M'intenerisci. Lasciami mettere le dita nei tuoi capelli, pe

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IL FERRO

DRAMMA IN TRE ATTI

DI

GABRIELE D'ANNUNZIO

MILANO

FRATELLI TREVES, EDITORI

1914

*Secondo migliaio.*

PROPRIETÀ LETTERARIA. -- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.

Copyright by Gabriele d'Annunzio, 1914.

È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il

consenso della Società Italiana degli Autori.

(_Articolo 14 del Testo unico 17 settembre 1882_).

_Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa opera che non

porti il timbro a secco dell'autore._

Milano. -- Tip. Treves.

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ALLA MEMORIA

DI

_Gigliola de Sangro_.

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INDICE

IL PRIMO ATTO.

IL SECONDO ATTO.

IL TERZO ATTO.

DRAMATIS PERSONÆ.

_Gherardo Ismera._

_Bandino Guinigi._

_Costanza Ismera._

_Giana Guinigi._

_Mortella._

_La Rondine._

_La Salvestra._

_I Due Servitori._

IL PRIMO ATTO.

Al piano terreno d'una vecchia villa toscana, in altri tempi costrutta a

emulare la magnificenza medicea e la copia d'acque e di cipressi

tiburtina, appare una sala rotonda, arieggiante quella dal Sanzio

disegnata per Giulio de' Medici su la pendice del Monte Mario, fatta di

due absidi laterali a pilastri e a nicchie, collegate qui

dall'architrave d'una larga apertura rettangolare onde si scopre un

vestibolo a tre arcate in vista d'un giardino simmetrico.

Nel mezzo di ciascun semicerchio è una porta nobile ma non grande. Nel

centro del diametro, a sinistra, un piedestallo di cipollino sostiene

una statua dell'Abondanza nella maniera del Tribolo, mentre a destra

l'altro simile piedestallo regge il torso consunto d'una Musa tunicata e

cinta che nessuno attributo distingue.

Dietro gli allori che tonduti a foggia di palla sorgono dai grandi orci

invetriati fra pilastro e colonna, il giardino si mostra co' suoi

spartimenti orlati di bossolo, senza screzii di fiori, esatto come

un'opera di tarsìa, chiuso intorno da altissime siepi di càrpini. Una

fontana senz'acqua, in forma di navicella, arieggiante quella

aldobrandina, sta dinanzi al portichetto, rempiuta di terriccio ove

s'appiglia il giaggiolo giallo e la rosa scempia tra la mal'erba.

È un pomeriggio torbido della fine d'aprile. Già spiove, dopo l'acquata.

Uno sprazzo di sole indora in sommo le lunghe mura bronzine che fa la

verdura perenne.

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Mortella è sola, pensierosa, inquieta. Movendosi per la sala,

s'è soffermata dinanzi al piedestallo del Torso. Udendo una

chiara voce che di fuori la chiama a nome, si scuote e si volge.

Lesta e vivace come un uccello, una fanciulla sale i gradini ed

entra nel vestibolo, affannata e ridente, vestita di bianco e di

nerazzurro con grazia.

_La voce._

Mortella, Mortella, sei là?

_Mortella._

Oh, la Rondine!

Le va incontro, rischiarata.

Di dove vieni, Gentucca? Entra! Entra!

_La Rondine._

Non ho più fiato. Non mi baciare. T'infradici. Son tutta molle. Che

scroscio d'acqua! M'ha presa al cancello. Avevo un bel correre sotto le

pergole e su per le terrazze...

_Mortella._

Come sei fresca! Sai d'acquazzone, di bossolo e di mughetto. E il cuore

ti batte in gola, Rondinina. Riprendi fiato. Vieni. Pòsati.

_La Rondine._

Ah, non posso. Son corsa su per un attimo, soltanto per guardarmi un

momento ne' tuoi occhi. Ho lasciato giù Enzo, sai.

_Mortella._

Enzo è venuto?

_La Rondine._

Sì, stamattina.

_Mortella._

Per ciò scoppii d'allegrezza e sembra che mi sguisci di mano. Ti tengo

per le ali.

La tiene per gli omeri, quasi la scrolla. Poi le parla più

basso, con la voce alterata, con una sorta di salvatichezza

improvvisa, che sùbito cede.

Sei felice? sei felice?

_La Rondine._

Ah, Mortella, Mortella!

_Mortella._

Sei felice? Ora hai il sangue del viso trasparente come quando si guarda

una mano contro il sole.

_La Rondine._

Sei tu bella. Non t'ho mai vista così.

_Mortella._

Come puoi dir questo, Rondinina?

_La Rondine._

Forse è la luce. Oggi c'è non so che altra luce. Non vedi? Pare che

tutto cambii. Ora scopro che hai le sopracciglia più folte. Si

congiungono quasi. Come ti sei fatta seria, sparvieretta! Ora si direbbe

che tu abbi voglia di piangere.

_Mortella._

Voglia di partire, di partire!

_La Rondine._

Già?

_Mortella._

Tu e il tuo fidanzato dove andate stasera?

_La Rondine._

Oh, non lontano!

Sospira.

_Mortella._

Io vorrei scalzarmi, e andarmene sola per certe viottole che non ho

rivedute ancóra, camminare lungo una siepe dove sia rimasto a rasciugare

un bucato di poveri, fare una carezza a un bambino sperso, ascoltare la

campana d'una pieve, il verso d'un chiù, il fischio d'un treno, il

cigolìo d'un baroccio, non ricordarmi più del mio nome, fermarmi a

chiedere un bicchier d'acqua in un casale dove la vecchia accenda in

punto la lucerna, e poi più in là cadere con la faccia contro terra...

_La Rondine._

O malinconia! Perché, Mortina? E io che ti credevo tanto contenta

d'essere rivenuta alla Guinigia, dopo questi tre anni!

_Mortella._

Tu sei piccola, Gentucca: tu sei una rondinella bianca e nera. Tu hai il

tuo piccolo cuore gonfio di primavera. Respiri come in una storia

inventata. Non capisci. Io parlo della vita.

_La Rondine._

Oh!

_Mortella._

In questi tre anni io mi sono tanto mutata che mi par quasi di portare

un altro sangue. Tu non sei mutata affatto, e quasi non ti riconosco.

_La Rondine._

Veramente!

_Mortella._

Tu non puoi capire, Gentucca.

_La Rondine._

In fondo, sono più ocherella che rondine. Lo confesso. E poi tu lo dici

chiaro. Ma insomma non sei contenta, ora, d'esser qui, di ritrovarti

nella vecchia Guinigia tornata ai Guinigi, di non saper più in mano

d'estranei la casa dove nascesti, dove t'è morto il tuo padre, e di

rivivere qui tutti i tuoi ricordi, i nostri ricordi anche?

_Mortella._

I nostri... Ti rammenti di quell'imagine di Gesù che aveva la povera

Miss Turner, con quegli occhi che da prima parevano chiusi, pieni

d'ombra, e poi a poco a poco -- non si sapeva come -- s'aprivano e ci

fissavano con uno sguardo insostenibile? Ogni volta tu sobbalzavi,

gridavi di spavento e ti voltavi dall'altra parte.

_La Rondine._

È vero.

_Mortella._

Ritrovo qui certi ricordi scuri che pare aprano gli occhi allo stesso

modo, e mi sembra d'aver qualcosa da gridare allora.

_La Rondine._

Come sei!

Sembra un poco sbigottita.

_Mortella._

Allo stesso modo qui si sono riaperte le porte, si sono spalancate le

finestre; e s'aspetta qualcuno. Le tende sbattono, i mobili scricchiano;

e in ogni angolo qualcosa travaglia e si prepara.

_La Rondine._

Che voce t'è venuta!

_Mortella._

Forse ho in me una voce che non è la mia. Io stessa non la conosco. E

ogni parola in ogni voce cangia di senso, di peso e di destino. Non sai

tu che la Guinigia non fu riscattata se non per l'amore d'una voce? Mia

cognata si risolse a ricomperarla perchè mio fratello pensava sempre a

quel vecchio organo dei Serassi che è nella Cappella, a quel vecchio

sollevatore e consolatore della sua adolescenza. Era la sua gran

passione. Te ne ricordi? Ci mettevamo tutt'e due dentro il

confessionale, a sentirlo sonare fughe mottetti ricercate del

Frescobaldi, per ore ed ore.

_La Rondine._

Me ne ricordo. A volte si tremava nell'ossa. S'aveva freddo alla nuca,

non so perché, come nel vento dei monti. La vetrata ci pareva di

ghiaccio blu.

_Mortella._

Tu sai che mio padre è sepolto là, sotto la cantoria.

_La Rondine._

Dio l'abbia in pace.

_Mortella._

Il giorno che rientrammo qui, dopo tutte le cose tristi che sai e che

non sai, Bandino non si teneva dall'impazienza. Sandro il fattore andava

innanzi ad aprire gli usci. Non si guardava nulla. Ci s'affrettava. Si

riconosceva ogni stanza all'odore, o al pavimento, o all'aria più fredda

più calda, o a una soglia, a uno scalino. Quando s'entrò nella Cappella,

io andai a gittarmi su la lapide ma Bandino salì subito all'organo.

Sentivo sopra di me scricchiolare il legno, ronfare i mantici, gemere i

registri; e pure non sapevo se la voce dovesse venire dall'alto o di

sotterra, tanta era l'angoscia del mio cuore. Gli attimi parevano

eterni. Mi veniva l'ansia di gridare: «Parla! Parla!». Ah, non ti so

dire. Certo le dita di mio fratello vacillavano, e il suo petto era

senza respiro. Allora fu, d'improvviso, come una lacerazione.... Non era

la voce attesa, era un'altra! Anche l'anima dell'organo era sconvolta,

sfuggiva, non obbediva più. Singhiozzavo sola su la pietra, e udivo mio

fratello singhiozzare contro la tastiera; e non v'era più che quel

pianto, là dove s'era già pianto.

_La Rondine._

Mortina, Mortina, come sei triste! Quasi più che quando partivi. Che

hai? che hai? Ti passerà. È vero che aspetti qui tua madre? che vi

riconciliate con lei... e con suo marito? Perdonami se m'ardisco di

domandartelo.

_Mortella._

Bandino vorrebbe... Credo. Non so.

Si scurisce in viso e si acciglia, per un attimo.

Io, per me, non ho voglia se non di prendere una via, una via qualunque,

che conduca in qualche parte dove...

_La Rondine._

Dove ti venga incontro il tuo amore e ti comandi: «Vieni con me». Oh,

dimmelo. Confidati. Ti senti così perché sei innamorata?

_Mortella._

Gentucca pazza!

_La Rondine._

Non me lo vuoi dire? Hai dovuto lasciare qualcuno, laggiù? Ne soffri? È

questo il tuo male?

_Mortella._

Che pazzia!

_La Rondine._

Veramente, non ami? Non hai amato mai, da che non t'ho più veduta?

Dimmelo, a me sola. Confìdati.

_Mortella._

Che è l'amore? Dimmelo tu. Io non lo so.

_La Rondine._

Che altro c'è nel mondo? Ma tu lo sai. Almeno l'amore di Giana e di

Bandino non lo vedesti nascere? non l'hai ora sotto gli occhi ogni

giorno?

_Mortella._

Quel che è troppo vicino, non si vede. E poi Giana...

_La Rondine._

Giana...

_Mortella._

È nata di notte. È buia, chiusa. Non ci si scorge nulla, non ci si

scopre nulla di chiaro, nulla di sicuro. Non si sa. Certe volte, quando

arriva, sembra che abbia lasciato a mezzo un'opera d'incanti o la trama

d'una congiura o un gioco pericolosissimo o una ricerca d'alchimia. Ti

piace Giana?

_La Rondine._

Io non me l'imagino che in bautta. I suoi occhi lunghi guatano come di

dietro alla mascherina di raso bianco.

_Mortella._

E il bello è che non sai se sotto il dòmino nasconda un'arma insidiosa,

una piaga brucente o la lanterna d'Aladino.

_La Rondine._

E se nascondesse le tre cose insieme?

_Mortella._

Sarebbe anche più bello.

_La Rondine._

Ma vi volete bene.

_Mortella._

Molto. M'incanta.

_La Rondine._

Ora lasciami andare, Mortella. Enzo m'aspetta.

La compagna la trattiene, con una maniera misteriosa, acuta e

molle a volta a volta, sorridente e irridente.

_Mortella._

T'aspetta alla fontana della Navicella, o per la scala dei Delfini, o

dentro una nicchia di càrpini. La Guinigia dev'esser dolce a chi ama. Tu

non m'hai ancor detto che sia l'amore. Bene, dimmelo, Gentucca, tu che

lo sai. Enzo è là, non se ne va. Dianzi tu parlavi con me e non

ascoltavi che lui. Pare tu lo senta con quella gota ch'è volta dalla

parte del giardino. Hai tutta l'anima su quella mezza faccia. Sei una

pèsca partitoia, come dicono a Siena: una pèsca spicca, divisa in due da

sé. Lo senti con quella gota e con quella spalla; e il cuore ti batte a

destra, ora. Sei tu che arrossisci, o è l'aria?

_La Rondine._

Mortella!

Ella si copre di rossore. Con una grazia vergognosa, prende la

mano della compagna e se la preme contro quella gota.

_Mortella._

Dimmi dunque che è, Gentucca.

_La Rondine._

Ora te lo dico.

Ella pensa e s'indugia.

_Mortella._

Ebbene?

_La Rondine._

Non mi vien detto nulla.

Ha un tono di lagno e il delizioso colore della sua ingenuità

sensitiva, mentre cerca le parole con l'aria d'una educanda

impacciata innanzi all'esaminante.

_Mortella._

Ora hai il viso fatto d'una rosa.

_La Rondine._

Ah, ecco. Mi sveglio, e sento che il mio viso è fatto d'una rosa e che

la mattina quasi è meno nuova di me.

_Mortella._

E poi?

_La Rondine._

Poi mi metto a sedere sul letto, e sto là, proprio come al principio

d'una storia inventata; e soltanto il pensare che i giorni son cresciuti

di cinque ore mi dà l'allegrezza di non morir più; e mi pare che la mia

vita mi fugga non so dove e che me ne venga continuamente una più dolce

e più forte, non so di dove, e che l'anima mi si cambii in un'altra che

è più mia della mia; e ho voglia, voglia di qualche cosa, e non so di

che: e non ho nessun gusto in bocca ma conosco che v'è un sapore in me

più buono che il sapore dell'aria e di tutte le cose buone del mondo...

Ella s'interrompe, socchiudendo le palpebre, in uno smarrimento

puerile.

_Mortella._

E allora?

_La Rondine._

Allora...

Rapida, a fior di labbra.

mi bacio le braccia.

_Mortella._

Oh piccola! Ma ci deve pur essere un'altra specie d'amore.

Giana Guinigi entra.

_Giana._

Ah, ah, le donzelle ragionano d'amore.

Le compagne ridono, come in vena di celia.

_La Rondine._

È Mortella che mi fa l'esame e distingue.

_Mortella._

Sappi, Giana, che la Rondinella non soltanto è innamorata daddovero,

come direbbe la Menica, ma è anche promessa sposa, e il fidanzato

l'aspetta giù intagliando col suo bravo coltellino i due nomi nel pedale

d'un eterno leccio.

_La Rondine._

Non è vero niente.

_Giana._

Eppure il cielo è color di rosa.

_La Rondine._

Se mai, dopo l'acquata, non m'aspetta, ahimé, che una risciacquata della

genitrice. Me ne rivólo al nido. Addio, addio.

Leggera e celere, traversa il portichetto, scende i gradini,

volge il capo grazioso.

_Mortella._

Torna presto, Gentucca.

_La Rondine._

Addio.

Le due cognate la seguono con gli occhi pei viottoli di bossolo.

_Giana._

A rivederci.

Il cielo è tutto rosato sopra le fitte muraglie di càrpini.

Che fresca e gentile creatura, veramente! Quando ha voltato il capo, non

pareva che avesse all'angolo della bocca un filo di felicità come un

uccello porta nel becco una pagliuzza o un crino?

Giana mette un braccio intorno alla cintola di Mortella che

ancóra guarda l'aria ov'è sparita la sua compagna e ancóra alza

la mano come se la scorgesse all'estremità della terrazza e la

risalutasse.

_Mortella._

Felicità! Felicità!

Ella sospira la parola quasi dentro di sé, come sospesa al

limite della contrada imaginaria ove Gentucca va a vivere la sua

favola breve. Giana la chiama, come per dirle qualcosa di grave,

esitando.

_Giana._

Mortella...

_Mortella._

Non ho mai patito la primavera come quest'anno. E tu, Giana? È forse la

Guinigia che si rincarna in quella piccola selvaggia che fui... La

mattina quando mi stiro, nel dormiveglia, mi pare che ho un braccio

lungo come una scalinata di pietra e l'altro come un viale di bossolo, e

che in una mano laggiù ho una dea vestita di borraccina e nell'altra una

vasca piena di nannùferi.

_Giana._

Mortella...

_Mortella._

Pensa: i giorni son cresciuti di cinque ore, e fra qualche settimana ci

si vedrà chiaro sino alle nove di sera! Guarda il colore del cielo. È

troppo dolce. Ora d'un tratto il giorno si stacca e casca come un frutto

troppo dolce, ruzzola ai piedi di Gentucca che lo raccoglie e lo morde e

ne lascia mezzo a lui...

_Giana._

Ascolta, Mortella. Bisogna che te lo dica: tua madre è venuta.

La sognante si scuote a un tratto e si scioglie dal braccio

della cognata, non contenendo il suo sgomento e la sua

agitazione.

_Mortella._

Che dici? Chi è venuta?

_Giana._

Tua madre.

_Mortella._

Mia madre?

_Giana._

Sì.

_Mortella._

Quando?

_Giana._

Or ora.

_Mortella._

All'improvviso?

_Giana._

È certo una sorpresa che ci fa Bandino, per forzare gl'indugi. So che le

è andato incontro alle Tre Torri e l'ha condotta qui egli stesso.

_Mortella._

Sola?

_Giana._

Non credo.

_Mortella._

Con quell'uomo?

_Giana._

Non l'ho veduta ancóra, né ho veduto lui. Bandino è salito a cercarmi,

ed era in una tale angoscia che m'ha fatto pietà. Tu sai come si

smarrisca facilmente dinanzi all'atto compiuto. M'ha supplicato di

venire ad avvertirti.

_Mortella._

Ma l'Ismèra?

_Giana._

Non ho capito bene. Bandino eludeva le domande, balbettava. Però non mi

par dubbio che sia venuto anche il tuo patrigno, giacché il punto da

vincere per tua madre era d'esser ricevuta qui con suo marito.

_Mortella._

E credi ch'egli sia entrato in casa?

_Giana._

Se non è già in casa, è nelle vicinanze. Lo sapremo subito. Si tratta di

una sorpresa, ti dico. Tua madre, d'accordo con Bandino, viene in

persona a perorare la causa, a strappare il consenso.

_Mortella._

Ma è incredibile questo.

_Giana._

Bisognava aspettarselo. Tuo fratello non vede che per gli occhi di lei,

non può rassegnarsi a viverne lontano. Pare un bambino non ancóra

svezzato. Tutto questo tempo, non ha fatto che sospirare e rammaricarsi.

Tu lo sai. Ora, giacché la rovina è riparata e il vecchio focolare è

riacceso, a tutt'e due sembra venuta l'ora di ricostituire la santa

famiglia.

_Mortella._

E tu consenti? La fortuna è tua. Non sei tu la padrona qui?

_Giana._

Hai il tono crudo. Un'estranea piuttosto.

_Mortella._

Il mio presentimento m'ingannava forse? Non m'inganna mai. Avevo

lasciato il mio cuore qui, il mio cuore in lutto e la mia vita vera, ma

nel fondo io non desideravo di venire a ritrovarli, per paura di fallare

o prima o poi contro l'uno e contro l'altra. La cenere che m'è cara non

soffre d'essere smossa. Per ciò io non t'ho sollecitata, non t'ho spinta

a ridarci queste mura che non sembrano alzate se non per ricevere un

ospite senza misericordia. Lo schianto era avvenuto, il distacco era

stato sofferto, il passato aveva già preso il suo aspetto fisso, e

l'enigma era rimasto scolpito nella pietra.

_Giana._

Ma tuo fratello non pensava ad altro. Sapevo bene che il ricupero era

come una convenzione tacita nel contratto di nozze: era più che un

desiderio, più che una promessa. Tu lo sai. Dicevi dianzi che la

Guinigia ti sembra a volte immedesimata con te, incarnata in te.

Bandino, che è una creatura fatta di musica, pareva aver lasciato qui la

sua risonanza e non poterla ritrovare se non qui dov'è nato e dov'ha

sognato. Per tutti voi la Guinigia è una specie di sostanza misteriosa,

non so, quasi una figura della vostra sorte. Riconducendo qui Bandino,

avevo il sentimento di restituirlo a sé medesimo. E alla mia

condiscendenza si mescolava non so che voglia di novità, non so che

speranza di rinfrescare il mio amore, di vedere aumentata la sua

bellezza. Tu comprendi.

_Mortella._

Comprendo. Ma la bellezza non basta più. Giana, puoi credere che io osi

rinfacciarti la tua generosità? Non hai restituito anche me a me

medesima? Tutto il tempo passato altrove, dopo la morte di mio padre,

dopo la rovina, dopo l'orrore, mi sembra oggi senza viso, carne

un'effigie cancellata ch'io non abbia conosciuta mai, ch'io non sappia

riconoscere. Se non fossi rientrata qui, sarei forse entrata in un

convento; ma qui è come se io mi fossi monacata, come se avessi fatto i

miei voti. Non mi sono mai sentita così profondamente sola, né così

viva. Sola con Dio sarei stata nella clausura; e qui sono sola con

un'ombra. E la mia memoria mi crea la mia vita devota. E non soltanto io

mi ricordo, ma uno si ricorda in me. Siamo due a vivere e a ricordarci.

_Giana._

Mi sgomenti. La vita è tutta fatta di dimenticanza.

_Mortella._

Non è vero.

_Giana._

Tu hai l'avidità di soffrire, di tormentarti.

_Mortella._

No. Ma che colpa ho io se mi fu data una pena da serbare, una piaga da

portare nel fianco?

_Giana._

Làsciati guarire.

_Mortella._

Da chi? Le mie lagrime e il mio sangue aspettano.

_Giana._

Dalla vita stessa, dall'inatteso, dall'incognito.

_Mortella._

Da quello che sta per varcare la soglia?

_Giana._

Chi sa! Bisogna di continuo offrirsi al destino.

_Mortella._

Il mio destino io lo serro contro me per soffocarlo.

_Giana._

Non bastano due braccia.

_Mortella._

Ma un cuore basta.

_Giana._

Per sanguinare.

_Mortella._

Posso lasciarlo sanguinare lungo tempo, prima che ne coli l'ultima

goccia.

_Giana._

Sei malata di primavera. Conosco questo male.

_Mortella._

Il mio male è d'una stagione che non conosci.

_Giana._

Tu stessa non sai quel che intendi né quel che vuoi.

_Mortella._

Voglio andarmene.

_Giana._

Che pazzia!

_Mortella._

Non resto qui.

_Giana._

Ma almeno aspetta. Vediamo.

_Mortella._

Vedere, vedere, è proprio quel che non voglio.

_Giana._

Ma perché?

_Mortella._

Non senti? Pare che tutta la casa trattenga il respiro. Non respira più.

Non senti? E stasera la sua anima rinata non si radunerà intorno alle

lampade accese; resterà nell'ombra degli angoli. Giana, Giana, ti lascio

l'ospite. A te lo lascio, e a mio fratello che sa la dimenticanza. Io me

ne vado. Per stasera chiederò ricovero alla Rondine. Poi correrò alla

mia vocazione.

_Giana._

Che vuoi fare, Mortella?

_Mortella._

Chiamami piuttosto Mortina omai, come fa la Rondine quando è tenera, e

non sa perché.

_Giana._

Sei strana.

_Mortella._

Sapresti tu cadere con la faccia contro terra?

_Giana._

Sei come fuori di te.

_Mortella._

Sì, è vero: fuori di me e di tutto.

_Giana._

Ma parla almeno. Che sai?

_Mortella._

Non so nulla, e indovino tutto.

_Giana._

Da che ti viene questo rancore implacabile?

_Mortella._

Domandalo all'ospite prossimo.

_Giana._

Ho veduta una volta tua madre, in chiesa, il giorno delle nozze. Ma non

ho mai veduto l'uomo.

_Mortella._

Lo vedrai.

_Giana._

Non era l'amico prediletto di tuo padre?

_Mortella._

Tanto che sposò la vedova per serbare di lui un ricordo vivente.

_Giana._

Troppo sei amara. Non gli perdoni d'averla consolata?

_Mortella._

Non senti che questa parola tronca la vita? Più crudele sei che non io

amara.

_Giana._

Ma com'è egli?

_Mortella._

Dolce.

Ella ha proferito questa parola con un accento singolare

d'ironia, di repulsione e di mistero. Ora le due cognate sono

più da presso, parlano a voce più bassa, con un misto di

confidenza e di diffidenza, con qualche esitazione davanti a

certe domande, a certe risposte, con qualche pausa oscura, con

qualche improvviso palpito, quasi spiandosi talora di sotto alle

palpebre.

_Giana._

Come?

_Mortella._

Come chi troppo medita e non fa il male se non per tentar sé stesso e

per essere un altro.

_Giana._

Ah, so la specie.

_Mortella._

Sembrava alzato sopra ogni cosa e capace d'ogni cosa.

_Giana._

Anche bella?

_Mortella._

Forse. Conduceva i sogni.

_Giana._

Te ne dava?

_Mortella._

Sapeva disarmare la forza e addormentarla.

_Giana._

Con mani magnetiche?

_Mortella._

Con mani di donna.

_Giana._

Belle?

_Mortella._

Mani d'avvelenatrice.

_Giana._

Ah!

Una lieve pausa.

Come sono?

_Mortella._

Non hai notata quella stampa che ho nella mia camera?

_Giana._

Quale?

_Mortella._

Quella dove la duchessa di Bisceglie si lava le mani.

_Giana._

Non ricordo.

_Mortella._

Si lava le mani in un bacile, con le braccia nude sino al gomito, dopo

aver preparato per Alfonso l'acquetta perugina. Dietro la testa di lei

si vede riflesso in uno specchio tondo il marito malato (troppo giovine,

troppo gracile, troppo bello, come Bandino) che è fatto passeggiare con

le grucce perché il moto accresca l'effetto del tossico.

_Giana._

Sei strana, Mortella.

_Mortella._

M'imagino d'aver veduto in uno specchio quelle altre due mani, fuori

delle maniche rimboccate, lavarsi in una bacinella col medesimo gesto,

così agevoli, così bianche.

_Giana._

Mi sgomenti. Troppo sei strana.

_Mortella._

È un sogno che ho fatto.

_Giana._

Più ti guardo, meno ti scopro.

_Mortella._

Eppure son meno buia di te.

_Giana._

Ma forse meno distante da me ch'io non sia da me stessa.

_Mortella._

Tu sei una donna.

_Giana._

Tu hai preso il velo.

_Mortella._

Il passato è il mio chiostro.

_Giana._

Quando ero come te, ero una specie di creatura insensata che si

sbigottiva e tremava dei suoi propri sogni credendo che dell'infezione

d'un solo si potesse infermare e perire.

_Mortella._

Il mio è in quello specchio che t'ho detto.

_Giana._

E dov'è lo specchio?

_Mortella._

In fondo al corridoio vetrato, su una parete della sala gialla, di

contro all'uscio socchiuso della camera attigua dov'è un letto deserto

fra uno scaffale di libri e un inginocchiatoio liscio, che stiantano

quando qualcuno apre le persiane della finestra senza tende...

Ha parlato con una voce quasi interiore, eguale, fissando lo

sguardo dinanzi a sé.

_Giana._

Così parlano le veggenti.

_Mortella._

Infatti veggo.

_Giana._

Sembri malata, piccola dolce.

_Mortella._

Non sono dolce io. Perché m'accarezzi?

_Giana._

M'intenerisci. Lasciami mettere le dita nei tuoi capelli, per trovare il

tuo male.

_Mortella._

Io lascio le mie mani giù. Vedi.

_Giana._

Tu diffidi di me, e forse mi detesti. Lo sento. Ma io ti voglio bene, e

m'affliggo di saperti infelice.

_Mortella._

Se ti riuscisse di trovare il mio male, tu ci ficcheresti le unghie

dentro per irritarlo.

_Giana._

Credi?

_Mortella._

Ti sento già sveglia, vigilante. Hai le narici inquiete come se fiutassi

nell'aria quell'odore amaro che deve piacerti.

_Giana._

Tutta la Guinigia ha questo odore amaro.

_Mortella._

Dove fu pianto, là si piangerà.

Entra Bandino, angosciato e supplichevole.

_Bandino._

Ebbene? Aspettavo che tu risalissi, Giana. Ero in gran pena. Che dice

Mortella?

_Giana._

Guardala.

_Bandino._

Ah, niente di buono. Sorellina, sorellina selvaggia, perché sei tanto

accigliata? Come puoi essere così dura, tu che sei così tenera quando

vuoi? Ti supplico, ti supplico.

_Mortella._

Tutto è già detto.

_Bandino._

Vuoi che m'inginocchi?

Giana si siede, curvandosi innanzi, poggiando il mento sul dorso

della mano, il gomito sul ginocchio; e rimane fissa, col suo

pensiero attivo dietro la sua fronte impenetrabile.

_Mortella._

No, Bandino. Non mi parlare come a una bimba capricciosa. E tu stesso

parla come un uomo. Lascia per un poco la tua grazia. Non si tratta di

farmi sorridere; e, veramente, i sotterfugi sono da ragazzi. Sei tu che

hai accompagnata la mamma qui, senz'avvertire nessuno.

_Bandino._

Pensavo che la sorpresa non ti sarebbe tanto sgradita.

_Mortella._

Non ti servire delle solite formole. Non è proprio il caso. Non si

tratta di convenienza o di consuetudine. La verità non cambia, per lo

meno la mia.

_Bandino._

Ma non si tratta neppure di un'estranea. Si tratta di mia madre, che è

anche la tua.

_Mortella._

E di suo marito, credo.

_Bandino._

Ma...

_Mortella._

Rispondi franco. Hai condotto qui anche lui?

_Bandino._

Non in casa ancóra.

_Mortella._

E dove? Perché ti pèriti? S'aspetta la notte per introdurlo di nascosto

nella casa ch'egli conosce tanto bene? C'è ancóra troppa luce? E quale

camera gli assegni? Quella laggiù, in fondo al corridoio vetrato? Mi

sembra d'aver sentito che l'uscio s'è aperto da sé, che le persiane si

sono spalancate da sé, che qualcuno ha sprimacciato le materasse e

sbacchettato la coltre.

_Bandino._

Mortella, Mortella!

_Mortella._

Non è vero? Dici che non è vero? Eppure ho sentito tutta la notte

sbacchettare come alle Tenebre della Settimana Santa. Tu no?

_Bandino._

Ah, demente!

_Mortella._

Avresti avuto paura.

_Bandino._

Ma che vuoi dunque? Dillo: che cosa si deve fare per placarti?

_Mortella._

Non ti disperare così. Io non ho nulla da volere, nulla da imporre. Io

non son nulla. C'è qui Giana. Non siete tutti d'accordo? Io voglio

umiliarmi: vi chieggo perdono d'avere una memoria tanto tenace. Non

minaccio di mettermi a traverso la soglia per impedire l'ingresso o per

farmi passar sopra. L'ho già detto. Me ne vado. Vi tolgo l'ingombro. La

fine del giorno è bella, e c'è laggiù qualche viottola che non ho

riveduta ancora...

_Bandino._

Che demenza è la tua? Ricusi anche di vedere tua madre, lei soltanto? Ti

sembra di non averla fatta piangere ancóra abbastanza?

_Mortella._

È vero: sono la figlia malvagia. Tu sei il figliuolo esemplare.

Ora la chiusa ambascia le fiacca la voce anche nell'ironia.

_Bandino._

Memoria per memoria, la mia rimonta più lontano. L'amore non giudica. Io

non oserei giudicarla, né dire una parola dubbia contro qualunque de'

suoi atti. Se la guardo, il cuore mi si fonde.

_Mortella._

Il mio si serra.

_Bandino._

Vuoi insomma impedirle di vivere?

_Mortella._

Ma io ho vissuto e vivo nella morte, e non sapevo che fosse tanto

profonda.

_Bandino._

Bambina! Tu che condanni e colpisci, che sai tu dunque della vita? È ben

più profonda ancóra, e più difficile.

_Mortella._

Non più d'un Corale, non più d'una Fuga, per te. Ecco che tu riesci a

farmi sorridere, e mi togli ogni tentazione di gridare. In quel tuo

vecchio organo restaurato non hai «per la gravità» che giochi di flauto.

Forse dovrai aggiungere un registro. Dio ti guardi, fratello mio

bendato, e Giana ti conduca per mano nei nostri viali che odorano

d'amaro sempre. Io voglio pregare per te. Voglio esser sola per avere

compassione di me alfine, e anche di te, anche di nostra madre

disconosciuta, anche del pellegrino penitente...

Ecco che la madre appare all'uscio, pallidissima. Giana la vede

prima degli altri e si alza facendo qualche passo verso di lei

in atto di accoglienza.

_Giana._

Signora...

Bandino sobbalza e si volge.

_Bandino._

Oh, mamma!

Egli le va incontro affettuosamente.

Vieni, vieni. Di': ti senti un poco meglio?

Mortella resta in piedi, senza fare un passo, contenendo la

commozione che si rivela in un tremito visibile.

_Giana._

È sofferente, signora? La prego, si segga.

_Costanza._

Grazie. Domando perdono. Non è che una visita molto breve.

_Giana._

Mi rincrescerebbe.

La sua cortesia è misurata e guardinga. Ma le tre creature del

medesimo sangue sembrano avvolte da un turbine di dolore che

d'attimo in attimo s'acceleri. Quelle prime parole scambiate

sono vuote d'ogni vita, destituìte d'ogni peso, incerte; ma ora

la bocca della madre pare gonfiarsi come le vene del cuore per

colorare di tutta sé la dimanda ch'ella rivolge alla figlia

immobile.

_Costanza._

Non mi abbracci, Mortella?

_Mortella._

Mamma, perdonami se ti faccio pena. Darei tutto per sottrarmi a questo

momento.

Ella è sbiancata, vacillante; e il suo povero mento trema a ogni

sillaba proferita. La madre l'avviluppa dal capo ai piedi in uno

sguardo che le scoppia dalla pupilla come la potenza d'una fonte

che, smarrita sotterra, sia di sùbito ritrovata e riaperta.

_Costanza._

Non vuoi?

_Mortella._

Forse entrando hai sentito qualcuna delle mie parole.

_Costanza._

Non ho sentito che i colpi del mio cuore, figlia.

_Mortella._

Il mio non lo reggo più, tanto è pesante.

_Costanza._

Ma come sei cresciuta! Lascia che ti guardi. Mi sembra che non ti ho

fatta così.

S'avvicina e la considera, con un'attenzione trepidante.

Tanto sei mutata in questi pochi anni! Ma sei bella, sei forse più

bella. Hai gli occhi più grandi, molto più grandi. Allora l'iride

intorno alla pupilla ti brillava come la scaglia di ferro intorno alla

calamita. C'è troppa tristezza, troppa; e la volontà di non piangere, e

l'ostinazione di soffrire. Non ti voltare. Guardami. Ti si sono

infoltite le sopracciglia. Ti si sono scuriti i capelli. Non li portavi

così allora. Ah, riconosco quel ritroso che avevi su la tempia destra.

Ti tieni diritta in un altro modo, hai un altro modo di stare in

piedi... C'è in te una forza che non t'ho fatta. Hai diciannove anni! Ed

è come se per diciannove anni non t'avessi conosciuta. Lascia ch'io ti

riprenda in me, ch'io ti porti ancóra! Mortella!

Le sue braccia si tendono in un gesto irresistibile.

_Mortella._

No, mamma, non bisogna.

_Costanza._

Non bisogna?

_Mortella._

Ho pensato contro di te.

_Costanza._

Mi rinneghi?

_Mortella._

Oh, compiangimi. Non so, non so più. Soffro.

_Costanza._

Non voglio più che tu soffra. Non ho che tenerezza per te. Son qui per

riaverti.

_Mortella._

Tutto di te mi fa male.

_Costanza._

O povera, povera! Come questa parola ha potuto staccarsi dal tuo cuore

umano?

_Mortella._

Bisogna che il coraggio di dirla io l'abbia trovato in una profondità

dove non si sente neppure battere il cuore, mamma.

_Costanza._

Che voce! Non è quella che t'ho fatta. Dove si forma? Più giù del cuore,

lo so: di sotto alla radice contorta della vita, a quella che non si può

strappare senza che tutto smotti. Sa più di sangue che di pianto. Ma è

pur sempre il nostro stesso sangue che più s'esaspera contro di noi e

più ci travaglia.

_Mortella._

Ti prego, ti supplico. Permettimi di andar via. Temo che a un tratto mi

manchi la forza di soffocare quel che mi si rivolta, quel che mi urla

dentro.

_Costanza._

Bene, lacerami. Ti porto come una cicatrice che duole; ma lacerami,

straziami un'altra volta, se dev'essere che tu mi nasca un'altra volta

dal mio peggior dolore.

_Mortella._

Dal mio, dal mio sono rinata, dal mio; e come, e con che anima, tu non

lo sai.

_Costanza._

Cotest'anima è il mio sgomento.

_Mortella._

Se lo sapessi...

_Costanza._

Bene, ch'io lo sappia. Sono venuta qui per ascoltare, per essere

interrogata, per rispondere. Sono qui perché mi sieno palesati i miei

falli, perché mi sia mostrata la mia onta a viso a viso. Non ho più

orgoglio. Vedi: non ho esitato davanti all'umiliazione di apparire come

un'intrusa, come un'importuna.

_Bandino._

Mamma!

_Costanza._

È così. Non ero annunziata, non aspettata, non desiderata se non da

questo povero figliuolo che tuttavia si ricorda d'aver dormito su le mie

ginocchia.

_Bandino._

Di questo e d'ogni altra cosa buona, e di niente altro, in quest'ora e

sempre.

Egli è in piedi, un poco indietro, appoggiato allo spigolo d'una

tavola, trascolorato sotto le continue onde di commozione che lo

scrollano. A quella testimonianza di fede, la mare fugacemente

si reca la mano alla fronte, al petto, ai due lati, e infine

alle labbra; poi la distende verso il figlio e si volge verso

lui irradiata per un attimo, sembrando avere unito il segno

della croce al segno del bacio.

La nuora s'è fatta in disparte, verso il vestibolo. Sta seduta presso la

cassa d'un alloro tagliato in forma di palla, e guarda a quando a quando

il tramonto violaceo fumare sul giardino quadrato ove le mura bronzine

dei carpini e dei tassi vanno sempre più annerandosi.

_Costanza._

Ecco, da lui ricevo il condóno se sono in colpa. Non mi respinge; mi

accetta, mi assolve. E la sua compagna, per voler essere d'un sentimento

e d'un pensiero con lui, sembra che con lui consenta. Non ho più

orgoglio. Lo vedi. L'orgoglio non mi tien luogo di vita; e io non so più

vivere in questa pena che ha l'aspetto della vergogna, in questa specie

di proscrizione spietata che mi separa dall'anima mia stessa. Ora tu sei

che mi sbandisci, tu sola. Te sola vedo levata contro di me, armata

contro di me, ostinata nel rinnegarmi...

_Mortella._

Oh, non dire così!

_Costanza._

Potrei dire: «Che il sangue parli al sangue». Invece non parlo come una

madre ma come una donna. Ci vuole una potenza terribile per essere

madre. Parlo come una povera donna a te che hai il viso d'una creatura

piena di passione e di conoscenza, quel viso che un tempo era fino al

mento nei capelli lisci, appena una mandorla tenera nel suo guscio

socchiuso, qui, fra le mie due mani...

_Mortella._

Ho adorato ogni vena delle tue mani. Lo sai.

_Costanza._

Ora tanto sono contaminate, che non possono più toccarti? Eppure vorrei

tenerti come allora, prenderti e tenerti ferma davanti alla mia pena, e

dirti: «Eccoti. Finalmente ti ho, ti guardo. Stasera ti ho tratta dal

buio che per tanto tempo mi t'ha nascosta. Parlami, senza esitazione,

senza compassione. Sono pronta a prendere su me quel che v'ha di peggio.

Scoprimi la verità. E poi, se è necessario, addio».

_Mortella._

Ho più paura di guardarti così che di morire. Per restare in piedi

davanti a te, per reggermi e per ascoltarti, consumo più forza che non

ne abbia consumata in tre anni a sostenere la mia disperazione. Non

resisto a quel che ti trema intorno alle labbra mentre ti lagni, non

posso veder palpitare il tuo petto senza che la mia volontà si strugga.

_Costanza._

M'ami dunque ancóra?

È un grido contenuto, ma partito dalle viscere profonde.

_Mortella._

È il sangue che paventa il sangue, è la carne che teme la carne. Così è,

anche se tu non lo dici; ed è una cosa mortale. È orribile sentire che

la nostra voce ora passa tra i nostri denti. Se parlo, ferisco. Se

interrogo, lacero. Se rispondi, mi strazii.

_Costanza._

Che importa, purché qualcosa si salvi? La forza non è nell'accanimento;

la forza è nell'amore. La mia volontà d'amore è tutto. I miei errori non

son nulla.

_Mortella._

Dio t'intenda! Che bisogno hai dunque d'essere assolta? Tutto è

cancellato, tutto è dimenticato. Nessuna cenere è tanto grave che non

possa essere dispersa ai quattro venti. Tu sei salva, sei salva in te, e

sei salva nei tuoi prossimi. Non rimane se non il mio male. Io non ho

che quello; e perché me lo volete togliere? Non potreste. Nessuno

potrebbe. Fa parte ornai delle mie ossa e delle mie vene, è la mia

midolla e il mio polso. La prima sera che qui fu riaccesa la prima

lampada, io misi la mia mano contro la luce per iscoprirlo a traverso la

palma rossa. Era là, più mio che l'anima. Avresti potuto leggerlo.

_Costanza._

È disumano il tuo male. Ti piega in due. Sei tanto giovine.

_Mortella._

Giovine sono?

_Costanza._

Tanto viva, e t'affanni sotto un peso lùgubre.

_Mortella._

E chi lo porterebbe se io non lo portassi? Lasciatemi dunque andare, e

non vedrete più me, né il carico. Ma, se mi costringete a rimanere, non

so quel che farò: so che non potrò fare se non qualcosa di male. Ho

abbastanza sofferto per osar tutto.

_Costanza._

Ah, veramente, la mia povera ragione si perde. È dunque una legge di

morte che vuoi imporre a chi non è colpevole se non di continuare a

vivere? Mi rinfacci l'onta di non essermi immolata sul rogo?

_Mortella._

Non morte, non onta, e neppure tutte queste parole. Non si osa dire ciò

che importa. E la coscienza è una piaga che non guarisce mai e che

tuttavia lascia vivere. Io ho supplicato perché mi fosse concesso di

tacere e di partire. Non domando se non questo. So la mia vita.

Considera che io sia già passata dalla parte della notte. Imagina che io

vada ai miei sponsali. È d'aprile, e ci saranno le stelle. Ma non mi

chiedere quel che non avresti la forza di udire, e non pretendere ch'io

getti il mio cuore sotto le calcagna dell'ospite atroce che sta per

ritornare.

_Costanza._

Ah, ecco il tuo odio! Ti soffoca.

_Mortella._

No. Lo respiro.

_Costanza._

Che t'ha fatto? Non puoi perdonargli d'avermi stesa la mano quando tutte

le sciagure mi serravano ed ero rimasta sola a dibattermi e tu già

ingiusta e oscura ti drizzavi contro di me sconvolta!

_Mortella._

Sconvolta, veramente. Tu lo dici. Che ero io divenuta? Non t'accorgevi

di me. Eppure avevo già gli occhi grandi e attenti, e la scaglia di

ferro nell'iride. Quante cose ti son cadute dalla memoria!

_Costanza._

E a te? e a te?

_Mortella._

Nessuna, nessuna. Di tutto mi ricordo, e non io sola, ma un altro si

ricorda in me; e con che tenacia!

_Costanza._

Non ti ricordi dunque che l'adoravi?

_Mortella._

Chi?

_Costanza._

Quegli che detesti.

_Mortella._

Ah, come puoi dir questo?

_Costanza._

Quando parlava, tu pendevi dalle sue labbra. Quando era per giungere,

non contenevi la tua impazienza. Spiavi il suo arrivo dal Belvedere. Ti

precipitavi per le scalee a incontrarlo.

_Mortella._

Non è vero.

_Costanza._

Sapevi che gli piacevano le violette di marzo, e passavi ore e ore a

cercargliene nel lecceto. Glie ne chiudevi tra le pagine dei libri, glie

ne posavi sul davanzale, glie ne mettevi sotto il tovagliuolo, perfino

dentro i guanti.

_Mortella._

Non è vero, non è vero.

_Costanza._

Come! Tuo fratello è qui che può dirlo. Certo, Bandino si rammenta che

ti canzonava per quel tuo intercalare intraposto a ogni specie di

discorsi: «E ora, via, mi racconti una bella storia».

Ella tenta di raddolcirsi fino a simulare il sorriso d'una

volta, quasi speri di disarmarla. Ma la fiamma cupa, che

subitamente era salita alla faccia dell'avversaria, si spegne in

un pallore d'ira repressa.

_Mortella._

Non è vero. Che fanciullaggini!

È là, un poco piegata innanzi, palpitante, con un bagliore quasi

bieco nell'occhio, con l'aria selvaggia di chi sia per balzare e

si trattenga.

Giana s'è alzata, s'è appressata alquanto; e segue con

attenzione la vicenda. Qualcosa di ardente e di pugnace sembra

aguzzare il suo viso misterioso, quasi che nell'aria ella

respiri un rischio incognito.

La sera già cala sul giardino simmetrico ove gli orli di bossolo

disegnati sono già neri come una tarsìa di ebano. Si vede sul rigido

muro di càrpini persistere una lunga e stretta lama di luce sulfurea.

Una nuvola color di piombo pende a mezzo del cielo, gravida di pioggia.

L'ombra invade a poco a poco la sala, occupa l'una e l'altra abside,

riempie le nicchie.

Non ti fidare, mamma. Non varcare il limite. Puoi tendermi un laccio

così tristo per cercare di pigliarmi! Come quel povero sorriso deve

averti fatto male dentro!

_Costanza._

Per disarmarti, non giova neppure spremersi dal cuore l'ultima goccia di

dolcezza.

_Mortella._

Oh, la tua dolcezza! Mi ricolmi le mani di violette perché le tenda,

perché ne offra ancóra, perché ne sparga la soglia? Dio guarisca le mie

mani! Io non ho voluto dire stasera nessuna parola che potesse tentare

l'ombra; e tu non dubiti di tentarla. Ma se, invece dell'ospite che deve

rientrare, a un tratto apparisse quello di sotterra?

_Costanza._

Mortella! Mi fai paura.

_Mortella._

Non ti fidare. Non basta non nominarlo, non basta passarlo sotto

silenzio, perché non esista, perché non sia presente. Abita ancóra qui,

abita qui sempre; e, se tu vieni, non puoi venire se non per visitarlo.

Ecco che la sua anima riempie tutto il vuoto.

_Costanza._

Dio mio, Dio mio!

_Mortella._

È un'anima che ha tuttora un viso. Guarda. Ha ripreso il suo viso di

carne, la sua bocca di bontà, i suoi occhi di sogno, la sua fronte di

poesia. È dietro di te, è vicino a te. Eccolo.

Balza verso il fratello tremante, e gli prende il capo fra le

mani.

_Costanza._

Ah, non mi spaventare, Mortella. Per pietà! Divento pazza.

Indietreggia rabbrividendo, e si volta, bianca di terrore.

_Mortella._

Eccolo. Guardalo.

Il fratello ha barcollato, s'è piegato su le ginocchia.

L'hai dimenticato? Riconoscilo. Non è lui vivo?

La madre leva le braccia come chi batte l'aria prima di

stramazzare.

Il destino stesso potrebbe ingannarcisi.

La madre rompe in singhiozzi e si abbandona perdutamente sul

figlio inginocchiato; mentre Mortella si volge coprendosi la

faccia con ambo le mani, ma senza piangere.

Con uno sforzo Bandino si alza a sorreggere la dolorosa. Pieno

di desolata tenerezza, cingendola col braccio, appressando la

gota alla gota, la conduce via pianamente. Giana si avvicina

alla cognata, le tocca una spalla, poi la prende ai polsi per

scoprirle la faccia.

_Giana._

Piangi?

Nell'ombra, le palpa con le dita la gota per sentire se le

lacrime vi scorrano.

_Mortella._

No, non piango. Bisogna che io serbi la mia faccia al sorriso avvenire.

Perdonami, Giana, tutte queste cose penose e odiose. Non ti darò più

noia. Sono io che opprimo tutti, che separo tutti. Non c'è posto per me

qui. Ecco la sera. Senti? Un'altra acquata, ma più blanda. Ascolta.

Piove su i bossoli e su i càrpini. Ora sì che si respira l'odore amaro.

E sembra che la primavera si stemperi e il mondo vapori. Come sarebbe

allegra la Rondine se mi vedesse arrivare d'improvviso all'Olmatello più

fradicia di lei! A che pensi, Notturna?

_Giana._

Penso al tuo enigma, e a quello specchio dove tu scopristi quelle due

mani.

_Mortella._

Come io sia partita, va, staccalo dalla parete, prendilo e portalo nella

tua camera.

_Giana._

Tutto può diventare strumento di magìa.

_Mortella._

Pazzia e magìa hanno grande somiglianza.

_Giana._

Forse è vero.

_Mortella._

L'una e l'altra fanno escire l'anima di sé stessa.

_Giana._

L'amore anche, il martirio anche.

_Mortella._

E non bisogna piangere. Una lacrima non versata può diventare un

pensiero magico che c'illuminerà nella via profonda.

_Giana._

Questo dev'essere vero. Io, quando piangevo, piangevo sempre a capo

chino per lasciar gocciolare le lacrime senza che mi rigassero le gote e

facessero solco. Ora me le terrò dentro, le nuove, se si formano.

_Mortella._

Così me ne vado senza paura all'ignoto.

_Giana._

Aspettalo, piuttosto.

Una pausa. Tutta la casa è silenziosa, come senza respiro. Non

s'ode se non il romore eguale della pioggia primaverile sul

giardino nerissimo.

_Mortella._

Ascolta: ti domando d'essere una buona sorella per me, in questo

momento, in estremo.

Sembra di nuovo sopraffatta dalla commozione.

_Giana._

Cara piccola sorella, amo la tua faccia, il tuo soffio, la tua passione,

il tuo delirio; e amo anche il tuo destino, se non lo soffochi. Non

essere diffidente. Dimmi dunque.

Mortella a un tratto sobbalza.

_Mortella._

Giana, Giana! Chi è la?

Afferra il braccio della cognata indietreggiando.

_Giana._

Dove? Dio mio! Che vedi?

_Mortella._

Ho veduto qualcosa come un'ombra d'uomo, là, dietro la fontana morta.

_Giana._

Non mi far paura. Sei allucinata.

_Mortella._

Ma no, ma no: c'è qualcuno là.

L'una si serra all'altra, comunicandosi lo sbigottimento.

_Giana._

Chi è là?

Gherardo Ismera sale i gradini e apparisce al limitare del

vestibolo.

_Mortella._

È un uomo, un uomo vivo.

Lo riconosce, e trattiene a stento il grido, distaccandosi da

Giana, indietreggiando ancóra.

Ah, è lui, è lui!

L'ospite si scopre il capo e s'avanza a traverso il vestibolo. È

padrone di sé, nella sua semplice cortesia; ma qualche accento

della sua voce tradisce il suo turbamento dominato.

_Gherardo Ismera._

Mi perdoni, signora, se entro così. Sono io, Gherardo Ismera. Giravo nel

parco, aspettando mia moglie. S'è fatto tardi. È venuto il rovescio.

Cercavo d'un domestico. Mi perdoni se mi sono ardito... Posso domandarle

se Costanza sia ancóra qui?

Scorge Mortella che, diritta nell'ombra, tiene gli occhi

sbarrati su lui.

Oh, Mortella! La mamma...

Udendo da quella voce nominare il suo nome, ella perde ogni

dominio di sé. L'interrompe con una violenza subitanea, come

forsennata. La collera le strozza la parola. Ella è là diritta,

con la testa alzata, coi pugni chiusi, fosca e ardente.

_Mortella._

No, no, non voglio! Non voglio che nominiate il mio nome, né l'altro

davanti a me. Non voglio che voi abbiate ancóra codesta voce falsa per

osare di rivolgervi a me, per tentare di ravvicinarvi. Ancóra una volta

ingannerete tutti, e non me. Vi odio, vi odio. Voglio almeno gettarvi in

viso, prima d'andarmene, il mio odio e il mio dispregio, con tutte le

mie forze. Avete aspettato la notte, prima d'entrare, come se veniste

per saccheggiar la casa un'altra volta...

_Giana._

Mortella!

_Mortella._

Non è vero? Guardalo. Guardagli le mani. Da quanto tempo giravate

attorno? Le pietre non gridavano? Ma grideranno. Quando ho scoperto la

vostra ombra, avevate l'aria di qualcuno che porti una salma... È un

peso che doventa ogni giorno più grave, finché schiaccia.

_Giana._

Mortella, ti prego, ti prego. Calmati.

_Mortella._

Siete entrato per sorpresa. Rimarrete. Lo so. So codest'arte. Non

iscacciato, ma onorato. Non ve n'andrete più. Mio padre sarà seppellito

una seconda volta, e la tavola sarà apparecchiata ogni sera per l'ospite

inesorabile.

_Giana._

Ti prego, Mortella! Non è bene...

_Mortella._

Ah, non è bene! Tu mi preghi...

Ella s'interrompe un istante e si cangia subitamente. La furia

ostile l'abbandona; la voce perde ogni rudezza; la sua stessa

persona sembra ripiegarsi. E nondimeno qualcosa di più sinistro

le balena fra i cigli.

Mio fratello m'implora, mia madre mi supplica. Ecco che la grazia entra

in me. Voglio esser docile, quel che si dice «un sennino d'oro».

Si ritrae a poco a poco verso l'uscio che è dietro a lei. Il

sarcasmo le torce la bocca, ma una espressione indicibilmente

infantile contrasta col suo volto convulso.

Padre d'anima, stasera troverete sotto il tovagliolo un mazzolino di

quelle violette, e forse un altro sotto il capezzale. Sta bene così?

Tutto sta molto bene così... E poi mi racconterete ancóra una bella

storia.

Si trova su la soglia, si dilegua nell'oscurità, simile a una

larva.

_Giana._

Veramente, è come forsennata. Mi fa paura. Or ora non aveva un viso di

pazza? e il modo, e l'accento, e lo sguardo della manìa?

_Gherardo Ismera._

È una strana creatura, non senza potenza e bellezza. Sarebbe gran

peccato se si perdesse. Ma non respira se non nelle finzioni che le

nascono dentro, e ognuna in lei pare accompagnata come da un sentimento

di necessità. Dal giorno che ho cessato di raccontarle qualche «bella

storia», deve averne raccontata una a sé medesima, troppo cupa, e poi

dev'essersi messa disperatamente a viverla.

Il ferro · 第 1 / 6 段