Il giorno dopo, verso il tramonto, Giuliano Farnese, che invano fino a
quell'ora aveva atteso in casa di Andrea di Vele notizie di Loredano o
dell'amico suo, saliva al Pincio a piedi, desideroso di un po' d'aria
e di un po' di luce libera. Era una giornata plumbea, melanconica. Gli
alberi gialli di foglie secche stormivano lugubremente ad un sospiro di
vento. Sembrava che si iniziasse da quel giorno il triste periodo del
giallo autunno e dello inverno grigio, che solo qualche ora di sole,
durante l'estate di San Martino, avrebbe interrotto, con un'oasi di
azzurro, di tepore e di rifiorimento autunnale. Il grande giardino era
quasi deserto. Qualche carrozza chiusa di prelato passava ad un trotto
lento e cadenzato, monotonamente. Giuliano s'internò pei viali dietro
la fontana di Mosè, dirigendosi verso la vasca dove i bianchi cigni
nuotano per raccogliere le briciole di pane che i fanciulli loro amici
sottraggono generosamente alla propria merenda, dopo che son sazii.
Qualche cosa di grave doveva avvenire. La sera innanzi egli aveva
veduto Loredano, venuto ad incontrarlo in casa di Andrea di Vele.
L'incontro era stato affettuoso e commosso. S'era convenuto fra i tre
che nella mattinata susseguente Loredano avrebbe abilmente parlato
a Beatrice e che del risultato di quel colloquio avrebbe prevenuto
Giuliano nelle prime ore del pomeriggio. Nessuna notizia, invece, era
giunta fino a quell'ora.
Giuliano disperava; la riuscita di quell'accordo gli sembrava sempre
più impossibile. Se Loredano non aveva dato notizie, questo silenzio
significava che nulla di lieto era stato ottenuto, che Beatrice s'era
senz'altro ribellata all'idea del suo ritorno. In quell'ora egli vedeva
tutto fosco. Si ripetette per consolarsi che il paesaggio è uno stato
d'anima e spiegò il suo ottimismo sorridente del mattino avanti con
quello sfarzo di sole e di azzurro ch'era nell'aria; giustificò il suo
nero pessimismo del momento con quel cielo plumbeo, quello stridore di
foglie secche, quella solitudine e quello squallore.
Si trovò innanzi alla fontana dell'orologio. Una folla di fanciulli
si pigiava intorno alla ringhiera, gettando nell'acqua le briciole
di pane. I cigni scivolavano tacitamente su le acque verdognole,
vi tuffavano il lungo collo arcuato per afferrare il cibo che vi
discendeva. Qua e là correva silenzioso il candido drappello, dove più
lauta era la caduta di briciole. Qualche cigno, filosoficamente, invece
di lanciarsi alla mensa comune, rimaneva a gustare quella lasciata
deserta dai suoi compagni e che per lui era più che abbondante. Così,
continuo era il calmo movimento dei cigni in quell'acqua lievemente
ondulata dal loro fianco, quell'acqua che scivolava senza rumore lungo
le loro morbide piume. Sotto il riflesso grigio del cielo, quella breve
superficie di acque sembrava uno specchio che tremasse. A momenti un
cigno mandava un lamento, lungo, implorante, desolato. E nulla era
più lugubre di quel grido quasi di morte in quel mesto paesaggio, in
cui all'agonia del giorno s'aggiungeva l'agonìa della stagione e delle
cose.
Ad un tratto, volgendosi, Giuliano ebbe un'emozione violenta. Fra
la folla di piccoli spettatori, egli aveva riconosciuto i capelli
castani inanellati e gli occhi azzurri cupi del piccolo Luca. Il
suo cuore paterno durante qualche secondo soffocò la voce della sua
prudenza; ed ei rimase intento a guardare suo figlio che, sorridendo
beato, staccava delle briciole da un pezzo di pane, le arrotondava coi
polpastrelli delle dita e le gettava ai cigni che lo guardavano fissi,
quasi sollecitando la sua generosità. Ma poi Giuliano temette di esser
veduto dal piccino, si allontanò a passo rapido verso l'uscita del
Pincio. Se Luca l'avesse veduto tutto era perduto, bisognava giungere
alle circostanze estreme, all'ultimo tentativo. Egli temeva troppo che
il destino affrettasse così l'opera degli uomini e, allontanandosi,
sentiva il leggero brivido di chi paventa da un momento all'altro
d'essere afferrato, e pure teme di volgersi, sicuro com'è di essere
inseguito.
Il cuore gli mancò, quando si sentì afferrare le gambe e udì una vocina
gridare:
— Papà, papà mio...
Si volse. Il piccolo Luca fu sollevato fra le braccia del padre, il
quale vide una donna diretta correndo verso di loro.
— Papà, papà mio, quando sei tornato, quando? — dimandava il piccino. —
Come sono contento, papà, papà mio bello....
Giuliano si stringeva il figlio fra le braccia, lo ricopriva di baci.
Ah, egli non baciava solamente il piccolo Luca in quel momento! Sui
suoi occhi, su le sue guancie, su la sua fronte egli baciava Anna
Maria, egli baciava Beatrice, baciava l'amore, la bontà, la fedeltà,
tutti i suoi cari insieme sul volto di un solo, baciava il suo passato,
forse il suo avvenire.... La commozione vibrante inumidiva di lacrime
le sue pupille e a stento rispondeva al piccino che lo interrogava:
— Sì, sì, creatura mia, son tornato poche ore fa.... Ho avuto subito
da fare, sarei venuto a casa fra poco. Come sta la mamma? Come sta Anna
Maria? E dimmi, come mi hai veduto, come mi hai veduto?
— Ti ho veduto, rispondeva il piccino, quando ti sei allontanato dai
cigni. Oh, papà mio, come ho corso, come ho corso... Io ti chiamavo....
ma tu andavi sempre più lesto... E _Miss_ che non ti aveva riconosciuto
e gridava e mi rincorreva.... Povera _Miss_!
Miss Margaret, che era adesso con loro, sorrise. Giuliano pose a terra
Luca, lo prese per mano, s'avviarono.
— Come sta la mamma, dimmi, dimmi.... E Anna Maria?
Luca rispondeva serio serio, tutto compreso della gravità della sua
funzione di informatore che, gli si richiedeva dal suo papà in quel
momento:
— La mamma sta bene.... Anna Maria invece sta un po' peggio di ieri...
Ieri è stata tanto benino.... Oggi invece ho veduto venire il dottore
tre volte.... A me non dicono niente.... La mamma mi ha voluto far
uscire, perchè dice che in casa facevo troppo rumore e che Anna Maria
doveva esser lasciata tranquilla.... Se vedessi, povera sorellina,
com'è dimagrita!... È tanto triste, sai, papà, e non gioca nemmeno più
con me e quando mi avvicino al suo letto coi giocattoli, mi sorride e
mi fa cenno di no, con la mano....
— Che cosa dici, che cosa dici? mormorava il padre, angosciosamente.
Poi, volgendosi a _miss_ Margaret: — È vero che Anna Maria è così
peggiorata?
— Sì, rispose l'istitutrice, sta un poco peggio di ieri; ma pare che
non sia nulla di molto grave, il dottore ne risponde.
La flemma inglese di _miss_ Margaret urtò Giuliano. L'intima angoscia
si espandeva in gesti affettuosi per quel piccino che gli camminava a
lato:
— E tu, e tu, mio piccolo uomo, come stai? Sei contento di riavere con
te il tuo papà? Dimmi, ripetimelo, piccino mio!
E si chinava a baciarlo e gli passava, teneramente, la mano nei capelli.
Erano giunti all'uscita del Pincio. Giuliano dimandò arrestandosi:
— Dove andate?
Ma, quando gli fu risposto che tornavano a casa e quando Luca
supplichevole gli ebbe dimandato di tornare con lui, Farnese non seppe
più reggere. Come lasciare, del resto, il piccino? Come occultarsi più,
ora che suo figlio, appena tornato a casa, avrebbe narrato l'incontro
col padre? E come resistere all'ansia di rivedere Anna Maria, poichè
sapeva le condizioni della sua salute aggravate? Il piccolo Luca
intanto, ignaro infantilmente di quanto avveniva, narrava al padre i
suoi nuovi giochi, descriveva i suoi balocchi, si faceva spiegare le
cose che vedeva. Un uomo passò vicino a loro vendendo certi ritratti
del re in uniforme, delle oleografie qualunque. Il piccino dimandò:
— Di', papà, è un generale?
— Sì, piccino mio, è un generale, è il re.
— Papà, diventerò re anche io?
— Oh, piccino mio, contentati di diventar generale!
Ecco, ecco che la vita d'un tempo lo riprendeva! Come aveva amato in
altri tempi quelle ingenue domande, le osservazioni spontanee del
suo figliuoletto, come s'era interessato allo sviluppo continuo di
un'intelligenza e di una conscienza in quel bimbo alto un metro!
— Papà, mi conduci in carrozza? È tanto tempo che non ci vado.....
Voglio che tutti mi vedano col mio papà....
Il piccino implorava dolcemente, teneramente. Giuliano aderì al suo
desiderio, anche per giungere a casa sua cinque minuti più presto; e
tale era l'ansia che lo signoreggiava che questo piccolo vantaggio di
tempo gli sembrava grandissimo... E non fu pago, se non quando vide,
allo svolto di una via, brillare fra gli alberi gialli le finestre
illuminate della sua villetta.
Passarono di nuovo pel giardino, com'egli aveva fatto il giorno
innanzi, seguendo Beatrice. Le foglie secche gemettero ancòra sotto i
loro passi. Ad un soffio di vento, altre se ne staccarono dagli alberi,
pianamente si librarono nell'aria, caddero innanzi a loro, o sopra
loro. Titubante, commosso, sentendo di vivere un grande momento della
sua vita che solo il destino, l'oscuro ed incomprensibile destino aveva
preparato, Giuliano tirò il campanello; la porta si aprì.
Il piccolo Luca lo guidò su per le scale. Giuliano saliva lentamente:
le sue gambe tremavano, il cuore gli balzava forte nel petto quasi
volesse uscirne; era così agitato, così commosso che non avrebbe in
quel momento potuto articolare una sillaba sola.
Nell'appartamento Luca lo lasciò, corse innanzi per le stanze, gridando:
— Mamma, mamma...
Giuliano lo vide entrar di corsa nella stanza di Anna Maria, udì la sua
voce infantile esclamare:
— Mamma, mamma, guarda chi c'è, guarda..
Correndo, il bimbo tornò su i suoi passi, prese il padre per la
mano, lo condusse seco. Giuliano non si sentiva più alcuna forza
di resistenza. Era così innocente e nobile quello strumento di cui
si serviva il destino che Giuliano si abbandonava, sicuro che non
avrebbe mai potuto venirgliene del male! Guidato così dal piccino,
varcò la soglia della stanza di Anna Maria. Si soffermò. Sua moglie,
che attirata dal grido di Luca si faceva su la porta per vedere quale
persona tanto inattesa fosse venuta, diede un passo indietro, si lasciò
sfuggire un piccolo grido. Entrambi rimasero immobili qualche secondo.
Anna Maria dal suo lettino esclamava, battendo le manine febbricitanti:
— Oh, il papà, il papà è tornato!..
La voce della piccola inferma li richiamò. Qual si fossero i loro
reciproci sentimenti, innanzi ai piccini bisognava mentire. Questo
pensiero dovette palpitare nel cervello di entrambi, poichè nel
tempo stesso mossero un passo l'un verso l'altra. I loro volti si
avvicinarono. Le labbra accennarono il rumore di un bacio, ma non
baciarono. La commedia li riprendeva. Beatrice tacque, Giuliano non
ebbe la forza di sostenere il suo sguardo che sembrava dimandargli come
avesse osato di tornare. Egli guardò il piccolo Luca, accennò a lui con
la mano per spiegare la sua presenza....
Sua moglie era innanzi a lui! Ecco dunque che il destino aveva
procurato quanto gli uomini non avrebbero voluto fargli tentare. La
sua salvezza era forse stata nel destino. Giuliano si sentiva in quel
momento sotto l'influsso del mistero e ne risentiva un'impressione di
timore e d'inquietudine.
Vide Anna Maria, che dal letto gli tendeva le piccole braccia
dimagrite. Egli corse a quel dolce rifugio. Presso l'inferma si
sarebbe sentito più forte e Beatrice avrebbe forse intuito tutte le sue
angoscie.
— Mia piccola bimba, mia cara creatura, come stai, come stai?.... Dove
senti dolore? mormorava trepidamente.
Sentì il bisogno di piangere. Ma non volle sembrar debole, trattenne
quelle lacrime che la stoltezza dei luoghi comuni condanna come una
debolezza da donnicciuole. Nascose il volto fra i cuscini, mentre con
le braccia teneva stretto il corpo della sua Anna Maria. Il pianto
saliva, saliva.... Lo avrebbe vinto, se egli non avesse pensato che
le lacrime su quel capezzale d'inferma sarebbero sembrate un triste
augurio. E poi, perchè piangere? Non ritornava egli alla vita di prima,
a tutto ciò ch'egli amava? La sua volontà trionfò.
Sollevò il volto dai cuscini, guardò Beatrice che lo fissava, ancòra
colpita dall'inattesa presenza di lui. E sorrise.