Invece, sei mesi dopo, per incarico del vescovo, egli doveva istruire
nei dommi della fede miss Elsa, che si era risoluta di fare il piccolo
passo dal puseysmo al cattolicismo... Istruire?
--Ma se ne sa più di me!
Questa volta il canonico parlava sinceramente.
Si sentiva mortificato dalla sua ignoranza, si pentiva della sua
malignità.
--Tu sei stato una bestia!--disse però un giorno a suo fratello il
dottore.--Non sai far altro che ammazzare la gente! Con un po'
d'abilità... Che credevi? Che quella signorina fosse come una delle
nostre? Bisognava saper pigliarla pel suo verso.
--Perchè non me lo avete insegnato voi?
Il povero dottore, che aveva sprecati tanti mesi di corte, non rispose
altro e andò via.
La sera delle nozze, Villa Elsa, vista dal Muraglione di Settefonti,
sembrava una cosa fantastica, con tutti quei lampioncini giapponesi
pendenti da albero ad albero, con la banda che suonava nel piazzale,
coi fuochi d'artifizio incendiati su la collina perchè la popolazione
di Settefonti potesse goderli meglio.
Quando, verso la mezzanotte, miss Elsa e Paolo rimasero soli, Paolo
era così stordito dalla sua felicità, che non pensava di stringerla
fra le braccia, quasi temesse di destarsi da un bellissimo sogno.
Miss Elsa, dolce e pudibonda, con grazioso gesto prese tra le mani la
testa di suo marito, e baciando, come cosa sacra, la cicatrice ancora
rosseggiante al lato destro della fronte di lui, gli disse:
--Chi sa! Forse, senza di questa...
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E da lontano arrivavano le ultime note di un passo doppio della banda
di Settefonti e le grida di saluto degli invitati:
--Viva il Benefattore!