Di quanti episodi di guerra io lessi od intesi, quello che mi fa
più spesso e più lungamente pensare è il seguente, che mi narrò un
ufficiale valoroso, il quale ne fu parte.
Nella battaglia di Custoza del 1866, non ricordo se sulle alture di
Montecroce o d’un altro colle, in una di quelle vicende d’assalti
e di contrassalti, in cui le colonne dell’una e dell’altra parte si
rompono in truppe disordinate e in drappelli, alcuni dei quali errano
per qualche tempo tra il fumo, o s’arrestano qua e là come smarriti,
arrivarono di corsa sul culmine, da due parti opposte, due manipoli
fuorviati d’italiani e d’austriaci, tutti così oppressi dalla fatica,
trafelati, sfiniti, che nell’atto stesso del vedersi, s’arrestarono
gli uni in faccia agli altri, come a un comando dei loro capi, ridotti
nell’impotenza assoluta di muovere un passo di più e di far pure un
atto di offesa.
Ristettero gli uni e gli altri sotto il raggio ardente del sole,
grondanti di sudore, con le bocche spalancate e gli occhi fuor
dell’orbita, ansando orribilmente e guardandosi, come istupiditi.
Ripreso appena fiato, prima uno degli austriaci, poi due, poi quasi
tutti cacciarono l’indice nella canna del fucile e, trattolo fuori,
lo mostrarono ai nostri, senza far parola. Nessuno aveva il dito nero
di polvere. Quell’atto voleva dire: — Non abbiamo sparato, non abbiamo
ucciso: non uccideteci.
« — Furon pochi momenti — mi disse l’ufficiale — ma in quel brevissimo
tempo, come si dice che accada ai naufraghi avanti di perder la
coscienza, m’attraversò la mente un pensiero lucidissimo, quasi portato
sopra un’onda d’altri pensieri affollati e fuggenti, ch’io non espressi
che più tardi a me medesimo. Quanta pietà dei propri simili può entrar
nel cuore di un uomo, che abbia egli stesso la morte alla gola, entrò
nel mio cuore in quel punto. Pensai che quei soldati non ci odiavano;
che neppure gli altri loro compagni d’armi odiavano gli altri compagni
nostri, e che nemmeno gli altri giovani del loro paese e le famiglie
loro, ossia la maggior parte del loro popolo, non odiava il nostro
popolo; che, certo, non era quella grandissima maggioranza che aveva
voluto una tal guerra; che tutti dovevano comprendere l’ingiustizia
della causa per cui combattevano, e che avrebbero, potendo, fatto
ragione ai nostri diritti, patenti al mondo; che era dunque, in quel
caso come in altri mille, una forza estranea al maggior numero, al
paese vero, una lega dell’orgoglio, degl’interessi e dei pregiudizi di
pochi, che aveva spinto tante migliaia d’uomini a una guerra ingiusta
ed inutile; e come un lampo mi balenò alla mente, che un giorno,
col salire della civiltà, in quello come negli altri paesi, quella
forza sarebbe stata vinta e quella lega distrutta; che le questioni
tra i popoli le avrebbe risolte la libera coscienza di quelle grandi
moltitudini in cui non nascono spontaneamente nè false ambizioni nè
odi iniqui, e che un incontro terribile e miserando, come quello che io
vedevo, non sarebbe stato più possibile fra creature umane incivilite.
«Tutto questo fu come una visione istantanea del mio pensiero. Due
squilli di tromba di qua e di là fecero sparire dalle due parti i
drappelli, che si ricongiunsero ai loro corpi, — il combattimento
riprese, — e forse parecchi di quei soldati che, vedendosi, s’eran
risparmiati la vita, di lontano, senza vedersi, s’uccisero. — »
Questo fatto mi ritorna alla mente ogni volta che penso alla guerra,
e sempre una voce mi ripete ostinatamente, solennemente, con un
accento di pietà profonda e quasi di sovrumana certezza: — Sì, un
tempo verrà in cui ciò che dissero quei poveri soldati austriaci ai
soldati italiani, l’un popolo lo dirà all’altro: — Io non uccido: non
uccidere! —