La tavola era imbandita con molta copia di fiori sparsi su la
tovaglia e nei vasi. Quella sera Beatrice e Anna Maria, completamente
ristabilite, lasciavano il loro pasto misurato di convalescenti,
tornavano per la prima volta a pranzare con tutta la famiglia. A
quell'intimo pranzo che per lui segnava il completo ritorno alla vita
d'un tempo, Giuliano aveva voluto che assistesse, oltre Loredano,
anche Andrea di Vele che tanto interessamento aveva preso per lui, per
Beatrice, per tutti loro in quella triste e lacerante crisi della loro
vita comune.
Mentre la conversazione s'intrecciava con brillanti scintillii di
paradossi, di aforismi e di ironie fra Loredano e Andrea di Vele,
Farnese assaporava tutta la delizia raccolta di quell'ora che non
era come le altre fugace, poichè era qualche cosa più di un semplice
episodio, era la rappresentazione della sua felicità riconquistata,
del suo nuovo destino. La sua anima oramai non oscillava più fra
le inquietudini avverse della speranza e del dubbio. Un dolce
convincimento che la vita fosse buona e bella governava i suoi pensieri
ed i suoi sentimenti e tutto gli sembrava animato come da una primavera
novella, come da un gioioso rifiorimento di tutti i migliori suoi
sogni.
Più volte in quelli ultimi giorni, il ricordo di un'immortale terzina,
gli era venuto al pensiero. Anch'egli nel mezzo del cammino della vita
s'era inoltrato per una selva oscura, paurosa, senza uscita; anch'egli,
trascinato da un miraggio dorato aveva smarrita la diritta via. Ma
poi, perchè la vita era buona, perchè egli aveva troppo sofferto per
non aver diritto al ritorno di un po' di sole e di un po' di gioia,
e perchè infine molto deve esser perdonato a coloro che hanno molto
amato, per un prodigio la fitta selva oscura s'era diradata e s'era
illuminata di sole; facilmente, guidato da una mano ignota ma fraterna,
egli aveva trovato l'uscita e s'era di nuovo incamminato per la diritta
via della sua vita, dove il sole splendeva in fiumi d'oro, dove le rose
fiorivano sotto la primaverile serenità degli eccelsi.
— Oh il bene cancella tutto il male! esclamò Loredano a proposito di un
piccolo scandalo mondano che in quei giorni faceva il giro dei salotti
romani, assumendo sempre nuovi aspetti e proporzioni sempre maggiori.
Giuliano non afferrò che quella frase isolata, e gli parve che Leonardo
avesse indovinato il suo pensiero, avesse definito e precisato in
quelle poche parole quanto la sua anima sentiva confusamente. Sì,
il bene cancellava per lui tutto il male! Quella felicità dell'ora
presente sapeva allontanare ogni ricordo delle angoscie passate.
Egli aveva fatto il male e ne aveva scontato il fio. Ma poi tutto era
tornato soave e sereno. Ed era giusto: poichè il bene cancella tutto
il male, egli non avrebbe dovuto soffrire per sempre i tristi ed amari
frutti del male che aveva seminato, inconsapevolmente, negli stessi
giardini della sua vita, quasi le illusioni lo avessero bendato con
rose intrecciate, quasi il miraggio lontano avesse fatto scomparire ai
suoi occhi tutto l'orizzonte prossimo ed estremo in una fitta nebbia
d'oro.
Col cuore in festa e con l'animo sereno, egli si gettò nella
conversazione, quando un nuovo argomento proposto da una frase
di Andrea di Vele lo attrasse e lo afferrò. Era già intento a far
scintillare le sfaccettature dei suoi paradossi geniali, quando il
viso glabro del domestico si chinò quasi a rasentare il suo. L'uomo gli
mormorò qualche parola all'orecchio.
— Non avete detto che non ricevo? dimandò Farnese un po' annoiato per
essere stato interrotto.
— La signora non ha voluto andarsene. Ha detto che avrebbe atteso, ma
che doveva vederlo d'urgenza.
— Non vi ha dato il suo nome? chiese Beatrice.
Il domestico negò. Loredano insistette:
— È bella? è giovane?
— Mi sembra, rispose il domestico. Ma è coperta da un velo nero molto
fitto.
— E dove l'avete lasciata? dimandò Giuliano.
— Nel primo salotto. Mi è parsa molto agitata. La signora non voleva
che l'annunziassi finchè non avessero finito di pranzare. Ma io ho
creduto più opportuno di prevenirli subito.
— Avete fatto bene, disse Beatrice, poi aggiunse rivolta al marito: — È
meglio che tu la veda e te ne liberi sùbito.
Il domestico uscì. Giuliano, alzandosi con un gesto di fastidio, si
avviò:
— Gl'importuni vengono a tutte le ore, mormorò.
— Specialmente a quelle in cui quella loro qualità può meglio emergere,
aggiunse Andrea di Vele.
Non appena Giuliano ebbe varcato la soglia della sala da pranzo, anche
Beatrice si levò e disse ai due uomini con un sorriso delizioso:
— Perdonatemi, ma voglio vedere anch'io chi è questa donna. Mi
compatirete, ma dopo quel che è avvenuto ho paura di tutto e faccio un
poco la spia.
Quasi di corsa uscì, si diresse nel salotto precedente il gabinetto da
lavoro del marito. Loredano e Andrea di Vele, le gridarono:
— Sarà un'attrice a spasso!
— O una signora decaduta!
— Non correte..... Non v'è da allarmarsi.....
E sorrisero e risero di quelle apprensioni di donna innamorata e gelosa.
Intanto Giuliano era giunto nel suo gabinetto. S'era inchinato
entrando, senza guardare la visitatrice inopportuna. Ma, rialzando
lo sguardo, l'aveva riconosciuta e d'un balzo s'era slanciato verso
di lei, l'aveva afferrata per un polso, mormorando con voce strozzata
dall'emozione:
— Claudina! tu?
— Io proprio, ella rispose fissandolo, disciogliendo il suo polso dalla
stretta. Non sono forse nel mio diritto?
Trascinato nel vortice della sua nuova tempestosa crisi di cuore e di
conscienza, Giuliano aveva completamente dimenticato, durante quei
quindici giorni, ogni suo dovere verso Claudina. Dopo il biglietto
lasciatole a Saint-Moritz al _bureau_ dell'albergo, egli non le aveva
fatto più pervenire alcuna notizia.
— Sì, non sono forse nel mio diritto? ella riprese dopo una pausa
in cui non si sentì che l'affanno dei loro due respiri. Tu mi hai
abbandonata come si abbandona un oggetto di niun valore e del quale
non si ha più bisogno. In una angoscia suprema ho atteso per giornate
intiere il tuo ritorno, un tuo telegramma, una tua lettera, una tua
notizia qualsiasi. Io non vengo qui per dirti quanto abbia sofferto,
come abbia scontato con lacrime roventi le gioie che un tempo godetti
con te. Sono venuta per udire dalla tua voce quel che tu decidi e quel
che tu hai fatto.....
Le labbra di Claudina tremavano. Ell'era pallida e disfatta ed il suo
volto appariva come invecchiato, sotto il fitto velo rialzato su la
fronte come una benda di lutto. I suoi occhi luccicavano di lacrime
e le guancie ne eran solcate. Giuliano si sentì preso da una profonda
pietà per quella creatura ch'egli aveva amato e dalla quale era stato
tanto amato, per quella povera creatura umana su cui il dolore per
il suo abbandono doveva essersi scatenato con una furia feroce. Egli
fissava gli occhi di lei incerti, febbrili, dove a volte guizzava un
bagliore, che sembrava di follìa.
— Voglio sapere da te, da te solo, ripetè Claudina con la sua voce
fremente, quel che tu decidi e quel che tu hai fatto... Rispondimi
francamente... Non è una scena da romanzo d'appendice ch'io vengo
a farti.... Voglio solamente una confessione leale e una decisione
precisa....
Un lieve movimento della portiera di velluto fece volgere Giuliano al
momento che stava per pronunziare una risposta di pietose menzogne e
di difficili inganni. La portiera si mosse un'altra volta, il rilievo
di un corpo umano vi si accennò. Evidentemente, indovinò Giuliano,
apprensiva e gelosa Beatrice lo aveva seguito, spiava ed origliava
dietro la portiera. Egli temette di ferire con le sue parole l'amata,
temette di correre il rischio di perdere anche per un'ora ciò che aveva
riconquistato con l'intensità del suo dolore e la profondità sincera
del suo pentimento. Disperatamente, dimenticando quel che Claudina era
stata per lui, egli parlò: parlò non per la donna cui le sue parole
s'indirizzavano e che ad ognuna impallidiva sempre più e vacillava
reggendosi ai mobili; ma parlò per colei che ascoltava dietro la
portiera, per colei che doveva trarre da quelle sue parole l'ultima
prova di sincerità e di pentimento, per colei che doveva considerarle
come un sigillo di sangue posto sul passato doloroso e colpevole.
— Io ho fatto, egli disse, ciò che il mio dovere mi imponeva. Se sono
stato pazzo e colpevole, ora son saggio e pentito. La follìa di un
minuto, di un'ora, non poteva, non doveva avere per conseguenza la
rovina della mia famiglia, il dolore di tutti i miei. La grave malattia
della mia bambina mi ha richiamato al mio dovere di padre e di marito.
Io ho trovato un'anima generosa e nobile che ha saputo perdonare ed
indulgere perchè sapeva il mio pentimento sincero ed i miei nuovi
propositi fermi e virili, un'anima eletta che ha saputo perdonarmi
senza un richiamo, senza un rimprovero per tutto il male ch'io avevo
osato contro di lei. Ecco quel che io ho fatto, ecco quello ch'io
dovevo fare!
Claudina aveva chiuso gli occhi. Aveva l'apparenza macabra d'un
cadavere che si reggesse ad un mobile per un'ultima energia dei nervi.
Sempre in quell'attitudine d'infinito dolore, ella parlò:
— Ti ricordi quello ch'io ti dissi, un giorno, in questa medesima
stanza? Per te il mio amore è stato un gioco, un capriccio, un triste
episodio della tua vita ritornata adesso felice. Per me invece è stato
tutto: la vita ed il sogno.... Ed io ho tutto perduto! Io non ti faccio
un solo rimprovero, ti amo troppo ancóra per desiderarti del male.
Saprò scomparire dalla tua vita e dal tuo destino, per sempre. Mi
sembra che tutto sia tenebra nell'avvenire... Oh che gelo e che orrore!
Ebbe un brivido, quasi vedesse la tenebra fosca che evocava, quasi
ne sentisse il gelido abbraccio. Attese forse una parola di Giuliano?
A un tratto ella si mosse, si avviò verso la porta. Farnese la seguì
dolente e commosso, ma tranquillo per l'esito che l'incontro temuto
aveva raggiunto. Quando Claudina stava varcando la soglia, Giuliano
vide luccicare nella mano di lei un piccolo oggetto di argento e,
slanciandosi, fece appena in tempo a prendere fra le braccia la sua
povera amante che si rovesciava indietro, senza un grido.