PER IL SOCIALISMO.

Primo maggio 1904.

Oggi tace ogni dissenso e ogni rancore: è giorno di festa e di pace.

Oggi noi storniamo il pensiero dal presente e cerchiamo conforto nel

passato: passato recentissimo, ma che par già molto lontano, come pare

ogni ricordo dell’età più bella anche a chi non n’è uscito che da pochi

anni.

Il partito socialista, fra di noi, era nel bel periodo

dell’adolescenza; nel quale, ad ogni manifestazione pubblica in cui

misurasse le proprie forze, appariva cresciuto oltre ogni speranza

dei più impazienti. Non c’erano ancora scissure nella sua compagine,

nè disordine nelle sue file, nè incertezze nel suo cammino. Non si

designavano ancora con un aggiunto ironicamente onorevole quelli

che portavano all’opera sua il concorso della cultura intellettuale,

per distinguerli, e quasi per separarli da quelli che vi portavano

soltanto la forza del numero e della fede: la loro voce era ascoltata

da tutti; ma il loro capo non s’alzava al di sopra della moltitudine, e

non c’era fronte che ne fosse adombrata. La concordia, la disciplina,

l’ardore che spiegava il socialismo nelle lotte elettorali destavano

l’ammirazione anche di chi ne temeva gli effetti come una sventura

della patria. Molti, anche fra i suoi più fieri avversari, eran vinti

da un sentimento di simpatia per quel partito appena sorto, che col suo

poderoso giovanile soffio scoteva la sonnolenza della vita pubblica

e costringeva ogni altro partito a stringere le file e a difendersi;

molti che l’avrebbero voluto disperdere con la violenza, non potevano

dissimulare un senso di rispetto per quella «grande illusione» che

suscitava tanti entusiasmi in un tempo, in cui ogni altro entusiasmo

era morto o moriva, che con vincoli così intimi e saldi legava fra

di loro cittadini di classi diverse, divisi fino allora da passioni,

interessi, pregiudizi, costumi; e mentre sorridevano palesemente

di quei nuovi «compagni» affratellati nel culto dell’utopia,

riconoscevano con rammarico, nel segreto dell’animo, che mancava

ad ogni altro partito il sentimento e il legame che quella parola

esprimeva, sentivano che era espressa in quella parola una idea grande

e bella, benchè destinata a rimanere per sempre un’idea; della quale

penetrava un vago riflesso anche nella loro coscienza. E il partito

dell’illusione cresceva, come un torrente, senza disperdersi, coprendo

col suo scroscio sonoro le mille voci paurose e nemiche che s’alzavano

lungo il suo corso.

E ricordiamo i grandi comizi di quel tempo, dove, più che a discutere

e a conciliare opinioni discordi, s’andava a ritemprare nel consenso

universale la propria fede. Dopo il periodo dei fervori patriottici

non s’erano più veduti esempi d’una così ardente e solenne comunione

di pensiero e d’affetto fra cittadini di tutti i ceti. Che importava

la valentìa degli oratori? Al deputato succedeva l’operaio, allo

scrittore il commesso, al vecchio il giovinetto, al discorso italiano

il ragionamento in vernacolo; erano stranamente diverse le forme del

linguaggio; ma la voce di ciascuno pareva l’eco della voce di tutti; ad

ogni più informe e ingenua manifestazione del pensiero e del sentimento

collettivo applaudivano insieme, con lo stesso calore, i colti e

gl’incolti; pareva alle volte che le migliaia d’ascoltatori avessero

un solo respiro; la moltitudine dava l’immagine d’una società nuova,

in cui l’antica divisione delle classi non fosse più che un’apparenza,

ultimo resto del passato, sotto la quale già palpitasse la santa

fraternità dell’avvenire sognato. E da quelle assemblee uscivano i

nuovi convertiti della borghesia, sciolti anche dagli ultimi dubbi,

in uno stato di coscienza nuovo, di una serenità sconosciuta prima

d’allora; i giovani, occupati da pensieri insoliti alla loro età

spensierata; i maturi, ringiovaniti nel cuore e nello spirito; tutti

compresi d’un senso di compiacenza profonda, come se nell’adunanza

donde uscivano non si fosse soltanto parlato, ma fatto del bene,

lavorato a benefizio del mondo, gettato all’avvenire una semenza

benedetta di verità, di benevolenza e di giustizia.

Poi venne la bufera della persecuzione; ma non fece vacillare, nè

divise gli animi: li rafforzò, li strinse, li rinfiammò d’uno zelo

più operoso e d’un amor fraterno più intrepido. Tutto l’ardore, che

era prima spiegato nella propaganda della fede, si voltò in soccorso

e conforto delle sue vittime. Si videro fra queste, e fra le più

ingiustamente colpite, esempi di coraggio e di fermezza non meno

ammirabili di quelli che la storia del risorgimento nazionale ha

tramandati all’ammirazione dei posteri; si videro fra i benefattori

più poveri dei compagni prigionieri o esuli, e delle loro famiglie

derelitte, esempi di generosità e di sacrificio da ridestare anche

negli animi più scettici la stima della natura umana. I perseguitati

uscirono dalle prove rinvigoriti di fibra, più ardentemente devoti

all’idea per la quale avevano sofferto, più affettuosamente legati

ai compagni che anche di lontano eran rimasti congiunti a loro col

pensiero e con l’opera. L’aver sofferto per la causa comune era nel

concetto di tutti un onore che metteva a paro i più umili coi più alti,

e la comunanza dei patimenti risuggellava fra gli uni e gli altri il

patto solidale col suggello di un’amicizia fraterna. Era in tutti come

un secondo soffio di gioventù, un rinnovellamento della prima fede,

purificata. Il partito, piegato per poco da una dittatura brutale, le

scattava sotto come una molla potente, lacerando la mano che l’aveva

compresso. L’esercito rifatto, ingrossato, fortificato dall’esperienza

dell’avversità e del dolore, riforbiva le armi, rialzava la bandiera e

riprendeva il cammino.

Giorni venturosi, ricordati con rimpianto non da noi solamente; ma

anche da molti di coloro che, pur professando altra fede, riconoscono

nel movimento socialista una grande virtù vivificatrice del mondo;

scaduta la quale, rialzerebbe la fronte il passato.

Ma quei giorni ritorneranno.

È nella ragion delle cose che quando un partito esce dal campo

della semplice propaganda e dell’azione necessaria a costituirsi, a

rassodarsi e a difendersi, ed entra in quello più vasto e difficile

dell’esercizio politico delle sue forze per conseguir riforme

determinate e immediate, nascano nel suo seno dissensi d’opinioni

e contrasti di tendenze, che ne sconcertano l’organismo. Nascono

i dissensi in quelli che lo ispirano e lo guidano da differenze

d’indole, che prima non apparivano, nè potevano apparire nell’azione

comune diretta ad un fine unico, a cui non si poteva giungere che per

una sola via; derivano i contrasti da diversità di facoltà morali

e intellettuali, per cui ciascuno dà la preferenza a quelle forme

d’azione, nelle quali ha coscienza di operare con maggior vantaggio

altrui ed onore proprio; provengono dal diverso grado d’esperienza

politica, onde sono diversamente misurate la grandezza degli ostacoli

e la potenza delle forze occorrenti a superarli; e nascon pure da

passioni individuali, che, quando svigorisce la passione comune

onde erano prima travolte, prendon più forza; perchè non c’è grande

causa che affranchi i suoi propugnatori da ogni miseria della natura

umana. Ma gli stessi dissensi, e ben più gravi, gli stessi contrasti,

assai più violenti, si produssero fra grandi partiti e grandi uomini

nell’opera dell’unificazione nazionale, e parvero più volte ai

contemporanei indizi d’imminente rovina; e pare oggi a noi, giudici

lontani e spassionati dei fatti, che dall’una e dall’altra parte si

giovasse egualmente, in opposti modi, alla causa di tutti. E così

parrà ai futuri, qual’è in realtà, la crisi presente del partito

socialista: elaborazione feconda di idee; lotta di forze intellettuali

e morali in cui gl’ingegni e i caratteri si scoprono e si provano;

non infermità senile, ma febbre di giovinezza; preparazione, non

decadenza. Le divisioni momentanee non rallentano che in apparenza il

cammino dell’idea; gli uni vanno per una via, gli altri divergono;

ma tutti procedono. Noi abbiamo ferma fede che al sorgere d’un

pericolo comune non rimarrebbe in campo che una bandiera, quella

intorno a cui si raccolsero le prime schiere; che se anche l’unità si

scindesse profondamente per ora, si ricomporrebbe più salda dopo un

primo rovescio cagionato dalla scissura. Sono ugualmente legge della

vita d’un grande partito, sorto da una idea che non può morire, la

tendenza a dividersi e la necessità di ramificarsi. Così un grande

fiume, nel suo lungo corso, qualche volta si biforca, e s’allontanano

l’un dall’altro i due rami, che lunghe isole boscose separano; ma si

ricongiungono più oltre le acque per andar confuse in una corrente

all’oceano.

Ma perchè ciò avvenga è necessario che nella lotta entrino tutti senza

diffidenze e senza mal animo; che ciascuno soffochi nel suo cuore ogni

germe di odio, come un principio di tradimento; che nelle controversie

non sia mai disconosciuta ad alcuno la libertà della coscienza e la

onestà dell’intento; che alla mente di tutti siano presenti sempre

l’immagine cara della concordia antica e lo spettro minaccioso del

nemico comune, e sopra ogni cosa questo pensiero terribile: che dal

perpetuarsi della discordia sarebbe miseramente disperso il frutto d’un

lavoro enorme e d’infiniti dolori, e scoraggiato l’animo e contristato

il cuore a una moltitudine immensa, che aspetta e che spera. Fermiamo

tutti questo proposito in questo giorno di tregua e di festa; sia il

1.º Maggio anche quest’anno la festa della fraternità e della speranza;

suoni sulle labbra e nel cuore di tutti con la cordialità antica,

si ricambi fra tutti, con la voce e col pensiero, da vicino e da

lontano, fra conoscenti e fra sconosciuti, a traverso ogni distanza,

con l’affetto dei giorni migliori, la parola a cui diede il socialismo

un significato nuovo, che rimarrà nella storia e nel cuore delle

generazioni: — Compagno! — Compagno, discuteremo domani; oggi è il 1.º

Maggio; oggi ci rallegriamo insieme contemplando l’orizzonte sereno del

passato, e quello luminoso dell’avvenire; oggi abbiamo una sola idea e

un’anima sola.

Ai fanciulli.

Un saluto a voi in questo giorno di festa e di speranza, a cui voi non

pensate ancora.

Non mai così pietosamente come in questo giorno il nostro pensiero vi

cerca e vi abbraccia trascorrendo per tutti i paesi «civili» dove la

cupidità e la fame concordi curvano la fanciullezza a una fatica che le

contrista l’anima e le divora le forze.

Dentro a un’atmosfera tetra, velata dal fumo delle officine, dai nuvoli

di zolfo, dalla polvere di carbone, dai vapori delle risaie, passa la

processione infinita di piccoli lavoratori, da quelli sepolti nelle

miniere del settentrione, che si trascinano nudi e carponi nel fango e

nelle tenebre, col sacco attaccato al collo, fino a quelli che sudano

nelle cave della Sicilia dai ventri enfiati e dalle ossa scontorte,

nutriti d’un pane orribile, intinto nell’olio nauseabondo delle loro

lampade; passa l’esercito miserando dei fanciulli oppressi, con le

faccie smunte ed esangui, con le mani e coi piedi piagati, gli uni

cadenti dal sonno, gli altri piangenti in silenzio; file di ragazzi

avvizziti ed anemici, curvi come vecchi, che feriscon l’aria di tossi

secche e di aneliti dolorosi; passano gli avvelenati dal fosforo, gli

acciecati dalle fornaci, i mutilati dalle macchine, gli arsi dal grisù,

i seppelliti dalle frane — e mille occhi, passando, si fissano nei

nostri — occhi spenti, duri, sdegnosi, supplichevoli, che ci dicono: —

Noi avemmo una infanzia senza cure, noi abbiamo una fanciullezza senza

gioie, noi avremo una gioventù senza salute, e una vecchiaia senza

conforti; e molti di noi aspetta l’ospedale o la carcere, o, prima

del tempo, la terra, dove altri figliuoli di lavoratori ci aspettano

innumerevoli, o nati morti, o uccisi in culla dai narcotici, o finiti

dai maltrattamenti o dall’inazione; è questo il nostro destino; e

perchè? — E altre cose ci dicono quegli occhi. Ci dicono la legge

protettrice dei fanciulli con mille inganni violata, la complicità

dei parenti famelici, la cecità degli ispettori, l’indifferenza delle

autorità, e la ipocrisia di una società civile che crede di pagare ogni

suo debito porgendo la mano a uno su cento dei miseri che essa medesima

atterra, e l’aberrazione di una carità che va a cercar miserie e

dolori a migliaia di miglia lontano da quelli che le gemono inutilmente

d’intorno, e la ingiustizia d’un mondo che vitupera l’inerzia in coloro

in cui fu spento dalle fatiche precoci l’amor del lavoro, e dice causa

unica della sua miseria i vizi che semina egli stesso e di cui dà pel

primo l’esempio e punisce senza pietà i delitti a cui è indotta tanta

gente da una ignoranza e da una corruzione della quale non ha colpa.

E passano ancora e passano senza fine i piccoli schiavi, gli uni

rassegnati, gli altri frementi, malaticci, istupiditi, paurosi,

stravolti, diretti alle capanne o alle grotte o alle stalle o alle

stamberghe infette delle città grandi, dove la promiscuità selvaggia

dei sensi finisce di corrompere l’anima e il corpo. E mentre ci

stringe il core quel coro di gemiti, di rampogne e di imprecazioni, più

amaramente ci addolora una voce grassa e pacata che risuona al di sopra

di quel coro, e vi dice: — _Non c’è rimedio._

Ah, non lo credete, ragazzi! Per quanto v’è di più sacro al mondo, non

è vero. Se fosse vero, noi dovremmo sputare sulla parola _civiltà_ ogni

volta che la troviamo stampata in un libro. Empia è la voce che dice

al misero: — Dispera. — Vana è quella che dice di tutto aspettare dal

cielo, di nulla pretendere dagli uomini. Una forza immensa si leva nel

mondo in prò dei vostri padri e di voi, e questo è il giorno in cui

essa palpita in milioni di cuori e parla da milioni di labbra, da per

tutto dove piange un fanciullo spossato, dove si stende invano a cercar

lavoro un braccio virile, dove sospira un vecchio senza pane dopo aver

lavorato finchè gli bastaron le forze. E non soltanto fra i vostri

compagni di fatiche e di stenti quella forza si leva. Ma nelle belle

case che invidiate, in mezzo agli agi ed ai piaceri che voi non godrete

mai, una generazione vien su, che voi credete ignara e sprezzante dei

vostri dolori, una moltitudine di fanciulli e di giovinetti dalle mani

bianche e dal viso florido nella cui mente entra ogni giorno una idea

che offusca la serenità, che tormenta la loro coscienza, che affanna

e dilata e innalza il loro cuore, e li sospinge verso di voi, e li

prepara ai sacrifici generosi, e li arma e li ammaestra a combattere

con amoroso coraggio per la causa vostra e dei vostri figli.

No, i vostri figli non avranno più, pensando alla fanciullezza dei

lavoratori, la visione sciagurata che riempie noi di tristezza e di

vergogna. La fanciullezza sarà risparmiata perchè tutti gli uomini

lavoreranno e la produzione avrà per fine la soddisfazione dei bisogni

comuni, non il lucro di pochi, e la macchina sarà serva, non tiranna

dell’uomo; i vostri fanciulli andranno alla scuola essi pure, perchè

tutti avranno il diritto a coltivare lo spirito fino al segno richiesto

dal riconoscimento delle attitudini e della dignità dell’uomo civile;

essi cresceranno lieti e benevoli, perchè non cresceranno più nella

miseria tetra e nella fatica bestiale che confonde la coscienza e

perverte il cuore; essi ameranno il lavoro e la vita, perchè il lavoro

sarà umanamente misurato e compensato, e la vita non sarà più una

guerra fratricida per cui gli uni nascono armati e gli altri inermi,

e in cui per un forte o un astuto che trionfa, mille deboli mordon

la terra; ma la lotta ordinata e onesta di tutti per ciascuno e di

ciascuno per tutti, della quale apparirà la necessità e la giustizia

con la stessa luminosa evidenza con cui ci appaiono quelle verità

elementari che sono i fondamenti stessi della ragione e della coscienza

umana.

Sì, questo è l’avvenire, com’è vero che ci regge la terra e ci

rischiara il sole. E voi, fanciulli, fissate nell’animo la data del

1.º Maggio, che nulla forse vi dice ancora. Un giorno essa vorrà dire

anche per voi: concordia, speranza, vittoria, pacificazione. Cristo

sarà ritornato dopo venti secoli per dire un’altra volta: — «Lasciate

i fanciulli venire a me» — ossia: Lasciate che siano fanciulli, che

crescano col sorriso sul volto e con la fronte rivolta al cielo, perchè

Dio non vuole che si faccia la ricchezza col sangue delle loro vene e

col midollo delle loro ossa, e a prezzo dell’innocenza e della bontà

dell’anima loro.

E Cristo ritornerà, fanciulli. Oggi che si festeggia il suo futuro

ritorno, invocatelo e fidate in lui; sentirete anche voi che Egli si

avvicina.

A una signora.

Giorni or sono, udendo un socialista parlare in pubblico intorno a un

argomento estraneo alla propria fede, e approvando, commossa, le parole

di lui, che rispondevano in tutto ai sentimenti affettuosi e gentili

dell’animo suo, ella esclamò con meraviglia: — Chi direbbe mai che è un

socialista!

Ella non ha pensato che con quella esclamazione, accusava le sue amiche

e i suoi amici, e quasi tutta la classe a cui appartiene, d’una nera

calunnia. Ecco, dunque, come le siamo dipinti; come gente cui sia a

meravigliarsi che possa esprimere qualche volta di quei pensieri e di

quei sentimenti, nei quali tutte le anime oneste concordano.

Ma veda che abisso ci separa! Io mi meraviglio ogni giorno di più

della cosa opposta: che si possano avere quei sentimenti e non essere

socialisti.

Ella scatta, ed io ripeto e mantengo.

Rifletta un momento, signora.

Soffrire delle miserie e dei dolori sociali come d’un male proprio, in

modo da non averne più quiete, e non sapersi rassegnare allo spettacolo

delle disuguaglianze ingiuste che offendono e avviliscono gli uomini;

credere che non vi sarà mai pace, nè prosperità, nè moralità, nè

civiltà vera, fin che un piccolo numero d’uomini avrà nelle mani

i mezzi con cui, direttamente o no, tutto si corrompe, tutto si fa

piegare, tutto servire al fine di accrescere continuamente la potenza

di comprare, di corrompere e di dominare; aver fede che la pace e la

prosperità vera si otterranno affrancando il lavoro dalla schiavitù

economica che lo opprime, e non lo assicura, e riducendolo più umano

con una distribuzione più equa, e più fecondo con l’associazione di

tutte le forze; e con questa fede adoperarsi a educare, a istruire,

a ordinare le moltitudini affinchè, diventate maggioranza cosciente

e concorde, possano costituire legalmente uno stato sociale (già

maturato, quando esse prevarranno, dall’evoluzione) nel quale tutti

si trovino nelle stesse condizioni iniziali per la lotta della vita,

e il diritto alla vita sia assicurato a quanti voglion lavorare e non

possono e non si possa lasciar in eredità l’ozio e la dominazione,

e l’uomo non veda più nei suoi simili dei concorrenti nemici, ma dei

cooperatori fraterni; tutti questi sentimenti e concetti, che sono,

insomma, la sostanza del socialismo, può ella dimostrare, mi può ella

dire soltanto, che non siano tali da doversi maravigliare che non li

accolga ogni anima nobile?

Una cosa sola mi può rispondere: che non sono accolti perchè si fondano

sopra un’utopia. — Ma con questa risposta non mi contradice, perchè

in qual modo mi può negare che per essere utopisti così fatti conviene

avere una fede nella bontà della nostra natura, un desiderio del bene

e un amore per l’umanità, non possibili che in animi onesti e in cuori

generosi?

E come di questo ella si accerterebbe facilmente, e riconoscerebbe

d’essere stata finora ingannata, e dai giornali che legge e dagli

amici a cui crede e da tutte le vecchie idee non discusse in cui vive

imprigionata, se potesse conoscer da vicino quella gente disseminata

e malefica piena di passioni e di propositi iniqui e della quale sente

parlar con orrore!

Ella, per esempio, ha inteso parlare di studenti socialisti, e avrà

lamentato, con parole amare, che si sia attaccata anche alla gioventù

studiosa quella lebbra. Ebbene, io ne conosco, e anche se prescindo

dalle idee che a loro mi legano, mi paion di tanto superiori agli

altri! Mai che apparisca nei loro discorsi sull’avvenire quel duro

proposito di farsi strada nel mondo a qualunque prezzo, quella smaniosa

avidità di ricchezza e di piaceri, che è già confitta nel cuore di

tanti giovani della loro condizione. L’avere uno scopo alla vita posto

fuori di sè stessi, così alto e bello, dà loro una sicurezza e una

serenità di coscienza, e una tendenza a meditare sui fatti e sugli

uomini, e a cercare in tutte le opere la manifestazione dell’animo

e del pensiero, sotto le apparenze ingannevoli quello che c’è di

vero, di umano e di benefico, che non si trova negli altri se non

come rara eccezione. Ed hanno un modo di famigliarità così giusto e

così amabile con la gente delle classi inferiori a cui si mescolano,

spiegano con essa un sentimento di fraternità tanto più schietto e

profondo, perchè dedotto da più intime e salde ragioni, di quello che

io ricordo dell’ultimo periodo degli entusiasmi patriottici, sopportan

con una così degna rassegnazione le diffidenze, le ingratitudini,

qualche volta le aspre parole, che in quell’affratellamento cercato

s’attirano, e annunziano e difendono la propria idea fra gli amici

ostili e nella famiglia sdegnata, tra le rampogne e gli scherni, con

un così coraggioso ardore, con una così tenace ed ingenua fede nella

vittoria del bene, che lei, se li udisse e li vedesse all’opera, lei

che è buona e gentile, sarebbe costretta ad ammirarli e ad amarli, e

desidererebbe che il suo figliuolo li rassomigliasse, e potesse — senza

compromettersi, s’intende, e serbandosi immune dalla lebbra delle loro

dottrine — godere della loro sana e vivificante amicizia.

Ella udrà parlar sovente di operai socialisti, e che concetto n’abbia

me lo immagino: li crede la feccia della loro classe. Eppure, signora,

se è una cosa bella in un operaio rinunziare al giuoco e alla taverna

per udire discorsi e ragionare egli stesso, come può, su questioni

economiche e morali, che lo costringono a uno sforzo di mente e gli

destano il bisogno di una vita intellettuale e il rispetto della

scienza e dell’ingegno; se è prova di animo ingentilito il riconoscere

e il predicare che la donna non è una bestia da soma per picchiarsi

per sfogo, quando s’è arrabbiati o briachi, ma un essere che ha

diritto a una migliore condizione economica e civile e a una nuova

e più alta forma di rispetto pubblico, se è degno di dignità il non

imitare, lo sdegnare i compagni di lavoro delatori, i pronti a curvarsi

davanti a tutti i venditori di voti, i bruti che hanno la coscienza

nel ventre e postergano ogni interesse collettivo della loro classe

ad ogni immediato ed anche passeggero vantaggio proprio, se è bontà

e carità l’esser sempre disposti a levarsi il pane di bocca e a dare

il soldo del sigaro e del bicchiere per soccorrere i compagni ridotti

indegnamente sul lastrico, se anche sono sconosciuti o stranieri; se,

infine, l’avere una viva coscienza della fraternità degli uomini e dei

popoli, e fede in una grande missione economica e politica del proprio

stato, se il convertire l’odio cieco contro i privilegiati della

fortuna in un’avversione ragionata contro l’ordinamento sociale, se il

comprendere e far comprendere altrui che non dalla violenza disordinata

e selvaggia egli ha da sperare un grande mutamento della sua sorte,

ma dalla pacifica conquista dei poteri pubblici, non possibile se

non per una successiva trasformazione delle idee e una lenta vittoria

sulle coscienze; se tutti questi son segni di superiorità d’animo e

d’intelligenza — e i segni sono palesi, ad ogni uomo di buona fede, lo

creda — come può ella negare che gli operai socialisti non solo siano,

ma debbano essere di necessità moralmente migliori degli altri e degni

del suo rispetto e della sua simpatia?

Più sovente ella udrà parlare di pubblicisti di dottrina e d’ingegno,

che fanno ardente propaganda di socialismo e gliene parleranno in modo,

suppongo, che ella convocherebbe un consiglio di famiglia prima di

riceverne uno in casa sua. Ebbene, ci pensi un poco. Questo è certo,

frattanto: che tutti, dal primo fino all’ultimo, sono necessariamente

disinteressati, perchè nessuno dei giornali di cui si valgono può

rimunerar l’opera loro, che anzi ricevon da loro prosa ed obolo

insieme. Pensi che se sono letterati ed artisti pure sono obbligati,

non foss’altro che per sostenere le proprie idee, a studi ingrati

e difficili, alieni dalla loro natura, e a rifar quasi, con grande

fatica, la propria educazione intellettuale, e che tutti condannano sè

stessi ad aver nella parte del pubblico, a cui si rivolgono, tanto meno

lettori e ammiratori quanto più il loro pensiero è profondo e l’arte

loro squisita. E se sono scienziati e uomini politici non possono aver

di mira nè onorificenze, nè cariche, da cui è escluso il partito che li

accoglie; nè sperare un vantaggio proprio da un mutamento radicale di

cose, perchè son ben certi che non vivranno tanto da vederlo, e che se

pure avvenisse quale essi lo invocano, sarebbe tale di sua natura, da

non consentire ad alcuno nè ricchezze, nè potenza, nè onori. Non resta

dunque che una sola ambizione, da cui ella può pensare che sian mossi:

quella d’esser mandati alla Camera. Ma ci rifletta un minuto, veda se

— concessa pure quell’ambizione — essi sceglierebbero per soddisfarla

una via così rischiosa e se si può chiamar davvero ambizione quella

d’andare in Parlamento, in mezzo a un gruppo minuscolo, a farsi

soffocar la voce da tutti partiti concordi e dare addosso come a un

pugno di banditi. Pensi pure, cerchi, si faccia anche cercare dai

suoi amici una sola ragione, la quale le dia diritto di credere che

quei signori non sono gente di buona fede, generosa se non altro, di

sentimenti e di intenti, e piena di cuore e di coraggio.

Le pare ancora che sia ragionevole il meravigliarsi che tutti costoro

— studenti, operai, pubblicisti, — siano capaci di sentimenti nobili? O

non le pare invece che ci sarebbe da meravigliar del contrario?

Le dirò di più, francamente: ch’io non vedo più bontà, generosità

vera che in chi professa quella fede. Conosco, sì, molti uomini

dotati di quelle virtù fra coloro che avversano anche fieramente

l’idea socialista, e ho sempre fra di essi dei cari amici. Ma dopo

che giudico l’anima loro da quell’idea, sono un po’ scaduti nel mio

concetto, debbo dirlo, anche i migliori. Io non li trovo più logici

neppur nell’esplicazione dei loro sentimenti più degni. Vedo i loro

pensieri di fraternità e di carità sociale intoppare ogni sentimento

in un ostacolo, arrestarsi quasi impauriti, a dei confini, davanti

ai quali l’animo dei socialisti piglia maggior forza per lanciarsi

oltre. M’accorgo che l’idea d’un lontano danno della loro classe

getta un’ombra sul loro già sacro amore di libertà e di eguaglianza,

e li rende avversi, in segreto, a quella diffusione dell’istruzione

popolare, che fu già il più caldo dei loro voti. Sono condotti a ogni

tratto, per combattere le nostre idee, a negare o a palliare miserie

evidenti e colpe imperdonabili; a fare, per non essere tirati a certe

concessioni, una scelta guardinga, non generosa nè schietta, fra le

ingiustizie sociali contro cui debbono levare la voce. E trovo che nel

cercare e proporre dei rimedi, s’ingegnano in ogni modo di lasciar da

parte, di finger di non vedere quelle cause, alle quali non posson

toccare senza riconoscere le ingiustizie che a loro convien tacere.

E nei credenti più sinceri scopro un sentimento religioso pieno di

pregiudizi mondani e di accortezze, che si sforza di conciliare le cose

più inconciliabili e si rassegna troppo facilmente al concetto della

necessità di troppi mali; e nei non credenti, in onta alle loro idee

liberali, sorprendo una troppo frequente tentazione di rifugiarsi,

per terrore di un avvenire infausto ai loro interessi, tra quelle del

passato, che essi combatterono per tutta la vita, e di cercare in una

religione in cui non credono, un’alleanza, della quale non potrebbero,

e lo sanno, mantenere i patti lealmente. E gli uni e gli altri,

finalmente, li vedo sforzarsi di continuo a far tacere il cuore e la

ragione, che, confusamente, ma senza tregua, susurrano loro la verità,

e a nascondere a noi questo stato d’animo, ciò che stende su tutti un

leggiero velo d’ipocrisia, sotto al quale m’appare alquanto alterata la

loro antica faccia di galantuomini.

Di queste cose ella non s’avvede, naturalmente, perchè non può

raffrontare le persone che la circondano con la gente che ella

giudica dal giudizio loro. Ma se ne avvedrebbe, non ne dubito, se

quel raffronto potesse fare. E quante idee sue si muterebbero se ella

leggesse quei libri e quei giornali di ogni paese, che vede qualche

volta ammontati sul mio tavolino e guarda con un senso di ripugnanza!

Scoprirebbe una legione di pensatori potenti e sereni, di cui

stupirebbe d’aver ignorato il nome finora, e che ognuno l’ignori

intorno a lei, nei quali s’accoppia alla forza d’una fede fiammeggiante

l’autorità d’una vasta e nuova coltura; nature intellettuali, tempre

d’animo nuove, gagliarde ed ingenue, appassionate ad un tempo e

pazienti; donne d’ingegno virile e di cuore angelico; poeti incolti

nelle cui strofe informi balenano immagini immense; autodidattici

solitari venuti su dalla gleba, dei quali s’indovinano gli studi

faticosi, contrastati, violenti come una lotta fisica, proseguiti per

venti anni in soffitte senza fuoco, a prezzo di sacrifici eroici; una

falange di scrittori strani, aspri, tormentati, oscuri, di cui si vede

attraverso a ogni pagina sudar la fronte nera di polvere e sanguinar

gli occhi bruciati dal riverbero delle fornaci, ma dotati d’una

eloquenza misteriosa, che la farebbe pensare per giorni e per notti.

E udrebbe da rozze bocche di lavoratori verità e ragioni che nessun

libro le ha mai dette, narrazioni di miserie e grida dell’anima che la

farebbero fremere come il suono del pianto d’un mondo, parole di pietà

e di tenerezza, che sarebbe forzata a ripetere ai suoi figliuoli, e che

non le uscirebbero mai più dalla mente.

E finirebbe ad amare tutti quegli uomini di ogni classe e d’ogni paese,

portanti tutti sulla fronte, come una stella vermiglia, la stessa Idea,

che si scambiano attraverso a mari e a frontiere parole di fraternità

e di speranza, e a poco a poco, abbracciando col pensiero l’orizzonte

vastissimo, vedendo l’Idea sfolgorare su mille campi di battaglia, e le

legioni stellate avanzarsi e salire da ogni parte, ingrossando lungo il

cammino come torrente in piena e sommergendo a ogni onda una rovina del

passato, sarebbe forse scossa ella pure da un fremito d’entusiasmo ed

esclamerebbe: — È giusto, è benefico, è necessario che questo sia.

Ma no; nulla seguirebbe in lei di quanto io dico, e non gliene faccio

rimprovero, poichè troppo saldo è ancora nella sua mente quel ferreo

cerchio di idee ereditate, senza spezzare il quale le nuove non

entrano. E quando pure incominciasse in lei un mutamento, se passasse

allora sotto le sue finestre una dimostrazione d’operai socialisti,

chiedenti, lei consapevole, la più giusta delle concessioni, lei,

al veder quelle facce e all’udir quelle voci, spaventata e sdegnata,

scorderebbe in un punto tutte le sue letture e disdirebbe tutti i suoi

consensi, per maravigliarsi da capo che si possa esser socialisti e

aver dei sentimenti onesti e gentili.

D’altra parte, io ho scelto a proposito, per parlare a lei, questo

quarto d’ora della vita nazionale.

E anche qui, veda, ci separa un abisso, perchè tutto ciò che in questi

giorni fa respingere più sdegnosamente da lei e dai suoi amici le nuove

idee, produce in noi l’effetto opposto.

Noi vediamo una moltitudine, che par la maggioranza del paese, urlare

e imprecare col pugno teso contro una frotta di gente cacciata a furia

nelle carceri, non colpevoli, in massima parte, che d’un’illusione,

d’un grido o d’un impeto d’ira provocata, e volere e approvare che ai

credenti nel nuovo verbo sieno violate le case, manomesse le robe, e

impedito di adunarsi, di parlare, di lagnarsi e di vivere, e accusarli

d’ogni follìa e d’ogni infamia. Ebbene, tutto questo non fa vacillare

un istante, ma rinsalda profondamente la nostra fede; la nostra

compassione non è per quelli contro cui s’impreca, ma per quelli che

imprecano; tutto ciò che accade non ci pare che un accidente sfuggevole

del grande cammino vittorioso della nostra causa; e con più serena

e imperturbabile sicurezza crediamo che la ragione, la verità, la

giustizia, l’avvenire sono dalla parte dei maledetti e che il fascio

enorme d’interessi e di forze che s’aggrava sul loro capo non è che un

mostruoso avanzo del passato, di cui gli anni sono numerati.

Ella non lo crede; ma lo crederanno i suoi figliuoli, e i suoi nipoti

lo vedranno, e ai figli di questi non parrà possibile che gli avi loro

non l’abbiano creduto.

Ed ora, la saluto con affettuoso rispetto. Ella risalga fra la gente

per bene; io ridiscendo.... fra gli altri.

Discordie in famiglia.

Ecco una famiglia quale ve n’ha mille oramai e ve ne avrà migliaia fra

pochi anni.

I legami dell’affetto non si sono allentati; ma la bella armonia delle

conversazioni intime e liete non v’è più. Vi entrò la nuova Idea e

v’accese la discordia tra il padre e il figliuolo, tra la figliuola

e la madre, e turbò i sonni di tutti. Le conversazioni si son mutate

in discussioni, in cui risuonano parole insolite e proposizioni

temerarie, che le persone di servizio ascoltano dilatando gli occhi

e commentano vivamente tra di loro, parteggiando pei ribelli. Ogni

giorno, sotto mille forme, la questione eterna risorge. Lo studente

adduce argomenti economici e cifre; la fanciulla ragiona, in nome d’una

pietà vasta e nuova, che abbraccia milioni d’uomini sconosciuti, e

che la vecchia madre non comprende. In parte, la comprende il padre,

o qualche cosa approva e concede, ma alle ultime conclusioni resiste

con fermezza ostinata, e, incalzato, si sdegna e disdice ciò che

ha concesso, e tronca la disputa con minaccie e rimproveri amari;

mentre la sua compagna fissa in silenzio i figliuoli, dondolando il

capo con tristezza, turbata al presentimento d’un avvenire sinistro.

Nelle controversie sempre rinascenti cozzano l’egoismo paterno e la

generosità umana, la verità di ieri che si va cangiando in menzogna,

l’utopia d’oggi che sarà verità domani, le forze tenaci dell’interesse,

le forze impetuose dell’amore, le paure della vecchiezza per cui

l’avvenire non è che minaccia, le virili baldanze della gioventù

per cui l’avvenire è tutta speranza. Chi ci ha mutato i figliuoli? —

dicono i vecchi fra due sospiri, — e passano in rassegna sospettosa

gli amici e i conoscenti, non pensando che l’idea non entra nelle case

per la porta, ma per le finestre, con le ondate d’aria e i raggi del

sole. Qua e là, pei tavolini e sugli scaffali, appaiono libri nuovi,

dai titoli strani, in cui ricorre sempre la parola malaugurata, e la

madre li guarda senza toccarli, e il padre n’apre uno ogni tanto, ma

lo richiude, corrugando la fronte. Ahimè! i libri: un altro argomento

di discordia che salta su, tra la minestra e le frutta, ogni giorno.

Scrittori che erano come i santi domestici, ai quali si rendeva

un culto concorde, son tirati giù l’un dopo l’altro dall’altare; i

figliuoli li accusano di indifferenze e di silenzi colpevoli, di idee

monche e di sentimenti angusti. Essi vanno scoprendo che la vecchia

biblioteca è piena di menzogne, di pregiudizi barbarici, di sentenze

ingiuste e stolide, accettate senza esame e ripetute macchinalmente

come ritornelli di canzoni imparate dai bimbi. Ma neppur sull’amore

di patria il vecchio patriota e i figliuoli non s’intendono più; quel

grande amore, in questi, non ha più per oggetto simbolico l’antica

bella donna superba, con la corona in capo e la spada in pugno,

fiorente di una salute alla più parte dei suoi figli negata: ma si

espande sopra una moltitudine immensa di creature umane, povere e

stanche, che pregano, si lamentano e fremono; dalle quali il pensiero

del vecchio, infiacchito dagli anni, rifugge diffidente e sgomento.

E cent’altre parole usuali, in casa sua, par che abbiano acquistato

un secondo senso, che non significhino più per i figli la medesima

idea che per lui. S’è alterata la loro ragione? S’è pervertito il

loro animo? Padre e madre, su questo punto, vivono in una incertezza

dolorosa. Sì, dell’una e dell’altra cosa son certi, se badano al

fondo dei loro discorsi: le idee sono insensate e funeste; chi ne può

dubitare?... Ma ciò che li fa dubitare è il fremito vivo e sincero

delle loro indignazioni, è l’accento amoroso e profondo della loro

pietà, è la forza virile della loro persuasione, è la pertinacia

infaticabile con cui ripetono senza fine le stesse ragioni, rincalzate

ogni giorno da nuovi consensi inaspettati d’autorità rispettabili, è la

bella luce intellettuale che lampeggia sulla loro fronte, è un non so

che di sicuro, di indomato, di grande, che si sente confusamente nella

concitazione disordinata, della loro eloquenza provocatrice. Così è. In

quei momenti il giovinetto sembra un uomo e la signorina è più bella,

e i loro visi accesi son come coloriti dal riflesso di un’aurora,

che vedono essi soli. Con quelle idee, però, l’uno non farà carriera,

l’altra resterà ragazza. E questo è il pensiero che affligge più forte

le due canizie. — A questa vecchiaia eravamo riserbati! — si dicono, e

non vi si sanno rassegnare....

Eh! buoni vecchi, non sapevate che eterna è la lotta fra la vecchiaia

e la giovinezza, che la casa è il piccolo campo su cui principiano in

scaramucce tutte le grandi battaglie sociali, che altri padri, altre

madri hanno sofferto, tremato, lottato prima di voi, che ogni nuova

Idea costò alla famiglia affanni e terrori, perchè la famiglia pure

è un organismo che non concepisce senza turbamenti e non partorisce

senza spasimo? Fatti coraggio, buon vecchio: per la tua figliuola e

per quelle che la somigliano sorge una nuova generazione di giovani

magnanimi, che disprezzano le donne da cui non sono compresi, e adorano

quelle che a te paion fuorviate: la tua figliuola sarà adorata da un

uomo degno dell’anima sua, e dal pieno e possente amor loro nasceranno

dei figli superbi. E tu, povera donna, che vegli fino a mezzanotte,

col cuore trepidante, aspettando il figliuolo che andò alla Sede

dei Lavoratori, datti pace; non gli far rimproveri quando apparirà

sull’uscio; accoglilo dolcemente: egli ritorna a te più buono, più

onesto, più nobile di quand’è partito; egli porta nella mente un’idea

che gli illumina la vita e nel cuore una speranza che gli fa amare

il mondo. Datti pace: egli non sarà fortunato, forse: ma non sarà

egoista, non adorerà il danaro, non opprimerà i deboli, non rimpiangerà

un passato nefando per paura d’un avvenire che il mondo invoca. E

non raccomandarti, come fai ogni sera, a quella piccola immagine di

Cristo crocifisso che pende a capo del tuo letto, perchè ti converta

il ribelle. Se quel crocifisso si staccasse dalla croce e scendesse un

momento, grande e vivo, in mezzo a voi due, non sarebbe la tua fronte

quella che sentirebbe per la prima la dolce carezza della sua mano

trafitta.

Il partito socialista.

_A un piccolo borghese liberale._

Tu detesti il partito socialista: ma tu vuoi l’istruzione, vuoi

l’incivilimento della moltitudine perchè comprendi che la civiltà

ora è composta d’un piccolo numero d’uomini civili e d’un armento

infinito di pecore. Ebbene, rifletti un po’. Questo partito che si

rivolge alla moltitudine incolta e inerte, intorpidita da secoli di

schiavitù, ignorante a un tempo dei suoi diritti e dei suoi doveri,

e le dissuggella gli occhi, la scrolla, le soffia nella mente e nel

cuore, le grida continuamente: — Svegliati, pensa, impara, dirozzati,

migliorati, organizzati, fa il tuo bene da te stessa, affrancati da

una tutela che ti terrà perpetuamente nell’oscurità e nell’impotenza,

— questo Partito, pure condannandolo per altri rispetti, tu lo dovresti

ringraziare, se non altro, in nome della civiltà e della dignità umana.

Tu hai in orrore la dottrina socialista; ma tu vuoi la moralità in

alto come in basso, la giustizia per tutti, una classe dirigente

illuminata, generosa, fautrice del progresso e della prosperità

pubblica. Ebbene, questo Partito, che con l’occhio vigile sulla

politica, sull’amministrazione, su tutte le forme del lavoro, su tutte

le funzioni dell’organismo sociale, continuamente e infaticabilmente,

senza riguardi e senza paure, rivela miserie, denuncia ingiustizie,

mette a nudo corruzioni, smaschera imposture, combatte false idee

ereditarie e pregiudizi barbari e privilegi iniqui, e incalzando

e tormentando con mille stimoli l’egoismo e l’inerzia della classe

privilegiata la costringe a discutere, a difendersi, a concedere, a

promettere, a fissare lo sguardo, se non altro, sulle miserie e sui

dolori umani, onde i migliori n’abbiano almeno pietà e i peggiori

almeno paura; questo Partito, credilo, esercita un’azione benefica,

della quale — se cessasse domani — avvertiresti la mancanza tu stesso

con un senso di rammarico e di sgomento.

Tu hai il socialismo in orrore; ma tu vorresti che la gioventù, che il

popolo avesse nell’animo un alto ideale, che i collegi elettorali non

fossero mercati in cui spadroneggia chi ha più danaro e meno coscienza,

che i rappresentanti della nazione cessassero d’essere servitori e

sensali degli elettori che hanno comprati e che disprezzano. Ebbene,

questo Partito, a cui accorrono giovani d’ogni classe, senz’altro

vantaggio personale prossimo nè remoto, anzi con la certezza di

persecuzioni e di danni immediati o futuri; questo Partito che, solo,

dà in qualche luogo l’esempio confortante d’un povero lavoratore

senza un soldo, più pauroso che desideroso d’essere eletto, il quale

vince nella lotta un ambizioso potente che ha dalla parte sua tutte

le forze dell’autorità, della clientela e dell’oro; questo Partito

che respingendo blandizie, promesse e favori di chi ha tutto e può

tutto, manda al Parlamento dei deputati che non hanno nulla, che non

gli promettono nulla, che nulla possono fare nemmeno per il più umile

dei loro elettori, che non faranno mai altro per tutti che lanciare

in loro nome delle proteste soffocate dagli urli della maggioranza e

dai presagi d’un avvenire migliore, accolti con risate di scherno da

tutti i soddisfatti del presente; questo Partito, credilo, è l’unico

che rappresenti ancora la giovinezza, la poesia, l’entusiasmo della

nazione; e se queste cose tu ami, come lo affermi, dovresti dire di lui

quello che il Voltaire disse di Dio: — che bisognerebbe inventarlo se

non esistesse.

Infine, tu vedi nel socialismo una calamità pubblica: ma tu desideri la

pace, tu vivi nel timore continuo d’una guerra che darebbe il crollo

all’economia nazionale e che porterebbe forse tuo figlio a morire

in una guerra lontana per una causa ripugnante alla tua ragione e al

tuo cuore. Ebbene, questo Partito che, mentre principi e governi si

gridano a vicenda, con simulata mansuetudine, parole d’amore e di pace,

ma senza smettere mai d’apparecchiare le armi, senza spogliarsi d’un

solo dei pregiudizi, senza rinunciare a una sola delle ambizioni, da

cui può erompere da un momento all’altro la guerra, questo Partito

che diffonde ed afforza nei popoli il sentimento d’una fratellanza

nuova; fondato sui veri ed eterni interessi di ciascuno e di tutti,

così che a ogni ombra di pericolo che sorga fra due nazioni milioni di

cuori gridano dalle due parti: — No, giù le armi, la causa per cui si

vuol combattere non è la nostra; mente chi afferma che ci odiamo, ci

tradisce chi ci vuol condurre al macello, noi siamo fratelli nel lavoro

e nella fede, e la bianca bandiera dell’avvenire è per tutti una sola;

— questo Partito, al quale si deve forse che non sia scoppiata ancora

in un quarto di secolo e che non scoppi mai più una guerra fatale che

coprirebbe di sangue e di rovine l’Europa, questo Partito, credilo,

non è una calamità, ma una benedizione, e invece di mostrare il pugno,

dovresti mandare un bacio alla sua bandiera.

E un giorno, forse, tu lo farai.

Intanto, continua pure a mostrarci il pugno: noi continueremo a

stenderti la mano. Continua a rallegrarti di tutte le violazioni

della libertà che in danno al Partito socialista si compiono: noi

continueremo a difendere anche la tua libertà. Continua ad accusarci

di non sognar che disordine, violenza e rapina: e il grande movimento

evolutivo dell’Idea socialista seguirà il suo corso di fiume enorme

che da ogni parte accoglie affluenti e allaga la terra «per deporvi il

limo fecondo per la coltura dell’avvenire»; continua a eccitare i tuoi

figliuoli a odiarci e a fuggirci: tu potrai strappare dal cuor loro,

ma non dal nostro, il sentimento divino della fraternità e la santa

speranza d’una società più giusta e d’una età più felice per tutti.

Compagno.

Non sorrida di questa parola, professore egregio; è passato il tempo

in cui si poteva ridere dei fatti nostri. Se ella, dotto cultore degli

studi storici, vivrà altri cinquant’anni, si potrà fare molto onore, un

giorno, studiando come sia sorto e come si sia diffuso tra noi l’uso di

quella parola.

Ma è il semplice vocabolo, forse, non l’idea, che fa sorridere, ed

ella ci vorrebbe domandare, come gli altri già fecero, perchè abbiamo

adottato quello e non altro.

_Amici_, vorrebbe dire?

Amici si può essere anche dissentendo intorno alle più grandi quistioni

che agitano il mondo, e, d’altra parte, noi siamo tanto numerosi, anche

in una città sola, da non poterci più chiamare propriamente con quel

nome.

_Fratelli?_

Con questa parola non ci possiamo distinguere e riconoscere, perchè per

noi tutti gli uomini sono fratelli.

_Camerati?_

È in uso tra la «forza armata», e nostro supremo desiderio e nostra

ferma fede è di non aver mai ad usare altra forza che quella della

parola.

_Compagno_, dunque, è il nostro vero appellativo, che significa

chi è avviato con noi, per la medesima strada, alla medesima mèta,

acceso della stessa speranza, esposto agli stessi pericoli, pronto a

soccorrerci, sicuro d’esser soccorso, commosso dalla stessa gioia che

commuove noi ad ogni nuova conquista compiuta, nel lungo cammino, dal

grande esercito inerme e invincibile a cui apparteniamo, e con cui

combattiamo senz’ambizioni, senza rivalità, senza vantaggi, coll’unico

compenso che vien dalla coscienza di servir la verità e la giustizia,

di preparare al mondo un’età migliore.

Ma già a che serve spiegare, professore egregio? Come il nome d’una

persona amata ha per chi l’ama un significato occulto e quasi un

suono intimo che altri non può comprendere nè sentire, così la parola

«compagno» per noi; e sarebbe inutile ogni sforzo che noi facessimo

per spiegarne a lei il valore, come è inutile spiegar la bellezza d’un

verso a chi ignori la lingua nella quale è scritto.

Solo l’operaio che s’ode chiamar «compagno» dallo studente, il

«signore» che si sente dar quel nome dal povero, il dotto a cui lo

dice l’uomo incolto, il giovinetto a cui lo dice il vecchio; solo il

propagandista appassionato che se lo sente dire per la prima volta

dall’amico per un lungo tempo restio, il quale adotta la parola come

segno e prova della sua conversione desiderata; solo il prigioniero

che in fondo a un pezzetto di carta, fattogli pervenire con mille

stenti, trova scritto: i compagni, sotto la consolante promessa che a

sua moglie e ai suoi figli non mancherà il pane: solo l’oratore che

lancia quella parola compagni a una folla di cinquemila uditori di

ogni classe, che l’accolgono tutti con lo stesso fremito di compiacenza

altera; solo colui che giunto in una città sconosciuta, si ode chiamar

«compagno» da cento giovani non mai veduti, ai quali, per l’effetto

di quell’apostrofe, si sente legato a un tratto da mille vincoli di

affetto e di pensiero come ad amici d’infanzia ritrovati; questi

soltanto, noi soli, possiamo sentire e comprendere la poesia e la

forza, il suono delle voci innumerevoli, il soffio possente di gioventù

e di vittoria che questa parola racchiude.

Come nei giorni della fanciullezza, alla scuola, in luogo della parola

«amico» che non s’usa ancora, s’usa quella di «compagno» e si rivolge

a tutti, signori e poveri, col sentimento stesso non turbato ancora da

alcun concetto di diversità di classe sociale; così a noi, con l’uso

di quel nome si ridesta nell’anima il senso istintivo di fraternità

e d’uguaglianza di quell’età più bella, che era rimasto sepolto per

molti anni sotto un cumulo, sovrappostosi a poco a poco, di false idee,

d’orgogli miseri e d’interesse di classe diventati egoismo pauroso

e incosciente; e in questo ringiovanimento di cuore e di linguaggio

sentiamo come un presagio e un avviamento a quel ritorno degli uomini

— illuminati dalla scienza e dalla esperienza — a certe condizioni e

forme di vita della fanciullezza dell’umanità, che è la definizione

poetica e incompiuta del socialismo.

Sì, questa parola «compagno» che ha acquistato un senso nuovo in

tutte le lingue europee, che si scambia famigliarmente da Parigi a

Berlino, da Milano a Madrid, da Nuova York a Londra, da Bruxelles a

Sidney, fra uomini che non si vedranno mai; questa parola al cui suono

grave ed amorevole, quando lo diciamo al più umile lavoratore della

nostra famiglia, tace in noi, come per virtù d’una parola magica, ogni

sentimento d’orgoglio vano, o se un momento persiste, è soffocato dopo

quel momento da un senso di vergogna, e di rimorso violento come una

rivolta del sangue; questa parola che a vederla scritta in capo a una

lettera diretta a noi, ci par tanto più bella e solenne quanto più

rozza ed inetta si rivela la mano che l’ha tracciata a fatica; questa

parola è per noi un alto e prossimo argomento di conforto e di gioia.

Del non poter più dire, del non sentirsi più dire da molti il caro

nome di amico, ci conforta il poter chiamare, il sentirci chiamar

da molti col nome di compagno. Ad ogni amico perduto cento compagni

sottentrano, uniti a noi, anche se conosciuti appena, da un nodo meno

intimo, ma più saldo e più fortemente umano di quello che s’è spezzato.

Nella folla che passa e nelle moltitudini immobili, cercando dei visi

amici, il nostro sguardo si arresta di preferenza sul viso di coloro

che chiamiamo compagni; visi mal noti, quasi sempre, veduti forse una

volta sola fra altri mille; ma che ci ricordano riunioni fraterne,

ore d’entusiasmo, moltitudini eccitate, sempre serene, cui su tutte

le fronti brillava la stessa fiamma. E più ci rallegra quella parola,

non detta a noi dalla bocca, ma dall’atteggiamento del viso, in mille

incontri fortuiti, espressa con un sorriso indefinibile, significata in

un saluto familiare cordiale. Che importa sapere il nome del passante?

Il suo sguardo, il suo saluto ci dice: — Sono un tuo compagno. — E

in quelle tre sillabe non udite, ma viste quasi, come i tre colori

sfuggevoli d’una bandiera, si sono incrociate due correnti luminose di

idee, di simpatie e di speranze.

Intanto la parola si diffonde. Ogni anno nuove miriadi di uomini la

comprendono e l’accettano. Essa corre di bocca in bocca in borgate dove

ieri era ignorata, è imparata da donne e da fanciulli, penetra nelle

scuole, risuona nelle assemblee, entra nelle letterature, s’impone

nella storia. E quanto più s’estende sulla faccia della terra e tanto

più echeggia profonda nel nostro spirito, tanto più si fa grande al

nostro pensiero e diventa dolce al nostro cuore. E per questo, con

sempre maggior ardore, noi raccomandiamo ai giovani di rispettarla

e d’onorarla, di non profonderla improvvidamente, di meditar bene su

tutto ciò che essa significa e impone, di pronunciarla sempre col cuore

e con la coscienza, di far comprendere alle loro sorelle, alle loro

fidanzate, ai loro vecchi che nulla dice quella parola ch’essi non

possono gridare a fronte alta davanti alle immagini della patria che

amano e del Dio che pregano; non solo, ma che debbono accettarla essi

pure, diffonderla intorno a sè, e benedir la gioventù che l’ha fatta

sua e la grida al mondo, perchè essa esprime la comunione di milioni

d’anime in un ideale che abbraccia le più grandi aspirazioni e le più

sante leggi di Cristo.

Questo diciamo ai giovani. È superfluo dirlo a coloro che hanno accolto

la fede socialista in quell’età, nella quale, quando essa nasce, nasce

a un punto dal cuore, dalla ragione e dalla esperienza della vita. Chi,

per un tempo, ha pronunciato la parola «compagno» con accento paterno

e la intese dire a sè con accento filiale, continuerà ad amarla e

propagarla, anche se la fede nella dottrina gli verrà meno; perchè non

potrà più rinunciare alla profonda e austera dolcezza che quella parola

gli fe’ conoscere, e rimarrà afferrato, illuso volontario al suo sogno,

come a un’illusione necessaria alla sua vita. E non sperino i fidi

e vecchi amici che ci combattono, e neppur i più amati parenti, che

quella parola possa mai morire sulle nostre labbra e nel nostro cuore.

Quando pure la vecchiaia e l’infermità e l’oscurarsi dell’intelligenza

o un rovescio di fortuna ci condannasse nei nostri ultimi anni ad

essere soldati disarmati e inoperosi dell’idea che ci splende alla

mente, quella parola ci rimarrebbe sempre nell’anima come l’espressione

del più alto stato a cui la nostra coscienza e la nostra vita d’uomini

e di cittadini si siano sollevate. E all’ultima nostra ora, dopo che

avremo detto addio alle creature strette a noi più caramente dal legame

del sangue, il nostro sguardo cercherà un amico, uno almeno, al quale

possiamo dire ancora una volta «compagno» come nei nostri bei giorni

di lavoro o di battaglia. E la più ambita, la sola gloria postuma,

desiderata da quelli fra noi che avranno degnamente operato per la

grande causa, sarà d’essere accompagnato là dove siamo tutti attesi da

un drappello di coloro a cui demmo quel nome e che sia il più povero di

loro quello che dandoci l’ultimo addio, ci saluti una volta ancora con

quella parola che ci fu così dolce e onorevole, e ci dica: compagno,

riposa; noi proseguiamo il cammino.

Nel campo nemico.

Compagno ingenuo, che ti perdi d’animo, qualche volta, considerando il

grande numero degli avversari che si combattono e degli indifferenti

che non ci badano, tu ti lasci scoraggiare da un’illusione. Chi esamina

gli uni e gli altri, classe per classe, con occhio attento, non solo

non si perde d’animo, ma sente rinvigorita la propria fede, e trova un

vero diletto nello spettacolo che gli offre il campo nemico.

*

Per esempio, tu vedi una legione di giornalisti che tuonano e lanciano

scherni e calunnie contro il socialismo. Non ti sgomentare. Non tutti

credono e sentono quello che scrivono. Molti di essi, quando ragionano

a quattr’occhi con socialisti loro amici, non sono così feroci e

inflessibili come paiono nei loro giornali. Molti, nel giudicare la

società presente, non sono molto discordi da noi; non pochi riconoscono

nel Partito socialista la grandezza del fine, la logica e la lealtà del

procedere, il disinteresse, la generosità, la dottrina dei principali

propagatori; altri consentono anche in una parte del programma nostro

e giungon fino ad ammettere che il socialismo è un freno salutare alla

prepotenza di un individualismo senza pietà che ci condurrebbe alla

rivoluzione; alcuni vanno più oltre, e presagiscono che il socialismo

trionferà per cadere in breve tempo, è vero; ma dopo aver sgombrato

e preparato il terreno a una riforma meno ardita, ma pure grande

e durevole. E se di queste idee non lasciano trasparire nemmeno un

barlume nei loro articoli, se il più delle volte dicono violentemente

il contrario, è perchè non possono fare diversamente, perchè il

contrario vuole che dicano la gran maggioranza dei lettori che tengono

in vita il giornale di cui essi vivono, e se scrivessero la sola

metà di quello che pensano, si vedrebbero grandinar nell’ufficio le

disdette d’abbonamento. Ma se domani si fondasse un giornale socialista

con un milione di capitale, che offrisse diecimila lire l’anno ai

collaboratori, tieni per certo che molti di essi accetterebbero

con gratitudine un posto nella redazione e vi adempirebbero

«coscienziosamente» il loro dovere. La forza vera e tenace non è che

nella profondità delle convinzioni. Quelli non son dunque dei nemici

forti e incrollabili, che il socialismo abbia a temere.

*

Così, tu vedi combattuto furiosamente il socialismo da tutti i così

detti «ben pensanti», i quali temono che il mondo mutando in meglio

per molti, muti in peggio per i pochi. Costoro chiamano i socialisti

«spostati, sobillatori, ribelli, invidiosi della ricchezza, nemici

del consorzio civile». Non te ne inquietare. Se tu li sentissi, la

maggior parte, quando parlano in privato dei borghesi più benestanti di

loro, di quell’aristocrazia milionaria, che li offusca col suo lusso,

li domina con la sua influenza e li offende con la sua alterigia; tu

sentiresti sulla loro bocca tutte le formule della critica socialista

più ardita, una identità di argomenti e di parole da farti credere che

studino a mente i nostri giornali; ma condite di ben altra acrimonia.

Bisogna vedere come analizzano le sorgenti torbide delle grandi

fortune, come flagellano l’ozio fastoso e superbo, come si rivoltano

contro la potenza corruttrice delle grandi ricchezze «accumulate in

poche mani». Essi gridano la croce ai socialisti della soffitta; ma

sono dei socialisti del terzo piano, furibondi contro gli sfruttatori

e i parassiti del piano nobile. Se non mirasse più in alto di questo

piano la nuova dottrina, si inscriverebbero forse nel Partito. In

ogni modo, sono socialisti dalla cifra del loro patrimonio all’insù,

«istigatori all’odio» tra cerchio e cerchio della loro classe, alleati

nostri indiretti, fautori parziali, avvocati segreti e inconsapevoli

della nostra Idea.

*

V’è un’altra classe di avversari nostri che forse ti danno a pensare;

sociologi in carica, economisti insegnanti, accademici e conferenzieri,

i quali dimostrano scientificamente che il socialismo è una dottrina

assurda e funesta. Non bisogna dar loro un’importanza eccessiva. Molti

di essi si trovan nella condizione di quei sacerdoti che non han più

fede: bisogna pur che fingano di averla. Certo non esiste ancora un

programma governativo per le scienze economiche e sociali, come lo

chiedeva al ministero non è molto tempo, un senatore israelita; ma,

dentro a certi limiti, si può dire che è sottinteso. Lo stipendio segna

la strada; non si può professar socialismo dalla cattedra scientifica.

Può un cittadino qualunque, anche colto, giustificar la sua conversione

alle nuove idee, dicendo: — Mi son messo a studiare e mi son persuaso;

— ma come può dire un economista: Dopo trent’anni di studio riconosco

che ho battuto una strada falsa? — Non si può pretender l’eroismo da

alcuno. E quanti di essi, che combattono il socialismo con baldanzosa

sicurezza, sono assaliti da mille dubbi, che li fanno tentennare

e transigere nelle dispute private, e quanti dissensi dividon la

loro famiglia anche in faccia all’avversario comune, anche sui

punti capitali delle loro dottrine! Ma già l’edifizio della scienza

ufficiale, screpolato e rotto da ogni parte, somiglia a una di quelle

vecchie case di via Pietro Micca, di cui non restan più che i muri

esteriori, in mezzo ai quali si va innalzando, non veduta, la casa

nuova. Vista di lontano, la facciata ha ancora aspetto di solidità

e alcun che di maestoso, ma non è più che un simulacro d’edifizio,

condannato anch’esso a cader fra poco.

*

V’è un’altra famiglia di nostri concittadini, che ti è cagione di

sconforto e di amarezza. Sono poveri impiegati, istitutori, borghesi

d’apparenza soltanto, formanti la così detta coda della borghesia, non

più legati a questa che di nome; i quali, per mille ragioni d’interesse

e di sentimento dovrebbero far causa comune con noi e schierarsi

primi nel nostro campo. Non pochi, è vero, vi son già schierati. Ma

i più rimangono ancora dall’altra parte, resistono all’azione della

propaganda, non si fanno veder mai con uno dei nostri giornali tra

le mani, sfuggono perfino visibilmente la nostra compagnia. E, tu li

credi nemici del socialismo e li chiami ciechi e li hai in ira. Quanto

t’inganni, per la maggior parte di loro. Non son ciechi, non timidi;

vedono e capiscono quanto noi; con noi sono la loro coscienza e il

loro cuore; ma il pane loro e della loro famiglia è nelle mani altrui;

se entrano nel socialismo, lo perdono; sono vigilati e minacciati;

non hanno libertà nè sicurezza. Ma non dubitare: i nostri giornali e

i nostri libri li leggono di nascosto, in seno alla propria famiglia

esprimono le nostre idee e le nostre speranze, sulla scheda elettorale

scrivono i nomi che noi scriviamo, e dell’incremento maraviglioso

del moto socialista che seguono con tutta l’anima, gioiscono e

insuperbiscono in segreto. Attendi che il partito diventi così alto e

vasto da poterli proteggere, e ve li vedrai accorrere a migliaia, alla

luce del sole, e riconoscerai che, in ispirito, v’appartengono per

sempre.

*

Tu consideri ancora come nemica quella gran moltitudine di gente

di tutte le classi che al nome del socialismo scrolla le spalle e

risponde che non vuol nemmeno udirne discorrere e volta la schiena ai

propagandisti. Ma t’inganni. Tutti costoro ripugnano dal socialismo,

non perchè è quello che è ma per l’unica ragione che è una idea nuova,

e ripugnano egualmente da tutte le altre idee consimili per quella

inerzia dell’intelligenza e dell’animo chiamata ora misoneismo, per

cui l’accettazione d’ogni idea è una fatica, anzi un vero dolore,

che offende e sconcerta l’organismo come una violenza fatta alla sua

natura. Essi non hanno nè convinzioni nè passioni: stanno dalla parte

dove si può stare senza muoversi e senza pensare. Sono monarchici

sotto la monarchia, repubblicani con la repubblica, clericali dove il

clericalismo predomina, democratici dove impera la democrazia. La loro

divisa è: — Non vogliamo esser seccati. Non si curano di sapere se i

socialisti abbiano torto o ragione, se possano condurre la società al

meglio o al peggio: per loro sono dei disturbatori: e per questo solo

li hanno a noia e chiudon le orecchie alla loro voce. Non li udrai

mai neppure esprimere un giudizio sulla dottrina socialista; o se

lo esprimono sarà un giudizio d’altri, ripetuto macchinalmente, che

non ha alcuna radice nell’animo loro in cui nessuna idea può mettere

radice. La moltitudine è numerosa, certamente; ma non è forza ostile

e temibile. Non c’è bisogno di conquistarla, poichè su di essa non le

idee, ma i fatti soltanto hanno potere. Essa cederà ai fatti. Essa non

sostiene alcuna forma politica o sociale se non fino al momento in cui

è più comodo sostenerla che lasciarla cascare. Essa non ha altra forza

che quella del suo peso, e appena sentirà inclinato il terreno verso il

socialismo, scivolerà in questo tutt’a un tratto e tutta insieme come

una massa di neve giù per la china a un leggero soffio di vento.

*

V’è poi nelle classi colte una categoria a parte di avversari nostri,

specialmente di personaggi in vista, fini d’ingegno ed elastici di

coscienza, i quali combattono il socialismo; ma spiando l’orizzonte

e fiutando il vento. Sono professionisti, scienziati, scrittori,

uomini politici, persuasi, in fondo, della inevitabilità di un grande

mutamento di cose; ma persuasi a un tempo che, per ora, è loro più

utile combatterlo che secondarlo. Lo combattono però con gli opportuni

riguardi per non precludersi la via al gran passaggio che si propongon

di fare al momento propizio. Accarezzano con una mano il proletariato,

ma lisciando con l’altra la borghesia! Parlano dell’affratellamento

delle classi, ma senza dire qual sia la prima che deve tender le

braccia; inneggiano all’avvenire migliore, ma senza determinare in

che cosa esso debba diversificar dal passato; approvano le leggi

eccezionali, ma a condizione che siano «applicate» con delicatezza.

Così potranno dire un giorno d’esser fautori antichi delle nuove idee e

d’aver cooperato al loro trionfo. V’è nella pelle di ciascuno di questi

borghesi un socialista rimpiattato, pronto a saltar fuori; il quale,

quando vanno in piazza, fa capolino, e quando entrano in un salotto si

aggomitola. Ma salterà tutto fuori fra non lungo tempo, non dubitare,

e senza aspettare scioccamente l’ultima ora. Chi sa quanti di costoro

volgono già in mente degli eloquenti opuscoli di propaganda diretti

a convincere o a vituperare gli ultimi renitenti ostinati! E sarà un

bello spettacolo in quel tempo una furia di conversazioni inaspettate,

una baldoria di coscienze rifatte, un carnevale di trasvestimenti e di

trasformazioni e di giravolte da superare in grandiosità e in lepidezza

quanto si è veduto al mondo finora.

*

Così è. I nemici del socialismo, gli ostacoli che gli attraversano il

cammino, giudicati dai più così formidabili, son tali in apparenza

più che in realtà. È un sistema di vecchie fortezze disposto in

maniera che, caduta l’una, le altre non reggono; un esercito scrivente

e parlante, composto in gran parte di penne mercenarie che non

hanno forza alcuna sui cuori e sulle coscienze; una confederazione

d’interessati, ai quali non rimane più un solo grande principio,

dietro a cui nascondere la difesa dei propri interessi; e serrata

intorno a loro, una moltitudine d’infingardi e di abbrutiti incapaci

di difenderli, e, mescolati a questa moltitudine, gran numero di

astuti che covano già in cuore il tradimento. La prova che, sentendosi

deboli, sono sgomenti, è che non han nemmeno l’elementare prudenza di

difendersi con delle concessioni ragionevoli e di fare il loro festino

con un po’ di modestia: negano più avaramente che per il passato

e fanno un carnevale provocatore. A loro conviene veramente quella

similitudine di Louis Blanc che paragona la società del suo tempo a

Luigi XI nei suoi ultimi giorni, quando si sforzava di sorridere, di

dissimulare il suo pallore, di non vacillare camminando, e diceva al

suo medico: — Ma guardate! io non sono mai stato così bene. — Così la

società d’oggi, dice egli, si sento morire e nega la sua decadenza.

Circondandosi di tutte le menzogne della sua ricchezza, di tutte le

pompe vane d’una potenza che svanisce, essa afferma puerilmente la

sua forza e, nell’eccesso medesimo del suo turbamento, si vanta. I

privilegiati della civiltà moderna somigliano a quel fanciullo spartano

che sorrideva, tenendo nascosta sotto la veste la serpe che gli rodeva

le viscere. Essi pure mostrano un viso ridente, e si sforzano d’esser

felici; ma l’inquietudine sta nel cuore e li rode. — Ma già neppure

più sorridono: gridano il socialismo barbarie, chiamano i socialisti

malfattori, bestemmiano la libertà, si raccomandano a quel Dio in cui

non credono. La malattia volge al suo termine quando incomincia il

delirio.

Ecco la verità consolante.

Ed ora ti saluto, giovine compagno, e ti esorto a procedere serenamente

e nobilmente sulla via.... del domicilio coatto.

Obiezioni al socialismo.

Molti avversari dichiarati del socialismo sono fautori di una tassa

fortemente progressiva, qual’è nel «programma socialista minimo», e

presagiscono che questa tassa, fra cinquant’anni, sarà in vigore in

tutti gli Stati civili; oppure propugnano la necessità d’un’imposta

proporzionale sulle successioni, diretta a vantaggio esclusivo delle

classi lavoratrici, la quale costituisca una specie di diritto

successorio per tutti coloro che non hanno alcuna successione da

attendere, rendendo obbligatorio per tutti i ricchi quello che ora non

è che spontaneo atto di carità di qualcuno.

Altri dicono, come il Richet: — Non crediamo nel socialismo; ma

prevediamo che, per effetto della progressiva inevitabile diminuzione

del valore del capitale (prodotta da un complesso di cause che

dimostriamo), sarà un giorno quasi soppresso il capitalista; poichè

per avere una rendita corrispondente al guadagno accresciuto

del lavoratore, occorrerà un capitale così ingente, che saranno

un’eccezione minima quelli che potranno vivere senza lavorare.

Dicono altri come il Secrétan: — Noi non siamo socialisti; ma pensiamo

che le associazioni operaie si svolgeranno fino a un punto in cui

coordinandosi tutte in una vasta associazione nazionale, si troveranno

in grado di riscattare dai capitalisti tutti quanti i mezzi di

produzione e di attuare un sistema che ripartirà più largamente e più

equamente fra tutti i suoi lavoratori la somma delle ricchezze sociali.

Dicono molti altri come il Nitti: — Noi non abbiam fede nell’Idea

socialista; ma siamo persuasi che, allargandosi e perfezionandosi

l’organizzazione e l’educazione delle classi operaie, diventando anche

più meccanica l’industria, partecipando direttamente al potere come è

giusto e necessario il popolo lavoratore, la funzione della borghesia

sarà ridotta col tempo presso che a nulla.

Altri molti, del socialismo nemici inconciliabili, come lo Spencer,

ammettono come cosa possibile che il tipo sociale industriale

«forse con lo svilupparsi delle cooperative, le quali cancellano,

teoricamente, la distinzione fra lavoratore e padrone» abbia a produrre

in avvenire un ordinamento politico ed economico, in cui non esistano

più interessi opposti di classe.

Molti altri, come il Sonnino nel suo libro sulla Sicilia, dicono: —

Noi neghiamo la lotta di classe (e si sottintende); ma riconosciamo

che le nostre istituzioni libere sono ordinate in modo da perpetuare e

peggiorare uno stato di cose disumano ed iniquo, che esse non son che

armi messe nelle mani d’una classe perchè possa seguitare a vivere e

a godere a spese delle altre, e che bisogna fare in modo che questo

cessi, ossia «che l’aumento della ricchezza vada a benefizio delle

condizioni generali del lavoratore, invece di andar tutto quanto, sotto

forma di rendita fondiaria, nelle tasche dei proprietari».

Noi non siamo socialisti, dicono altri, come Pietro Ellero; ma vogliamo

che il lavoro abbia una legislazione propria che lo sciolga dai ceppi

servili, in cui lo lasciò il diritto romano e che i lavoratori abbiano

un’assoluta libertà «d’associazione, di concerti e di lotta»; vogliamo

delle istituzioni che facilitino loro in tutti i modi «il fido e il

procacciamento degli strumenti e della materia e l’avviamento alla

consecuzione del capitale».

Dicono altri, come il cardinale Manning: — Noi non accettiamo il

socialismo; ma vogliamo l’intervento diuturno dello Stato nelle

relazioni fra capitale e lavoro, vogliamo del lavoro l’ordinamento

internazionale e la fissazione delle ore e d’un salario minimo; non

vogliamo che continui l’accumulamento delle ricchezze a profitto

unico di certe classi e di certi individui «perchè è cosa ingiusta e

immorale, che conduce allo sfacelo del consorzio civile».

Dicono altri, come i conservatori dello stampo del Meyer di Germania:

— Crediamo noi pure un’utopia il socialismo; ma vogliamo tassati

fortemente tutti i profitti dell’industria e della banca, limitato

l’interesse a ogni capitale non messo in valore dal suo proprietario,

obbligati dallo Stato gli industriali a costrurre case per gli operai,

e migliorare le condizioni di questi in tutte le forme, e per forza di

legge.

Altri, difensori del principio di proprietà sotto ogni altra forma,

propugnano come molti in Inghilterra, la nazionalizzazione del suolo,

e dicono come James Mill: — Noi non siamo pel socialismo; ma vogliamo

vôlto a profitto dello Stato, per mezzo dell’imposta, quel plus-valore

della terra o almeno una gran parte di esso, che è conseguenza naturale

dell’accrescimento della popolazione e della ricchezza senza il

concorso di alcuno sforzo o d’alcuna spesa del possessore.

Altri ripudiano il socialismo; ma proclamano l’utilità di convertire

in servizi pubblici il maggior numero possibile dei servizi che sono

affidati ora alla speculazione privata e ritengono col Chamberlain

che il governo municipale sia il migliore strumento di riforme sociali

che debba essere suo ufficio l’accumulare le ricchezze della comunità

e adoperarle a sopperire ai bisogni dei cittadini men fortunati, ed

esercitare come la direzione d’una grande società cooperativa, della

quale ogni cittadino sia un azionista.

Dicono altri, come disse il Molinari, direttore del «Journal des

Economistes»: — Noi crediamo assurdo il socialismo; ma siamo costretti

a riconoscere che, per quanto debba esser grande il mutamento che da

ciò deve nascere, «i giorni dell’agricoltura individuale sono contati»;

e quale sia quel «grande mutamento» che il Molinari non determina, lo

accennano altri, come lo Zangtar, che, dopo aver studiato le proprietà

collettive dell’Ungheria e d’altri paesi, dicono: — Noi non siamo

socialisti; ma chi sa che il comunismo incosciente dei popoli fanciulli

non sia appunto quella forma naturale della produzione che, messa in

pratica scientemente, sarà chiamata a riportarci, nella maturità del

progresso, i giorni felici della fanciullezza, senza le tempeste che a

questa s’accompagnarono?

Altri, combattendo il socialismo, dicono, come il Barazzuoli,

che bisogna estendere la proprietà al maggior numero possibile di

contadini, «perchè il contadino che non possiede non sarà mai altro che

un servo della gleba»; e come si possa accordare questo frazionamento

della proprietà terriera con la fine della agricoltura individuale

pronosticata dal Molinari, che è ben altro economista che il

Barazzuoli, lo dica chi ha mente più acuta della nostra. Altri nemici

del socialismo come Vittorio Bersezio, mettono però innanzi la massima:

La terra a chi lavora. — Altri, come la nostra Rassegna «L’Economista»,

respingono il programma socialista, ma caldeggiano l’idea della

_nazione armata_. — Altri, come la più parte dei soci della «Lega della

pace», dicono: — Non siamo socialisti: ma crediamo nella federazione

dei popoli e nella pace universale. — Altri, come il Clemenceau: —

Non siamo socialisti; ma vogliamo assicurata a tutti i lavoratori la

vecchiaia. — Ed altri ancora: — Non siamo socialisti, ma vogliamo

parificati i diritti della donna a quelli dell’uomo. — Non siamo

socialisti; ma vogliamo la giustizia gratuita. — Non siamo socialisti,

ma vogliamo con l’istruzione obbligatoria il mantenimento dei fanciulli

poveri: senza di che l’istruzione obbligatoria è una tirannia e una

menzogna. — E si potrebbe continuar senza fine in citazioni consimili;

le quali ci dimostrano la verità di quella sentenza che ricordò poco fa

Carlo Wagner agli studenti universitari francesi: — L’avversario è un

collaboratore.

Mettete insieme, infatti, tutte le affermazioni, le proposte, le

tendenze, le speranze dei valentuomini sopracitati, per ciascuno

dei quali il socialismo è un’utopia, e vedete, se, supponendo le une

attuate e le altre avviate ad attuarsi, non conducono necessariamente,

fra tutte, all’attuazione integrale della idea socialista; vedete

se nel centro a cui tutte queste linee ideali convergono si possa

essere altra cosa che il socialismo. Tutti questi nostri avversari

ci fanno l’effetto di tante persone che portino inconsciamente una

pietra per la costruzione d’un edifizio il quale dicono impossibile

a costruirsi. Essi non possono concepire una riforma, un’idea di

progresso e di miglioramento sociale, la quale non sia un argomento che

indirettamente ci confermi nelle nostre convinzioni, un involontario

impulso al movimento delle nostre idee, una prova di più che non è

possibile progredire se non per la via sulla quale noi li precediamo,

e che per non essere trascinati al socialismo non ci son che due mezzi

logici: rimanere immobili o retrocedere. Ma il rimanere immobili è

per forza d’una legge sociale, inviolabile quanto una legge di natura,

impossibile, e il retrocedere pare a quelli stessi che lo vorrebbero

una cosa anche più temeraria e funesta che l’andare avanti.

Spontanei o forzati, consapevoli o no, sono dunque tutti in varia

misura nostri collaboratori. Progressisti arditi o cauti, conservatori

tenaci, retrogradi di cuore, se non di fatto, tutti i nostri avversari

si ritrovano, rispetto al socialismo, nella condizione di quei

cittadini di Nuova York, che vanno sulle «strade giranti»; possono gli

uni correre innanzi, altri star fermi, altri camminare in direzione

opposta al moto del ponte che li sostiene; ma tutti son portati

irresistibilmente da quella parte verso cui la strada procede.

E questa verità è compresa oramai anche dalla parte più incolta e più

apatica del popolo lavoratore. Non è un socialista italiano che lo

dice: è un francese legittimista e conservatore: «Intorno al letto di

porpora e di letame su cui muore questa società in decomposizione,

il popolo aspetta. Ben persuaso che tutto sarà per lui un giorno o

l’altro, egli è più burlone che violento, e meno impaziente che non

si creda: egli mostra invece una certa rassegnazione sorniona — una

pazienza di erede....»

Età agitata.

I moti delle classi lavoratrici che interrompono a quando a quando

il corso regolare della vita pubblica non paion ai contenti del mondo

che perturbamenti funesti dell’ordine, somiglianti ai terremoti, alle

inondazioni e a quell’altre commozioni della natura, le quali non

producono che rovine. Ma, considerati insieme e in un vasto spazio di

tempo, tutti questi sforzi vasti o circoscritti, quieti o violenti,

fortunati o sfortunati, con cui le moltitudini tendono a migliorare

il proprio stato, tutte queste agitazioni e convulsioni che mettono

innanzi alla società nuovi problemi da risolvere, che le ripresentano

sotto nuovi aspetti problemi antichi, che la fanno temere, pensare,

discutere, cercar rimedi, esperimentar mutamenti, che la costringono,

per preservare e risanare il suo organismo, a estirpare da sè abusi

e privilegi del passato, a tentar continuamente nuovi modi e forme di

funzione e di conciliazione dei propri elementi, sono correnti di vita

intellettuale e morale che la ringiovaniscono e la fecondano.

Se un miglioramento grande si avrà nell’avvenire, sarà effetto delle

perturbazioni e degli affanni che rendono quasi intollerabile la

vita presente a tutti coloro a cui pare che l’essere soddisfatti dia

il diritto di vivere in pace. Quello che a noi pare irrequietezza

morbosa e disordine fatale, a chi giudicherà in tempi lontani il tempo

nostro parrà preparazione, lavoro, lotta necessaria, generatrice di

bene. A noi sembra di essere in balìa d’un turbine che ci rigiri di

continuo nello stesso spazio; ma il turbine, rigirandosi procede, e

ci porta innanzi fra le sue spire; e il polverio che ci avvolge e ci

fa difficile il cammino è un nuvolo di semi che ricadono sulla terra

e germogliano. La società non partorisce senza dolore: soffriamo

tutti; ma è legge benefica della vita. Anche nell’animo del borghese

impaurito che impreca agli agitatori, e rivorrebbe la quiete antica a

prezzo della libertà, si vien formando sotto la paura e la collera un

concetto nuovo della giustizia sociale, doloroso, come un dente che

spunta, ma ch’egli non può reprimere; ogni giorno, nel secreto della

sua coscienza, e a malgrado proprio, egli fa una concessione alle

tendenze che avversa; e il germe, che in lui non ha ancora forza di

rompere l’involucro dell’egoismo di classe, fiorirà nel suo figliuolo

in un’idea umana. In questo cozzo tempestoso di forze e di passioni,

che travaglia tutti gli spiriti, l’anima umana ingrandisce, e s’apre

lentamente alla luce d’una bontà nuova, che sorge come un astro

all’orizzonte del mondo.

Simboleggiò forse questo pensiero il grande scrittore del «Germinal»

nella scena culminante del suo libro terribile. Dopo i lunghi giorni

d’affanno mortali passati dal minatore nelle tenebre delle gallerie

franate e dall’ingegnere nel lavoro disperato del salvamento, Stefano,

operaio ardente e ribelle, e Negriel, il capo autoritario e scettico,

che fino allora s’eran odiati, quando s’incontrano si gettano nelle

braccia l’un dell’altro e «singhiozzano a grandi singhiozzi nella

commozione profonda di tutta l’umanità che è nell’anima loro». Così nel

poema. Passerà la tempesta, e s’incontreranno così nella storia.

Mentre passano gli scioperanti.

V’è un certo numero di borghesi, i quali, in fondo, per bontà di cuore

e per lume di ragione, sono favorevoli, benchè indeterminatamente,

al movimento attuale del proletariato; ma che dallo spettacolo

di qualunque agitazione di popolo, sia pure nel loro concetto

giustificabile, e anche da una semplice passeggiata rumorosa di

scioperanti per le strade cittadine, hanno una scossa violenta

all’animo, da cui son messe in fuga, come un branco di passeri

spaventati, tutte le loro idee democratiche. In ogni torbido popolare

vedono la minaccia e il principio d’uno scatenamento fatale dei

peggiori istinti della moltitudine, il quale li fa disperare che essa

possa mai progredire civilmente per la via della libertà e dell’ordine,

nè incivilirsi mai per alcun’altra via. Io ne vidi parecchi, in

un’occasione recente, impallidire al passaggio d’una folla agitata, ma

non minacciosa, d’operai, e lessi nel loro viso l’amarezza profonda,

ch’essi provavano in quel punto, di sentir vacillare e cadere in sè

opinioni e sentimenti, dei quali abitualmente si vantavano. È un senso

di sgomento improvviso e irragionevole, somigliante a quello che si

ridesta a ogni più leggiero tremito reale o illusorio dei muri della

casa in chi ha esperimentato una volta il terrore d’un terremoto.

E non di meno son gente che, a mente calma, capisce quanta parte di

responsabilità, nelle agitazioni del popolo, sia tolta a ciascuno dalla

forza che esercita sull’individuo l’eccitazione collettiva, e quanto

trascenda la passione e la volontà di ciascuno il fluido inebbriante

che si sprigiona dal contatto delle persone e dalla confusione delle

voci. Essi non rammentano, in quei momenti, le urlate e le baruffe

selvagge dei parlamenti, le irruenze devastatrici delle studentesche,

i tumulti furiosi di molte adunanze, non composte che di cittadini

delle classi superiori, ma divisi da passioni di partito e da

opposizioni d’interessi economici. Essi non pensano in che larga misura

concorra a far trasmodare la folla popolare una naturale reazione

che, in quella breve ebbrezza di libertà, s’opera in essa contro

la monotonia pesante della vita ordinaria, del lungo lavoro sempre

eguale, del pensiero ristretto, dell’immaginazione compressa dalle

consuetudini meccaniche, della necessaria rinunzia quotidiana a mille

piccoli desideri, continuamente rieccitati dallo spettacolo di chi

li appaga e ne cerca senza posa di nuovi, non per altro che per aver

l’occupazione d’appagarli. Essi non considerano, quando eccessi veri

si hanno a lamentare, che in quelle folle s’intromettono, non voluti

e irriconoscibili, elementi sfrenati e malefici, delle cui violenze è

ingiusto il far ricadere la colpa sulla moltitudine intera: elementi

che s’insinuano anche nelle dimostrazioni pubbliche, quando queste si

prolungano, della gioventù studiosa, che s’intromettevano anche nelle

più nobili agitazioni patriottiche del passato, che da per tutto si

fanno armi offensive d’ogni idea e d’ogni passione più santa, quando

questa invade in forma di torrente umano le vie e involontariamente

ricopre e protegge con le sue onde gli sfoghi individuali della

malvagità e della vendetta.

Per questo il «buon popolo lavoratore» ogni volta che appena si

muova, si trasmuta ai loro occhi nella «Gran Bestia» e assistendo alle

manifestazioni del suo malcontento essi passano davvero di assai brutti

quarti d’ora di ansietà e di amarezza. È il ricordo e il timore di quei

quarti d’ora che, al primo annunzio di ogni sciopero, e prima d’ogni

considerazione delle sue cagioni e del suo scopo, desta in loro un

senso di molestia e d’avversione, una tendenza a condannarlo senz’altro

come un turbamento colpevole della pace pubblica, a giudicarlo non

mosso da altre cause che dall’istigazione di pochi mestatori e da un

bisogno turbolento di ribellione e di fannullaggine. E sogliono dire:

— In che maniera non pensano questi male ispirati alle privazioni e

alle angoscie a cui vanno incontro, e a cui trascinano le loro povere

famiglie? — Come se fosse possibile che non ci pensassero di continuo,

poichè esse cominciano, si può dire, fin dal primo giorno, e come se

avessero altro a cui pensare!

Il vero è che, mentre lo sciopero dura, sono essi, gl’impauriti, quelli

che a tali privazioni ed angoscie non pensano, avendo tutto l’animo

occupato dall’affanno proprio; chè se le avessero presenti al pensiero,

come dovrebbero, sarebbero disposti ad una grande indulgenza per

coloro che le patiscono, anche giudicando che questi ci siano andati

incontro senza ragione. E se serbassero maggiore tranquillità d’animo

in quei giorni, invece di approvare i privati che, giudicando uno

sciopero ingiusto e dannoso a un interesse generale della cittadinanza,

largiscono pubblicamente dei premi in danaro agli operai rimasti al

lavoro, riconoscerebbero che un tale atto sarebbe soltanto ragionevole

e umano quando quegli stessi donatori aiutassero con oblazioni i

lavoratori a sostenere la lotta, nei casi non rari di sciopero, in cui

la ragione è palesemente dalla parte loro, e nessun interesse generale

è danneggiato: del qual fatto sarebbero molto imbarazzati a citare un

esempio.

Così è. Fa più nemici a ogni buona causa la paura che la persuasione

e l’interesse: anche l’interesse, sebbene la paura nasca da questo,

perchè in molti, a cuor pacato, il sentimento dell’interesse

individuale o di classe non è tanto forte da toglier loro la percezione

e il rispetto dell’interesse altrui: è la paura che lo ingigantisce

e lo accieca. Disse Garibaldi che «la paura non serve a niente». Così

fosse soltanto! Ma è ben di peggio. Essa confonde la visione del vero,

offusca il concetto della giustizia, comprime il sentimento della

pietà, e paralizza ogni forza benefica d’azione civile.

Il malinteso borghese.

L’«ignoranza plebea» è quella della moltitudine, la quale non sa perchè

non ha studiato e non ha studiato perchè non ha potuto; nè si può

disconoscere che questa ignoranza sia senza colpa. Eppure come d’una

colpa ne parlano con iroso disprezzo coloro che attribuiscono ad essa

la facilità con cui il popolo accoglie «le illusioni del socialismo».

Se poi osservate loro che in tutti i paesi queste «illusioni» sono

più facilmente accolte dalla parte più incolta, essi rispondono che

sono egualmente facili ad illudersi «l’ignoranza e la mezza cultura».

Ebbene, arrestiamoci qui, perchè l’argomento si può rivoltare.

La mezza cultura è facile del pari ad accettare idee false e a

respingere e a dileggiare delle giuste, soltanto perchè nuove e grandi.

Non sarebbe per l’appunto la mezza cultura della nostra borghesia

quella che la fa così arditamente sentenziar false, insensate,

chimeriche le idee socialistiche?

Ogni socialista si persuade di questa verità dopo aver riconosciuto per

esperienza che, quanto più gli avversari con cui gli occorre discutere

quelle idee sono largamente e profondamente colti, tanto più si

mostrano inclini ad accettarne alcune, cauti nel respingere le altre,

disposti a ponderarle tutte, e gravemente pensierosi del corso e degli

effetti che esse possano avere nell’avvenire. Via via che si discende

sulla scala della cultura, si trova una più feroce ostilità. Toccato

sul socialismo il professore universitario riflette e ragiona; il

capomastro arricchito strepita e sputa. E questa diversità ha un grande

e consolante significato.

Si obbietterà: — In che maniera potete parlare di mezza cultura in

Italia, dove gli studi economici, per consenso anche di illustri

stranieri, sono spinti innanzi e diffusi più che in ogni altro paese?

A questa domanda risponde un valente sociologo italiano (che non

è socialista) in uno scritto «sul movimento economico e sociale in

Italia» pubblicato da un’importante rivista belga. Risponde che i

cultori di questi studi, fra noi, formano quasi una classe a parte, che

influisce pochissimo sulla borghesia, la quale sta fuori quasi affatto

dalla cultura superiore, in modo che il grande progresso degli studi

economici e sociali non è in relazione diretta con quello della cultura

pubblica. E in prova di ciò allega il fatto che la grande maggioranza

delle nostre persone colte, ignorando che le dottrine del socialismo

hanno ormai un largo e saldo fondamento scientifico, ne parlano

ancora candidamente come di compassionevoli utopie. E cita un grande

e autorevole giornale italiano, che pochi mesi sono pronunciava ancora

questa sentenza: «Il socialismo è il danaro degli altri».

Ebbene è così. Ma uomini dotti in scienze e in lettere, persone

che reggono alte cariche dello Stato, giovani e signore brillanti

dell’aristocrazia intellettuale, e bravi insegnanti e ottimi impiegati

e funzionari e proprietari anche di alto bordo, la grandissima

maggioranza, insomma, della nostra media ed alta borghesia, è ancora

a questo segno. Interrogateli, tastateli intorno alla più grande

questione del tempo nostro, voi riconoscerete subito, in quasi

tutti, l’ignoranza perfino del significato proprio delle parole più

indispensabili a discutere; v’udite dare di quelle risposte che vi

rivelano istantaneamente l’assoluta inutilità di ogni discussione, e

vi fanno rimanere stupefatti, presi da un senso di tristezza e di pietà

che vi mozza la parola.

Sì, a questo punto siamo ancora in Italia.

Questa profonda agitazione di popoli, che ha la sua causa in tutte

le miserie e in tutti i dolori umani e trae la sua forza da tutti i

progressi materiali e morali dei tempi nuovi; questa aspirazione di

milioni e milioni d’uomini a salire ad un ordine di vita più degno,

a godere della parte che loro spetta dei beni che essi producono,

ad affrancare il proprio lavoro dalla servitù che lo strozza e

l’anima loro dalla ignoranza che li incatena e li avvilisce, questo

irresistibile movimento del proletariato «spinto da tutte le forze

della storia e da tutte le necessità economiche del secolo» ad un

miglioramento di Stato che andrà a vantaggio di tutto quanto il

corpo sociale e attuerà una forma di civiltà superiore, impossibile

a immaginarsi raggiunta per altra via; tutto questo non è che.... «il

denaro degli altri».

Questo sentimento invincibile, d’un nuovo diritto che in questi paesi

urta e scuote dalle fondamenta l’edificio delle vecchie legislazioni

e vuole conversa in pro dei milioni di deboli la protezione della

legge non sfruttata finora se non da pochi che la dettarono; questa

ribellione della coscienza universale contro il disordine della

produzione, contro la furia pazza della concorrenza seminatrice di

rovine; contro le disuguaglianze mostruose e la mostruosa tirannia

delle ricchezze usurpate e confederate a pubblico danno; questo vasto

e possente soffio di pietà e di fraternità che tende ad associare tutte

le forze a benefizio comune, sopprimendo le cagioni degli odii e delle

violenze sociali e conciliando tutta la libertà con tutta l’uguaglianza

possibile in una forma di Stato che non sia altro che «la volontà

organizzata di tutti»; tutto questo non è che.... «il danaro degli

altri».

Tutti i grandi intelligenti che da mezzo secolo hanno forzato

l’economia politica a riconoscere di non esser soltanto «la coscienza

dell’egoismo umano» e hanno gettato lo sgomento e il disordine

fra le file dei vecchi campioni del brigantaggio legale: l’uomo di

genio che con uno dei più poderosi sforzi che abbia mai compiuto

il pensiero umano ha dimostrato la trasformazione sociale come la

meta inevitabile di tutta l’evoluzione storica, suscitando dietro di

sè una legione di dotti e intrepidi apostoli che hanno conquistato

la Germania; i potenti pensatori americani ed inglesi che con

maraviglioso apparecchio di dottrina agitano da anni la formidabile

questione della «nazionalizzazione della terra»; i sapienti ed

infaticabili organizzatori belgi che con un lavoro miracolosamente

paziente hanno fatto già «emergere dal mare borghese un arcipelago

di isole socialiste» pronte a riunirsi alla prima scossa tellurica

in un continente; tutti i privilegiati e i ricchi d’ogni nazione,

che, spinti dalla ragione e dal cuore verso la nuova Idea, hanno

per essa rinunziato agli onori, alle ricchezze e alla pace; e tutti

quegli altri innumerevoli di ogni classe che, senza alcuna speranza di

vantaggio personale neanche remoto, hanno affrontato ed affrontano per

quella Idea calunnie, persecuzioni, esilii, miseria, alteri dei loro

sacrifizi, incrollabili nella loro fede, ricompensati di ogni danno e

felici per quella speranza d’un mondo migliore che portan nell’anima;

tutti costoro non sono che gente.... che vuole «il denaro degli altri».

Lotte civili · 第 15 / 30 题