Il tempo passò. Dopo una pace ch'essi sentivano di breve durata, pace
ottenuta con una riconciliazione ch'era stata affrettata dai loro più
umili istinti, il soggiorno di Venezia era divenuto insopportabile
agli amanti. Era stato questione tra loro di una breve permanenza a
Siena. Ma Giuliano aveva temuto un nuovo assalto doloroso da parte
delle sue più soavi e pure memorie. E proprio in quei giorni gli era
pervenuta una lettera in cui Loredano si mostrava minutamente informato
della loro vita veneziana. Evidentemente essi erano spiati. Non era
prudente, dunque, rimanere in Italia, dove troppi occhi li conoscevano.
Era meglio recarsi altrove, lontano. Giuliano stimava così d'essere
utilmente prudente. Quando ei fosse stato lontano, quando occhi che
lo conoscevano non avessero più potuto spiare i suoi passi e i suoi
sorrisi, meno probabilità si offrivano che giungessero a sua moglie
notizie su quella sua povera vita che, in apparenza, sembrava così poco
quella di un uomo pentito, che soffre e che ama.
In quanto a Claudina oramai ell'era vinta e avvilita. Ardentemente
appassionata ancòra per Giuliano, sentiva bene com'ella non avesse
più su quell'uomo alcun dominio, se non quello fuggevole e non troppo
nobile dei sensi. Nè quel dominio era sicuro ed intero. Comunque, poi,
non era quello cui l'attrice aspirava. Oh, come era lontano e diverso
dal suo bel sogno sfogliato, dal luminoso miraggio della sua vita e
della sua arte oramai per sempre dileguato! Innamorata, ella non sapeva
rinunziare a Farnese. Pur sentendosi avvilita da quelle carezze e da
quei baci, che a volte le sembravano freddi e pietosi come se fossero
un'elemosina di clemenza e di pietà, ella s'avviticchiava all'amante:
e tutto il suo mondo era ancòra per lei negli occhi di lui; e tutto il
sogno era su la sua fronte; e il suo più soave asilo era per la povera
innamorata quell'instabile cuore di uomo. E nelle lunghe notti insonni,
ella era paga di poter posare il suo volto sul cuore di lui, quantunque
sapesse che forse batteva per un'altra. Ma si sentiva contenta di quel
tepore, di quel riflesso d'amore, sentiva batter quel cuore sotto la
sua tempia e le bastava; e, chiudendo gli occhi, tentava di obliare che
quel cuore non pulsava per lei, che non era più suo. Così ella aveva
seguito Giuliano in tutte le sue irrequiete peregrinazioni, docilmente,
supplice schiava che lo fissava negli occhi per ritrovarvi un richiamo
anche pallido dell'amore d'un tempo...
Da Venezia erano andati nell'Engadina, e dall'Engadina a Aix-les-Bains;
e poi a Lucerna, e su i laghi italiani ed infine a Saint-Moritz. Il
vedere o il rivedere uomini e luoghi ignoti o poco noti distraeva gli
amanti dalle loro preoccupazioni avversarie. Passavano, così, giornate
intere in cui il paesaggio o l'arte costituivan la loro unica comunione
di sentimenti. E quando, a sera tarda, rientrati all'albergo, dopo una
cena frettolosa durante la quale riepilogavano le impressioni della
giornata, gli amanti rientravano nelle loro camere, erano già troppo
stanchi per cominciar querele e dibattiti. Solamente qualche bacio
era scambiato fra i due, mentre intrecciavano le loro carezze, senza
parole.
Ma il dissidio si riapriva talvolta, quando Claudina voleva costringere
lo scrittore a lavorare intorno alla futura commedia su la quale essi
avevano un dì raccolti tutti i loro sogni di gloria. Il miraggio,
benchè più pallido e più lontano, ritornava qualche volta ad attrarre,
ingannevole e fuggevole, la grande attrice. Ma l'amante non si prestava
più a quella illusione. E con parole dure e indifferenti rompeva
l'incantesimo, senza pensare che una pietosa menzogna avrebbe offerto
ancòra a Claudina qualche soave sorriso. Ma egli soffriva troppo,
sentiva il suo ingegno troppo vincolato e diminuito sotto il peso
di tutti i suoi dolori e nessun ideale d'arte e di poesia sapeva più
illuminare ed accendere l'anima sua.
Più violento si riapriva il dissidio quando da Roma giungeva a
Farnese qualche lettera, qualche richiamo. Durante la sua assenza,
uno dei suoi più intimi amici, quello forse che aveva più comunione
con il suo cuore e il suo pensiero, Andrea di Vele, lo aveva tenuto
informato con lettere frequenti e minute su la vita di Beatrice e dei
figli suoi. Le lettere di Loredano non eran per Farnese quello che
avevan saputo essere le lettere dell'amico suo. Quantunque Loredano
lo amasse come il più fedele e fervente amico, pure egli era sempre
fratello di Beatrice; e, se un po' di partigianeria non poteva essere
esclusa dalle sue parole, questa era naturalmente rivolta verso la
sorella. Per questo eran frequenti nelle sue lettere i rimproveri, i
dubbii, le inquietudini, i consigli troppo facili a chi li dà e troppo
difficili a chi li riceve. Andrea di Vele era invece un cronista fedele
e imparziale. Avendo continuato a frequentar la casa di Beatrice,
era in grado di dare al lontano tutti i ragguagli possibili. E per
Farnese quelle lettere erano un riflesso di quella vita, una comunione
indiretta. E quando quel riflesso era troppo vivo, quella comunione
troppo perfetta, Giuliano sentiva un tumulto scatenarsi nell'anima sua,
poichè il nero drappello dei suoi tristi dolori ritornava lugubremente.
Claudina si risentiva allora di quelle amare tristezze. La disputa fra
gli amanti cominciava. E, minaccioso, il dissidio tornava ad aprirsi.
E ad ognuna di quelle nuove lotte, che giungevano bruscamente, tanto
più acri e crudeli quanto più i giorni precedenti eran stati calmi
e affettuosi, gli amanti sentivano chiaramente che quella vita non
avrebbe, così, potuto ancòra durare per lungo tempo.
Più presto di quanto essi avessero sospettato, le circostanze la
troncarono decisivamente. Una lettera di Andrea di Vele era stata
la scintilla che aveva propagata la fiamma. L'amico scriveva che la
piccola Anna Maria era da più giorni inferma e che Beatrice era tutta
in ansia per la salute della sua creatura. La lettera voleva essere
rassicurante, ma, tra le righe, Giuliano aveva ben compreso tutto quel
che Andrea aveva voluto celargli.
Ah, correre, correre a Roma al cappezzale di quella sua bimba, ch'egli
prediligeva con un affetto quasi esagerato! Ma no, ma no, egli era
inchiodato lì, presso quella straniera; e quella casa lontana dove
la piccina soffriva, quella casa sua gli era chiusa oramai. Un'ira
folle lo invase. Perchè il destino aveva portato tanto dolore sul
cammino della sua esistenza? Perchè aveva sparso tante spine, sotto
un'ingannevole coltre di foglie rosee, su per quella salita della
sua vita, per quell'ultimo tratto che lo separava ancòra dall'altro
versante? E tutta la sua sofferenza proruppe in parole inconsulte
e brutali, quando Claudina ignara biasimò il suo umor tetro e lo
rimproverò per le sue risposte tediate.
— Va, va, egli le gridò, lasciami solo..... Tu mi hai fatto tanto male
dal giorno in cui ci siamo incontrati..... Va, va, che cosa vuoi di più
dal mio povero cuore?....
Dopo una scena violenta, Claudina uscì, discese nel giardino
dell'albergo, sentendo bisogno d'aria, di silenzio e di pace: si gettò
in una carrozza, fece partire il cavallo ad una corsa sfrenata. L'anima
di lei agonizzava. E così potente era il suo dolore che, quando la
carrozza per una voltata un po' brusca o per un capriccio del cavallo
minacciava di ribaltare in quella corsa veemente, ella quasi bramava di
spezzarsi la fronte contro una di quelle pietre aguzze e taglienti che
fiancheggiavan la via.
La bufera con pari furia s'era scatenata nell'anima dello scrittore.
Dalla finestra, aveva veduto allontanarsi Claudina quasi con sollievo.
Rimasto solo, ei si proponeva di trovare un po' di calma, perchè
potesse riflettere su l'avvenuto, deliberare saggiamente e posatamente
che cosa gli convenisse di fare, in qual modo e con quale intenzione
egli dovesse agire in quel momento della sua vita che forse era
decisivo e che gli appariva come un bivio fatale. Ma qualcuno picchiava
alla porta. Giuliano gridò:
— Entrate! — e appena ebbe veduto avanzarsi il cameriere con in mano un
vassoio esclamò convulso: — Un telegramma? Per me?
Il cameriere tese il vassoio e, dopo che Farnese v'ebbe preso il
dispaccio, si inchinò, uscì. Lo scrittore rimase tremante, col
dispaccio in mano, senza avere il coraggio d'aprirlo. Dopo la lettera
d'Andrea di Vele, l'arrivo di quel telegramma faceva sorgere in lui un
assai fosco presagio. Si fece forza, alfine, lacerò il foglio; lesse:
«Anna Maria piuttosto aggravata — Necessiterebbe tuo ritorno per ogni
evenienza — Ti attenderò dopodomani stazione al primo treno mattutino
— Non allarmarti però, non essendovi finora pericolo serio — Andrea di
Vele».
Attonito, avendo inteso tutto il recondito significato di quel
telegramma, si gettò su un orario, lo sfogliò: senza attendere il
treno della mezzanotte, v'era un treno alle quattro che lo avrebbe
fatto giungere a Roma una notte prima dell'altro. Chiamò i camerieri, i
facchini, fece chiudere le valigie, le borse. Non mancavano che venti
minuti all'ora del treno. Col cappello in testa, scrisse contro il
vetro della finestra due righe a matita per Claudina su una carta da
visita:
«Il telegramma che ti lascio mi chiama a Roma per la salute della mia
creatura. Perdona al padre se fuggo così, perdutamente, senza nemmeno
abbracciarti. Non mi sento più padrone di me stesso. Ti scriverò, ti
telegraferò, cara Claudina.....»