infatti, nel suo messaggio, che v'ho accennato poc'anzi, lo _Sciarif_

mi aggiungeva com'egli andasse col suo prigioniero ed amico verso i

confini d'Egitto.

— D'Egitto! — ripetè Ugo Embriaco, stupefatto. — E con quale intento?

— Questo non reputò necessario di dirmi; — rispose Baldovino; — ma

questo ho potuto saper io, che debbo vigilare ogni giorno sulle cose

del reame. La corona di Gerusalemme è grave a portare; — soggiunse

il re, sospirando; — e Turchi da un lato ed Arabi dall'altro vogliono

esser tenuti d'occhio senza posa. Ora sappiate, messeri, che Mostalì,

il soldano di Babilonia, è morto da oltre un anno, lasciando erede

un fanciullo. Bahr Ibn ebbe tardi l'annunzio di quella morte, lontano

come era; ma certo, appena gli giunse la nuova, il suo primo pensiero

dovette esser quello di tornare nel reame; donde lo teneva lontano

la gelosia sospettosa del fratello, fomentata dalle calunnie del suo

ambizioso visir. Almeno, è agevole di indovinarlo. E morto il fratello,

poteva sperare Bahr Ibn che gli fosse più facile il ritorno? Io penso

che no. Afdhal, che noi abbiamo sì fieramente colpito sul piano di

Ramnula, è tuttavia potentissimo in Egitto. Del resto, — conchiuse

Baldovino, — meglio così. Le discordie e le guerre loro dànno forza

a noi, che coll'aiuto di nostro Signore muoveremo un giorno alla

conquista di Babilonia. E nostro Signore mostrerà di volerci aiutare,

se persuaderà ai nostri amici Genovesi di presentarsi colle loro navi

invincibili alle foci del Nilo.

— Sire, io vi prego di credere che la cosa andrà in tutto secondo i

vostri disegni; — rispose prontamente Ugo Embriaco. — Il Comune udrà la

proposta e farà ogni poter suo per compiacervi. Ma torniamo, se non vi

spiace, a Bahr Ibn. La sorte del nostro Arrigo sta grandemente a cuore

a tutti noi, come al console Guglielmo Embriaco, mio padre.

— Ve lo credo facilmente. Troppo era amato il Carmandino da messere

Guglielmo, il mio glorioso amico. Torniamo dunque allo _Sciarif_. I

miei esploratori lo hanno seguitato fino alla metà del suo viaggio, che

non fu trionfale, siccome egli sperava. Costeggiato sulla via destra il

lago d'Asfalto, penetrò nella valle di Siddim, cercando di far gente

tra quelle nomadi tribù del paese di Moab. Di là si volse a ponente,

per le falde della montagna degli Amoriti, e da Sefat, ove rimase

qualche tempo spiando il momento opportuno, mosse direttamente verso

l'istmo egiziano. Ma Afdhal doveva essere informato delle sue mosse,

e lo arrestò a Kattiè, disperdendo le sue bande raccogliticcie, prima

che egli potesse, come aveva creduto, ottenere l'aiuto dell'emiro di

Gaza. Se debbo credere alle ultime notizie dei nostri emissari, egli

si aggira co' suoi fidi sul pianoro di Aroer, non disperando ancora

d'impadronirsi di Gaza, che per amor suo si rivolterebbe all'Emiro, e

volgendo sempre gli occhi bramosi all'Egitto, dove i partigiani non gli

mancherebbero, ma dove manca in quella vece il coraggio di ribellarsi

al dominio di Afdhal. Gli Egiziani son vili. Vi ricordate di Ramnula?

Afdhal guidava contro di noi un esercito numeroso come quello di

Sennacherib, di cui parlano le Sacre Carte. Ma, salvo i tremila Etiopi,

che tennero saldo colle loro mazze di ferro, tutte quelle migliaia di

cavalieri e di fantaccini si dileguarono al primo urto delle lancie

cristiane. Fiacchi soldati e schiavi abbrutiti, non sanno voler

fortemente; fanno voti per Bahr Ibn, e sopportano Afdhal.

— Sire, — domandò allora Gandolfo del Moro, — voi dicevate che lo

_Sciarif_ si trova ora....

— Nei dintorni di Aroer, a mezza strada fra il lago d'Asfalto e le mura

di Gaza.

— E... — soggiunse timidamente Gandolfo, — a che distanza dalla costa?

— Quattro giornate, per un buon corridore.

— E come mai, così vicino al mare, il nostro Arrigo, non ha cercato di

ritornarsene?

— Lo credete voi possibile? — disse Baldovino. — Gaza e Ascalona sono

in balìa del nemico; e sebbene quegli Emiri si astengano gelosamente da

ogni atto che possa dispiacere a noi, temendo da un giorno all'altro le

nostre vendette, non credo che Arrigo da Carmandino possa fidarsi di

costoro, per andare a chiedere ciò che essi del resto non potrebbero

dargli, una nave per ritornarsene in patria. Ma questo, messeri,

potrete far voi, che avete quaranta galere, armate di tutto punto.

— E lo faremo, per San Giorgio! — gridò Gandolfo del Moro.

Il biondo scudiero diede a Gandolfo del Moro un'occhiata, da cui

trapelavano insieme diffidenza e stupore.

Gandolfo non vide quello sguardo; ma lo sentì, e fu pronto a

soggiungere:

— Sì, Genovesi siamo anzi tutto, e il valore di Arrigo da Carmandino,

è gloria della nostra terra. Quale de' suoi nemici, se pure egli

potesse averne tra' suoi concittadini, non dimenticherebbe in questo

giorno ogni privato rancore, non metterebbe volentieri a repentaglio la

propria vita, e la propria libertà, per rivendicare la sua? Sire, voi

dite saviamente che Arrigo deve esser libero, e che soltanto il modo

gli manca, per ritornar sano e salvo tra' suoi. Bahr Ibn è un infedele,

ma è principe e cavaliere, e non può avere dimenticato il debito di

gratitudine che lo lega al nostro valoroso compagno d'armi. Resta che

noi gli offriamo il modo di uscire dal deserto, andando in traccia di

lui, per condurlo alla spiaggia del mare, o dentro i confini del vostro

reame.

— Ben dite, messere; — rispose il re Baldovino.

— Orbene, — ripigliò Gandolfo del Moro, fermandosi all'ultima delle

fatte proposte, — il pianoro di Aroer non è già troppo distante dai

confini di Giudea?

— Essi giungono finora alle falde della montagna di Giuda; — disse di

rimando Baldovino. — Bèrseba a ponente e Arad a levante sono le ultime

terre del regno.

— Ottimamente, adunque! La vostra liberalità ci fornisce una scorta

sicura per muovere di là in traccia del nostro concittadino?

Il re stette alquanto sovra pensiero, quasi meditasse il miglior modo

di appagare i suoi ospiti ed alleati, ma veramente perchè studiava la

forma più acconcia a togliere l'asprezza d'un rifiuto.

— Troppo numerosa vorrebbe essere la scorta, messeri; — diss'egli

finalmente; — e forse basterebbero a mala pena i cavalieri della

baronìa di Giaffa. Finora, il deserto di Giuda, che si stende da Tell

Arad fino alle spelonche di Engaddi, è infestato da troppo frequenti

scorrerie di Arabi ladroni, ed io non potrei consigliarvi nemmeno di

avventurarvi con poca gente, mal pratica dei luoghi, oltre la valle di

Ebron, nei dominii del nostro fedel barone Gerardo di Avennes.

— Lasciamo in disparte questo disegno; — rispose Gandolfo inchinandosi,

con aria rassegnata; — messere Ugo Embriaco potrà muovere almeno

coll'armata verso le acque di Gaza?

— Per far credere a quell'Emiro che noi vogliamo impadronirci della

città, mentre poi troppo ci costerebbe il doverne custodire il

possesso? — gridò Baldovino, a cui quest'altro disegno piaceva anche

meno del primo. — Voi dimenticate, messer Gandolfo del Moro, che il

nostro intento verso le contrade di mezzodì ha da essere quello di

lasciare che i nostri nemici si indeboliscano da sè e non sospettino

punto di noi; mentre invece dobbiamo volgere tutti i nostri sforzi

a settentrione, dove la strada di Antiochia è meno sicura e dove

abbiamo sempre negli occhi quel bruscolo molesto dell'isola di Arado,

forte baluardo sul mare, che voi soli potrete ritogliere ai nemici di

Cristo. —

Le ultime parole del re andavano più particolarmente rivolte ad

Ugo Embriaco, il quale vi assentì con un cenno del capo. L'impresa

di Arado, o Tortosa di Sorìa come diceasi in quel tempo, era già

concertata tra i fratelli Embriaci e il re di Gerusalemme; nè Gandolfo

del Moro poteva ignorarlo.

— E sia; — diss'egli, arrendendosi a quelle considerazioni di

Baldovino; — ma poichè non dobbiamo neanche permettere che Arrigo

da Carmandino, rimanga più oltre senza il conforto della patria,

io stesso, io solo, se fa d'uopo, andrò in traccia di lui. Una

galea, tolta al numeroso e forte naviglio di Genova, non farà troppo

mancamento alla espugnazione di Tortosa, ed io ho fede che giungerà

ancora in tempo per cogliere la sua parte d'allori. Una sola galea,

nelle acque di Gaza — soggiunse egli poscia — non darà sospetto

all'Emiro di quella terra, segnatamente se voi, sire, vi degnerete

di darmi lettere vostre per lui, nelle quali sia chiaramente espresso

l'intento del nostro viaggio.

— Questo è assai meglio; — rispose il re; — e sarà mia cura che

possiate giungere, provveduto d'ogni più calda raccomandazione,

all'Emiro di Gaza. Questi infedeli, non potendoci combattere

validamente, ci si mostrano ossequiosi oltre ogni dire, e noi riceviamo

spesso da loro donativi ed omaggi. Donde la necessità di rispondere

alle loro cortesie, fino a tanto non si possa fare altrimenti. A

questo proposito, messer Gandolfo, poichè io vi vedo così determinato

all'impresa, vi pregherò di aiutarmi in certi maneggi, pei quali si

conviene un più lungo discorso tra noi. Questa guerra tra il fatimita

Bahr Ibn e il visir di Babilonia giova mirabilmente ai miei fini, non

lo dimenticate.

— Intendo, sire; — disse di rimando Gandolfo; — io farò un viaggio

e due servizi, sarò capo di una spedizione nel deserto di Cades e

negoziatore tra i nuovi Amaleciti.

— Per l'appunto; — rispose Baldovino sorridendo, — e fate assegnamento

sulla mia gratitudine, come io sulla vostra prudenza.

— Sire, farò di mostrarmi alla prova meritevole della vostra fiducia; —

replicò Gandolfo, inchinandosi profondamente.

Così ebbe fine quella conversazione, che il biondo scudiero aveva

ascoltata con molta ansietà.

Gandolfo del Moro, in tutto quel tempo, aveva con ogni studio evitato

gli sguardi indagatori dello scudiero.

Poco stante, il re Baldovino accomiatava i suoi ospiti, lasciando

libertà ad ognuno di andare dove più gli piacesse, e non trattenendo

che Gandolfo del Moro, per dargli le sue istruzioni. E questi, che si

sentiva di punto in bianco cresciuto tant'alto nella stima de' suoi

compagni, si affrettò a seguire nelle sue stanze il re Baldovino.

Diana degli Embriaci: Storia del XII secolo · 第 15 / 29 题