Ai ripetuti squilli del campanello elettrico un domestico, ancóra
in pantofole e con una giacchetta abbottonata alla meglio, venne ad
aprirgli. Senza riconoscerlo gli disse subito:
— Mi dispiace, il padrone riposa ancóra.
Giuliano non gli badò. Entrò nell'appartamento, voltò per un corridoio
a destra che sapeva esser quello che guidava alla camera da letto di
Andrea. La sua ansia e la sua febbre non gli consentivano la pazienza
di mandare ambasciate, di parlamentar col domestico. Prima che
questi avesse potuto raggiungerlo, egli già era entrato nella camera
dell'amico ancóra immersa in una fitta penombra. La voce di Andrea,
assonnata, gridò:
— Chi è là?
— Son io, rispose Giuliano e, poichè Andrea non aveva riconosciuto la
voce, aggiunse mentre spalancava le imposte su quel cielo oramai chiaro
di sereno mattino autunnale: — Son io, Giuliano Farnese.....
Andrea di Vele non credeva alle sue orecchie:
— Tu, tu qui?
In un batter d'occhio, balzò dal letto, infilò un pantalone, corse
incontro all'amico, lo abbracciò fortemente con un nobile e profondo
affetto virile. Farnese si disciolse, gli chiese febbrile:
— Come sta Anna Maria? Dimmi la verità, crudelmente.
Un momento di spasimo e di terrore, più intenso di quanti fino ad
allora lo avevano angosciato, tenne dietro a quella domanda. Ma si
rassicurò subito. Il volto di Andrea era rimasto sereno e le labbra
s'atteggiavano ad un sorriso per rispondergli:
— Molto meglio, molto meglio. Sono passato da casa tua iersera dopo
pranzo, verso le dieci. Anna Maria dormiva tranquilla. Il medico era
stato rassicurantissimo, poichè aveva giudicato che la crisi più aspra
era felicemente superata. Tua moglie è adesso molto sollevata. Due
giorni fa Anna Maria era però in uno stato gravissimo, nel massimo
infuriare della crisi. Beatrice s'illudeva, non comprendeva tutta
l'intensità del male. Loredano pensava per bocca della sorella.
Io intuii il pericolo e credetti mio dovere avvertirti, farti
accorrere per qualunque evenienza. Ma ora, ti ripeto, ogni pericolo è
scongiurato, la malattia segue il suo corso, blandamente.....
Giuliano sorrideva d'un sorriso calmo, sereno riflesso della sua
anima alfine quietata dopo tanti giorni in cui la tormenta aveva così
fieramente imperversato. Egli dimandava perdono all'amico d'avere
irrotto così violentemente in casa di lui. La sua angoscia di padre lo
giustificava.
— A proposito, rispose Andrea, tra mezz'ora mi sarei levato per venirti
a cercare alla stazione. Come mai sei arrivato iersera e come hai
impiegato queste ore?
Lo scrittore narrò la sua precipitosa partenza da Saint-Moritz, il
suo viaggio così doloroso, le sue irresolutezze e le sue timidezze
della sera precedente, la pallida e febrile veglia di quella notte di
tortura. Andrea gli stringeva intanto le mani e sul suo volto leale
passavano tutte le impressioni che le parole di Farnese destavano
nell'anima sua.
Finì di vestirsi. Poi chiese all'amico:
— Hai fatto colazione? No? Dividi allora la mia.
Passarono nella sala da pranzo, un'elegante saletta ai cui muri, fra
le stoffe risaltavano alcune preziose terrecotte di Luca della Robbia.
Il domestico versò la cioccolata, il thè, portò il pane arrostito, il
burro, il miele, qualche _sandwichs_; poi li lasciò nuovamente soli.
Farnese mangiò con appetito, dopo la dieta quasi intera del giorno
precedente. Era seduto di rimpetto alla finestra, oltre la quale
vedeva la coppa azzurra del cielo come tagliata in un immenso e limpido
zaffiro. La serenità trasparente di quel mattino, la carezza bionda di
quel sole pallido, che giungeva fin su la tavola facendo scintillare le
argenterie, diffondeva una letizia salutare, un riposo riparatore nel
suo misero cuore torturato. La notizia del grande miglioramento della
sua piccina gli era giunta così impreveduta che ora tutto il mondo gli
sembrava migliore; e sorrideva alla vita che ora gli sembrava buona e
quasi aveva obliato tutto il male e tutta la tristezza che lo avevan
dispoticamente dominato sino a un'ora prima.
— Tua moglie e Loredano, diceva Andrea di Vele, ignorano completamente
la tua venuta a Roma. Ho creduto che fosse meglio non prevenirli.
Beatrice non ti ha perdonato, nè ti perdonerebbe per molto tempo
ancòra. Non v'è quindi da farsi illusioni. Oramai che sei giunto,
bisogna prevenire Loredano, studiare insieme quale strattagemma sia da
adottarsi per farvi trovare insieme, per farla venire, senza sembrare,
al perdono e all'oblìo. La cosa non sarà facile. Ma le nostre comuni
abilità di romanzieri potranno giovarci. Non sono i romanzi che
rassomigliano alla vita: è la vita, invece, che il più delle volte, con
le sue circostanze imprevedute, con le sue complicazioni inesplicabili
ed i suoi strani epiloghi, rassomiglia tanto ai romanzi.....
Giuliano non l'ascoltava più. Senza confessarsela, una pallida speranza
era timidamente fiorita nel suo cuore durante quei due ultimi giorni.
Aveva pensato che forse Beatrice non era del tutto estranea a quel
suo richiamo a Roma. Con la bambina inferma, così gravemente inferma
che quasi l'ala fredda della morte le aveva sfiorato l'inconsapevole
visino, ella si era sentita forse troppo sola, aveva lasciato intendere
al fratello e agli amici che se suo marito fosse tornato, non lo
avrebbe respinto.... Questo tacito sogno, carezzato dolcemente per
qualche ora, svaniva alle parole di Andrea; tutto era ancòra da farsi
ed altri giorni di pena — e quanto intensa! — si preparavan per lui.
La colazione era finita. Andrea si levò da tavola, guardò l'orologio.
— Sono le nove, di già.... Non ho un minuto da perdere, esclamò. Ho un
grave affare fra mezza ora ed alle dieci e mezzo mi recherò a casa tua
per vedere Loredano e parlargli. Prenderemo un convegno per ritrovarci
con te.... Intanto per questi giorni tu devi abitare in qualche
posto.... Sei sceso ad un albergo?
— No. Ho lasciato il mio bagaglio in deposito alla stazione.
— Ah, bene, bene. Dammi allora gli scontrini. Manderò subito Stefano a
ritirarlo.
Suonò il campanello ripetutamente. Consegnò al domestico gli scontrini
datigli da Farnese:
— Ritirate subito queste valigie e portatele qui... Poi, preparate la
camera a fianco alla mia per il signor Farnese. Torneremo a colazione a
mezzogiorno.
Prese il bastone, il cappello ed i guanti, discese in fretta con
Giuliano:
— Noi ci ritroveremo qui alle dodici, proponeva all'amico. Avrò già
tutto stabilito con Loredano.
— Potrai parlargli liberamente da solo a solo? obbiettò Farnese.
— Ne sono sicurissimo, rispose Andrea. Vado a casa tua verso le dieci e
mezzo, perchè potremo esser soli. Tua moglie sta in casa da quasi venti
giorni, è molto impallidita e dimagrata; ieri il medico le ordinò di
uscire, di profittare di queste giornate serene per prendere un poco
d'aria, visto che Anna Maria è migliorata e che può lasciarla senza
timore per qualche ora. Iersera la persuasi ad uscire. Promise a me e a
Loredano che sarebbe uscita stamane alle dieci per un'oretta.
Cominciò a parlare d'altre cose, d'altre persone. Farnese, che sembrava
attento, seguiva invece tutt'altro ordine di pensieri. Sua moglie
sarebbe uscita di casa alle dieci. Un'irresistibile brama di rivederla
si impadronì di lui, ed egli affrettò col desiderio il momento in cui
il suo amico l'avrebbe lasciato solo.
Erano giunti in piazza di Spagna. Andrea di Vele, arrestandosi su la
soglia dell'_hôtel de Londres_, gli tese la mano per salutarlo:
— Mi raccomando, disse, di essere, almeno per oggi, prudente. È
bene che tua moglie non sappia ancòra che tu sei a Roma e, per certe
necessità di convenzioni sociali, è meglio che non lo sappia nessuno. È
opportuno che tu ritorni a casa mia e che tu mi aspetti. A più tardi.
Gli serrò la mano fortemente un'altra volta ancora, e in quella
stretta di mano era come un incitamento ad aver fiducia e coraggio,
a non abbandonar la speranza, unica oasi felice nel deserto squallido
dell'avvenire e del destino. Il desiderio di riveder sua moglie, almeno
da lontano, padroneggiò Giuliano. Ma Andrea di Vele aveva ragione di
consigliarlo di non esporsi ad essere veduto e riconosciuto. Guardò
l'ora. Alle dieci mancavano quindici minuti. Una carrozza chiusa
passava. Chi lo avrebbe visto in fondo a quella carrozza? Giuliano
cedette all'irresistibile attrattiva. Fermò la carrozza, vi salì,
ordinò al cocchiere di arrestarsi poco lungi dalla sua villetta, al
Macao. Una smania puerile lo aveva preso di rivedere quella casa,
quel giardino, di rivedere uscire da quella porta sua moglie, dopo
tanto tempo, dopo tanta vita. Il trotto veloce del cavallo su per le
difficili salite sembrava lento alla sua impazienza.
Quando la carrozza si arrestò, Farnese guardò la sua villetta. Il
giardino di Beatrice era come addormentato, in una vita autunnale e
melanconica. Un vento leggero scuoteva appena le foglie pallide dei
pochi alberi, dai quali con un fruscìo sottile, a quando a quando,
qualche foglia d'oro lentamente cadeva sul suolo dove già altre foglie
cadute avevano composto un tappeto biondo, che mormorava mestamente,
quando il vento lo agitava un poco. Sul cielo qualche rapida nuvola
bianca e leggerissima volava. Tutti i fiori erano morti, le spalliere
di rose su i muri erano appassite. Molte persiane nella villetta erano
chiuse. Da una villa vicina giungevano, pallide e morenti, le note di
un pianoforte suonato lentamente e tristemente, forse per accompagnare
le fantasticherie autunnali di un convalescente. Nulla ricordava a
Giuliano il giardino del giorno in cui il dramma era scoppiato. Allora
tutte le spalliere di rose erano in fiore e dal verde giardino saliva
nelle stanze uno spossante profumo di primavera. Quante volte quel
profumo, legato ai ricordi di quel triste giorno, gli era tornato alla
memoria dei sensi, non meno vibrante e tenace dell'altra!
I minuti gli sembravano eterni. Le dieci e un quarto erano segnate
dalle sfere del suo orologio. Forse Beatrice non sarebbe uscita. Ma
perchè? Allora Anna Maria aveva peggiorato di nuovo? La sua fantasia
già galloppava lugubremente, quando la porta si aprì e una donna
apparve, tutta vestita di nero, molto pallida: Beatrice. Ella s'avanzò
pel giardino: le foglie d'oro stridettero, come gemessero, sotto i suoi
piedi. Ella uscì nella via, s'allontanò avvolta da quel pallido sole
d'autunno. Camminava con un passo stanco e si volse più volte a guardar
le finestre della villa. Farnese non seppe resistere, gettò del denaro
al cocchiere, discese e imprudentemente la seguì da lontano, tutto
ripreso al suo fascino, alla grazia di quella stanca andatura, alla
mestizia di quel pallore così grande!
Quanto durò quella lenta passeggiata di quei due esseri che soffrivano,
di quei due dolori che si seguivano, senza raggiungersi per cullarsi
e sopirsi l'un l'altro, senza che Beatrice avesse l'ispirazione di
arrestarsi, senza che Giuliano avesse la energia di affrettare il
passo, d'andarle vicino, di parlarle? Percorsero a lungo quelle
soleggiate vie del Macao; un sentimento nuovo era nel cuore di
Giuliano, quando si nascondeva dietro qualche muro o entrava in qualche
portone per non farsi vedere dalla passeggiatrice, allorchè ella
voltava la via o cambiava di marciapiede... Gli sembrava di essere
un amante timido, un poeta che segue la creatura dei suoi sogni,
nell'ombra, umilmente.
La poesia del suo cuore cantava tutta in quell'ora. Oh, con quale ansia
egli attendeva e sospirava il giorno in cui avrebbe di nuovo potuto
camminare al fianco dell'adorata, di quella cara creatura in cui si
racchiudeva oramai ogni suo ideale ed ogni sua speranza! Tutta la
bellezza di vivere era per lui personificata in quella pallida donna,
alla quale egli sarebbe tornato come un amante, follemente, per sempre!
Ella comprava adesso dei crisantemi bianchi e rosei. Quelle stelle di
petali splendevano al sole su la sua veste bruna, tra il braccio ed il
seno. La sua passeggiata era finita ed ella tornava verso la villa,
madre affettuosa e trepida per la sua creatura inferma. Quel po' di
sole autunnale doveva averle fatto bene. Le sue pallide gote erano
ormai un po' soffuse di roseo, come se qualche foglia di rosa fosse
sotto la trasparenza della pelle bianca. L'incantesimo si rompeva per
Giuliano. Ei rientrava nella solitudine grigia e nell'attesa dolorosa.
No, no egli non voleva rimanere solo, senza l'amata!
E, quando la vide entrare nella casa, si slanciò, senza pensare,
cedendo all'istinto. Le foglie bionde gemettero anche sotto il suo
passo, per un mesto saluto a colui che tornava, dopo che il torrente
del destino lo aveva trascinato tra i gorghi infidi di tanto dolore.
Quando egli era per giungere alla casa, Beatrice era scomparsa e la
porta si richiuse pianamente. Giuliano si sentì straniero a quella
dimora. Ritornò sui suoi passi. La sua fugace energia lo aveva
abbandonato, innanzi a quell'umile circostanza fortuita d'una porta che
si richiudeva sul suo volto, quand'ei stava per varcarla.
Una stella bianca splendeva su le foglie bionde dell'autunno. Era un
crisantemo caduto dalle braccia di Beatrice. Qualcosa del profumo di
lei doveva essere rimasto in quei petali, ch'ella aveva toccato, che
si erano adagiati sul palpito lieve del suo seno. Giuliano raccolse
il crisantemo, lo baciò con devozione, con religione, con fervore,
con ardore d'amante. Poi, serrando nella mano la preziosa profumata
vestigia del passaggio dell'amata, fuggì quasi di corsa, come un
ladro, per tema che qualcuno avesse potuto vederlo e riconoscerlo dalle
finestre della villetta tutta bianca al sole.