--Che ne dice, dottore?--domandò la baronessa Lanari.
--Non ho capito bene--rispose il dottor Maggioli.--I giovani di oggi
fanno da vecchi anche parlando. A vent'anni--ahimè, più di mezzo
secolo fa--la generazione a cui appartengo urlava, gesticolava fin
ragionando di cose ordinarie, metteva in ogni suo atto quella vivacità
e quell'entusiasmo che poi produssero le _quarantottate_... Non rida,
giovinetto mio--egli proseguì, rivolgendosi a colui che aveva
parlato.--Le _quarantottate_ sono valse a qualche cosa; e, forse senza
di esse... ma non entriamo nella politica. Volevo dire che non ho
afferrato bene il senso delle sue parole; lei parlava troppo piano.
--Per timidezza,--lo interruppe il giovinetto.--La mia opinione
avrebbe potuto sembrarle un'enormità.
--Abbia il coraggio di affermare qualunque enormità ad alta voce. È un
modo come un altro di far progredire l'umanità. Lei dunque
sosteneva...
--Che un giorno noi ci sbarazzeremo delle nostre gallerie d'arte,
vendendole ai selvaggi del centro dell'Africa, della Nuova Zelanda,
della Papuasia, agli Esquimesi, agli abitatori dei Poli, se ce ne
sono. Quadri e statue serviranno loro da giocattoli, fino a che quei
selvaggi non si saranno anch'essi inciviliti; se pure, da fanciulli
grandi, non li sciuperanno prima, per vedere come sono fatti,
precisamente come praticano i nostri fanciulli coi giocattoli di
Parigi e di Norimberga.
--S'inganna, riprese il dottore sorridendo.--Così le avrebbe risposto
il mio vecchio professore di fisiologia, se lei gli avesse espresso
questo suo convincimento. Tra quattro o cinque secoli--egli metteva
una lunga data per precauzione--i veri capolavori di pittura e di
scultura non esisteranno più, cioè non staranno più chiusi nelle
gallerie, ma andranno attorno pel mondo, vivi, immortali, e
genereranno altri esseri, immortali al pari di loro; e formeranno,
forse, il nucleo dell'umanità futura.
--Questa, sì, è un'enormità!--esclamò la baronessa.
--Lo credevo anch'io; ma ho dovuto ricredermi. E morrò col dispiacere
di non poter assistere alla _Redenzione dei capolavori_, come il mio
professore la chiamava.
--Ci sarà dunque pure un Cristo per le opere d'arte?
--Sì, baronessa; e sarà quella stessa divina forza che le ha create:
il Pensiero!
--Vuole sbalordirci, dottore!
--Quando avrò raccontato quel che ho visto con questi occhi, lei
penserà diversamente.
--Quante stranissime cose ha viste!--esclamò la baronessa con fine
espressione di malizia.
--Privilegio della vecchiaia! Quel mio professore di fisiologia aveva
un gran difetto; era eccessivamente modesto.
Soleva dire:--Più la scienza va avanti e più diviene ignoranza!--Modo
suo speciale per indicare che ogni mistero schiarito ce ne mette
sùbito innanzi parecchi altri e maggiori. La modestia di quel
grand'uomo proveniva dalla sua immensa dottrina. Diceva pure:--Una
verità precoce può esser utile assai meno di una menzogna
opportuna.--Ed è vero. Ma se io dovessi riferire tutti i sapienti
aforismi del mio vecchio professore non la finirei fino a domani.
Per arrivare al concetto della _Redenzione dei capolavori_, egli era
partito dall'idea che il pensiero umano, creando un'opera d'arte, non
poteva agire diversamente dal pensiero divino che agisce nella natura.
Secondo lui, si trattava anzi dell'identica forza creatrice, con la
sola differenza che il pensiero divino opera nella natura
direttamente; indirettamente, per mezzo dell'umano organismo,
nell'opera d'arte.
Io, materialista in quel tempo, sorridevo sotto il naso udendo queste
metafisicherie dalla bocca di un professore che, appunto per la
scienza da lui coltivata, la fisiologia, giudicavo avrebbe dovuto
essere più materialista di me. Lo ascoltavo però con rispetto, perchè
infine le sue metafisicherie si abbarbicavano sempre a un fatto, a
parecchi fatti che gli esperimenti rendevano indiscutibili. Pensavo--È
un gran poeta costui!--e ignoravo di dire una profonda verità, giacchè
poeta significa: creatore o, meglio, rivelatore.
Egli stimava che le figure umane dipinte dai grandi artisti o scolpite
in marmo, quando raggiungevano un alto grado di bellezza, dovevano
essere certamente qualche cosa di più che semplici figure con la sola
apparenza della vita. Figure voluttuose, figure severe, figure
pensose, figure dai cui occhi e atteggiamenti traspariscono l'anima e
la volontà, no, non potevano essere soltanto un gioco di linee e di
colori, se poi provocavano sensazioni e sentimenti che sono arrivati
in certi individui fino alla passione e alla pazzia. Piuttosto
creature con organismi incompleti, o, meglio con organismi più
raffinati, più perfetti del nostro, ma rimasti come in incubazione su
la tela o nel marmo, in attesa dell'alito risvegliatore della loro
vita latente.
--È una bella fantasia!--gli dissi un giorno.
--Sarà una realtà, giacchè mi costringi a rivelartelo--egli rispose.
E mi condusse in una stanza appartata del suo vasto laboratorio.
A una parete era appeso un ritratto di donna. Mi parve di
riconoscerlo; avevo una confusa idea di averlo visto e ammirato non
ricordavo più dove, quantunque ora--per accorta disposizione di luce,
credevo--mi sembrasse assai più bello. Quell'attraentissima mezza
figura cinquecentesca produceva una straordinaria illusione di
rilievo, quasi di stacco, dal fondo grigio oscuro. Gli occhi avevano
vividi lampi, come se nella pupilla si riflettessero le persone e gli
oggetti circostanti; le labbra, un umidore, come di fiato che passasse
a traverso della sottile apertura della bocca, donde s'intravedeva una
fila di denti bianchissimi: la pelle una colorazione, una morbidezza,
come se sotto la epidermide palpitassero, con impercettibile
movimento, le vene che la rendevano fresca, rosea, quasi fosforica.
--Che capolavoro!--esclamai.
--È di Sebastiano del Piombo. Siedi là e sta a osservare.
Si sedette pure lui davanti al quadro a mezzo metro di distanza, e
tese le braccia con le mani aperte, al modo che usano i magnetizzatori
coi soggetti da ipnotizzare.
Oh, quel che avevo notato poco prima non era stato una illusione
ottica, prodotta dai chiaroscuri e dalla luce! A poco a poco, sotto la
influenza della corrente magnetica che si sprigionava dalle mani del
professore, la figura dipinta si animava sempre più, s'agitava con
lieve fremito, prendeva un'incredibile espressione di benessere, di
piacere e, talvolta, anche di sofferenza, di smania repressa o che non
riusciva a manifestarsi compiutamente. Dopo un'ora, e fino a che le
braccia rimasero tese verso di essa, io potei credere che la figura di
donna, immortalata su la tela dal prodigioso pennello di Sebastiano
del Piombo, sentisse circolare dentro di sè un alito di vita assai
diverso da quello ricevuto dalla potenza dell'arte. E quando le
braccia del professore, cadendo stanche ed estenuate pel lungo sforzo
fatto, interruppero la miracolosa operazione, dovetti accertarmi che
qualche cosa era rimasto là, su la tela, qualche cosa di più di quel
che vi avevo notato entrando, quantunque assai meno di quel che era
apparso sotto i miei occhi mentre l'opera di vivificazione durava.
Sfinito, col respiro ansante, col viso livido di pallore, il
professore teneva china la testa sul petto e gli occhi socchiusi. Gli
presi una mano; era diaccia come quella di un cadavere. Dopo alcuni
istanti, però, egli si riaveva, alzava la fronte rugosa e mi guardava
tentando di sorridere.
--È mai possibile?--esclamai.
--Dubiti ancora!--mi rimproverò.--Sei dunque di coloro che
preferiscono di dar torto alla testimonianza dei loro sensi, se questi
contradicono un'opinione da essi stimata certezza?
Non lo nego, ero di questi! Dopo un quarto d'ora di riflessione, io
credevo di essermi lasciato vincere dalla violenza suggestiva di lui;
ma la sicurezza di tale convincimento veniva sùbito scossa, appena
volgevo lo sguardo al ritratto. L'impressione che ne sentivo era
stranissima: di cosa equivoca, non più opera d'arte e non ancora
persona viva.
--Dovresti aiutarmi; sei giovane, robusto, e persona seria, di cui
posso fidarmi--soggiunse il professore rizzandosi da sedere.
E mi raccontò la storia di quel ritratto d'ignota. Qualcuno di
voialtri forse ricorderà lo scalpore che levarono i giornali parecchi
anni addietro pel furto di un quadro della Galleria degli Uffizi. Lo
aveva fatto rubare lui.
--Per tentare la prova--continuò--occorreva un capolavoro che
esercitasse vivissima impressione su l'operatore; mi sembrava
condizione indispensabile, ed io non potevo chiedere di averne uno
a mia disposizione, senza farmi giudicare impazzito. Questo
ritratto lo avevo visto più volte e n'ero rimasto profondamente
scosso. Ne avevo anche ordinato una copia quattr'anni prima, ma era
riuscita così male che avevo dovuto rifiutarla. Quando mi fissai
nell'idea di questo esperimento, la _ignota_ di Sebastiano del
Piombo mi si presentò così insistentemente davanti agli occhi, che
decisi di averla qui, a ogni costo. Non ho rimorso di aver fatto
commettere un furto; lo scopo scientifico assolve d'ogni peccato.
Tu non andrai a denunziarmi--soggiunse.--Mi denunzierò da me
stesso, quando sarà l'ora.
Ahimè, quell'ora non arrivò, perchè le cose di questo mondo sono in
gran parte rette dal caso. La morte colpì all'improvviso il
professore, quando il suo esperimento era appena a un terzo di strada.
Due giorni avanti, io avevo potuto assistere, ancora mezzo incredulo
ma stupito, alla progressiva animazione del ritratto dell'ignota; ed
ero uscito dal laboratorio domandandomi:--È possibile?--e rispondendo
a me stesso:--sei peggio di San Tommaso!
Infatti, avevo osato di accostare la punta delle dita a quel volto che
si animava, che palpitava; e, provata la sensazione di toccare non un
freddo dipinto ma carne tiepida e molle che si sollevava, come una
bolla, dal fondo della tela, avevo tratto indietro la mano con rapido
gesto di terrore e di ripugnanza.
Il giorno della morte del professore, dopo averlo adagiato con l'aiuto
di altre persone sul lettino di ferro dove egli aveva dormito, per
tanti anni, poche ore della notte--non si permetteva, da quasi mezzo
secolo, più di quattr'ore di sonno--io volli rivedere il ritratto
dell'ignota. Un doloroso presentimento mi agitava: che la interruzione
di quella vita avesse dovuto guastare i resultati ottenuti.
Un orribile spettacolo mi fece indietreggiare.
Il capolavoro di Sebastiano del Piombo era irrimediabilmente
deformato; quasi la pelle di quel florido viso femminile fosse stata
ridotta una vescica sgonfiata, raggrinzita e appiccicatasi, seccando,
su la tela.