VII.

Tre giorni dopo, a Firenze, Giuliano Farnese seguiva il convoglio

funebre di Claudina Rosiers, tra una folla di uomini celebri e di

mondani, di giornalisti e di attori. Egli aveva al suo fianco Loredano

e camminava a breve distanza dal carro ch'era interamente coperto di

corone di fiori. Giuliano ricordava i nuovi affanni di quei giorni,

dopo il fulmineo suicidio di Claudina sotto i suoi occhi. Il padre

di lei aveva voluto ch'ella fosse sepolta a Firenze, ubbidendo così

ad un desiderio espresso da Claudina durante la sua breve agonìa, il

desiderio di riposare presso sua madre sotto la terra ch'ella amava,

sotto quel chiaro trasparente cielo toscano prediletto al suo cuore.

Farnese e Loredano s'erano incaricati di accompagnare la salma a

Firenze. Entrambi rivedevano le tristi tappe di quel lugubre viaggio

in compagnia della morta. Giunti la sera innanzi, la salma era stata

deposta alla stazione di Porta alla Croce. Ed ora il funerale aveva

luogo in quell'ineffabilmente dolce pomeriggio fiorentino. Essi si

ripromettevano di ripartire la sera stessa per Roma, dove Beatrice,

profondamente e nuovamente colpita dall'inattesa catastrofe, aveva

estremo bisogno delle loro cure e dei loro affetti.

Il corteo procedeva. Quantunque si fossero tenute rigorosamente celate

le circostanze in cui era avvenuto e le cause che l'avevan provocato,

il suicidio di Claudina era oramai cosa da tutti risaputa. Ognuno

quindi componeva a piacer suo lo svolgimento del dramma, ognuno faceva

liberamente galoppar la fantasia per veder d'indovinare a quale impulso

avesse obbedito e a quale disperazione avesse ceduto la giovane donna,

decidendosi a quel passo estremo, gettando via in un minuto tutta la

primavera della sua giovinezza, disdegnando le promesse della vita,

le lusinghe dell'avvenire. Qualcuno aveva mormorato che un amore

ardentissimo per Giuliano Farnese non era estraneo all'epilogo tragico

di quella giovinezza d'artista cominciata fra i rosei albori della

bellezza e del trionfo. E Giuliano comparendo, non ostante i consigli

degli amici, a quel funerale aveva inteso intorno a sè il palpito ed

il susurro di una curiosità irriverente che spiava i suoi atti, il

suo volto, le sue rare parole. Aveva avuto orrore di quell'apparenza

ch'egli doveva avere d'eroe romantico, d'uomo fatale per cui una donna

s'uccide a vent'anni. Gli sembrava che tutti fossero sul punto di

gridargli la sua responsabilità e additargli il rimorso che avrebbe

dovuto avvelenare tutta la sua vita. Il ribrezzo, la vergogna lo

soffocarono. E, quando udì tra le parole di coloro che lo circondavano

susurrare il suo nome, afferrò il braccio di Loredano, lo supplicò

perchè si allontanassero, perchè ponessero fine a quel supplizio del

suo cuore e della sua conscienza atrocemente spietato. Ma suo cognato

non cedette, lo trattenne, lo rincuorò! Abbandonare il corteo in quel

momento e in quel modo, sarebbe stato peggio di una confessione; ed

egli facendolo avrebbe ubbidito a un egoismo riprovevole, avrebbe

ceduto ad un rispetto umano del quale non era nemmeno generoso verso la

povera morta sentire in quel momento il richiamo.

Giuliano si calmò, diede ascolto al cognato. Con occhi attoniti si

guardava intorno tra quella folla di scrittori, di giornalisti, di

mondani e di artisti, molti dei quali avevan conosciuto Claudina solo

per un quarto d'ora e per semplici incontri professionali. I più eran

venuti dietro quel convoglio per farsi vedere, per essere notati,

perchè il funerale di una grande attrice come Claudina Rosiers era

una cerimonia di mondanità cui non era lecito mancare, come non lo

era il non presentarsi poco più tardi alle Cascine e più tardi ancóra

da Giacosa in via Tornabuoni, come non lo era il non occupare la sera

una poltrona della Pergola e, dopo mezzanotte, un tavolino di Melini

o di Capitani. Quanti erano, pensava Giuliano, coloro che veramente

soffrivano e piangevano lacrime ardenti per la tragica fine di Claudina

Rosiers? Oh ben pochi, ben pochi! E nulla era più triste di quella

menzogna umana, di quella commedia delle convenzioni sociali che non

s'arrestava nemmeno in presenza d'una tomba e d'una morta. Giuliano

sentì un braccio appoggiarsi sul suo. Si volse di scatto, riconobbe

Lorenzo Ronda, un collega celebre, un autore drammatico avvezzo ai

trionfi:

— Abbiamo una grande attrice di meno, caro Farnese, gli diceva Lorenzo

Ronda. E veramente noi autori non ci troviamo in tale abbondanza di

interpreti degne per non doverla rimpiangere. Non vi pare?

— Sì, è vero, era una grande attrice, rispose Giuliano ferito

dall'accento quasi scherzoso del suo interlocutore.

— Sapete nulla su la causa del suo suicidio? dimandò Lorenzo Ronda

curiosamente. Mi dicono che voi siate stato un suo amico molto intimo e

in tal caso sarete in grado di saperne più di noi. La voce che ha avuto

più credito, è questa: pare che Claudina fosse l'amante di un uomo

del popolo, un bel giovane, un ercole, che la batteva a suo piacere e

che viveva coi denari di lei. La disgraziata era molto innamorata di

cotesto bel mobile e dicono che sia giunta ai peggiori avvilimenti per

procurargli del denaro.....

— Ma è un'infamia! proruppe Giuliano pallidissimo.

— È giunto il giorno, proseguì Lorenzo Ronda, in cui il denaro non è

più bastato. I debiti sono incominciati, finchè Claudina non ha trovato

più nemmeno l'ombra del credito. Allora il suo amante, vedendo che da

lei non v'era più nulla da sperare, l'ha lasciata per una ballerina

di quarant'anni. Conclusione: nella disperazione dell'abbandono e

della rovina finanziaria, Claudina si è uccisa. È una morte veramente

ingloriosa ed è un dramma molto volgare!

— Oh che infamia! oh che infamia! esclamò Farnese con un accento

di supremo disgusto. E voi, Ronda, che l'avete conosciuta, che le

avete voluto bene, avete potuto creder questo di lei, avvilirla così

bassamente, raccogliendo le immondizie che la viltà umana gettava su la

sua bara!.... Oh quale tristezza e quale orribile mondo è il nostro....

Lo scrittore rallentò il passo, perdette di vista Ronda ch'era entrato

in un altro gruppo, sorridendo. Egli provava una nausea atroce. Lo

spettacolo di bassezza umana, che quel funerale offriva, sorpassava

ogni sua più truce imaginazione. Ecco, ecco che Claudina, la stella di

ieri, l'adorata di ieri, era morta gettando la vita per un bel sogno

distrutto, per un nobile ed altissimo amore purtroppo irraggiungibile;

ecco ch'ella chiudeva, con un epilogo ch'era una solenne tragedia,

una vita vissuta nel più puro dominio dell'ideale e del sogno; ecco

che ella si gettava nelle ombre dell'al di là, uscendo al gelo della

vita e del dolore dopo il radioso e sublime incantesimo di un miraggio

di gloria e d'amore; e la sua tomba non era ancóra chiusa ed il suo

corpo era quasi ancóra caldo che già la malvagità umana s'esercitava

a violare il segreto della sua fine e il mistero della sua anima e

le attribuiva una bassa esistenza da donna che si avvilisce per il

bacio di un ercole, una fine banale da donna ricoperta di debiti e

abbandonata dall'amante che preferisce alle sue le carezze di una

ballerina di quarant'anni!

Altre viltà umane giunsero all'orecchio di Farnese e partivano da un

gruppo di giovani scrittori e di poeti che ora camminavano dietro di

lui:

— Era l'amante di un senatore... diceva uno.

— E prima lo era stato di un cardinale.... Quirinale e Vaticano!

— Ma pretendete forse, obbiettava un terzo, di ritrovare tutta la

genealogia dei suoi amanti? Saremo al cimitero che non avrete ancóra

finito!

Farnese si volse con un gesto d'ira che seppe reprimere a stento. Come

fare? Poteva egli prendere le parti dell'estinta e difenderla dagli

insulti, dal fango che la strada gettava contro di lei, su i fiori

della sua tomba? Con quale dritto e sotto quale veste? Intanto egli

aveva riconosciuto colui che aveva parlato per ultimo: era un poeta, un

poeta delicato e profondo, un giovane di grande ingegno di cui Farnese

aveva favorito ed appoggiato le prime armi vittoriose. Lo chiamò presso

di sè con un gesto; il giovane accorse:

— Che cosa desiderate, maestro? domandò.

— Lasciate andare questo «maestro»; non ne è il caso, nè il momento,

rispose Farnese: poi aggiunse dopo una pausa: — Come parlate, Turreni!

E siete voi, voi un poeta, un uomo che nei suoi versi afferma i

sentimenti più elevati e più nobili, siete voi che parlate in quel

modo di Claudina Rosiers, dimenticando che ne seguite il feretro! Che

ne sapete voi dei suoi amanti? Li conoscete? Ne avete le prove? Ah,

vi è stato detto: e voi avete prestato fede alle viltà degli altri! E

intanto il suicidio di una donna a vent'anni, nel più bel vigore della

giovinezza, nel più radioso splendore della bellezza, il suicidio di

una donna per cui la gloria e forse l'amore riserbavano i baci più

inebrianti e gli allori più verdi, non vi dice nulla, non vi commuove

profondamente, non vi fa pensare che nella sua morte vi sia un grande

mistero, ch'ella sia stata abbattuta da un grande dolore, ch'ella sia

stata uccisa per un crudele risveglio da un sogno sublime? E voi siete

un poeta! E stamane avrete scritto dei bei versi e stasera ne farete

degli altri per una donna che voi amate e che vi ama! Voi non potete

credere, Turreni, quanto dolore mi abbia fatto l'udirvi parlare così.

Ho avuto bisogno di dirvelo. E ascoltatemi, mio caro poeta, voi che

siete giovane: siate buono, siate generoso, siate poeta nella vita

anche e non solo quando siete seduto alla vostra scrivania. Credetemi:

al mondo non vi è che l'onestà, nella vita non vi è che la bontà, che

possan rendervi felice.... Ed ora tornate coi vostri amici, non vi

trattengo più. Ho voluto dirvi tutto questo perchè vi voglio bene,

quantunque conosca troppo i giovani per non credere che voi, anche

se le mie parole vi hanno commosso, ma per posare a uomo forte, a

scettico, a _blasé_, appena tornato fra i vostri amici vi affretterete

a dire: «Miei cari, decisamente Giuliano Farnese si è rimbecillito!»

Prima che il poeta potesse protestare a quella conclusione inattesa,

Farnese si era allontanato per raggiungere Loredano che era ricomparso

qualche passo avanti. Il corteo aveva oramai percorso buona parte

del viale dei Colli ed era già a San Miniato. Una carrozza chiusa

stazionava lì presso. Giuliano prese per un braccio Leonardo, si

diresse con lui verso la carrozza:

— Proseguo in carrozza. Vieni con me.

Salirono, la vettura si mosse a fianco del corteo.

— Credimi, diceva Giuliano, non reggevo più. Tu non puoi imaginare

quante sieno le infamie che ho inteso lanciare contro la povera

Claudina. E dire ch'ella non aveva fatto mai male ad alcuno! È proprio

la cattiveria, la perversità degli uomini che non risparmia nessuno,

non rispetta più nemmeno le tombe, non teme nemmeno il mistero della

morte: e gli uomini non pensano che presto o tardi in quel mistero

dovranno profondare anche loro e dimenticano che allora altri uomini

faranno contro di essi, ciò che essi osano presentemente.

Tacquero, ognuno assorto nei proprii dolorosi pensieri.

— Dove siamo? domandò Leonardo chinandosi allo sportello.

— Al piazzale Michelangelo... Guarda, guarda che meraviglia! esclamò

Farnese accennando il panorama divino, d'una bellezza quasi fantastica.

Per un ingombro di carrozze il corteo si soffermò. I due discesero di

carrozza, s'avvicinarono al limite del superbo piazzale.

In basso s'apriva la conca verde bellissima, dove Firenze risplendeva

come avvolta d'un fitto pulviscolo d'oro. Tutt'intorno era la corona

primaverile delle colline digradanti come un anfiteatro meraviglioso.

Qua le colline di Settignano, più in là la Castellina di Montughi, e

poi l'asilo principesco di Careggi. Al centro l'oasi dorata di Firenze,

traversata dalla striscia d'oro del fiume, che splendeva in una gloria

di riflessi sotto il sole vivo. E tutt'intorno, nella verdissima conca

e su per le colline d'una morbidezza di verde e d'una delicatezza di

penombre e di sfumature che si sarebbero potute creder drappeggiate di

velluto, fino in fondo all'orizzonte ed agli Appennini, era la Toscana,

la Toscana sublime, il giardino dove la natura profuse follemente

i suoi tesori eterni, la Toscana incantata tra i monti cesellati e

le pianure in cui il sole ha indorato fin le più umili pietre, e in

cui fin della polvere ha fatto un pulviscolo d'oro; la Toscana coi

suoi paesaggi semplici ed ingenui, così limpidi, così precisi, così

coloriti che sembran vignette, dove fin nei più umili villaggi s'eleva

verso il cielo la forza e l'ardire delle torri che sembran ceselli

e dei campanili che sembran ricami, tra le schiere malinconiche di

cipressi disposti in bell'ordine come denti di un pettine prestigioso;

la Toscana, infine, dalla grazia profumata e tenera la beata parte di

mondo dove il cielo è trasparente come un cristallo, l'aria dolce e

blanda come una carezza, la beata terra che il cielo adora, quel cielo

che sotto la carezza bionda del sole palpita leggermente in un fremito

voluttuoso, come un bel seno di donna sotto la tepida carezza di un

bacio.

I due furono scossi dalla loro estasi per i rumori del corteo che si

rimetteva in moto verso il cimitero delle Porte Sante. Quale tristezza

era l'accompagnare alla sua ultima dimora in quel dì sereno una donna

di vent'anni morta per lui, perchè ella non poteva non amarlo, mentre

egli non poteva amarla. Troppo tardi ell'era giunta nella sua vita. E

il tragico grido di Dante Gabriele Rossetti risuonava nell'anima sua:

«Guardami in volto: io mi chiamo «Ciò che avrebbe potuto essere». — E

mi chiamo anche: _Mai più! Troppo tardi! Addio!_»

Dallo sportello della vettura Farnese riconobbe un uomo che seguiva il

corteo in distanza, solitario, pallidissimo. Senza pensarci due volte

lo scrittore saltò giù dalla carrozza, raggiunse quell'uomo che altri

non era che Lorenzo Gray, l'attore scomparso dopo commessa l'infamia

ch'era causa ignorata di tutto quel fosco dramma, l'uomo che aveva

ardentemente amato Claudina, sino alla pazzia, sino alla infamia.

Quando Farnese stava per raggiungerlo, Gray si volse, vide e riconobbe

lo scrittore. Senza parlarsi, fissandosi con gli occhi che si riempivan

di lacrime, i due uomini si strinsero la mano convulsamente, a lungo.

— Ella avrebbe potuto amarvi e voi l'amavate! mormorò Giuliano più

tardi.

— Ella vi ha amato e voi non avete potuto amarla, rispose Lorenzo Gray.

Il bieco fantasma del destino mancato apparve ad entrambi.

— Quale epilogo! mormorò Lorenzo Gray. Io non potrò vivere ormai

che con la sua religione nel cuore. Il suo ricordo e il suo amore mi

seguiranno nella tomba. Io l'ho troppo amata ed ho troppo sofferto per

lei; e son pel cuore due stimmate che non si cancellano più!

— Ed io! esclamò lo scrittore. Quando si è, come io sono, la causa di

un dramma così terribile, si è condannati ad averne per tutta la vita

il fosco rimorso nel cuore. Il fantasma di lei quale la vidi l'ultima

volta, quale la vidi cadere fra le mie braccia, non mi lascerà mai, io

lo sento....

Giuliano avrebbe voluto aprirsi, confessarsi con Lorenzo Gray. Sentiva

bene che tra tanta menzogna che seguiva la salma di Claudina i loro

dolori erano i soli, o almeno i soli sinceri, profondi e insanabili.

Sarebbe stato buono blandirli a vicenda, parlare di lei, di lei

scomparsa, rievocarne lo spirito rivivendone i ricordi. Ma egli sentiva

in Lorenzo Gray una certa ritenutezza, una certa freddezza di parola e

d'accento; e gli occhi di lui non s'eran più incontrati coi suoi dopo

il primo momento, dopo il primo saluto e la prima comunione di dolore.

Spiegava il contegno di Gray pensando che questi lo faceva responsabile

del dramma, che lo odiava forse per avergli strappata, incontrandosi

su la sua strada, quella che poteva essere la felicità della sua vita.

Egli non poteva certamente indovinare che nulla di tutto questo era nel

cuore dell'attore, ma solo un grande rimorso pensando al male ch'egli

aveva fatto a Farnese, ricordando ch'egli era stato con la sua ira e la

sua gelosia la causa iniziale del dramma di cui ora finiva l'epilogo!

Non di meno nessuno dei due si distaccava dall'altro. Anche tacendo

i loro dolori si sposavano, si sorreggevano; ed i due cuori battevano

all'unisono per un'angoscia comune ad entrambi.

Si separarono solamente quando, dopo che la cassa fu calata nella

fossa, le prime palate di terra caddero sul legno mortuario. Sentirono

allora di non potersi nè guardare nè parlare senza piangere; e poichè

avevano il pudore di rivelare il loro lutto e la loro angoscia innanzi

alla folla, si allontanarono l'uno dall'altro senza una parola, senza

un saluto, benchè sentissero che la morta nel mistero dell'al di là

li aveva indissolubilmente uniti coi vincoli sacri di un'amicizia di

dolore.

Il Miraggio: Romanzo · 第 39 / 44 题