sicurezza grave, con qualcosa d'un artefice che abbia un suo
modo risoluto di prendere la materia della vita e di trattarla
da sobrio maestro.
_Giana._
È questa la cagione del suo male?
_Gherardo Ismera._
Per qualche tempo ho seguito con grande attenzione la piccola anima
misteriosa. È piena di figure confuse che domandano uno spirito che le
distingua. Era allora in lei un bisogno così ardente d'esser compresa e
di comprendere, che certe volte il suo fervore somigliava a quegli
uccelli che si precipitano contro i cristalli del faro e si rompono le
penne senza chiudere gli occhi.
Egli è tuttavia in piedi. Giana s'è appoggiata a una spalliera,
nella sua attitudine consueta, col mento sul dorso della mano; e
sembra tesa a spiarlo da' suoi lunghi occhi di bautta. Come
un'arme a un sol taglio, la sua voce ha da una sola banda un
sottilissimo filo di derisione.
_Giana._
Voi siete dunque uno che sa leggere anche in un'anima di vergine? O
meraviglia! Se penso alla mia d'allora, su l'orlo della vita, la
rassomiglio alla farfalla quando beve; che ha le ali rialzate e
congiunte dalla parte degli screzii e dei colori come quattro pagine
combaciate dalla parte dello scritto.
_Gherardo Ismera._
E dopo?
_Giana._
Dopo, sono diventata farfalla di notte. Giusto appunto, non portano
ancóra le lampade! In fondo, credo che Mortella non abbia bisogno se non
d'un poco di felicità.
_Gherardo Ismera._
Pur sapendo che manca nella sua mano la linea della felicità, un giorno
mi chiese, tutta seria: «Voi credete veramente che si possa morire?».
_Giana._
Lo credete, veramente?
_Gherardo Ismera._
Talvolta certe creature sembrano così remote che potrebbero essere
immortali. Qualche mattina, l'aria la conteneva come qualcosa che sia
custodita per sempre, come una di quelle api che sono chiuse nell'ambra
antica dove hanno assunto una specie di eternità priva di miele. Poi
veniva a me con i suoi sogni e i suoi pensieri intricati non meno
selvaggiamente dei suoi capelli zeppi di foglie, di paglie e di rovi,
tornando dalle sue corse nel parco incolto. E restava in silenzio, come
aspettando che io li districassi.
_Giana._
I capelli?
_Gherardo Ismera._
I pensieri.
_Giana._
Avete le mani abili?
_Gherardo Ismera._
Non senza timidezza, signora.
_Giana._
Forse per ciò le facevate male.
_Gherardo Ismera._
«Quanto bene mi fa questo male!» è una parola mistica della sua
precocità. Un giorno l'ho udita che diceva a una piccola amica chiamata
Gentucca, in tono di gran segreto, mentre i due cuori battevano alla
medesima altezza: «Tu insegnami il punto di Venezia e io t'insegnerò a
versare certe lacrime che tu non sai».
_Giana._
Oh, cara! Dianzi invece m'insegnava a non le versare.
_Gherardo Ismera._
Cosa molto più difficile, e forse più inebriante. È un insegnamento di
martire.
_Giana._
O di maga?
_Gherardo Ismera._
L'una non è nell'altra, per una comune volontà di trascendere la natura
e lo spirito? Credo che il martirio è forse la vera vocazione di
Mortella. Infatti, ecco ch'ella inventa il suo supplizio, non potendo
essere trafitta dalle frecce o lacerata dai denti della ruota.
_Giana._
Diceva dianzi: «Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire».
_Gherardo Ismera._
È un'altra parola mistica. Ah, ma chi la salverà?
_Giana._
L'amore, forse.
_Gherardo Ismera._
È un cattivo salvatore.
Giana rompe la sua attitudine, e pronunzia la parola seguente
con una specie di perfidia repentina e celata.
_Giana._
La vendetta.
_Gherardo Ismera._
Non sazia. È quasi sempre vana.
La donna si muove, inquieta, piena del suo dèmone, con il
metallo della voce appannato dal sogno ma pur sempre affilato
dall'ironia.
_Giana._
Il tempo, la solitudine, la demenza, la santità, la morte...
_Gherardo Ismera._
Che grandi cose!
_Giana._
Una vittoria in ginocchio, un di quegli Angeli che si chiamano Ardori.
_Gherardo Ismera._
Che grandi cose ella ardisce nominare, all'appressarsi della notte!
La pioggia cessa. La quiete è senza mutamento. Laggiù, lavato,
il lembo dell'estremo crepuscolo vérdica lungh'esse le cieche
pareti di verdura perenne. Ma l'aria della stanza sembra come
agitata da quella evocazione spirituale. Giana si sofferma, e di
sùbito si volge come per assalire.
_Giana._
Temete la notte? Ah, vedo: Mortella v'ha un po' sbigottito con le sue
evocazioni funebri... Davvero è possibile che sentiate farsi più grave
quel certo peso di cui ella vi carica?
_Gherardo Ismera._
È possibile, signora.
_Giana._
Che dite mai?
_Gherardo Ismera._
È un peso di lutto, fatto più grave dai tanti ricordi che ravviva
l'aspetto di questi luoghi, di queste cose familiari, in quest'ombra ove
mi sembra quasi di cogliere il soffio dell'amico scomparso.... Che
diceva dianzi Mortella? Che avevo l'aria di portare una salma...
Sì, è vero. L'ho portato su la mia spalla, l'amico mio; ho attraversato
questa sala, quel vestibolo; ho disceso quei gradini; ho camminato fino
alla Cappella, per quel viale di bosso che il cuore riconosce
all'amarezza. Suo figlio, Bandino, era al mio fianco; e i suoi due buoni
servitori sostenevano gli altri due canti della cassa... Ma egli era
degno d'esser rapito da quella Vittoria e da quell'Angelo nominati or
ora come i messaggeri d'un riscatto miracoloso. Se il pregio d'una vita
recisa potesse misurarsi al peso, ah, certo le nostre spalle si
sarebbero incurvate, tutte le nostre ossa avrebbero ceduto sotto il
carico.
_Giana._
Così non si parla se non di un eroe.
Una commozione virile trema nella voce del superstite.
_Gherardo Ismera._
E non era un eroe? Della grande specie solitaria, di quegli che voglion
vincere in silenzio una virtù dinanzi a cui possano inginocchiarsi. La
Vittoria in ginocchio! Una tale imagine sembra creata dall'ispirazione
del suo spirito.
_Giana._
Più che umano, dunque.
_Gherardo Ismera._
Con un esempio più che umano, egli mi mostrò che comandare e obbedire
sono le due arti più difficili dell'anima libera.
_Giana._
Quale delle due apprendeste?
_Gherardo Ismera._
Colui che obbedì porta tutto il peso di colui che comandò, ma un tal
carico non lo schiaccia.
_Giana._
È l'enigma?
_Gherardo Ismera._
Addio, signora.
_Giana._
È il vostro enigma?
_Gherardo Ismera._
Voglia perdonarmi e credere alla sincerità del mio rammarico. Il caso ha
voluto che ogni mia esitazione e apprensione fosse troncata d'un colpo,
al primo istante. Nell'entrare, già mi consideravo come un estraneo,
quasi come un mendicante. Nell'escire, so d'esser tenuto come un nemico,
quasi come un saccheggiatore. Ma non v'è ombra di risentimento in me, e
la mia pena è assai tollerabile in paragone d'un'altra ben più grave.
Attenderò mia moglie al cancello. Già spiove. Le sarò grato se vorrà
farla avvertire. Comunque, io non dimenticherò la fine di questo giorno.
Egli s'inchina profondamente, e s'avvia verso il vestibolo.
Giana risponde al saluto, senza parola, tenendo le mani dietro
il dorso intrecciate. Poi riprende a errare nell'ombra della
sala, come stretta da una perplessità ansiosa. Quando il
visitatore discende già i gradini, ella si sofferma a guardarlo,
fa qualche passo verso il portico. D'improvviso lo richiama.
_Giana._
Signore, La prego: rimanga. È ospite mio.
Gherardo Ismera s'arresta nell'ombra, si volta. Un tenue sorriso
gli passa negli occhi. Risale i gradini, mentre Giana Guinigi in
piedi l'attende.
In quel punto due vecchi servitori taciturni entrano portando le
lampade accese.
FINE DEL PRIMO ATTO.
IL SECONDO ATTO.
Appare la camera di Mortella, tutta imbiancata di calcina tra modanature
semplici di pietra serena, sotto le vecchie travi del palco dipinte
toscanamente a disegni minuti in rosso, in nero, in verde.
Nella parete destra è praticato un vano, chiuso da cortine di
broccatello verde e bianco, ov'è il suo letto di fanciulla.
Nella parete a riscontro, un vano della stessa ampiezza sfonda in una
loggetta chiusa da vetri quadri in piombi per ove passa la luce del
giorno inverdita dal fogliame dei grandi lecci.
Nella terza parete alcuni gradini, compresi entro la grossezza del muro,
salgono a una larga vetrata che dà su una loggetta scoperta --
albeggiante quella di Paolo V nella villa frascatana di Mondragone --
cinta di balaustri e protetta da una pergola d'assi foltissima di
glicini in fiore, per ove si può da una scala esterna discendere nel
sottoposto ortopenso.
Sopra gli scaffali bassi, pieni di libri, sono disposti lungo il muro
vasi di maiolica, cofanetti di legno e di cuoio, stampe in cornice, una
pace di niello, qualche statuetta religiosa, qualche madonna, qualche
santa in tavoletta d'oro. Un gravicembalo a due tastiere, d'un color
chiaro d'avorio ornato di tenui ghirlande, è in un canto della camera
con un quaderno di musica sul leggìo. Il medesimo broccatello
verdebianco si sbiadisce su le seggiole, su le poltrone, nelle tende,
nella portiera dell'unica porta.
È un pomeriggio di maggio. Il sole, traversando i grappoli spessi di
glicini, fa una luce d'ametista come se accendesse la tonaca paonazza
d'una Martire nella vetrata d'una cappella. Quel riflesso violetto
mescendosi al verdognolo che viene dalla parte del lecceto, tutta la
stanza è immersa in un chiarore stranamente misto, che nell'ombra degli
angoli tiene del livido.
----
La Rondine sta per entrare, dalla parte della loggetta. Tenendo
ancóra una mano alla vetrata che si richiude e reggendo con
l'altra un fresco viluppo di vitalbe che le fioriscono il petto
fin sotto il mento, ella dal gradino si sporge verso la
cameriera che le va incontro con cautela per non fare strepito.
_La Rondine._
Non è là?
_La Salvestra._
Riposa.
_La Rondine._
Dove?
_La Salvestra._
Là, sul suo lettino.
_La Rondine._
Da quanto?
_La Salvestra._
Da un'oretta.
_La Rondine._
Non si sentiva bene?
_La Salvestra._
Non si sente mai bene. Anche stanotte non ha dormito mai. Dio mio santo!
L'ho sentita smaniare fino all'alba.
_La Rondine._
Il dottore è venuto?
_La Salvestra._
Sì, signorina. Stamani le ha trovato un po' di febbre.
_La Rondine._
Poco poco?
_La Salvestra._
Qualche decimo. Non è quella, di sicuro, che le dà il delirio.
_La Rondine._
Ma che dite, Salvestra? Ha delirato?
Scende gli altri gradini, sollecita, e s'appressa.
_La Salvestra._
Non è che un'idea, signorina. La chiamano delirio.
_La Rondine._
Sempre il padre?
_La Salvestra._
Sempre. È un'idea che non l'ha lasciata mai. Anche prima di tornar qui,
non faceva che rimuginarla. Io lo so. Non me ne scordo dei giorni neri
che ci toccò passare quando la signora Costanza si rimaritò col signor
Gherardo.
_La Rondine._
Io, per me, Salvestra, mi ci perdo. C'è qualcosa.
_La Salvestra._
Certo che c'è qualcosa.
_La Rondine._
Ma che cosa?
_La Salvestra._
Che vuole che le dica, signorina?
_La Rondine._
Quell'odio contro il padrigno...
_La Salvestra._
È odio vecchio.
_La Rondine._
Ma non era così, prima. Che può averle fatto?
_La Salvestra._
E che si può sapere?
_La Rondine._
Come? Credevo che sapeste tutto.
_La Salvestra._
Nulla di nulla.
_La Rondine._
Che disgrazia!
_La Salvestra._
Non si confida. E sa com'è testereccia! Si tiene tutti i suoi pensieri
nel suo capino ostinato e, quasi non fossero abbastanza chiusi, me li fa
serrare intorno con quella treccia più ritorta d'una corda stramba.
_La Rondine._
Le s'addice molto, veramente.
_La Salvestra._
Ne convengo. Ma ora, la mattina e la sera, quando la pettino, non parla
più. Prima, mi ricordo, canterellava dentro i capelli, come in una
gabbia di vinco bruno. Ora sta tutta muta, sotto; e pensa, e rimùgina.
Anche quando qualche volta mi par di farle male col pettine fitto, non
si risente. E le confesso che provo una certa soggezione, non so che
apprensione, nel ravviarla, tanto certe volte mi par di mettere le mani
nella sua doglia viva.
_La Rondine._
Ah, vivi son di certo i suoi capelli come se si rammentassero d'essere
stati serpi...
_La Salvestra._
Serpi?
_La Rondine._
Serpicine senza denti, Salvestra, biscioline senza capo né coda, che non
fanno nessun male. Ma non è vero che, quando non sono ben serrati in
treccia, sembra che si divincolino? Vorrei bene averli così, io, perché
uno me li incantasse con un sufoletto, la sera.
_La Salvestra._
Ecco, una ha sempre un pensiero, e l'altra ha sempre un altro pensiero.
Felice lei, signorina, che ha già trovato l'incantatore!
_La Rondine._
Son diventata rossa?
Graziosamente ella abbandona il viluppo delle vitalbe per
guardarsi in uno specchietto ch'ella ha dentro una scatola di
smalto insieme con un po' di cipria e col piumino. Ne profitta
rapidamente per incipriarsi il naso.
_La Salvestra._
Non ci si bada. È tempo di ciliege.
_La Rondine._
Sentite, Salvestra. Bisogna fare qualcosa.
_La Salvestra._
Sentiamo.
_La Rondine._
Non vi sembra che patisca come chi sia in mal d'amore... senz'amore?
_La Salvestra._
Quando si patisce, gli è tutt'uno.
_La Rondine._
Ah no.
_La Salvestra._
E che direbbe di fare?
_La Rondine._
Tutto farei, tutto farei per guarire la mia Mortina. Credo che le darei
anche la mia felicità, se si potesse. Ma non si può, giacché ha nome e
cognome e veste panni. Credo che, se fossi veramente una rondine,
partirei per andare a cercarle quegli che non si conosce e che sempre
s'aspetta, quegli che a me, prima che fosse venuto, mi pareva abitasse
in quel punto del cielo dorato di dove le rondini arrivano, certe sere,
a un tratto gridando su noi con un lampo così bianco che si pensa: «Oh,
certo, non può essere che lui capace di aggiungere un'ala ai piedi degli
uccelli!».
_La Salvestra._
Dio le conservi i bei sogni! Ma, se pur venisse, non sarebbe forse il
benvenuto.
_La Rondine._
Non verrebbe, se non fosse aspettato.
_La Salvestra._
Ma non si sa quel che s'aspetta.
_La Rondine._
Non s'aspetta che l'amore.
_La Salvestra._
E arriva il dolore. Beata lei, beata lei che fa il saggio del miele e
non si dubita del cotogno!
Gentucca sobbalza, credendo udire una voce di dentro le cortine.
_La Rondine._
Salvestra! Non avete sentito? Si sveglia?
La donna, in punta di piedi, rattenendo il fiato, va a
origliare.
_La Salvestra._
Riposa ancóra. Spesso si lagna nel sonno, qualche volta parla. Parla da
sé, sola, anche quando è sveglia, quando è chiusa in camera, durante il
giorno. La sento, e credo che ci sia qualcuno. Entro, e la trovo sola,
che cammina su e giù, a capo chino. Iersera non mangiò, non si coricò.
Sentii che faceva le volte, sino a tardi. Non so che avesse. Non l'avevo
mai veduta tanto scura. Era come una che torni dallo stare in guato...
_La Rondine._
Di dove tornava?
_La Salvestra._
Dal parco. Non so che cerchi. Pare che faccia la posta. Ora porta quasi
sempre i sandali allacciati, che non staccheggiano. Scende da una
terrazza all'altra in un lampo, sgattaiola lungo i muri, sguiscia dietro
i càrpini, fruga per ogni dove, come quando -- se ne ricorda? -- loro
due davano la caccia ai ricci...
Gentucca l'interrompe con una vivacità infantile.
_La Rondine._
Ah, Salvestra, sapete, quella tartaruga...
_La Salvestra._
Quale tartaruga?
_La Rondine._
Vi dirò poi. Continuate, continuate. Ma perché fa così? Che credete?
_La Salvestra._
Non so. La disgrazia è che sempre l'hanno tenuta come una bambina
semplice, senza farne caso, senza usare prudenza, anche a quell'epoca.
Miss Turner non la capiva punto. E io dico che non c'è al mondo una che
abbia più sentimento di lei per vedere, per scoprire, per indovinare. Le
basta di fiutar l'aria, per conoscere di che si tratta. Con lei non c'è
nulla da nascondere. Pare che entri nell'anima di chiunque. A me mi fa
paura quando mi fissa. Mi trema il cuore dentro.
_La Rondine._
E a me? Mi vien quasi fatto di coprirlo come quando si para il lume con
una mano, perché non lo veda ardere d'allegrezza. Ho quasi vergogna
d'esser felice davanti a lei. Mi piacerebbe d'aver sempre gli occhi
rossi arrivando e di poterle dire: «Sai, m'hanno fatto piangere, anche
me».
_La Salvestra._
Ma non piange mica. Magari piangesse! Lo dice anche il dottore. Dio, Dio
buono, aiutateci a passare questi due giorni. Ah, son lunghi!
_La Rondine._
I giorni son cresciuti di sei ore, Salvestra.
Un involontario guizzo di gioia passa nelle sue parole.
_La Salvestra._
Oggi è l'antivigilia del Corpus Domini.
_La Rondine._
È vero.
_La Salvestra._
Domattina si dice la messa di requie nella Cappella.
_La Rondine._
Ah, è vero. L'anniversario!
_La Salvestra._
Non so come si farà.
_La Rondine._
Assisteranno tutti?
_La Salvestra._
Che la buon'anima faccia nascere un bene, oggi. Sa che cosa ha
consigliato il dottore?
_La Rondine._
Che cosa?
_La Salvestra._
Che il signor Gherardo venga e le parli e ragioni con lei e le dimostri
il vero e cerchi di persuaderla, di toglierle l'idea, di guarirla dalla
mania, di rappacificarla insomma. Dice che questo è il mezzo da tentare,
ora che il male fa crisi. Hanno tenuto un consiglio, con la signora
Costanza. Pare che il signor Gherardo sia pronto, oggi stesso, prima di
sera. Bisogna pur uscire da questo inferno coperto. Ma io ho una grande
inquietudine. E il dottore lo vedo troppo serio. Ier l'altro la
signorina lo trattenne più d'un'ora, a parlare a parlare. E lui, quando
uscì, era molto accigliato.
_La Rondine._
È il Securani, quello stesso che curò il padre?
_La Salvestra._
Quello. Ora pare che si faccia questa prova, come Dio vuole.
_La Rondine._
E Dio faccia la grazia! Credo anch'io, Salvestra, che un bene ne possa
venire. E ho visto or ora un segno di buon augurio.
_La Salvestra._
Che segno?
_La Rondine._
Quella vecchia testuggine, sapete, con la scaglia tutta sbocconcellata,
che chiamavamo Ninicchia, tanto affezionata a Mortella che la credeva
perduta perché non s'era più fatta viva...
_La Salvestra._
Ebbene?
_La Rondine._
È ricomparsa! Mentre mi sforzavo di staccare questi tralci dal leccio
del Conte, mi son sentita tirare appena appena per l'orlo della gonna
come da un gattino timido. Mi son voltata. Era lei, ai miei piedi, sul
musco, che tentennava quel suo capo novo come quel d'una serpe che
avesse allora allora gettata la buccia.
_La Salvestra._
Veramente la tirava per l'orlo?
_La Rondine._
Ma sì, vi dico. Può essere che m'abbia presa per un cesto di lattuga.
L'ho sollevata con le due mani, l'ho messa su una bella pietra al sole,
e le ho detto: «Restate là, Ninicchia, senza muovervi; ché fra poco vi
conduco qui la Fata Mortella». Deve aver capito.
S'interrompe; e tende l'orecchio verso le cortine, palpitando.
Si sveglia? Non ha sospirato?
_La Salvestra._
Sembra che dorma profondo.
_La Rondine._
Bisogna che finisca il suo sonno. Si sveglierà tutta fresca, e disposta
a lasciarsi guarire. Che si può fare, Salvestra? Pregare? Non c'è
qualche incanto?
_La Salvestra._
Se c'è, e ci bisogna un cuore da pestare, ecco il mio.
Nella sua voce sommessa trema una devozione senza limiti.
_La Rondine._
Siete buona. Lo so. Com'è dolce di sentir parlare l'amore così!
Vegliatela sempre. Ora le lascio qui le vitalbe, qui, -- non le mettete
da parte, vi prego! -- che, uscendo dalle cortine, c'entri dentro e ci
si senta impigliata e dia in un riso e dica: «È Gentucca».
Ella depone il viluppo sul tappeto, davanti alle cortine. È così
tenera che sembra le si inumidisca la parola.
Me ne vado e poi torno. Torno verso sera. Ah, ma vorrei vederla un
attimo, gettarle soltanto un'occhiata! Un attimo solo, metto il viso tra
le cortine, Salvestra, e la guardo. Piano, piano. Trattengo il respiro.
La donna fa un gesto di consentimento commosso. Infinitamente
cauta, Gentucca separa un poco le cortine con le dita e sporge
la faccia verso l'interno. È grande silenzio, come quando
l'angoscia umana sale a poco a poco sino all'altezza del ciglio
e trabocca. Di subito ella si volge, con le mani alla gola come
per soffocare il singhiozzo che la vince. Non può: rompe in
pianto. Nell'allontanarsi fuggendo, ella medesima mette i piedi
entro il viluppo e lo sparpaglia e trascina. Rimonta i gradini
della terrazza, scompare nella luce dei glicini.
_La voce di Mortella._
Salvestra! Salvestra!
_La Salvestra._
Eccomi, sono qui, sono qui, signorina.
_La voce di Mortella._
Ah, chi m'ha legata?
È una voce di sgomento, una voce d'ambascia, ancóra appresa nel
buio del sonno.
_La Salvestra._
Non mi sono mossa, non mi sono mossa.
_La voce di Mortella._
Ah, chi piangeva su me?
Ella esala un anelito, quasi che per levarsi faccia lo sforzo di
rompere un legame che l'annodi. E appare tra le due cortine
trasognata, con la fronte stillante di sudore.
Chi singhiozzava? Io stessa? Di'.
_La Salvestra._
No, signorina. Ha sognato.
_Mortella._
E questi fiori? Di'. C'è stata Gentucca? È venuta la Rondine?
_La Salvestra._
Or ora.
_Mortella._
È andata via? Ah, richiamala, richiamala!
Ella cammina su per la striscia delle vitalbe sparpagliate.
È passata di lì? È lei che ha lasciato dietro di sé questa traccia?
Richiamala! Oh piccola!
La donna sale alla loggetta.
_La Salvestra._
Ha detto che torna, che torna verso sera. Non s'inquieti.
Sparisce per la scala che dà su l'ortopenso.
_Mortella._
Non sarà troppo tardi, verso sera? È la vigilia, è la vigilia! Volevo
dirle addio, rivedermi in lei quale già fui, dire addio a me, a me, a
quella sua Mortina dolce.
L'ambascia ancóra l'aggrava. Par che ancóra ella trasogni. Si
china a districare l'un de' malleoli da un tralcio di vitalba
seguace.
Eri tu che mi legavi, Gentucca?
Tra il volto curvo e il grembo piegato, la sua voce ha una
risonanza singolare, quasi argentina, simile a una nota
d'infanzia; poi subito si rincupisce.
Non mi potevo muovere quando mi sono svegliata. Ero tutta annodata.
Perché? E chi piangeva?
Vacilla e si tocca le tempie con le dita smarritamente.
Ma se non fosse che la febbre? No, non ho più febbre. Non ne devo avere.
Non devo avere che coraggio, coraggio, coraggio...
Si riscuote e si risolleva. La donna ritorna indietro, ripassa
per la terrazza dei glicini, ridiscende nella camera.
_La Salvestra._
Non m'è riuscito di raggiungerla, né di richiamarla. Era già sparita.
_Mortella._
Vola. Lo so.
La parola s'illumina d'un sorriso tenue e tenero.
_La Salvestra._
Ma torna, ma torna.
_Mortella._
Dimmi, Salvestra. Era lei che piangeva?
_La Salvestra._
No, signorina.
_Mortella._
E chi dunque?
_La Salvestra._
Le assicuro. Anzi era allegra. Era venuta a portarle una gran notizia!
_Mortella._
Una gran notizia?
_La Salvestra._
La tartaruga, quella che chiamavano Ninicchia, è ricomparsa. L'ha
ritrovata dianzi sotto il leccio del Conte.
_Mortella._
È vero?
Anche una volta, in un movimento spontaneo di giovinezza ariosa,
si mostra la compagna di Gentucca, l'amica della Rondine.
_La Salvestra._
Sì, proprio vero. Sentirà il racconto!
_Mortella._
Ma chi piangeva? M'è parso d'essere stata svegliata come da un gran
singhiozzo.
_La Salvestra._
Era un sogno, creda.
_Mortella._
Non è venuto altri? Mia madre?
_La Salvestra._
Non ancóra, signorina. Come si sente?
_Mortella._
Bene.
_La Salvestra._
Quella febbretta è caduta, le sembra?
_Mortella._
Sì.
_La Salvestra._
Non si sente più bruciare?
_Mortella._
No.
_La Salvestra._
Ha la fronte un po' sudaticcia. Desidera qualche cosa?
Mortella prende una fiala d'essenza, ne versa nel fazzoletto, lo
fiuta, si terge la fronte, il collo sotto l'orecchio.
_Mortella._
Ho sentito battere all'uscio.
_La voce di Giana._
Mortella, sei là? Si può entrare?
_La Salvestra._
Si sente male? Com'è diventata pallida!
_Mortella._
Taci. Va. Non venire, se non ti chiamo.
Fa un passo verso l'uscio dominandosi.
Entra, entra, Giana.
La cognata entra. Si guardano forzando il sorriso del saluto e
dell'accoglienza, che per alcuni attimi persiste su i loro volti
come qualcosa che vi sia appesa e possa rimanervi
indefinitamente se si trascuri di staccarla. Un'aura ostile
sembra quasi formarsi dai due respiri.
_Giana._
Come ti senti?
_Mortella._
Bene. Grazie. Ho dormito un'ora. Il sonno dà pazienza.
_Giana._
Sei più tranquilla?
_Mortella._
Sono tranquilla. Vedi. Gentucca m'ha fiorita la stanza, avanti il tempo.
Puoi avvicinarti, sederti. Non sono in vena di stravaganze. Non sono
affatto pericolosa. Bisogna perdonarmi. Iersera c'era afa di temporale
nell'aria. Non so che m'aveva presa. Ma è certo che oggi devo guarire di
questa benedetta mania. Basta dirmelo, basta volerlo. Mi dispongo a
tornare in pace. Dopo domani è il Corpus Domini. Vorrei dare un pane a
un povero.
_Giana._