VIII. — Un episodio della battaglia di Custoza.

Di quanti episodi di guerra io lessi od intesi, quello che mi fa

più spesso e più lungamente pensare è il seguente, che mi narrò un

ufficiale valoroso, il quale ne fu parte.

Nella battaglia di Custoza del 1866, non ricordo se sulle alture di

Montecroce o d’un altro colle, in una di quelle vicende d’assalti

e di contrassalti, in cui le colonne dell’una e dell’altra parte si

rompono in truppe disordinate e in drappelli, alcuni dei quali errano

per qualche tempo tra il fumo, o s’arrestano qua e là come smarriti,

arrivarono di corsa sul culmine, da due parti opposte, due manipoli

fuorviati d’italiani e d’austriaci, tutti così oppressi dalla fatica,

trafelati, sfiniti, che nell’atto stesso del vedersi, s’arrestarono

gli uni in faccia agli altri, come a un comando dei loro capi, ridotti

nell’impotenza assoluta di muovere un passo di più e di far pure un

atto di offesa.

Ristettero gli uni e gli altri sotto il raggio ardente del sole,

grondanti di sudore, con le bocche spalancate e gli occhi fuor

dell’orbita, ansando orribilmente e guardandosi, come istupiditi.

Ripreso appena fiato, prima uno degli austriaci, poi due, poi quasi

tutti cacciarono l’indice nella canna del fucile e, trattolo fuori,

lo mostrarono ai nostri, senza far parola. Nessuno aveva il dito nero

di polvere. Quell’atto voleva dire: — Non abbiamo sparato, non abbiamo

ucciso: non uccideteci.

« — Furon pochi momenti — mi disse l’ufficiale — ma in quel brevissimo

tempo, come si dice che accada ai naufraghi avanti di perder la

coscienza, m’attraversò la mente un pensiero lucidissimo, quasi portato

sopra un’onda d’altri pensieri affollati e fuggenti, ch’io non espressi

che più tardi a me medesimo. Quanta pietà dei propri simili può entrar

nel cuore di un uomo, che abbia egli stesso la morte alla gola, entrò

nel mio cuore in quel punto. Pensai che quei soldati non ci odiavano;

che neppure gli altri loro compagni d’armi odiavano gli altri compagni

nostri, e che nemmeno gli altri giovani del loro paese e le famiglie

loro, ossia la maggior parte del loro popolo, non odiava il nostro

popolo; che, certo, non era quella grandissima maggioranza che aveva

voluto una tal guerra; che tutti dovevano comprendere l’ingiustizia

della causa per cui combattevano, e che avrebbero, potendo, fatto

ragione ai nostri diritti, patenti al mondo; che era dunque, in quel

caso come in altri mille, una forza estranea al maggior numero, al

paese vero, una lega dell’orgoglio, degl’interessi e dei pregiudizi di

pochi, che aveva spinto tante migliaia d’uomini a una guerra ingiusta

ed inutile; e come un lampo mi balenò alla mente, che un giorno,

col salire della civiltà, in quello come negli altri paesi, quella

forza sarebbe stata vinta e quella lega distrutta; che le questioni

tra i popoli le avrebbe risolte la libera coscienza di quelle grandi

moltitudini in cui non nascono spontaneamente nè false ambizioni nè

odi iniqui, e che un incontro terribile e miserando, come quello che io

vedevo, non sarebbe stato più possibile fra creature umane incivilite.

«Tutto questo fu come una visione istantanea del mio pensiero. Due

squilli di tromba di qua e di là fecero sparire dalle due parti i

drappelli, che si ricongiunsero ai loro corpi, — il combattimento

riprese, — e forse parecchi di quei soldati che, vedendosi, s’eran

risparmiati la vita, di lontano, senza vedersi, s’uccisero. — »

Questo fatto mi ritorna alla mente ogni volta che penso alla guerra,

e sempre una voce mi ripete ostinatamente, solennemente, con un

accento di pietà profonda e quasi di sovrumana certezza: — Sì, un

tempo verrà in cui ciò che dissero quei poveri soldati austriaci ai

soldati italiani, l’un popolo lo dirà all’altro: — Io non uccido: non

uccidere! —

Lotte civili · 第 26 / 30 题