II.

Ai ripetuti squilli del campanello elettrico un domestico, ancóra

in pantofole e con una giacchetta abbottonata alla meglio, venne ad

aprirgli. Senza riconoscerlo gli disse subito:

— Mi dispiace, il padrone riposa ancóra.

Giuliano non gli badò. Entrò nell'appartamento, voltò per un corridoio

a destra che sapeva esser quello che guidava alla camera da letto di

Andrea. La sua ansia e la sua febbre non gli consentivano la pazienza

di mandare ambasciate, di parlamentar col domestico. Prima che

questi avesse potuto raggiungerlo, egli già era entrato nella camera

dell'amico ancóra immersa in una fitta penombra. La voce di Andrea,

assonnata, gridò:

— Chi è là?

— Son io, rispose Giuliano e, poichè Andrea non aveva riconosciuto la

voce, aggiunse mentre spalancava le imposte su quel cielo oramai chiaro

di sereno mattino autunnale: — Son io, Giuliano Farnese.....

Andrea di Vele non credeva alle sue orecchie:

— Tu, tu qui?

In un batter d'occhio, balzò dal letto, infilò un pantalone, corse

incontro all'amico, lo abbracciò fortemente con un nobile e profondo

affetto virile. Farnese si disciolse, gli chiese febbrile:

— Come sta Anna Maria? Dimmi la verità, crudelmente.

Un momento di spasimo e di terrore, più intenso di quanti fino ad

allora lo avevano angosciato, tenne dietro a quella domanda. Ma si

rassicurò subito. Il volto di Andrea era rimasto sereno e le labbra

s'atteggiavano ad un sorriso per rispondergli:

— Molto meglio, molto meglio. Sono passato da casa tua iersera dopo

pranzo, verso le dieci. Anna Maria dormiva tranquilla. Il medico era

stato rassicurantissimo, poichè aveva giudicato che la crisi più aspra

era felicemente superata. Tua moglie è adesso molto sollevata. Due

giorni fa Anna Maria era però in uno stato gravissimo, nel massimo

infuriare della crisi. Beatrice s'illudeva, non comprendeva tutta

l'intensità del male. Loredano pensava per bocca della sorella.

Io intuii il pericolo e credetti mio dovere avvertirti, farti

accorrere per qualunque evenienza. Ma ora, ti ripeto, ogni pericolo è

scongiurato, la malattia segue il suo corso, blandamente.....

Giuliano sorrideva d'un sorriso calmo, sereno riflesso della sua

anima alfine quietata dopo tanti giorni in cui la tormenta aveva così

fieramente imperversato. Egli dimandava perdono all'amico d'avere

irrotto così violentemente in casa di lui. La sua angoscia di padre lo

giustificava.

— A proposito, rispose Andrea, tra mezz'ora mi sarei levato per venirti

a cercare alla stazione. Come mai sei arrivato iersera e come hai

impiegato queste ore?

Lo scrittore narrò la sua precipitosa partenza da Saint-Moritz, il

suo viaggio così doloroso, le sue irresolutezze e le sue timidezze

della sera precedente, la pallida e febrile veglia di quella notte di

tortura. Andrea gli stringeva intanto le mani e sul suo volto leale

passavano tutte le impressioni che le parole di Farnese destavano

nell'anima sua.

Finì di vestirsi. Poi chiese all'amico:

— Hai fatto colazione? No? Dividi allora la mia.

Passarono nella sala da pranzo, un'elegante saletta ai cui muri, fra

le stoffe risaltavano alcune preziose terrecotte di Luca della Robbia.

Il domestico versò la cioccolata, il thè, portò il pane arrostito, il

burro, il miele, qualche _sandwichs_; poi li lasciò nuovamente soli.

Farnese mangiò con appetito, dopo la dieta quasi intera del giorno

precedente. Era seduto di rimpetto alla finestra, oltre la quale

vedeva la coppa azzurra del cielo come tagliata in un immenso e limpido

zaffiro. La serenità trasparente di quel mattino, la carezza bionda di

quel sole pallido, che giungeva fin su la tavola facendo scintillare le

argenterie, diffondeva una letizia salutare, un riposo riparatore nel

suo misero cuore torturato. La notizia del grande miglioramento della

sua piccina gli era giunta così impreveduta che ora tutto il mondo gli

sembrava migliore; e sorrideva alla vita che ora gli sembrava buona e

quasi aveva obliato tutto il male e tutta la tristezza che lo avevan

dispoticamente dominato sino a un'ora prima.

— Tua moglie e Loredano, diceva Andrea di Vele, ignorano completamente

la tua venuta a Roma. Ho creduto che fosse meglio non prevenirli.

Beatrice non ti ha perdonato, nè ti perdonerebbe per molto tempo

ancòra. Non v'è quindi da farsi illusioni. Oramai che sei giunto,

bisogna prevenire Loredano, studiare insieme quale strattagemma sia da

adottarsi per farvi trovare insieme, per farla venire, senza sembrare,

al perdono e all'oblìo. La cosa non sarà facile. Ma le nostre comuni

abilità di romanzieri potranno giovarci. Non sono i romanzi che

rassomigliano alla vita: è la vita, invece, che il più delle volte, con

le sue circostanze imprevedute, con le sue complicazioni inesplicabili

ed i suoi strani epiloghi, rassomiglia tanto ai romanzi.....

Giuliano non l'ascoltava più. Senza confessarsela, una pallida speranza

era timidamente fiorita nel suo cuore durante quei due ultimi giorni.

Aveva pensato che forse Beatrice non era del tutto estranea a quel

suo richiamo a Roma. Con la bambina inferma, così gravemente inferma

che quasi l'ala fredda della morte le aveva sfiorato l'inconsapevole

visino, ella si era sentita forse troppo sola, aveva lasciato intendere

al fratello e agli amici che se suo marito fosse tornato, non lo

avrebbe respinto.... Questo tacito sogno, carezzato dolcemente per

qualche ora, svaniva alle parole di Andrea; tutto era ancòra da farsi

ed altri giorni di pena — e quanto intensa! — si preparavan per lui.

La colazione era finita. Andrea si levò da tavola, guardò l'orologio.

— Sono le nove, di già.... Non ho un minuto da perdere, esclamò. Ho un

grave affare fra mezza ora ed alle dieci e mezzo mi recherò a casa tua

per vedere Loredano e parlargli. Prenderemo un convegno per ritrovarci

con te.... Intanto per questi giorni tu devi abitare in qualche

posto.... Sei sceso ad un albergo?

— No. Ho lasciato il mio bagaglio in deposito alla stazione.

— Ah, bene, bene. Dammi allora gli scontrini. Manderò subito Stefano a

ritirarlo.

Suonò il campanello ripetutamente. Consegnò al domestico gli scontrini

datigli da Farnese:

— Ritirate subito queste valigie e portatele qui... Poi, preparate la

camera a fianco alla mia per il signor Farnese. Torneremo a colazione a

mezzogiorno.

Prese il bastone, il cappello ed i guanti, discese in fretta con

Giuliano:

— Noi ci ritroveremo qui alle dodici, proponeva all'amico. Avrò già

tutto stabilito con Loredano.

— Potrai parlargli liberamente da solo a solo? obbiettò Farnese.

— Ne sono sicurissimo, rispose Andrea. Vado a casa tua verso le dieci e

mezzo, perchè potremo esser soli. Tua moglie sta in casa da quasi venti

giorni, è molto impallidita e dimagrata; ieri il medico le ordinò di

uscire, di profittare di queste giornate serene per prendere un poco

d'aria, visto che Anna Maria è migliorata e che può lasciarla senza

timore per qualche ora. Iersera la persuasi ad uscire. Promise a me e a

Loredano che sarebbe uscita stamane alle dieci per un'oretta.

Cominciò a parlare d'altre cose, d'altre persone. Farnese, che sembrava

attento, seguiva invece tutt'altro ordine di pensieri. Sua moglie

sarebbe uscita di casa alle dieci. Un'irresistibile brama di rivederla

si impadronì di lui, ed egli affrettò col desiderio il momento in cui

il suo amico l'avrebbe lasciato solo.

Erano giunti in piazza di Spagna. Andrea di Vele, arrestandosi su la

soglia dell'_hôtel de Londres_, gli tese la mano per salutarlo:

— Mi raccomando, disse, di essere, almeno per oggi, prudente. È

bene che tua moglie non sappia ancòra che tu sei a Roma e, per certe

necessità di convenzioni sociali, è meglio che non lo sappia nessuno. È

opportuno che tu ritorni a casa mia e che tu mi aspetti. A più tardi.

Gli serrò la mano fortemente un'altra volta ancora, e in quella

stretta di mano era come un incitamento ad aver fiducia e coraggio,

a non abbandonar la speranza, unica oasi felice nel deserto squallido

dell'avvenire e del destino. Il desiderio di riveder sua moglie, almeno

da lontano, padroneggiò Giuliano. Ma Andrea di Vele aveva ragione di

consigliarlo di non esporsi ad essere veduto e riconosciuto. Guardò

l'ora. Alle dieci mancavano quindici minuti. Una carrozza chiusa

passava. Chi lo avrebbe visto in fondo a quella carrozza? Giuliano

cedette all'irresistibile attrattiva. Fermò la carrozza, vi salì,

ordinò al cocchiere di arrestarsi poco lungi dalla sua villetta, al

Macao. Una smania puerile lo aveva preso di rivedere quella casa,

quel giardino, di rivedere uscire da quella porta sua moglie, dopo

tanto tempo, dopo tanta vita. Il trotto veloce del cavallo su per le

difficili salite sembrava lento alla sua impazienza.

Quando la carrozza si arrestò, Farnese guardò la sua villetta. Il

giardino di Beatrice era come addormentato, in una vita autunnale e

melanconica. Un vento leggero scuoteva appena le foglie pallide dei

pochi alberi, dai quali con un fruscìo sottile, a quando a quando,

qualche foglia d'oro lentamente cadeva sul suolo dove già altre foglie

cadute avevano composto un tappeto biondo, che mormorava mestamente,

quando il vento lo agitava un poco. Sul cielo qualche rapida nuvola

bianca e leggerissima volava. Tutti i fiori erano morti, le spalliere

di rose su i muri erano appassite. Molte persiane nella villetta erano

chiuse. Da una villa vicina giungevano, pallide e morenti, le note di

un pianoforte suonato lentamente e tristemente, forse per accompagnare

le fantasticherie autunnali di un convalescente. Nulla ricordava a

Giuliano il giardino del giorno in cui il dramma era scoppiato. Allora

tutte le spalliere di rose erano in fiore e dal verde giardino saliva

nelle stanze uno spossante profumo di primavera. Quante volte quel

profumo, legato ai ricordi di quel triste giorno, gli era tornato alla

memoria dei sensi, non meno vibrante e tenace dell'altra!

I minuti gli sembravano eterni. Le dieci e un quarto erano segnate

dalle sfere del suo orologio. Forse Beatrice non sarebbe uscita. Ma

perchè? Allora Anna Maria aveva peggiorato di nuovo? La sua fantasia

già galloppava lugubremente, quando la porta si aprì e una donna

apparve, tutta vestita di nero, molto pallida: Beatrice. Ella s'avanzò

pel giardino: le foglie d'oro stridettero, come gemessero, sotto i suoi

piedi. Ella uscì nella via, s'allontanò avvolta da quel pallido sole

d'autunno. Camminava con un passo stanco e si volse più volte a guardar

le finestre della villa. Farnese non seppe resistere, gettò del denaro

al cocchiere, discese e imprudentemente la seguì da lontano, tutto

ripreso al suo fascino, alla grazia di quella stanca andatura, alla

mestizia di quel pallore così grande!

Quanto durò quella lenta passeggiata di quei due esseri che soffrivano,

di quei due dolori che si seguivano, senza raggiungersi per cullarsi

e sopirsi l'un l'altro, senza che Beatrice avesse l'ispirazione di

arrestarsi, senza che Giuliano avesse la energia di affrettare il

passo, d'andarle vicino, di parlarle? Percorsero a lungo quelle

soleggiate vie del Macao; un sentimento nuovo era nel cuore di

Giuliano, quando si nascondeva dietro qualche muro o entrava in qualche

portone per non farsi vedere dalla passeggiatrice, allorchè ella

voltava la via o cambiava di marciapiede... Gli sembrava di essere

un amante timido, un poeta che segue la creatura dei suoi sogni,

nell'ombra, umilmente.

La poesia del suo cuore cantava tutta in quell'ora. Oh, con quale ansia

egli attendeva e sospirava il giorno in cui avrebbe di nuovo potuto

camminare al fianco dell'adorata, di quella cara creatura in cui si

racchiudeva oramai ogni suo ideale ed ogni sua speranza! Tutta la

bellezza di vivere era per lui personificata in quella pallida donna,

alla quale egli sarebbe tornato come un amante, follemente, per sempre!

Ella comprava adesso dei crisantemi bianchi e rosei. Quelle stelle di

petali splendevano al sole su la sua veste bruna, tra il braccio ed il

seno. La sua passeggiata era finita ed ella tornava verso la villa,

madre affettuosa e trepida per la sua creatura inferma. Quel po' di

sole autunnale doveva averle fatto bene. Le sue pallide gote erano

ormai un po' soffuse di roseo, come se qualche foglia di rosa fosse

sotto la trasparenza della pelle bianca. L'incantesimo si rompeva per

Giuliano. Ei rientrava nella solitudine grigia e nell'attesa dolorosa.

No, no egli non voleva rimanere solo, senza l'amata!

E, quando la vide entrare nella casa, si slanciò, senza pensare,

cedendo all'istinto. Le foglie bionde gemettero anche sotto il suo

passo, per un mesto saluto a colui che tornava, dopo che il torrente

del destino lo aveva trascinato tra i gorghi infidi di tanto dolore.

Quando egli era per giungere alla casa, Beatrice era scomparsa e la

porta si richiuse pianamente. Giuliano si sentì straniero a quella

dimora. Ritornò sui suoi passi. La sua fugace energia lo aveva

abbandonato, innanzi a quell'umile circostanza fortuita d'una porta che

si richiudeva sul suo volto, quand'ei stava per varcarla.

Una stella bianca splendeva su le foglie bionde dell'autunno. Era un

crisantemo caduto dalle braccia di Beatrice. Qualcosa del profumo di

lei doveva essere rimasto in quei petali, ch'ella aveva toccato, che

si erano adagiati sul palpito lieve del suo seno. Giuliano raccolse

il crisantemo, lo baciò con devozione, con religione, con fervore,

con ardore d'amante. Poi, serrando nella mano la preziosa profumata

vestigia del passaggio dell'amata, fuggì quasi di corsa, come un

ladro, per tema che qualcuno avesse potuto vederlo e riconoscerlo dalle

finestre della villetta tutta bianca al sole.

Il Miraggio: Romanzo · 第 34 / 44 题