Questo a molti della classe proletaria parrà incredibile. — Non credono

quello che dicono — penseranno essi — così diranno per ira o per

ostentazione di noncuranza a chi con lo spauracchio del socialismo li

turba: ma, in realtà, intuiranno la grandezza dell’Idea e dei fatti, e

celatamente se ne occuperanno con curiosità e con coscienza. — Ma no,

punto. Ci sarà qualche rara eccezione. Ma la grandissima maggioranza,

giudicando come giudica, è in piena buona fede, e per naturale

indolenza o per dispettoso proposito tiene rigorosamente chiuso

l’intelletto a tutto quest’ordine di idee, e con puerile ostinatezza

ripete all’infinito contro le nuove dottrine degli stessi logori,

decrepiti argomenti ereditati dalle passate generazioni, strepitando

contro chi, anche con le più miti forme, insiste a farle osservare

che non servono più. Bene ha detto non so che storico: che Dio acceca

le classi sociali che vuol perdere. Ed è fiato perso dir loro come il

cardinale Manning — che è insensatezza il chiudere gli occhi per non

vedere l’abisso verso cui si corre.

Si consolino dunque quei rozzi lavoratori, che qualche volta si dolgono

e si vergognano di mancar della coltura necessaria per comprendere

pienamente la grande questione che li interessa.

Quel monco e vago concetto che essi possono avere dei vizi del nostro

ordinamento sociale e delle vaste riforme disegnate è quasi una

cognizione luminosa in confronto della «_voluta oscurità del sepolcro_»

in cui rimane a tal riguardo la mente della maggior parte della gente

colta, oscurità in cui socialisti e ladri di strada, collettivismo e

anarchia, Carlo Marx e Davide Lazzaretti, e organizzazione del lavoro

e divisione dei beni e naufragio della civiltà, formando tutto una

arruffata inestricabile fantasmagoria, attraverso alla quale passa una

volta all’anno un lampo livido di paura, non tanto per illuminarla,

quanto per accrescerne la miseranda confusione.

Si consolino dunque. Coll’andar del tempo, istruiti dalla propaganda,

esercitati dalla riflessione, essi comprenderanno sempre meglio gli

elementi della dottrina e la ragione degli avvenimenti; mentre il

maggior numero dei loro avversari, avendo sempre più annebbiata la

mente dall’orgoglio offeso e dalla crescente inquietudine, _capiranno

sempre meno_ dell’una e dell’altra cosa.

Il socialismo, rovesciate le ultime barriere internazionali, invaderà

il loro paese come un oceano, ed essi cercheranno ancora all’orizzonte

i «pochi abitatori», cagione unica della inondazione, per denunziarli

alle Autorità costituite. La marea montante inghiottirà l’una dopo

l’altra istituzioni fracide, privilegi iniqui, idoli falsi e ricchezze

scellerate, ed essi crederanno quello il trionfo passeggiero di

un’idea pazza, portata in su da un’ondata improvvisa della canaglia;

«e avranno l’acqua alla gola che non capiranno ancora»; _e moriranno

affogati, senz’aver capito ancora_. E se risuscitando di qui a

cent’anni, potessero vedere estirpata dal mondo la miseria, rigenerate

le plebi, trionfante la giustizia e mutata in libertà vera questa larva

miserabile che ne porta il nome, credo che davanti a quello spettacolo

crollerebbero il capo in atto di sdegno, dicendo: — Tutto questo non è

che.... «il danaro degli altri».

L’eguaglianza nel socialismo.

Tempo fa, un giovane drammatico, del quale ammiriamo l’ingegno

vigoroso, rispondeva alla circolare d’un giornale, che domandavagli la

sua opinione intorno al socialismo:

« — Vi sono avverso perchè _socialismo_ significa _eguaglianza_, e

questa sola parola mi irrita».

Questa risposta, che esprime il pensiero di molti, ci suggerisce alcune

considerazioni.

Prima di tutto, non ci pare una risposta chiara.

A quale eguaglianza, domandiamo all’egregio autore, volete alludere?

Non vi domandiamo se è «l’eguaglianza davanti a Dio» perchè, se siete

credente, la domanda sarebbe per voi un’offesa, e se non lo siete, non

avrebbe per voi alcun senso.

Non vi domandiamo se avete accennato all’«eguaglianza davanti alla

legge», perchè per voi, cittadino italiano liberale, sarebbe anche

questa domanda un’ingiuria.

Non vi domandiamo neppure se avete inteso di dire «l’eguaglianza

di tutti gli uomini nell’estimazione pubblica», perchè non possiamo

supporre che voi attribuiate al socialismo l’ideale assurdo di una

società in cui l’uomo ottuso, fiacco, inutile, vile o malvagio e

l’uomo d’ingegno, di cuore e di carattere, operoso e utile ai suoi

concittadini, siano considerati tutt’uno. Voi capite benissimo che,

qualunque eguaglianza debba regnare nella società da noi presagita,

fra il semplice lavoratore meccanico e l’inventore d’una macchina

che allevierà il lavoro a migliaia di braccia, fra il portinaio del

teatro e l’autor drammatico che rallegrerà e commoverà migliaia di

cuori, vi sarà sempre nel concetto pubblico, la distanza che separa

la stima dall’ammirazione, la benevolenza dall’entusiasmo, l’oscurità

dalla gloria. Dicono il contrario i nemici del socialismo ignoranti ed

ipocriti; non lo dite dunque voi, si capisce.

Non pensiamo nemmeno che abbiate fatto allusione all’«eguaglianza

economica», poichè la favola dello Stato socialista in cui tutti

mangiano la stessa razione e vestono gli stessi panni non è più

sfruttata neppure dai burloni di mala fede e di poco spirito; perchè

voi non ignorate, senza dubbio, che la formola: «a ciascuno secondo i

suoi bisogni» non esprime che un ideale remoto, non reputato attuabile,

anche dai socialisti, se non in un tempo in cui la produzione sia

cresciuta sotto ogni sua forma, a tal segno, da sopprimere il problema

stesso della ripartizione; perchè voi sapete certamente (e lo sa il

più incolto degli operai socialisti) che la formula del socialismo è:

«a ciascuno secondo le sue opere»; ciò che sottintende una diversità

di guadagni, corrispondente alla varia qualità e quantità del lavoro,

e quindi una diversità di agiatezza e di modi di vita, non contradetta

punto dal principio dell’abolizione «della proprietà privata dei mezzi

di produzione»; la quale consente ogni altra maniera di proprietà,

di oggetti utili e superflui, di comodità, di diletto e d’ornamento,

acquistabili col frutto diretto del proprio lavoro.

Quale può esser dunque il Vostro pensiero? È forse questo: che nello

stato d’eguaglianza voluto dal socialismo non sarà più possibile a chi

è dotato di grandi facoltà d’intelletto e di elette qualità d’animo

l’ottenere il premio, secondo voi meritato, della ricchezza? Se tale

è il vostro pensiero: — Guardate intorno a voi, vi rispondiamo — e

vedrete se, nella società presente, son le facoltà più alte della

mente e le qualità più elette dell’animo quelle che, nella maggioranza

grandissima dei casi, conducono alla ricchezza. È evidente anche

all’intelligenza d’un fanciullo che esse non vi conducono se non per

rarissime e quasi miracolose eccezioni, e per via assai più lunga e

difficile di quella per cui vi giungono delle facoltà intellettuali

di second’ordine, aiutate dall’audacia, dalla fortuna, dall’astuzia,

dalla mancanza di scrupoli, dal disprezzo dell’opinione pubblica,

da un vigore selvaggio di volontà, da una violenza brutale di

egoismo che toglie all’uomo ogni carattere di creatura cristiana e

civile. Guardatevi intorno e vedrete, in tutti i campi dell’attività

intellettuale, e specialmente in quello delle scienze, delle lettere e

delle arti, che è il campo vostro, quanti sono gli uomini d’ingegno,

anche elettissimo, e di rara operosità, i quali, non per loro

particolare sfortuna, ma per forza regolare delle cose, rimangono per

tutta la vita in uno stato di mediocrità economica vicino all’angustia,

costretti a un lavoro logorante e a una lotta affannosa, piena

d’umiliazioni e dà amarezze. Su cento uomini d’ingegno — ed onesti,

si sottintende — perverrà uno solo — per la sola virtù del proprio

ingegno, — all’agiatezza; e all’opulenza, uno su mille. Il numero dei

fortunati è dunque così scarso che non sarebbe ragionevole nè umano,

solo per lasciare a quei pochissimi la strada aperta alla ricchezza, il

respingere una riforma sociale che condurrebbe a uno stato migliore dei

milioni.

L’eguaglianza che voi non volete sarebbe forse quell’«eguaglianza

nelle condizioni iniziali della lotta per la vita» voluta dal

socialismo, la quale renderebbe possibile a tutti gli uomini d’ingegno

di qualunque stato sociale l’educazione delle loro migliori facoltà

e quindi il concorso ai più alti uffici intellettuali, che sono

ora in massima parte circoscritti, e quasi ereditari in una classe

sola? Non lo crediamo perchè vi sarebbe contraddizione stridente fra

la vostra avversione a siffatta eguaglianza e la vostra coscienza

d’uomo d’ingegno a cui pare che l’esercizio utile di una intelligenza

superiore dia diritto a una condizione di vita privilegiata. Non lo

crediamo, perchè è impossibile che voi non sentiate nel cuore le mille

voci che vi gridano dai campi e dalle officine: — O signori, poichè

dite che l’ingegno è un dono di Dio, e lo volete onorato e protetto,

affermato che ha lui il governo del mondo, perchè non lo cercate,

come l’oro nella terra, da per tutto dove si cela? Nascono anche fra

noi intelletti potenti che poggerebbero nelle scienze e nelle arti ad

altezze mirabili, giovando al mondo: perchè li lasciate all’aratro e

all’incudine? Perchè alla gara degl’ingegni, fra cui la società deve

scegliere a servirla i più forti, non chiamate anche i nostri, voi che

dite che la libertà politica ha aperto a tutti le vie? — No, voi non

potete non sentire che questo grido è giusto, nè potete non comprendere

che l’eguaglianza «nelle condizioni iniziali della lotta per la vita»

fra tutti i cittadini, consentendo la scelta degli ingegni sopra

una concorrenza centuplicata, produrrebbe a vantaggio della società

una selezione intellettuale cento volte più rigorosa e feconda di

quella che oggi si compie. Non è dunque neppur questa, senza dubbio,

l’eguaglianza da cui voi ripugnate.

Quale può essere allora il vostro pensiero e quello degli altri

moltissimi che avrebbero dato la vostra stessa risposta? Qual’è la

ragione per cui, anche astraendo da ogni idea d’eguaglianza economica,

suona così ingrata e spaurevole questa parola alle persone della vostra

classe, siano coltissime o inverniciate appena di lettere, siano

ricche o agiate e anche vicine alla povertà? Sono, a parer nostro,

molte ragioni e sentimenti diversi e confusi, ragioni d’interesse e

d’orgoglio, legate ad abitudini e a pregiudizi antichi; la maggior

parte delle quali nessuno osa dire apertamente, e moltissimi non

saprebbero neppur spiegare a sè stessi.

Prima di tutto, essendo fermo nella più parte il concetto che la

gran moltitudine dei lavoratori poveri non possa innalzarsi mai,

quasi per legge di natura e per una specie d’inferiorità congenita,

a dignità di vita intellettuale e a gentilezza di sensi e di modi,

pare alla più parte che il voler l’eguaglianza non possa significar

altro che voler rendere tutti ignoranti e rozzi a un modo. Oltre di

ciò, nelle condizioni attuali della società, noi della classe borghese

(diciamo «noi» soltanto per esprimerci più chiaramente per il fatto

d’appartenere a una classe che ha in mano la somma delle forze sociali

e trae dalla comunanza degli interessi uno spirito di solidarietà suo

esclusivo) godiamo di mille soddisfazioni morali e protezioni e favori,

che temiamo, confondendosi le classi, di perdere. La prima protezione,

innegabile ed evidentissima, è quella della giustizia, esercitata da

cittadini della classe nostra, compresi dei nostri sentimenti; dei

nostri interessi e delle nostre idee. La prima soddisfazione è quella

di sentirci, anche se mediocri d’intelligenza e scarsi di cultura,

infinitamente superiori ai nove decimi della popolazione, mantenuti

necessariamente in uno stato di ignoranza quasi barbarica: facile

superiorità, che, coll’assurgere della moltitudine a un più alto grado

d’educazione intellettuale, ci sarebbe tolta o scemata. Di più, noi

abbiamo assegnato, per interesse di classe, ad ogni anche facilissimo

ed umile lavoro intellettuale un grado di nobiltà, così ingiustamente

superiore a quello d’ogni lavoro meccanico anche più utile e difficile

e pericoloso, che un mutamento dello spirito pubblico, il quale

innalzasse l’opera manuale all’estimazione che le è dovuta, ridurrebbe

l’opera della maggior parte di noi al livello di questa; onde temiamo

quel mutamento.... S’aggiunga che noi temiamo di perdere il diritto,

che, per un’esagerazione egoistica, di amor paterno, ci siamo creati,

ma della cui giustizia non siamo veramente persuasi, di tramandare ai

nostri figli l’agiatezza che abbiamo acquistata, col nostro lavoro:

ossia la facoltà di vivere senza lavorare, di godere dei beni da noi

non guadagnati, senza quella ingiustificazione che li fa nostri nella

nostra coscienza. E non basta: noi ci siamo fatto un mondo a parte, in

cui si può goder la stima o l’apparenza del rispetto di tutti anche non

facendo nulla, o smettendo di lavorare, per vivere a spese pubbliche,

venti anni prima di non esser più abili al lavoro, o esercitando

l’ingegno in frivolezze o sciupando insensatamente il proprio avere:

un mondo in cui si può acquistar simpatia e considerazione sfoggiando

un’istruzione superficiale e in gran parte inutile, usando certi modi

convenzionali, parlando un certo linguaggio di cerimonia e vivendo

secondo certe regole di decoro da noi stabilite: tutti vantaggi e

privilegi che svanirebbero affatto in una società in cui il valore

degli uomini si misurasse alla sola stregua della loro opera di

lavoratori. Noi temiamo, infine, la perdita del lusso, che dà in parte

le compiacenze della gloria, e che è una specie di gioia comprata; la

facilità di acquistar nome di benefici e di esser lodati e benedetti

dando alla povertà la centesima parte del nostro superfluo, la

soddisfazione di andar distinti dalla moltitudine per mezzo di titoli

e di segni onorifici di agevole acquisto, che sono per la nostra

classe ciò che i gioielli e i fiori di cui s’orna la donna davanti

allo specchio, ed altri infiniti godimenti e diletti raffinati, non

possibili che a chi ha denaro e tempo da gettar via; nei quali diciamo

che consiste l’essenza della civiltà, mentre non son che i segni della

sua vanità e della sua corruzione.

Queste sono le ragioni vere, per le quali aborriamo tutti, quasi

istintivamente, da quella qualsiasi eguaglianza che il socialismo

annunzia, e perchè queste ragioni ci vergogniamo di dirle, ne

alleghiamo dell’altre, a cui neppure noi diamo fede, come quelle della

«società convertita in caserma» e della «terra distribuita a pezzi

fra tutti» e delle «anime ridotte tutte a uno stampo», per dirla con

l’autore delle «Vergini delle rocce»; la quale ultima è il più sciocco,

il più vieto e il più compassionevole sproposito che si possa lanciare

contro il socialismo.

A tutte le accennate ragioni d’avversione alle nostre idee se ne

aggiunge negli scrittori una particolare, ed è un segreto risentimento

che essi nutrono contro le moltitudini incolte, le quali non

comprendono l’opera loro ed anche ignorano in gran parte la loro fama.

Ma chi ha mente e cuor vero d’artista non dovrebbe esser capace di

questo risentimento ingiusto, che ha radice in un orgoglio meschino;

dovrebbe anzi in quel fatto che può addolorarlo, ma non offenderlo,

riconoscere un argomento in favore dell’idea socialista, la quale

portando con sè un più alto grado d’istruzione popolare, innalzando la

folla a uno stato di vita più intellettuale, promette agli scrittori

e agli artisti un ben altro campo di gloria da quello che oggi è

loro concesso. Come non pensano essi che cosa sarebbe la loro potenza

quando il raggio del loro pensiero, non più intercettato dal baluardo

d’ignoranza che divide ora la società in una piccola minoranza civile

e in una grandissima maggioranza semi-barbara, penetrasse a traverso a

tutti gli strati sociali, recando la sua luce e il calore dalle capanne

della montagna ai sotterranei della mina, dappertutto dove c’è un cuore

che palpita e una fronte che suda? Come l’anima loro non s’infiamma

di speranza e di entusiasmo a questa idea? E come non presentono che

questo dev’essere e che sarà certamente, se la ragione umana non si

spegne?

Sì, questo sarà. La parola dello scrittore di genio che ora corre come

un rigagnolo, serpeggiante in un vasto letto arido dove pochi passanti

ne raccolgono il mormorio e ne godono il refrigerio, sarà nella società

avvenire un fiume dalla voce enorme, chiamerà a dissetarsi sulle sue

vaste sponde e ad attingere acque fecondatrici un popolo intero. E il

piccolo plauso teatrale che dà agli scrittori d’oggi il coro angusto

dei privilegiati della cultura, parrà ai grandi scrittori d’allora una

ben misera cosa appetto alla suprema dolcezza di sentir mormorare il

proprio nome in suono di gratitudine dall’onda immensa del popolo che

lavora.

E molti di essi diranno in quel tempo: — Non ci ricordate la

«disuguaglianza» della società passata, che inceppava l’ingegno e

strozzava la gloria: «quella sola parola c’irrita».

Filippo Turati al Tribunale di Guerra.

Giungeva il carrozzone del cellulare, un gran cassone chiuso e tetro

come un feretro. Mi parve di vedere, attraverso le pareti, gli imputati

— Turati, De Andreis, Morgari — coi ferri ai polsi e mi gonfiò il

cuore.

— Oh, no! — pensai — lì dentro non c’è un delitto, ma una idea!

E mi consolai al pensiero che l’idea nazionale aveva patito per

cinquant’anni la stessa sorte. Un minuto dopo giunse a piedi un gruppo

di ufficiali di varie armi, in alta tenuta, con la fuciacca azzurra

a bandoliera, muti e gravi, visibilmente compresi della terribile

responsabilità che stavano per assumere. Entrai fra loro....

Giunse poco dopo, sola, la madre di Turati, che da tre mesi conduceva

una vita di mortale angoscia. Ha il volto pallido, interroga tutte le

faccie con attento sguardo e inquieto, e parla con voce tremante. La

maggior inquietudine sua è per la salute del figlio, che teme non possa

reggere al regime della prigione....

Un ricordo assai lontano mi tornò alla memoria nell’udir parlare la

povera signora. Trentasei anni or sono suo marito era prefetto di

Cuneo, dove mio padre era impiegato; veniva qualche volta da noi un

bimbo di quattro anni, la cui giacchetta corta, di color nocciuola,

mi è rimasta impressa nella memoria. Quel bimbo era Filippo, il futuro

direttore della «Critica sociale» e deputato per Milano predestinato al

Tribunale di guerra....

..... Venne il mio turno. L’ufficiale difensore pregò il Presidente

d’interrogarmi se credevo possibile che Turati fosse stato preparatore

o istigatore o complice in alcun modo ai tumulti! La risposta era

facile. Io conoscevo tutti gli scritti e i discorsi suoi dai quali

emerge lucidissimo questo convincimento, che è assurdo condurre a fine

una rivoluzione economica con la violenza; che può prepararsi solo

con l’educazione intellettuale, morale e civile delle moltitudini, con

una trasformazione profonda della coscienza pubblica, con una lenta e

progressiva organizzazione delle classi lavoratrici; che i predicatori

della rivolta, specialmente nel nostro paese, meno maturato d’ogni

altro a qualsiasi improvvisa e radicale trasformazione sociale, sono i

più pericolosi nemici del socialismo.

Turati non s’era mai sviato da queste idee. Era violento nella forma,

ma per temperamento di scrittore, non con propositi di propagandista.

Comunque non era mai stato un propagandista da esercitare immediata

influenza su le masse, per la sua forma troppo letteraria, pel

ragionamento troppo fine....

.... Il presidente mi rilasciò in libertà. Gli domandai il permesso di

salutare gli accusati. Me lo concesse. Mi avvicinai al banco e strinsi

le tre mani che cercavano la mia, dicendo: A rivederci!

Ma la mia mano tremò nello stringere quella di Turati: un triste

presentimento mi passò pel cuore: quello di non rivederlo più!

*

La mia deposizione nel processo a Filippo Turati.

Ho letto tutti gli scritti di Filippo Turati. L’opera del sul ingegno

acutissimo, sostenuto da una salda coltura scientifica ed armato

d’una dialettica potente, concorse in gran parte a farmi accettare

la dottrina ed abbracciare la causa del socialismo. Non parlai con

lui che poche volte. — Fra le prime parole di lui, che mi rimasero

più impresse, ricordo le seguenti, ch’erano in un articolo ch’egli

diresse alla classe lavoratrice per distoglierla da ogni tentativo di

ribellione violenta.

— «E se anche vinceste, sareste capace di cogliere i frutti della

vittoria? Vi trovereste ora in grado di mandare avanti le industrie e

le amministrazioni, di sostituire la borghesia nella funzione sociale

che essa compie attualmente?»

In tutti i suoi scritti letti dappoi lo trovai sempre coerente a

quel concetto. Non conosco altro scrittore socialista in cui mi sia

sempre parsa così profonda, così lucida come in lui la convinzione

dell’assoluta inefficacia d’un’azione improvvisa e violenta a compiere

una rivoluzione economica; nessuno più profondamente persuaso della

impossibilità di trasformare l’organismo sociale senza una previa,

graduale, lenta trasformazione delle idee e delle istituzioni

presenti; nessuno che abbia più spesso e più evidentemente dimostrato

la lunghezza e la difficoltà del cammino che resta a percorrere

al proletariato italiano sulla via dell’educazione morale e civile

dell’organizzazione delle proprie forze e dell’esercizio dei propri

diritti politici per giungere all’attuazione dell’idea socialista.

Nei suoi scritti lo trovai violento spesso, anzi quasi sempre, contro

avversari, contro idee, contro sistemi; non violento per ciò che

riguarda i mezzi e i modi di lotta che il partito socialista dovesse

seguire per raggiungere i suoi fini.

Se qualche volta egli fosse uscito dalla retta via, io mi sarei valso

dell’autorità che mi dava su lui l’età maggiore per richiamarlo su

quella via.

Se avessi una volta sospettato che fosse intento occulto del partito

socialista, del quale riconoscevo in lui il più autorevole interprete,

l’azione violenta — persuaso com’ero, e come sono, dell’insensatezza

di un tale intento — non avrei esitato un’ora a ritirarmi dal partito

pubblicamente, e sarebbe stato Turati il primo a cui ne avrei dato

l’annuncio.

Se, d’altra parte, avesse avuto un tale intento il Turati, logicamente

gli sarebbero dovuti parere discordanti dal suo modo di sentire e di

pensare, troppo pacifici, troppo miti gli scritti e i discorsi miei;

egli non mi diede mai su questi, invece, che le più benevole, le più

esplicite approvazioni.

E un’altra prova per me evidentissima ch’egli non intese mai ad

eccitare le passioni della moltitudine, a muovere il popolo alla

rivolta, è questa: che adoperò sempre nei suoi scritti un linguaggio

letterario e scientifico condensato e sottile, pieno di citazioni,

di finezze e di sottintesi artistici, assolutamente superiore alla

intelligenza media dei lettori della classe operaia.

Ero tanto persuaso, tanto certo ch’egli non avesse provocato in

nessun modo i tumulti di Milano, che quando ne intesi la prima

notizia domandai subito a me stesso: — Come mai Turati non è riuscito

a impedirli? — E senza saper altro non dubitai un momento che per

impedirli egli non avesse fatto ogni sforzo possibile, come seppi in

seguito che veramente fece.

E subito e poi, a chiunque mi domandò se credevo ch’egli avesse in

qualsiasi maniera, o apertamente o di nascosto, preparato o contribuito

a preparare o non cercato di scongiurare o anche soltanto approvato

o desiderato quello che avvenne, una sola risposta diedi sempre,

immediata, sicura, risoluta come un grido del cuore e della coscienza:

— Lui! Turati!... Ah! è impossibile, è assurdo! Ne son certo come della

mia esistenza.

Un Comitato elettorale.

Quattro anni fa, una sera d’autunno, andai per la prima volta a

portare il mio obolo al Comitato Elettorale Socialista, che era in

una delle più povere case d’una delle più vecchie strade di Torino.

Attraversai due cortili oscuri, salii quasi a tentoni per una scaletta

da campanile, ed entrai in una stanza bassa e nuda, mal rischiarata da

un piccolo lume a petrolio, posto sopra a un tavolino senza vernice,

intorno al quale stavano seduti tre operai che scrivevano. Non credo

che alcun Comitato elettorale democratico abbia mai avuto un ricetto

più conforme all’austerità dei suoi principii.

V’era in un angolo, sopra una cassetta, un poligrafo di prezzo minimo;

in mezzo a una parete un foglio di carta, appeso ad un chiodo, con su

il motto di Garibaldi: IL SOCIALISMO È IL SOLE DELL’AVVENIRE, scritto a

mano; pacchi di circolari ammucchiati sull’ammattonato; nessun mobile,

fuorchè il tavolino e due panche; le pareti chiazzate d’umido, le

finestre coi vetri rotti, uno squallore di carcere.

— Povero Comitato Socialista — dissi fra me — e che potrai fare qui

dentro?

E pensando agli altri Comitati che si davano moto in quei giorni, ai

grandi uffici di giornali, ai salotti politicanti, alle belle sale

d’Alberghi e di Circoli dove si preparano le altre candidature, e alle

centinaia di servitori e alle migliaia di lire e agli innumerevoli

mezzi di coazione e di corruzione di cui gli altri partiti potevano

servirsi e si servivano, per comperar coscienze ed estorcere voti, e

paragonando quella potenza lontana alla miseria presente, confesso

che fui preso da un sentimento di pietà e di tristezza misto a

quell’accoramento amaro che ci dà l’umiliazione di una persona amata.

E una sfiducia improvvisa — faccio anche questa confessione poco

onorevole — mi vinse.

Mi appoggiai a una parete e stetti pensando.

Intanto altri entravano. Entrando buttavano sul pavimento i fiammiferi

che avevano accesi per rischiarare la scala. Erano operai che venivano

dalle officine coi capelli arruffati e le mani nere, studenti,

impiegati, maestri; uomini maturi e giovinetti; qualcuno coi capelli

bianchi. Entravano a coppie, a gruppi, a uno a uno, in silenzio. Alcuni

parevano stanchi, altri sopra pensiero. Ma appena entrati, e stretta

la mano agli amici, mutavano viso. Poi s’avvicinavano al tavolino, e

ciascuno dava il suo obolo, in logori biglietti d’una lira o cinquanta

centesimi, o in soldi, che contavano sulla mano. Davano gli uni la

bottiglia di vino di cui avevano bisogno, gli altri la provvista di

tabacco d’una settimana, chi la serata al teatro che desiderava, chi la

scampagnata domenicale che vagheggiava da un mese. — E perchè? pensavo,

guardandoli. Ne conoscevo una buona parte e avevo ragionato con loro.

Nessuno sperava una vittoria, e neppur una dimostrazione elettorale

notevole. Nessuno anche confidando in avvenimenti straordinariamente

favorevoli e in una diffusione meravigliosamente rapida dell’Idea

socialista, sperava in un miglioramento qualsiasi del proprio stato;

molti, da un mutamento prossimo dello stato sociale avevan piuttosto

a temere danni che a sperare vantaggi; ed io sapevo che lo sapevano.

E nondimeno davano il loro danaro con la compiacenza manifesta di chi

compie un dovere di cui è profondamente persuaso. Sul viso di tutta

quella gente traspariva la coscienza ferma e tranquilla di servire

una causa, di esser sulla via della verità, di volere il bene di

tutti e di aver per sè l’avvenire. Si poteva esser certi che non vi

era fra di loro un’ambizione nascosta, una coscienza comprata, una

volontà costretta, un sentimento malfido. Vedevo giovani studenti che

chiamavano per nome operai cinquantenni, mani bianche che stringevano

mani nere, crocchi di persone d’ogni classe fra cui appariva un accordo

di sentimenti e una maniera di familiarità, che non avevo visto mai

in alcun tempo e in alcun paese. Mi pareva di veder gli elementi della

nostra società disciolta che si cercassero e si unissero in una forma

di società nuova, animata da un nuovo concetto della vita e del mondo,

retta da nuove ragioni di stima e d’affetto reciproco e da leggi nuove

di rispetto e di gentilezza, più sapientemente civili, più sinceramente

cristiane di quelle che vedevo seguite in ogni altro convegno o

commercio di cittadini di diverso stato. Quell’adunanza era per me ad

un tempo una realtà e una visione che appagavano un confuso, istintivo,

ardentissimo desiderio di tutta la mia vita.

E a questi pensieri, improvvisamente, come una fiamma sotto un soffio,

la mia fiducia si ravvivò. — Ah! se anche credessi che siete tutti

illusi — pensai — io v’amerei e v’ammirerei egualmente, o bravi

giovani, o rudi lavoratori, o poveri vecchi che non avete altro

impulso all’opera e al sacrificio che la speranza d’un bene di cui non

godrete, e che sopportando le durezze della vita e soffocando le ire

provocate e sfidando le persecuzioni pubbliche e sagrificando la pace

domestica, fondate la vostra speranza sul diritto del voto, conquistato

col sangue dei vostri padri, ossia sulla libertà, sulla ragione, sul

presentimento del trionfo necessario della verità e della giustizia. Ma

no, voi non siete illusi, poichè la verità non può essere dalla parte

dell’ambizione, del mercimonio e dell’egoismo; la verità è nella vostra

coscienza libera e serena, è nella santità del vostro ideale, è in

quest’affratellamento generoso che condanna e corregge le ingiustizie

della fortuna, è in questa fede invitta che dà ai giovani una maturità

precoce, e ringiovanisce i maturi, e consola i vecchi, e nobilita

tutti. E ogni propaganda d’ogni grande idea, predestinata a mutare

il mondo, è cominciata, come questa, in luoghi oscuri, fra pareti

nude, in mezzo a gente sprovveduta di tutto, e odiata, e calunniata,

e derisa, mentre i difensori del passato, armati e ricchi d’ogni cosa,

si festeggiano a vicenda — in sale splendide e risonanti del plauso dei

parassiti — sicuri del presente e dell’avvenire.

E tutt’a un tratto — con mio stupore — non perchè mancasse un legame

tra il pensiero e l’immagine, ma per la subitaneità dell’apparizione

— mi rividi dinanzi la statua di Ledru-Rollin, veduta anni addietro a

Parigi, eretta in atteggiamento profetico, con la mano stesa sull’urna,

come dicendo: Qui è la salute.

E allora, precorrendo il tempo con l’immaginazione, vidi quella povera

stanza dilatarsi, e aprirsi altre sale lontane l’una dopo l’altra, in

tutti i quartieri cittadini, tutte rigurgitanti d’una folla simile a

quella che avevo dinanzi; e tutte quelle folle, agitate e ardenti,

salutare con evviva frenetici gli annunzi delle grandi vittorie

elettorali, giungenti l’un sull’altro dai vari quartieri, e da tutte

le piccole e grandi città d’Italia; e, tra gli evviva, le mani bianche

cercar le mani nere, e abbracciarsi i giovani e i vecchi, e scambiarsi

il bacio dei fratelli i figli di coloro che oggi si minacciano e si

odiano....

Troncai il soliloquio, ed entrai nella folla dei miei compagni con

uno slancio d’allegrezza e d’affetto, che non m’aveva mai data nessuna

amicizia del passato.

Lavoratori, alle urne!

I nostri compagni del Comitato elettorale, che m’invitarono a parlarvi,

determinarono il soggetto del discorso con queste parole: — Eccitare

i ferrovieri, e specialmente gli operai, a prender parte attiva alla

lotta per le elezioni amministrative; dimostrar loro che essi hanno

interesse a mandare nel Consiglio comunale dei rappresentanti della

classe lavoratrice a cui appartengono.

La cosa mi parve superflua. — Ma come — pensai — vi sono ancora dei

lavoratori non persuasi di questa verità, della quale sono compresi, in

fondo all’animo, anche molti di coloro che stimerebbero un’imprudenza

di proclamarla? E subito mi si affacciò alla mente che il primo, il più

efficace mezzo di persuadere gli ostili e di scuotere gl’indifferenti,

sarebbe stato di riferir loro quello che io mi intendo dire ogni giorno

da chi combatte le nostre idee utopistiche di progresso, di redenzione,

di missione politica ed economica delle classi lavoratrici.

Queste idee — mi dicono — sono in voi, borghesi traviati e allucinati,

non nei vostri adulati lavoratori; e non sono che in una infima

minoranza di essi, a cui avete attaccato la vostra infermità cerebrale.

Come potete parlare sul serio delle loro aspirazioni e dei loro

propositi, quando non ve n’ha cinque su dieci che concordino in

un’idea, quando la parte maggiore non si dà pensiero alcuno delle

lotte a cui la chiamate con tanta insistenza, quando non hanno dato

ancora, qui specialmente, nessuna seria manifestazione di solidarietà,

di armonia, d’unità d’intenti, quando hanno anzi provato in mille modi

che la classe lavoratrice, come ente collettivo, non esiste ancora?

Voi dite che le classi dirigenti, che la borghesia è debole perchè è

lacerata dai partiti, scossa da mille contrasti di interessi, divisa in

dieci fedi diverse, e che per questo non opporrà una lunga resistenza

al movimento progressivo delle classi inferiori. Ma queste son più

divise e più deboli di noi! Noi davanti a un pericolo, nel nostro

interesse comune, ci uniremo in un sol fascio, e voi lo capite, e lo

preannunziate. Essi, nel loro interesse comune, non si uniscono. Che

c’importa che siano il numero, se, non essendo nè concordi nè attivi,

non sono la forza, senza di cui non vale il diritto? Che c’importa

che la scheda elettorale possa essere, come voi dite, lo strumento

della loro emancipazione, se essi o non se ne servono, o l’adoperano

contro sè stessi, o la mettono al servizio d’ogni richiedente? Non

uniti nell’esercizio dei mezzi e legali e pacifici, non lo saranno

mai neppure, non lo potranno mai essere nell’uso dei mezzi violenti.

Noi possiamo dunque riposare tranquilli e ripetere cento volte a chi

ci parla d’un esercito di lavoratori, che l’esercito non esiste, che

non ci sono che caporali e pattuglie disperse, e la gran moltitudine

si ride della vostra conquista dei poteri, e che voi sognate a occhi

aperti.

*

A voi tocca di smentire col fatto quelle asserzioni. Io mi ingegnerò

di persuadervi a smentire. E notate, non avrei bisogno di parlarvi

come socialista. L’interesse che hanno i lavoratori a organizzarsi, a

concertarsi per mandare alle amministrazioni comunali e nei parlamenti

dei loro compagni esiste, secondo me, anche fuori della ragione

del socialismo. Non c’è bisogno di creder possibile o necessario

nell’avvenire un determinato ordinamento sociale per comprendere

quell’interesse. Basta desiderare dei miglioramenti nella vostra

condizione, come tutti desiderate; basta capire che, siccome nessun

miglioramento importante nello stato delle classi inferiori può

avvenire senza sacrifici gravi nelle classi sovrastanti, e poichè

sui sacrifici spontanei, essendo qual’è la natura umana, è illogico

il fare assegnamento, così quei miglioramenti bisogna conquistarli;

e che nessuna conquista si fa da una classe sociale senza lotta, e

nessuna lotta si vince senza forza, e la forza non si consegue senza

l’accordo della classe. Ora quest’accordo è possibile, è ragionevole,

si deve compiere anche tra i lavoratori che non siano d’una sola idea

e d’un sol sentimento riguardo al socialismo. Non si deve forse, prima

di giungere a questo, passare per una serie di riforme e di conquiste

minori che tutti vogliono ugualmente? Ma io dico questo a voi! Ma se

son molti i borghesi stessi persuasi di questa verità.

Ve n’ha molti, ostili al socialismo, che credono inattuabile, ma che

pure, essendo onesti, vedon con occhio favorevole e affrettano col

desiderio il movimento d’organizzazione delle classi lavoratrici,

anche sotto la bandiera socialista, come il solo mezzo che rimanga di

pervenire a riforme radicali a vantaggio loro, senza le quali credono

anch’essi inevitabili degli sconvolgimenti funesti alla società. E

fanno questo ragionamento che non manca di logica: — O hanno ragione

i socialisti, i quali affermano, non già di voler rifare il mondo

sopra un disegno della loro fantasia, ma di sollecitare soltanto una

trasformazione a cui la società è condotta irresistibilmente dalla

forza stessa delle leggi vitali che la reggono, — e se questo è vero,

se la trasformazione è inevitabile, non solo è inutile d’intralciare,

ma è logico assecondare il movimento. — O se è vero l’opposto, ossia

che questa trasformazione non è necessaria, e la società non avverrà

pel solo fatto che i socialisti la vogliono, una forza invincibile vi

si opporrà, contro cui tutti i loro conati si spezzeranno come contro

una legge di natura; e in questo caso non c’è nulla a temere, e si ha

da assecondare egualmente un movimento il quale, senza arrivare alla

mèta che si propone e da cui noi rifuggiamo, produrrà pure dei vantaggi

grandissimi, non conseguibili per altra via. Vorrete voi essere meno

arditi di questi prudenti conservatori?

*

Veniamo ora al vivo dell’argomento.

Non vi pare un’anomalia singolarissima che nei Consigli comunali di

città dalle centinaia di migliaia d’abitanti, in Consigli dove si

trattano interessi di tutte le classi sociali, tutte le classi siano

personalmente rappresentate, tutte, fuorchè la più numerosa, che è

anche quella che ha maggior bisogno d’esser tutelata? Io credo che la

cosa parrà un giorno tanto strana che se n’andranno a cercar le cause

con la stessa curiosità con cui si ricercano quelle dei più singolari

fenomeni sociali del tempo andato.

Io m’immagino uno straniero semi-barbaro, ma di molto acume, piovuto

qui da un paese in cui non sia idea di regime rappresentativo, lo

metto col pensiero in uno di quei Consigli, e mi par di sentirlo

dire: — Ma come mai! Ecco un’assemblea in cui si parla ogni momento

d’interessi del lavoro e di lavoratori, in cui l’uno accusa l’altro a

ogni tratto di non essere vero interprete dei loro sentimenti, delle

loro aspirazioni, e d’operai non c’è un solo, non uno che possa dire:

i _nostri_ sentimenti, le _nostre_ aspirazioni, i _nostri_ bisogni son

questi! — Dopo essersi fatto spiegare a un di presso in qual maniera si

formino queste assemblee, il mio semi-barbaro direbbe al suo cicerone:

— Ho capito! Qui non c’è operai perchè gli operai non sono elettori.

— Ma no, lo sono — gli sarebbe risposto — e dispongono di migliaia di

voti. — Allora direbbe: — Sono elettori, ma non sono eleggibili: ma

essi non eleggono alcuno dei loro perchè non ce n’è alcuno che sappia

parlare nè scrivere. — Ma no, vi ingannate: ce n’è molti che parlano

mirabilmente dei propri interessi nelle loro riunioni professionali o

di partito e ce n’è anche molti che sanno trattare la penna a dovere,

tanto che se si fondasse un giornale come quel tal «Buon senso»,

fondato a Parigi nel ’48, aperto a tutti i lavoratori, si farebbero

anche qui delle scoperte particolari curiose. — Ho capito questa volta

— direbbe finalmente lo straniero. — Essi non eleggono nessuno della

propria classe perchè vedono gl’interessi loro ben patrocinati dai

rappresentanti della classe borghese, che stimano inutile aver dei

rappresentanti propri, e si tengono per ampiamente soddisfatti. — Ma

no, veda, non sono soddisfatti, si lagnano, dicono d’aver delle ragioni

da far valere, gridano che ci sono delle ingiustizie da correggere,

delle riforme da proporre, mille cose da fare. — E allora.... il mio

semi-barbaro non capirebbe proprio nulla.

*

Mi soffermo un momento all’ultima supposizione di questo straniero

immaginario, perchè esprime forse il pensiero di alcuno di voi; mi ci

soffermo per dire che nessun rappresentante borghese, per quanto sia

sincero ed efficace propugnatore della causa de’ lavoratori, potrà mai

avere in un’assemblea quell’efficacia particolare che vi ha uno della

vostra classe, il quale la rappresenta con la sua stessa persona e

ne spira l’alito dalle labbra, che può parlare di bisogni che sente

egli stesso e di sacrifizi ch’egli stesso compie e ha compiuti, che

protegge gli interessi del lavoro ch’egli fa e di cui vive, che è in

relazione intima, fraterna e continua coi suoi rappresentanti, che non

è legato ai rappresentanti degli interessi diversi od opposti da mille

sottilissimi vincoli, non lacerabili, di amicizie antiche, d’identità

d’abitudini, di idee comuni in altri campi, che non è impacciato dal

fatto d’aver professato in altri tempi opinioni discordi da quelle suo

d’oggigiorno, o di essere stato per queste indifferente; e che non può

essere sospetto in alcun modo di mancanza di sincerità.... perchè siamo

a questo ancora — che par tanto illogico e strano che uno si appassioni

e combatta per interessi sian pure sacrosanti, ma non strettamente

collegati o contrari a quelli della propria classe, che il pensiero

ch’ei sia un uomo generoso è l’ultimo che s’affacci alla mente degli

avversari: il primo è che sia un impostore.

*

Certo, io mi rendo conto dei dubbi che hanno molti di voi a questo

proposito, dubbi che non si danno, generalmente, negli operai di Comuni

rurali. Là il Lavoratore vede partecipare all’amministrazione pubblica

persone della sua medesima classe, di coltura non maggiore alla sua,

e che trattano dei piccoli interessi comuni con la semplicità, e col

linguaggio che egli stesso adopera: gli par quindi naturale, e non può

parergli inutile di mandar fra gli amministratori del Comune uno dei

suoi.

La cosa è diversa, si capisce, nelle grandi città. Abituato per

tradizione a veder sedere nei Consigli cittadini di una sola classe, a

vedervi rappresentati largamente la scienza, l’ingegno, l’esperienza

degli affari, la ricchezza, e la discussione sollevata spesso al

di sopra della sua cerchia di cognizioni e di idee, l’operaio ha

finito per considerare quella rappresentanza quasi come un privilegio

signorile, e stenta a capacitarsi del come un suo compagno vi potrebbe

prender parte utilmente, non riesce a raffigurarselo là che come uno

spostato e un inetto. Ma egli è in errore. Egli non considera che

il suo compagno andrebbe là a rappresentare un ordine di idee sue

proprie, di interessi di cui ha conoscenza pratica, di questioni in

cui ha un criterio preciso: non pensa che in ogni discussione ha un

grande valore anche una sola idea netta, espressa a proposito, sia

pure con la più rozza parola; che ciò che in molte discussioni gli par

superiore alla sua intelligenza e alla sua coltura non è che zavorra

accademica e curialesca gittata sulla vacuità degli argomenti; che il

buon senso è in ogni luogo e in ogni cosa la prima forza, e che una

gran parte delle lungaggini deplorevoli a cui si abbandonano spesso le

più colte assemblee, derivano appunto dal non esservi un sufficiente

numero di quegli ingenui parlatori, a cui manca l’arte d’ingrandire,

di assottigliare, d’intricare, di confondere tutte quante le questioni,

invece di attenersi al fondo delle cose, come suol fare l’uomo incolto,

che è persuaso di un’idea.

*

E d’altra parte convien che si persuadano i lavoratori che la

loro classe non s’innalzerà mai fin che un gran numero di loro non

saranno passati per quella impareggiabile scuola pratica che sono le

amministrazioni pubbliche e le amministrazioni private: intendo per

private quelle delle loro Società e delle loro Corporazioni.

A questa scuola si formarono la maggior parte dei quarantaquattro

deputati del Parlamento germanico — meccanici, calzolai, falegnami,

doratori, operai d’ogni arte e d’ogni mestiere — in molti dei quali

riconoscono gli stessi avversari, spesso con parole d’ammirazione,

cultura varia, abilità parlamentare, e, nelle discussioni che toccano

le idee e gli interessi del loro partito, un’efficace eloquenza.

A questa scuola si formò quel valoroso, quel benemerito Anseele,

fiammingo, fondatore di quell’ammirabile complesso di Cooperative

di Consumo e di produzione che è il «Vooruit», il più fortunato

esempio di organizzazione socialista che sia stato attuato finora.

Si educò a questa scuola quel Luigi Bertrand, operaio marmista, in

cui sembra incarnato il genio organizzatore della sua razza che da

un capo all’altro del suo paese fondò Società cooperative, Case del

popolo, Circoli di studi sociali, e che è, col Volder, l’anima del

Partito operaio belga, rispettato, ammirato anche dai più appassionati

oppugnatori e scalzatori dell’opera sua. E alla scuola medesima

crebbero tutti quegli operai della sua nazione, i quali, all’ultimo

Congresso internazionale di Bruxelles, diedero prova di tal senso

pratico, di tanta chiarezza d’idee, di una così larga cognizione di

molte questioni sociali ed economiche, che se li avessero uditi certi

uomini d’ordine d’una grande città italiana, radunatisi l’inverno

scorso in Assemblea por provvedere agli affari propri, avrebbero

deplorato anche più amaramente di quanto fecero i funesti effetti

dell’istruzione popolare.

*

Comprendo un’altra difficoltà che si oppone, in molti lavoratori, alla

concordia nella lotta elettorale. E ve lo accenno senza un’ombra di

intenzione di farvi un rimprovero. La difficoltà risiede in un vostro

difetto. — Vostro? — No. È un difetto di tutti gli uomini, e che si fa

sentire in tutte le classi. Ma è naturale, è scusabile che si faccia

sentire nella vostra forse più fortemente che nelle altre. Nella classe

che ha più fondate ragioni di lagnarsi delle ingiuste disuguaglianze

sociali, si comprende che sia più viva la renitenza a conferire ai

propri uguali una forma qualsiasi di superiorità, come si diffidi più

facilmente del compagno che aspira ad innalzarsi, e anche di quello che

è portato in alto suo malgrado, come sorga il più forte sospetto che

chi esce dalla sua schiera possa abusare dell’autorità e della fortuna.

Ma è pure una tendenza a cui convien resistere a qualunque costo. Già

lo disse un bravo lavoratore francese ai suoi camerati, con parole

scolpite che io vi voglio ripetere, non solo perchè possano riferirsi a

voi le sue censure, ma anche per mostrare che il male è in ogni paese.

Certo — egli disse — l’opera è lunga, penosa, irta di difficoltà.

Ma se noi non perveniamo a unirci in uno spirito di larga e forte

solidarietà; se passiamo il tempo a lacerarci l’un l’altro, parodiando

i borghesi nelle loro dispute vane; se ci divertiamo a giuocare alle

chiesuole e alle consorterie; se non uccidiamo in noi stessi quel

deplorevole senso di gelosia, per cui non possiamo sopportare tra le

nostre file alcuna superiorità intellettuale; se non ci eleggiamo dei

capi che per obbligarli ad obbedire alle nostre cangianti volontà, e

non per seguire la loro direzione e ascoltare i loro consigli; se, in

una parola, non riesciamo a governare noi stessi, a nulla mai potremo

riuscire.

E, senza dubbio, è la virtù opposta a questo difetto quella che

costituisce la principal forza di quel grande partito operaio di

Germania, nel quale — come osservò uno scrittore che lo studiò addentro

— l’osservanza verso i capi è più profonda che in ogni altro partito

dell’impero, e va non di rado fino all’eccesso, fino a una cieca

sottomissione. Ma è perchè là si comprende quello che da per tutto

si dovrebbe comprendere: che se è possibile immaginare una società

in cui tutte le disuguaglianze economiche e sociali siano soppresse

anche in forma assoluta, non è possibile immaginarne una in cui

siano anche soppresse le influenze della superiorità dell’intelletto

e del carattere e si faccia una colpa dell’ambizione, presa nel

suo senso migliore; perchè il voler togliere alle facoltà e alle

opere eccezionali degli uomini oltre ad ogni eccezionale compenso

economico, anche le soddisfazioni d’una ambizione legittima, è voler

isterilire, paralizzare la natura umana. E se sapessero i gelosi che

povera cosa sono le soddisfazioni dell’ambiente, con quante segrete

mortificazioni di amor proprio si scontano, da quante amarezze sono

turbate, specialmente in chi è spinto in su a combattere fra una classe

che non è la sua, invece d’invidiare e di osteggiare i compagni che

salgono, non darebbero, ne son certo, che incoraggiamenti e conforti di

fratelli.

*

Vediamo l’esempio che ci danno altri paesi, la Francia per la prima,

dove si accusava il partito dei lavoratori di essere «una fungaia

di gruppi dissidenti» incapace da dieci anni di muovere innanzi

d’un passo. Prima delle ultime elezioni, non vi erano che due Comuni

socialisti; mi spiace di non aver tempo d’accennarvi le molte riforme

ardite e benefiche attuate da uno di essi, di cui fu costretto a

encomiare la saggia amministrazione persino il prefetto della Senna.

Ebbene, nelle elezioni del 1892, il partito operaio socialista,

concorde nel programma del Congresso nazionale di Lione, pose le

proprie candidature in più di 80 Comuni. Ottenne al primo scrutinio

più di 100,000 suffragi, con circa 450 dei suoi candidati eletti nei

Consigli. A Marsiglia, trionfarono tutti i candidati del partito con

oltre 6000 voti di eccedenza sugli avversari. In altri 16 Comuni il

partito occupò l’intero Consiglio o v’ebbe una maggioranza notevole.

Al ballottaggio riescirono eletti altri 200 candidati operai, col

concorso alle urne di 50.000 votanti in più della prima volta. Insomma,

furano 26 i Comuni conquistati, e moltissimi quelli in cui il Partito

operaio, pure lottando per la prima volta, ebbe tali minoranze da far

ritenere sicura una prossima vittoria. Nè ciò avvenne nelle sole città

industriali. Persin nel cuore della vecchia Bretagna, la regione più

conservatrice della Francia, vi fu un comune che elesse con 700 voti

di maggioranza una municipalità socialista. E s’intende che s’usarono

contro il nuovo partito arti e minaccie d’ogni maniera, e che contro di

esso, dove non riuscì a primo scrutinio, si collegarono, alle elezioni

di ballottaggio, tutti gli altri partiti, anche i più ripugnanti fra

loro, donde è lecito argomentare che le elezioni del 1896 daranno in

mano del Partito operaio una gran parte delle amministrazioni comunali

francesi. E già ne appariscono i sintomi anche nelle popolazioni

delle campagne; gravi sintomi, di cui tutti gli accorti conservatori

s’inquietano: gridando alla rivoluzione e al finimondo. E con

finimondo, si capisce, voglion dire modestamente la fine del loro

dominio.

*

In Germania l’organizzazione generale del Partito è rafforzata, in un

gran numero di circoscrizioni, dalle cosidette «Società Elettorali»,

che sono come i focolari del socialismo comunale, e che convocano a

intervalli determinati delle assemblee popolari, sempre numerosissime,

in cui tutte le questioni locali, legate agli interessi dei lavoratori,

sono largamente discusse. Questi prendono parte attivissima alle

elezioni del Consigli municipali. Se non ottennero grandi effetti

sin ora, ne è cagione unica il suffragio troppo ristretto. Ma dove i

socialisti entrarono nei Consigli, fu notevolissima l’azione loro. Non

c’è Comune importante in cui, l’inverno scorso, essi non abbian fatte

proposte per provvedere con sussidi dei Comuni e dello Stato alle più

stringenti miserie e propugnato validamente un programma pratico di

riforme che va dai provvedimenti per la disoccupazione al riordinamento

delle scuole, dalla soppressione delle imposte indirette in forma di

dazi all’avocazione ai Comuni di tutti i servizi pubblici esercitati

da privati. Fate che ottengano l’allargamento del suffragio e le loro

vittorie non si conteranno.

E non può parer troppo ardito presagio a chi conosca con che ardore

prendan parte alle elezioni, in quel paese, non i lavoratori soltanto,

ma le loro intere famiglie; con che infaticabile attività le donne

medesime, anzi quasi esclusivamente le donne, compiano il lavoro di

distribuzione delle schede e dei manifesti, e si costituiscano in

Comitati elettorali per eccitar le compagne a concorrere all’opera

loro, e girino pei sobborghi i giorni di elezione, a scuoter gli

inerti, e spingano persino alle urne gli elettori recalcitranti. Perchè

esse comprendono non meno degli uomini che cosa significhi e che cosa

valga la loro scheda: un povero pezzo di carta, ma che turba il sonno

ai dominatori come recasse la loro sentenza; e non si può sopprimere,

perchè sarebbe troppo rischioso, e non è incriminabile, perchè non

c’è scritto che dei nomi, e non si può comprare, perchè chi lo porta

venderà la camicia, ma non la fede.

*

Lasciate ancora ch’io ricordi, a incoraggiamento di tutte quelle

ammirabili «Unioni dei mestieri» d’Inghilterra, forti di milioni di

lavoratori, passate per tante lotte e tante avversità che le fecero

potenti, precedute dall’avanguardia socialista delle «nuove unioni»,

socialiste oramai — in sostanza — esse medesime, come si chiamarono

nell’ultimo Congresso di Belfast e nelle recenti elezioni municipali,

e continuamente rinvigorite e, spinte innanzi dalle generazioni nuove,

fresche di forze e, di speranze. — Trent’anni fa — come disse pochi

dì sono un deputato autorevole alla Camera dei Comuni — il loro nome

suonava biasimo e quasi ingiuria; sorgeva di rado in Parlamento un

uomo che avesse il coraggio di assumerne le difese; erano assalite

con violenza dalla tribuna, dal pulpito, dalla stampa; nel 1867 se

n’era decretata la soppressione. Ora, non solo esse hanno riportate

meravigliose vittorie nella legislazione del lavoro, non solo si

sono liberate a poco a poco di quasi tutte le vecchie leggi che le

inceppavano; ma esercitano un’influenza grande nei Consigli edilizi

e d’istruzione, e in tutte le Corporazioni locali. Ora sono lodate

dagli uomini di Stato e dalla stampa d’ogni colore, i governi cedono

alle loro domande e seguono i loro consigli, le Corporazioni d’ogni

specie accettano le loro deliberazioni intorno ai contratti di lavoro

o ai salari, i loro principii s’insinuano in ogni classe sociale, la

loro azione conquista il mondo industriale e si dilata nel Parlamento.

— E han serbato inalterato, notatelo, il loro carattere operaio, son

costituite da operai, fatte per loro, da loro dirette. Nè le gelosie

e le discordie individuali, che son là come altrove, nè i tribuni

che mirano a soppiantarsi a vicenda, nè gli ambiziosi che tendono a

formarsi un partito, sfibrano menomamente l’enorme forza delle loro

file serrate e concordi; quell’enorme forza di organizzazione e di

fede, che fece dire a Luigi Kossuth negli ultimi giorni della sua

vita, a un pubblicista qui presente: — Il socialismo, credete a me,

rovescierà tutto.

*

Ed ora, c’è bisogno che io vi dimostri con altri argomenti ciò che mi

proposi di dimostrarvi? Certamente, la conquista del potere politico

deve star sopra a quella dei municipi: ve lo dice per bocca mia uno

dei nostri più bravi pubblicisti, del quale vi ripeto le parole.

Importa che vadano al Parlamento dei rappresentanti dei lavoratori,

non foss’altro che per indicar la forza e la coesione del Partito,

per esercitare un sindacato continuo, almeno d’efficacia astratta,

per alzar la voce risoluta in favore di tutte le libertà a cui ha

diritto, di cui ha bisogno l’Idea per espandersi. Ma fin che quei

rappresentanti non saranno che un’esigua minoranza, ossia per molto

tempo, pur troppo non c’è gran che da aspettare da loro; nemmeno che

ottengano importanti modificazioni a quelle piccole riforme sociali

che spuntano di tanto in tanto anche alla Camera nostra. Ora la lotta

nei Comuni, oltre ad altri vantaggi immediati, presenta anche quelli di

dare al Partito dei lavoratori movimento e vigore, di disciplinarlo, di

addestrarlo a un’azione ordinata e proficua nelle elezioni politiche.

In Francia, prima della rivoluzione, furono le assemblee provinciali,

furono i Consigli di circondari e parrocchie quelli in cui la borghesia

s’ordinò e preparò meglio all’azione che la condusse al trionfo. La

stessa rivoluzione italiana che ci condusse all’unità, si è grandemente

giovata, s’è innestata su di esse e di esse s’è alimentata. — Ed è

evidente che dovrà seguire il medesimo per l’Idea che unisce ora i

lavoratori. Già nei Comuni minori si riportarono segnalate vittorie,

di cui non cito che l’ultima, quella di Gualtieri, conseguita dopo più

d’un anno di commissario regio. Tocca ora alle città grandi di seguir

l’esempio. Tocca a voi in ispecial modo, di far sì che Torino non abbia

questa poco onorevole singolarità, di esser l’ultima delle grandi città

italiane a mandar nel Consiglio comunale un operaio.

*

Ma — mi sento opporre — quanto tempo si dovranno aspettare i vantaggi

che ci son promessi, se questi non verranno prima che il nostro Partito

sia maggioranza! Anche questo è un errore. Molti e grandi vantaggi

precederanno di gran lunga la vittoria finale. Fate che i lavoratori

dian prova di concordia, di unità d’intenti e di risoluzione, e che

comincino a riportare delle vittorie elettorali notevoli, e vedrete

quante cose cambieranno sull’atto. Dove sono divisi, ciascuno di essi

non ha che l’importanza minima che può avere un operaio per sè stesso;

ma dove formano un’associazione vasta ed unanime, che dia certezza

di continuo e vigoroso incremento, la considerazione che ispira il

complesso delle forze si riflette su ciascun di loro.

Prima assai di ottener dei vantaggi materiali s’accorgerebbe ciascun di

voi, perfin nelle sue relazioni individuali con persone di altri ceti,

di trovarsi in una condizione mutata; la coscienza stessa della forza

collettiva della propria classe, darebbe a ognuno una dignità nuova e

una sicurezza di sè, che non ha mai avuta.

Ma neanche i vantaggi materiali si farebbero attendere, poichè a

chi mostra che avrà la forza di ottenere delle concessioni fra poco,

molte di queste si anticipano, e per mostrar di farle di buon grado

e per sfuggire al disdoro di vedersele strappare. Accade il medesimo

che nelle battaglie, dove il solo avanzarsi d’una truppa ordinata e

risoluta fa assai sovente indietreggiare il nemico, mentre lo stesso

numero degli assalitori non fa che eccitarne il coraggio, se s’avanzano

ondeggianti e scomposti. E come scemerebbe a un tratto questo sfacciato

abuso delle persecuzioni e delle minaccie, che son tanto facili e hanno

tanto effetto sugli individui isolati? Si sorride ora delle vostre

bandiere, perchè? Perchè son mille. Provate a serrarvi tutti intorno

a una sola, e si scopriranno al suo passaggio anche le fronti più

superbe.

*

È un altro errore — fortunatamente — quello in cui cadono molti di

voi, misurando il tempo che impiegheranno le nuove idee a compiere il

loro cammino vittorioso, da quello che impiegarono finora a percorrere

il primo tratto di strada, e traendo da questo computo una ragione di

sconforto. No, il computo è errato.

Tutte le idee sociali che hanno in sè una ragione potente di vita,

vanno col moto accelerato dei gravi cadenti; stentano a prender forma,

muovono i primi passi lentissimi, par che ogni tratto s’arrestino; poi

prendono un regolare andamento, e dopo s’affrettano, e quindi corrono,

e infine volano, calano con una rapidità che fa rabbrividire anche i

più arditi.

Basta confrontare, per accertarsene, il cammino fatto dall’idea

socialista; anche nel nostro paese, negli ultimi cinque anni, con

quello che fece nei primi, appena vi sorse. I proseliti venivano

allora a uno a uno, o a manipoli, e si potevano contare; per lunghi

intervalli di tempo nessuno aveva indizio dell’esistenza della nuova

_setta_: la stampa non ne parlava che di rado, e vagamente, come di

cosa di un mondo lontano, e per la dottrina non c’era che derisione,

disprezzo e stupore. Ora i nuovi credenti si affollano intorno a

centinaia, ogni giorno che passa ne leva su un’ondata; non aprite

più un giornale in cui non troviate scritto dieci volte, quasi per

forza il loro barbaro nome di guerra; si posson combattere quelle idee

tutti i giorni, ma non si può più tacerne per ventiquattr’ore; esse

hanno un’eco continua nel Parlamento, nelle chiese e nelle scuole; nel

Parlamento stesso, voci autorevoli e sdegnose d’altri partiti, alle

quali è costretto a consentire perfino il ministro di quella che si

chiama ancora Giustizia, si alzano con fiere parole contro i magistrati

che giudicano i ribelli senza conoscenza di causa, ignari perfin degli

elementi della loro dottrina; non c’è più autorità che non si trovi

costretta a studiar la questione, per poter distinguere, disputare,

governarsi; non si fa più pubblicazione che abbia la più lontana

attinenza all’interesse pubblico, in cui quelle idee non siano discusse

o accennate; non c’è più esposizione d’arte in cui esse non trovino la

loro espressione; non c’è più frivola conversazione di spensierati in

cui per un istante almeno, sia pure come un’ombra fuggevole, non passi

quell’argomento malaugurato.

Si confondono ancora con quella, in buona e in mala fede, dottrine

diverse ed opposte, si calunniano gli uomini che le professano,

si tacciono o si sminuiscono le vittorie che essa riporta, e si

preannunzia che essa morrà di tisi o di piombo; ma non se ne ride più,

o se ne ride con quel riso che mostra i denti e corruga la pelle,

ma non ha negli occhi l’ilarità che vien dal cuore. E questo gran

mutamento, fra noi, è avvenuto in cinque anni, dal 1890, dopo il primo

maggio. Argomentate quale sarà il moto fra gli altri cinque anni,

quando la massa dei lavoratori avrà dato segno di concordia e di vita.

Perchè siatene certi, una delle più forti ragioni per cui non si mette

apertamente al servizio delle nuove idee tanta gente che v’è favorevole

in cuore — benchè vi ripugnino i suoi interessi di classe — è lo

spettacolo dell’apatia di quella classe medesima per la quale sarebbero

disposti a combattere. A che pro — essi dicono — turbarsi la vita e

affrettare il danno proprio per una moltitudine che non ha coscienza

dei tempi nè fede in sè stessa, e che par rassegnata ai mali di cui si

lagna, e determinata a nulla chiedere e a nulla fare, nemmeno coi mezzi

che la legge pone in sua mano? Chiudiamoci in un tranquillo egoismo e

vada il mondo per la sua china.

*

E questi sono assai più di quanti credete. Come più di quanti credete

sono coloro, a cui ho accennato da principio, i quali, pure non

essendo socialisti, sono profondamente persuasi che l’organizzazione

delle classi lavoratrici e la loro partecipazione al potere siano una

condizione indispensabile del progresso civile. Di uno di questi, d’un

valente economista, riferisco il ragionamento per quelli tra voi che

possono dire: — Io non voto per operai perchè non sono socialista.

— La nostra condanna — egli dice presso a poco — è che la classe

borghese è tutta scettica e pessimista. — Ora il pessimismo, per

lui, è un fenomeno di classe. E ne adduce giustamente per prova che

al principio del secolo in Francia, tutta la borghesia liberale, che

sentiva giunto il suo regno, non diede che scrittori ottimisti; la nota

pessimista usciva dagli scrittori aristocratici, i quali sentivano

che la loro classe moriva, o meglio era assorbita. Ora — soggiunge

— noi non diamo che scrittori scettici e pessimisti nelle cui pagine

non è un solo principio di riforma morale, non una parola che esprima

fede nell’avvenire. Le classi lavoratrici, invece, sono ottimiste al

presente quali non furono mai: la riforma economica, come la riforma

morale, ci verranno dunque da coloro che sono in basso, da quella

moltitudine oscura, in cui alita un sentimento umano, che manca in noi,

uomini aridi e freddi. Quando essa s’unirà per muovere alla conquista

del potere pubblico, e l’associazione l’avrà migliorata e la lotta

resa più forte, essa produrrà un cambiamento anche nelle nostre idee

morali. Fate che il potere politico non sia più un monopolio, ossia che

non appartenga più a una classe sola che ha gli stessi istinti e gli

stessi bisogni e vedrete che «la funzione di controllo lo moralizzerà».

Quelle riforme che ora non si vogliono per cieco spirito di classe,

si faranno allora per necessità, tutta la nostra vita sociale ne

risentirà l’influenza e una ben altra concezione della vita finirà per

prevalere. La feudalità è finita non per la rivoluzione, non perchè gli

uomini fossero diventati migliori, ma perchè, aumentata la produzione,

cresciuti gli scambi, rinsaldatesi le relazioni sociali, addensatasi

la popolazione, di utile come era quando nacque, s’era fatta dannosa e

insopportabile. E ciò che fu dell’aristocrazia sarà senza dubbio della

classe che la vinse, che è la borghesia. Quando la tecnica industriale

sarà progredita anche di più, quando la concorrenza sarà soppressa,

o dalla vittoria duratura del più forte o dall’associazione, quando

la produzione sarà diventata interamente meccanica, la borghesia

sussisterà nuova perchè ha in sè delle qualità di iniziativa, di

ordine e di economia, che mancheranno ancora per lungo tempo alle altre

classi; ma la sua funzione s’indebolirà, e l’organo, indebolendosi la

funzione, finirà anch’esso coll’indebolirsi. Questo grande movimento

operaio è dunque logico, necessario, benefico. E notate che a chi

esprime questo pensiero l’attuazione compiuta del socialismo non par

altro che un sogno.

*

Ma la sua previsione va molto vicino a quel sogno.

E ha proprio da essere un sogno quello di uno stato sociale fondato

sull’accordo invece che sulla lotta per la vita; quello d’un organismo

sociale, in cui la produzione e la ripartizione delle ricchezze si

compiono come si compiono le funzioni d’assimilazione e di circolazione

in ogni organismo vivente, quello d’una società non più divisa in un

piccolo numero di vincitori, a cui sembrano riserbati tutti i beni

della civiltà, tutti i godimenti che danno la bellezza, l’arte, la

scienza, l’indipendenza, tutto ciò che fa amare la vita, e una immensa

massa inorganica e oscura di vinti, senza sicurezza, senz’agi, senza

cultura, quasi relegata fuori della luce e della speranza, come una

razza inferiore?

Che abbia ad essere un sogno, una società in cui a ogni uomo sia

assicurato il lavoro, a ogni lavoratore un’esistenza umana, a nessuno

l’agiatezza oziosa, a tutti la coltura dello spirito, e in cui il

lavoro sia onorato di fatto, non a false parole, e la giustizia sia

una realtà, non una larva, e la libertà sia un bene di tutti, non un

vantaggio d’alcuni, e l’uguaglianza — quanto lo consente la cecità

della fortuna — sia una verità, e non una irrisione?

Che sia davvero un sogno una società nella quale, davanti a ogni

moltitudine di persone d’ogni condizione si possa dire: — In questa

folla non c’è uno che viva del frutto delle fatiche altrui, non c’è un

ordine di cittadini che disprezzi l’altro o lo minacci o lo tema o ne

viva separato come da un abisso; questa è un’accolta di persone tutte

civili, strette da un patto comune, che ne fa una sola grande famiglia,

non un branco di belve in veste d’uomini, che tirano a divorarsi fra

loro; non un’accozzaglia di selvaggi inverniciati di civiltà, in cui

infuriano tante cupidigie, tanti odî, tante invidie, tante scellerate

passioni da disgradarne un inferno?

Che debba essere un sogno una società in cui ogni onesto lavoratore

possa dire, guardandosi intorno: — Questi sono i miei alleati e i

miei fratelli; io non tolgo nulla a nessuno, nessuno usurpa nulla

a me, questa terra dove son nato è retaggio comune; tutta questa

civiltà, tutta questa ricchezza non è privilegio d’alcuno, ma è nostra,

appartiene a loro, a me, ai loro figli, ai miei figli, a quanti la

crearono e la fecondarono col pensiero, con le braccia e col sangue?

Che una cosa così semplice, così giusta, così bella, debba essere un

sogno?

È un sogno punibile con la reclusione tra i dodici anni e i diciotto!

E questo in un paese libero, dopo cinquant’anni di lotta contro la

tirannìa! E mentre la più sfrenata manomissione del danaro pubblico,

spremuto dalle vene e dalle ossa di chi lavora, o è colpita di pene

irrisorie, o va impunita e trionfante! E quando pure fosse un sogno,

meglio mille volte creder nel sogno dei generosi che rassegnarsi

all’abbominevole realtà contro cui combattono e da cui sono soffocati.

*

Ma non credo che sia un sogno. Per crederlo dovrei rinunziare alla fede

nel progresso umano. O si tornerà indietro o si procederà per quella

via. E per quella via si procede.

Un’altra volta ho accennato qui come questa tendenza appare evidente in

tutti i paesi civili, nell’avviamento di tutte le legislazioni, anche

nelle più piccole trasformazioni di tutte le istituzioni antiche, nel

sorgere e nello svolgersi di innumerevoli istituzioni nuove, in mille

tentativi, proposte, esperienze, quasi da per tutto respinte e mandate

a male per ora, ma che da per tutto si presentano con la vitalità

prepotente del germe in primavera, che tenta e rompe l’involucro che lo

imprigiona.

Ma oltre che per ragioni dicibili, si è persuasi di una Idea per virtù

di una infinità di impressioni, di sentimenti, di riflessi di idee, che

sfuggono alla parola; per una successione di visioni istantanee della

mente, che fanno gridare alla coscienza: — Ecco la verità — e lasciano

in fondo all’anima un’incancellabile traccia. E quando è così l’idea

è una fede contro cui tutti gli argomenti si spezzano, che tutti gli

avvenimenti confermano, che le stesse contraddizioni rinsaldano; una

fede che ha in sè una forza impulsiva proporzionata alle resistenze

che incontrerà nel mondo la verità che essa racchiude; una fede per cui

possiamo dire schiettamente che le derisioni non giungono all’altezza

del nostro disprezzo.

Sì, io credo che la società porti nel suo seno delle soluzioni

inaspettate per tutte le difficoltà che ora fanno credere impossibile

l’attuazione dell’idea socialista. Credo che il grande miracolo, senza

il quale essa non può attuarsi, la compenetrazione del sentimento

individuale col sentimento della collettività nell’animo e nella

vita dell’uomo, si compirà davanti alla irresistibile evidenza

dell’immenso bene che ne dovrà conseguire! Fede! idealismo! ci si dirà

commiserando. E noi rispondiamo con le parole d’un buon dotto tedesco

(non socialista, notate), il quale ha scritto poco fa: — Ebbene sì:

la storia ci insegna che la fede e l’idealismo sono le due grandi

forze, e che hanno sempre trionfato nel mondo. — Ed in fondo, ne son

forse persuasi anche gli avversari. Soltanto, più saggi di noi, essi

combatteranno per l’Idea in un tempo più favorevole ossia quando avrà

vinto.

*

Ma per giungere a questo.... No, non parliamo di questo, poichè

lo scopo della nostra adunanza e delle mie parole è determinato e

ristretto.

Per ottenere, dico invece, un principio di miglioramento nelle vostre

condizioni, dovete fare dei sacrifizi! Dei sacrifizi! Ma è questa una

parola di cui l’uso e l’abuso snaturano affatto il significato. È forse

un sacrifizio lo scrivere dei nomi di vostri compagni sopra una scheda,

senza perdersi in vane discussioni e soffocando i sentimenti personali

che la coscienza riprova, a rinunziare a un’ora di ricreazione per

andare a compiere un dovere? Fate dunque questo, e fate anche di più,

esortate i vostri compagni a imitarvi: dica ciascuno di voi a uno di

loro: — Vieni con me. L’atto di deporre questo foglio nell’urna, che

ti par così inutile, ha un così grande valore che per avere il diritto

di compierlo si sparsero torrenti di sangue. Compiamolo, se non per

noi, per i nostri figli, perchè se noi non lo faremo essi non lo

faranno e troveranno la società quale noi l’abbiamo trovata. Votiamo

pei nostri compagni, se non altro per far vedere che non è vero che noi

andiamo a votare come un branco di servitori, che abbiamo coscienza dei

nostri interessi, senso d’alterezza, volontà, fiducia nell’avvenire.

— Credete che facendovi questa esortazione, non vi parlo soltanto

come socialista, nell’interesse di un partito, ma come cittadino, che

vuole la dignità, la prosperità, la forza del paese, dov’egli è nato e

ch’egli ama: dignità, prosperità, forza, che sono vuote parole dove le

classi lavoratrici non lottano per salire. Credete a uno che vi vuol

bene, e che ve ne volle sempre, anche quando non ve lo diceva, e che

ve lo dice ora senza secondi fini, poichè non solo non vi chiederà mai

il voto per andare al Parlamento, ma non ve lo chiederà nemmeno mai più

per tornare al Consiglio; credete ad uno, di cui tutte le ambizioni si

riducono ormai ad un solo desiderio: quello di poter dire, prima che si

compia la sua giornata, l’ultima volta che parlerà ai fanciulli delle

scuole pubbliche: — Rallegratevi! Voi vedrete certamente una società

più giusta e più felice di quella in cui vi lascio: — quello di vedere

il proletariato italiano, ossia il popolo vero, fondamento e scopo di

ogni cosa, corpo ed anima della patria, procedere trionfalmente sulla

via benedetta della sua redenzione.

Amor di patria.

— È vero che il socialismo combatte l’amor di patria?

— L’amor di patria bugiardo, sì. Ma se per amor di patria s’intende

amare il popolo fra cui siam nati, con cui abbiamo comuni la lingua,

l’indole, la storia e l’avvenire e amar la terra dove abbiamo passato

l’infanzia, dove son nati i nostri figli e son sepolti i nostri morti;

l’accusare il socialismo di combattere un tale affetto è cosa stolida

e assurda, come sarebbe l’accusare chicchessia di combattere l’amor

filiale o materno; il che non è possibile a chi ha viscere umane. Può

ella credere che se questo fosse vero si sarebbero volti al socialismo

tanti uomini generosi, tanti cittadini che per la patria hanno sofferto

e combattuto, e sentono profondamente tutti gli affetti? Può ella

pensare che un socialista, perchè tale, possa abbandonar la patria

senza sentirsi uno schianto nel cuore, e non ricordarla da lontano con

tristezza e con desiderio, e non rivederla dopo molti anni con gioia

profonda? Con qual fondamento si possono accusare i socialisti, in cui

si suol deridere il predominio del sentimento sulla ragione, di aver

l’animo chiuso e di voler chiudere l’animo altrui a uno dei più forti e

dei più naturali sentimenti umani?

— Eppure, è una credenza universale.

— Vuol dire una calunnia universale, che è tutt’altra cosa. Amare la

propria patria significa amare il proprio popolo. Quando si dice il

popolo d’un paese s’intende principalmente quella grande moltitudine

che coltiva la sua terra, che manda innanzi le sue industrie, che

forma il nerbo del suo esercito, che dà il maggior contributo al suo

erario, e la cui prosperità, moralità, forza è una cosa sola con la

forza, la moralità e la prosperità della nazione, poichè senza di

essa non vi è nazione nè vita. Ora il desiderare che questa grande

moltitudine, i nove decimi della nazione, s’innalzi a una condizione di

vita materialmente e moralmente migliore, il preparare, sollecitare un

ordinamento sociale (e sia pure un’utopia, che la natura del sentimento

non muta) in cui le sia dato un lavoro più umano e un compenso più

equo e resa possibile una vita intellettuale e più degna e tolto

dall’animo il terrore continuo della miseria e il sentimento amaro di

una inferiorità civile non giustificata nemmeno nella coscienza di chi

la vuol mantenere, in maniera che non più la forza, ma l’armonia degli

animi e degli interessi tenga unita la compagine dello Stato, il portar

nel cuore questa speranza di un migliore avvenire del proprio popolo

come la più santa delle proprie aspirazioni, e con lo scopo di tradurla

in realtà, studiare, combattere, rinunziare alla pace, rischiar la

libertà, patire danni e persecuzioni, dica lei, non è questo amare la

patria? E se questo non è amor di patria, con qual altro termine, di

grazia, le pare di poterlo definire?

— Eppure la parola «patria» voi non la usate mai, o ben raramente,

nella manifestazione delle vostre idee.

— Perchè di questa parola s’è falsato il senso, e, usandola, non

ci possiamo più intendere con la maggior parte di coloro che ne han

piena la bocca. È accaduto di questo come di altri grandi nomi, che

non c’è più nella parola l’idea netta della cosa. La parola «patria»

significa ora per i più qualche cosa d’astratto e di mal definibile,

posto quasi al di fuori di ciò che realmente la costituisce. Per alcuni

la patria è un’istituzione politica o una pura tradizione storica o

un dato ordinamento economico da conservare e difendere a qualunque

prezzo. Per chi gridava in Parlamento che si doveva nascondere la

cancrena bancaria _per carità di patria_, la patria era la Banca.

Nella mente di quell’imperatore il quale dice che per conservare due

provincie conquistate si dovrebbero far uccidere «dal primo all’ultimo»

tutti i sudditi dell’impero, pare che la patria non sia altro che un

determinato spazio di terreno segnato sulla carta geografica con una

linea di un dato colore. Per un gran numero di patriotti in buona fede

l’amor di patria è l’aspirazione a un ideale vago di grandezza, a cui

par debito e giusto di sacrificare ogni bene, o anche il solo culto

immobile dell’ideale unitario raggiunto, ossia una commemorazione

eterna del passato, in cui si scorda il presente e non si pensa

all’avvenire, e una febbre permanente dell’immaginazione, che vede

o cerca ogni giorno e da ogni parte un pericolo nazionale e vorrebbe

che la vita della nazione fosse uno sventolìo continuo di bandiere e

un arrotìo perpetuo di durlindane. Gridando «patria» si pretende che

tutti i lamenti tacciano, che tutte le ingiustizie sieno tollerate, che

tutti i mali si dissimulino, che tutte le grandi questioni rimangano

insolute, come se la patria e i suoi figli fossero due cose diverse

e separabili, come se il bene dei viventi non fosse che lo sperare un

avvenire migliore senza migliorare il presente e fosse possibile fare

una patria prospera, felice e gloriosa, con milioni d’uomini poveri,

dolenti e avviliti. Per queste ragioni non nominiamo la patria, e anche

perchè il suo nome è adulterato e profanato da troppi astuti che si

pagano da sè dei servizi che le resero o dicono di averle resi, da

troppi impostori che si fanno della parola una maschera, da troppi

farabutti che fanno della cosa un mercato. La parola che costoro

disonorano noi non vogliamo usarla per esprimere l’idea augusta e santa

che è il suo vero significato.

— E sia pure; ma nell’idea della fratellanza, che il socialismo

propugna, e della federazione dei popoli, l’amor di patria non va

naturalmente perduto?

— E perchè mai? Al padre che dice ai suoi figli: — Amate i vostri

concittadini come fratelli — oserebbe ella dire: — Badi che nell’amor

patrio va perduto l’amor figliale? — Se quando l’Italia era lacerata

dalle guerre civili, e ciascuna città reputava fortuna propria

la rovina della città vicina e si gloriava delle bandiere che le

aveva strappate e dei figli che le aveva uccisi, se un italiano

di Pisa, di Venezia, di Firenze, di Genova avesse detto allora ai

suoi concittadini: Questi odî sono insensati; queste guerre debbono

aver fine, e l’avranno; la prosperità di tutti gli italiani sarà

nell’accordo di tutte le città loro, perchè ci lega un ordine

d’interessi più alti di quelli che ora ci fanno combattere — si

sarebbe potuto dire a quell’italiano ch’egli non amava la patria?

E l’idea internazionale che annunzia il socialismo ai popoli non

è figlia legittima di quella che avrebbe annunziato quell’italiano

ai concittadini? Non è irragionevole giudicar disamore della patria

il desiderare e sperare che il bene di essa derivi da una stabile

e illuminata fraternità di tutte le nazioni civili, non più dalla

vittoria violenta e passeggera degli interessi dell’una su quelli

dell’altra? E in che cosa contrasta questo ideale con quello che

ciascun popolo serbi la sua unità e il suo carattere, l’amore della sua

terra e della sua storia, concorrendo alla grande opera della civiltà

generale con la somma di quelle facoltà distinte, che gli danno un

essere proprio e una gloria a parte? E perchè pensare che quella forza

unificatrice e benefica che oltrepassò le frontiere dei piccoli comuni,

delle grandi città e dei forti Stati minori, si arresterà eternamente

alle frontiere delle nazioni, già legate da vincoli innumerevoli

d’interesse, di lavoro e di pensiero, che s’accrescono e si rafforzano

continuamente? È possibile affermare che questo non avverrà? Non è

logico sperarlo, non è giusto desiderarlo, non è debito volerlo? E con

che fronte si può dire che il voler questo sia non amare la patria?

Anche questo potrei ammettere; ma ciò che noi chiamiamo «ambizione

patriottica» e «orgoglio nazionale» voi non sentite.

È come se ella dicesse a un padre: — Riconosco che voi amate i vostri

figli; ma che desideriate ch’essi siano rispettati ed onorati non

credo. — Veda la differenza delle opinioni! Noi crediamo che quei

sentimenti siano veramente sani e forti in noi soli. Soltanto le

ambizioni patriottiche hanno un’altra meta e la nostra alterezza

nazionale non può derivare dalla stessa sorgente. Noi immaginiamo

qualche volta di trovarci in un paese straniero e di udir suonare

intorno a noi le seguenti parole: — Ecco degl’Italiani. Salutiamoli

con rispetto. Essi danno alle nazioni un esempio splendido. La grande

lotta sociale si combatte nel loro paese sotto la protezione di

un’ampia libertà, non violata mai dal patto nazionale. La borghesia

si difende là pure, per necessità e per istinto; ma lealmente e con

sapienti concessioni, non con cieche violenze, combattendo l’idea

senza soffocare la parola, senza raccattare per combatterla le armi

odiose della tirannìa che essa stessa ha infrante e calpestate. In

poco più di trent’anni il loro paese ha innalzato l’edifizio della

legislazione sociale ammirabile. Tutte le stolte ambizioni vi son

morte. Tutto l’antico entusiasmo patriottico vi si è mutato, in tutte

le classi, in forza feconda di studi e di sacrifici diretti al supremo

scopo di estirpar la miseria, di diffondere la cultura, di assicurare

la concordia, di stabilir la giustizia. Quello è il solo paese

d’Europa, nel quale per generosità e per saggezza di tutti, la grande

trasformazione sociale che è necessaria, e che nulla può arrestare, si

compirà con un processo pacifico e solenne, che desterà l’ammirazione

del mondo. — Ebbene, il solo immaginare questo giudizio dato

sull’Italia ci fa battere il cuore e alzare la fronte e pronunciare il

nome della patria con un sentimento di gioia e di alterezza che non può

essere più puro, più dolce e più profondo nell’animo d’alcun patriotta.

Ma ambiziosi di ciò che ci pare vanità o stoltezza, e orgogliosi di ciò

che reputiamo sciagura e vergogna, non possiamo essere, nè saremo mai.

— Insomma, voi amate la patria a modo vostro.

— Certo, e non è colpa. La colpa è di non amarla nel miglior modo. Qui

sta la gran questione. Ci sono anche diversi modi di amar la propria

famiglia. Credette un tempo di amarla più d’ogni altro il patrizio che

sacrificava tutti i figli al primogenito, destinato egli solo a tener

alto il nome e lo splendore della casa, a spese dei suoi fratelli; e

questo amore parve saggio anche al mondo, che ora lo giudica iniquo,

e crede prima legge dell’amor paterno l’equità. Così v’è un amor di

patria che vuole la gloria anche a prezzo della miseria, e soffia negli

odî tra popolo e popolo e li pasce di orgoglio vuoto e di idee morte;

e questa è una passione barbarica, che la nostra ragione condanna e il

nostro cuore rifiuta. E v’è amor di patria fatto di carità e di pietà,

che vuol la prosperità anzi che il fasto, la moralità prima della

gloria, la pace nei cuori, la luce e il calore della civiltà equamente

diffusi, la patria non sfruttata da alcuno e benedetta da tutti, e

cancellato dalla sua faccia, prima d’ogni cosa e a qualunque costo, il

marchio vergognoso dell’ignoranza e della fame.

— E il simbolo della patria, per voi?...

— È una madre, come fu sempre per tutti quelli che l’amarono

sinceramente. Ma, dopo che professiamo queste idee, la sua immagine

ci appare più bella e più luminosa, perchè le splende sulla fronte un

avvenire più grande di quello che hanno sognato i nostri padri, ed è

più ardente che per il passato l’offerta che noi le facciamo ancora,

come nei giorni delle battaglie, del sangue e dell’anima nostra.

— Questo non si crede.

— Si crede; ma si nega, perchè giova.

Verso l’avvenire.

Hanno torto coloro che si scoraggiano pensando che la fede socialista

non si diffonderà mai tanto nella borghesia quanto sarebbe necessario

a mettervi il disordine e a sfibrarne la resistenza, perchè una gran

parte della classe dominante si getterà a capo basso, spontaneamente,

sulla nuova via, assai prima d’esser persuasa che questa conduca

davvero alla «terra promessa» del socialismo. «Il movimento attuale

somiglia allo sfacelo del secolo passato, quando una società intera

si precipitò nell’ignoto per stanchezza o per errore di vivere sotto

le rovine di un mondo morto». — E non è il giudizio di un Marxista

fanatico: è del visconte ed accademico De Vogué, una delle menti più

profonde e più serene della Francia.

Così è, così avverrà. E se da molti se ne dubita ancora, è perchè si

scambia con una malattia passeggiera del corpo sociale ciò che è invece

il principio della sua decomposizione.

Puerile è il pensare che questa fiacca reazione sorta da ultimo contro

l’alta batteria politica e il grande brigantaggio finanziario possa

produrre nella società l’effetto d’una vigorosa cura rigeneratrice.

Essa produrrà l’effetto opposto, d’incoraggiare alla truffa scellerata

altri innumerevoli, dimostrando su quante complicità, su quante

difese, su quante vie di scampo possono fare assegnamento, nello stato

attuale delle cose, i grandi mercanti della coscienza e frodatori

delle nazioni, e quanto impudenti, sfrenati, mostruosi debbano essere

il mercimonio e la rapina per iscuotere quello che resta di senso

morale nelle alte classi e render necessaria almeno una simulazione

di giustizia. Questa corruzione si andrà estendendo, fatalmente, e si

dilateranno man mano con essa, per necessità, tutte le altre piaghe del

nostro ordinamento economico, generate tutte dal principio immorale

della formazione della ricchezza, come da un unico germe mortifero,

che la società borghese non si può strappar dalle viscere se non colla

vita.

È fatale che per effetto del nuovo avviamento, della complessità

sempre maggiore degli affari finanziari, e della sempre più larga

separazione della proprietà dal lavoro, si vadano confondendo per modo,

a poco a poco, l’affare lecito e l’illecito, l’onestà e la bindoleria,

che questa libera quasi da ogni freno esteriore e fin anche dai

rimproveri e dai dubbi della coscienza, finisca a regnare nel mondo,

sovrana assoluta e intangibile sulle rovine d’ogni moralità e d’ogni

giustizia. È fatale che, crescendo ancora la febbre delle speculazioni

temerarie, dilagando il contagio dei fallimenti, ingigantendo coi

debiti il pericolo delle bancherotte nazionali, non debba più un giorno

rimanere ai risparmi di chi lavora e al capitale di chi ozia luogo o

modo alcuno di collocamento, che non condanni i possessori a una vita

d’ansietà e di terrore quasi altrettanto dura a sopportarsi quanto le

angustie medesime della povertà. È fatale che il difendere, il salvare

la piccola e la media proprietà terriera dall’imposta, dall’usura,

dal furto, dalla forza assimilatrice della proprietà grande e delle

pretensioni sempre più ardite e più potenti del lavoro, diventi col

tempo un’impresa anche più difficile di quella di preservare gli averi

e la vita in mezzo ad un popolo ancora composto a stato civile. È

fatale che in un avvenire non lontano la piena della gioventù colta,

fluttuante fra le vie già affollate degli impieghi e delle professioni

libere e la «degradazione» abborrita del lavoro manuale, malata d’ozio

rabbioso e famelico, giunga a tale altezza che la società n’abbia come

la soffocazione e i tormenti mortali dell’idropisia. È fatale, infine,

che la nuova feudalità finanziaria, che fa col danaro ciò che faceva

l’antica colla spada, allarghi e rafforzi sempre più la sua vastissima

rete, e allacci e assoggetti a una sempre più infesta tirannia

moltitudini, governanti e istituzioni, sfruttando e corrompendo tutti e

ogni cosa.

Quando tutto questo sarà, e quando, oltre a questo, pigliando sempre

più campo per le raddoppiate difficoltà della vita e il cresciuto

furor del lusso e degli agi, il matrimonio mercantile, prodotto

necessario del presente stato sociale, si moltiplicheranno a tal

segno gli scandali e le sventure da far tremare per l’avvenire della

famiglia anche i più scettici sfruttatori dei suoi ordini e delle sue

debolezze; quando sferzata sempre più forte dalla concorrenza e fatta

più audace dall’impunità comprata e dal perfezionamento scientifico

dei metodi, la produzione privata sarà giunta con la ciarlataneria,

col veneficio, coll’adulterazione spudorata d’ogni cosa a tal punto da

non esser più che una vasta, continua e spietata insidia alla borsa

e alla vita di tutti; quando un’aristocrazia del danaro disonesta e

villana, quanto scemata di numero altrettanto cresciuta di potenza,

avrà spinto il fasto e l’insolenza fino ad offendere l’orgoglio della

media borghesia, intisichita da lei, assai più fieramente di quel

che l’agiatezza di questa non offenda ora la «plebe»; quando nessun

onesto padre di famiglia non potrà più, nemmen per pura consuetudine

pedagogica, consigliare la generosità, la delicatezza, l’amor dei

propri simili, la nobile ambizione della stima pubblica ai propri

figliuoli, senza che questi gli rispondano con beffarda risata,

mostrandogli da ogni parte il trionfo incontrastato e durevole di tutti

coloro che quelle virtù calpestano col più freddo cinismo; quando

finalmente, con l’ingrandire e l’incalzare delle crisi commerciali

e col progressivo organamento delle classi lavoratrici, crescendo di

gravità e di frequenza le miserie e i pericoli della disoccupazione,

gli scioperi, le lotte, i digiuni e le ire delle moltitudini cittadine

e rurali, sarà sempre più spesso necessario, per mantenere almeno

l’apparenza dell’ordine, rispondere ai lamenti e alle maledizioni

con quelle sciagurate falciature di vite umane, che lascian nella

terra insanguinata tanti germi d’odî e di vendette feroci; quando le

cose saranno a questi termini — e non ci vorrà un lunghissimo tempo

— alla propaganda socialista non rimarrà più molto da fare. Farà per

essa, nelle classi superiori, una stanchezza e una nausea infinita,

la cura paurosa di scongiurare una rivoluzione di sangue e di fuoco,

un bisogno immenso di ringiovanimento e di ideale, l’orrore — infine

— di «vivere sotto le rovine d’un mondo morto». E allora forse alla

borghesia non parranno altro che atti di rassegnazione logica e facile

quelle «virtù sovrumane» sulle quali essa giudica ora il socialismo

ponga il fondamento del suo futuro; troverà forse naturale in sè e in

tutti quella prevalenza benefica del sentimento della collettività

all’insipiente egoismo della nostra natura, e s’avvedrà che

l’impedimento più forte che ella aveva ad accettare l’idea socialista

non era nella sua ragione, ma nella sua borsa. Ma comunque sia, anche

spinta dalla «ferrata necessità», essa si getterà nell’ignoto.

Ora, se non avessimo fede che in quell’«ignoto», per forza delle

cose, la società troverà a poco a poco un ordinamento in cui sarà

soppressa la più mostruosa e la più funesta delle ingiustizie presenti

— la divisione degli uomini e in un piccolo numero di possessori di

ogni bene e in una enorme maggioranza di servi spogliati, abbrutiti,

angariati e sprezzati sotto le apparenze d’una eguaglianza bugiarda e

d’una libertà anche più bugiarda dell’uguaglianza — noi non avremmo più

alcuna speranza nel progresso umano: non ci rimarrebbe che incrociare

le braccia e dire: — Abbia libero corso la cancrena che ci divora, e

la putrefazione universale si compia. — Ma quella fede noi l’abbiamo, e

così profonda, che nel bel giorno di primavera designato a celebrarla,

ci prende un senso di pietà e quasi di stupore, vedendo per le vie

tristi della città, in mezzo a pochi cittadini sospettosi, passar la

minaccia armata dello Stato. Noi ci domandiamo a momenti perchè non

scendan tutti dalle case, uomini e donne d’ogni classe, coi bambini per

mano e con le rose di maggio sul petto. Oh certo, in un tempo remoto,

questo si vedrà! Le case saranno vermiglie di bandiere, per le strade

scorrerà una fiumana vivente, le fronti, le grida s’alzeranno libere al

cielo, e nel fremito sano ed immenso di popolo, penetrando nelle case

silenziose degli ultimi malinconici negatori della nuova fede, vincerà

finalmente anche il cuor loro, e li trarrà di forza alla finestra,

con le lacrime agli occhi e l’amore nell’anima a benedire la festa del

mondo.

Lotte civili · 第 16 / 30 题