VII.

Quando discesero a Burano, su la piazzetta della chiesa, gli amanti

sentivano di essere in uno di quei fuggevoli momenti di completa

armonia che anche l'amore più irrequieto, più febrile e più combattuto

sa talvolta trovare. In quello smagliante pomeriggio di sole era ben

lontana dalle anime loro e dai loro mutevoli cuori l'angoscia suprema

che già tante volte li aveva affannati, durante quel loro soggiorno

a Venezia, il quale già si prolungava da due settimane. Si volsero

a guardare l'orizzonte. Venezia in lontananza aveva chiarori lunari

di perla e vividi splendori di ori. Il cielo d'un azzurro sfarzoso

diveniva madreperlaceo quanto più s'incurvava verso oriente; e quanto

più, ad occidente, tracciava la sua sublime curva sino ad incontrare

la superficie delle acque, diveniva d'oro e di sangue. Non una voce

saliva dal mare. Il medesimo silenzio signoreggiava la piccola isola;

solamente un organetto gemeva in lontananza un'ingenua aria di vecchia

opera. Da quel paesaggio di luce e di calma, una grande pace luminosa

discendeva nei cuori.

— Vogliamo andare a visitar la fabbrica di merletti? dimandò Giuliano.

È una vera oasi di poesia.

— Andiamo, mormorò Claudina e s'appoggiò al suo braccio, amorosamente.

Entrarono nella fabbrica. Pareva a loro di traversare le sale di un

convento, tale era la quiete che vi regnava. Quelle sale imbiancate a

calce, con ai muri qualche ritratto della regina Margherita o qualche

imagine pia o qualche quadro contenente dietro il riparo del vetro la

fragile e spumante grazia degli antichi merletti veneziani, avevano

veramente un aspetto monastico. Il sole entrava a fasci di luce bionda

e gioiosa dalle grandi finestre aperte e sollevava un pulviscolo

d'oro in quelli stanzoni. Da alcuni rosai, tutti in fiore e prossimi

alle finestre, giungeva un profumo delicato, molto penetrante, che

aggiungeva un altro fascino di poesia al delizioso quadretto e che

sembrava profumare primaverilmente il tenue lavoro intorno al quale

andavano e venivano, come chiare farfalle, le dita snelle ed agili

delle giovani merlettaie.

E tutte quelle mani, quelle piccole mani delicate, alcune delle quali

sembravano mani di principessa o di fata e non di umile operaia, quelle

mani, quasi rese fini e tenere dal loro squisito lavoro, andavano

e venivano, quasi impalpabili, tiravano gli aghi, aggruppavano i

fili, aprivano magiche corolle, sontuosi emblemi, ricchi disegni,

favolose figure, ornamenti di messale, tra le maglie del merletto; si

arrestavano, distendevano il merletto già fatto e i fili per quello

ancòra da fare, e agilmente, squisitamente, riprendevano la loro corsa

operosa, andavano, venivano, giravano, voltavano, si riprendevano, si

arrestavano indecise, si slanciavano di nuovo all'opera, accompagnate

dagli occhi attenti, rapidi, irrequieti, mentre le labbra sorridevano

poichè il cuore ed il pensiero erano forse lontani, fuori, laggiù, in

quell'onda di luce, in quello splendore di sole, tra quelle rose, quel

mare, quel cielo sereno, tutte quelle prime meraviglie della nuova

estate veneziana.... E il sole accende quelle capigliature bionde,

rosse, castane e brune di mille riflessi, di mille lucentezze, di

mille splendori. E i bei capelli d'oro che sembrano usciti dal fastoso

pennello di Paolo Veronese e i capelli fulvi, evocazione suggestiva

delle superbe figure tizianesche, scintillano e riscintillano sotto

quei raggi, quando le teste feminili s'agitano, quando le operaie

sollevano i loro pallidi visi per riposarsi dal lavoro o per guardare

un visitatore, per rispondere a una domanda o per accompagnare il volo

amoroso di un loro pensiero che va verso un lontano.....

In una stanza più piccola erano sette od otto giovani operaie, intente

a lavori più fini, più difficili, più delicati ancòra. Il sole entrava

dall'alta porta vetrata che si apriva su un giardinetto pieno di rose

ed avvolgeva le fanciulle di una carezza bionda. Silenziosamente,

frettolosamente, il loro lavoro procedeva. Su la tavola era distesa

la pompa di quei merletti, l'eleganza delle _guipures_ in seta ed oro

filato.

— Io penso al destino di tutti questi merletti, diceva Giuliano

all'amante. Essi sono stati fatti da queste povere giovinette, in

silenzio, tra tutti i loro sogni e le avverse realtà, tra tutte le

irragionevoli malinconie e le improvvise gioie dei loro vent'anni.

Esse sono, così, state prodighe della loro arte per abbellire la vita,

per abbellire la gioia e l'amore degli altri. Pensa quanti di questi

merletti abbelliranno le donne di piacere e di amore; pensa a quante

voluttà daranno suggestione ed eleganza, quanti letti adorneranno,

quante coltri, quanti origlieri, quanti baci udranno e quanti sospiri

accoglieranno!...

Claudina sorrideva. Carezzava con la mano quei merletti e quelle trine,

quelle squisitezze fatte con niente. Ella avrebbe voluto possederli

tutti, goderli, adornarsene.

— Sembra un quadro di Favretto! le disse Giuliano, indicando le giovani

operaie intente al lavoro e Claudina in adorazione di quei merletti.

Ella non udì e non gli badò, continuando a carezzare con le sue dita

quelle perfette eleganze. E con vero rammarico dovette staccarsene,

quando una maestra della scuola delle merlettaie le offrì di visitare

altre sale, altre sezioni.

Giuliano Farnese non andò con lei. Rimase ad attenderla in giardino,

col pretesto d'incenerire qualche sigaretta. Quando fu solo, si

avvicinò di nuovo alla vetrata, spiò nella stanza dove le giovinette

lavoravano instancabilmente. Il cuore gli balzava forte nel petto.

Al momento di uscire dalla stanza con Claudina, mentre passavano

innanzi alle operaie, una fra tutte lo aveva colpito. Una strana

rassomiglianza, il richiamo vivente di un altro volto, di due altre

pupille.... Spiò dai cristalli, aguzzò la vista e, ad un tratto,

divenne pallido, vacillò, si sostenne alla maniglia della porta.

— È una somiglianza perfetta, si trovò a dire a voce alta.

Pensò di andarsene, di allontanarsi, di sfuggire a quel richiamo

dell'adorata lontana. Il fantasma di lei s'era già tante volte

insinuato fra gli amanti, durante quelli ultimi giorni, che quasi era

divenuto, specialmente per Giuliano, una vera ossessione. Perchè,

dunque, lasciarsi prendere a quell'altro spasimo che lo attirava

irresistibilmente? No, no, poichè quelli ultimi tre o quattro giorni

erano stati tranquilli e sereni, conveniva non interrompere con

una brusca e dolorosa evocazione il loro calmo e dolce fluire....

Questo Giuliano sentì in pochi secondi e volle fuggire, ma, poichè

egli vacillando s'era appoggiato alla maniglia, la porta vetrata si

era aperta, gli sguardi delle ragazze e della sorvegliante si erano

diretti verso di lui per vedere chi entrava. Giuliano, lì per lì,

vinto dall'emozione, non seppe trovare un gesto o una parola, e dovette

entrare

— Vorrei comprare alcuni di quei merletti, disse Giuliano per spiegare

la sua ricomparsa alla sorvegliante. È qui che devo rivolgermi o alla

direzione?

— No, signore, rispose la sorvegliante, noi non siamo autorizzate

a vendere. Bisogna che si rivolga ai negozî, dall'altro lato della

scuola. Del resto, la maestra che ha accompagnato or ora la sua signora

potrà darle meglio di me le spiegazioni necessarie.

— La ringrazio, disse Farnese, e salutò.

Fece per uscire. Ma, quando fu innanzi alle giovanette una forza

più potente della sua volontà lo trattenne, lo fermò. Rimase qualche

secondo a guardar le agili dita femminili andare e venire, svolazzare

lievi ed inafferrabili. Ma, poichè egli trovandosi di spalle alla porta

impediva la luce, una delle operaie, bionda accesa e scarmigliata,

con due occhi che sembravano còrsi da due fiamme, gli disse in puro

veneziano e con un delizioso sorriso che illuminò una doppia schiera di

denti candidissimi.

— _El diga, siòr.... El xe minga trasparente!...._

Giuliano, interpellato così vivacemente, si mosse e si trovò faccia a

faccia con colei che gli aveva ricordato l'assente. La giovinetta, in

piedi, misurava approssimativamente, distendendo il braccio sinistro

e fermando la mano destra alla punta del suo naso, la lunghezza del

merletto che le si ammonticchiava ai piedi.

Lo scrittore guardava intento la giovinetta. La rassomiglianza con

Beatrice era straordinaria; isolandosi dalla cornice di quella stanza

e di quelle altre persone e liberandosi di tutte le angosciose realtà

della sua vita, egli avrebbe potuto confondere con sua moglie quella

povera merlettaia. Se, sotto altre spoglie, ei l'avesse incontrata,

anche in pieno meriggio avrebbe certamente creduto di riconoscere in

lei la lontana. Tutto il dolore tornò nell'anima sua per quel richiamo.

E, pure soffrendone, Giuliano non sapeva levare gli occhi di dosso a

quella giovinetta. Volle parlarle, udirne meglio la voce; cercò qualche

dimanda che non fosse stupida ed invece le rivolse la più sciocca

di tutte. La giovinetta, avendo misurato tutto il merletto, aveva

annunciato a mezza voce:

— Sono cinque metri, su per giù....

Si era nuovamente seduta, mentre Giuliano le domandava fissandola

ardentemente:

— Ed è tutto lavoro d'oggi, signorina?

Un'angoscia improvvisa lo assalì nel breve momento che corse fra la

sua dimanda e la risposta che le tenne dietro. Tremò che anche la

voce somigliasse a quella dell'assente. Lo spasimo sarebbe stato per

lui troppo acuto, e forse qualche nuova e spasmodica complicazione

sentimentale si sarebbe iniziata per lui da quella somiglianza

completa. Ma la giovinetta rispondeva:

— Oh no, no, non creda! Dio lo volesse.... È il lavoro di quasi due

mesi! Se sapesse che lavoro complicato e difficile è mai questo!

Giuliano provò come un sollievo, appena la giovinetta ebbe pronunziato

le prime sillabe con il suo accento veneziano, con la sua voce un po'

rauca a volte, e a volte stridula così che dava un'impressione molesta

di fastidio, come per lo stridore di una punta metallica sopra un

vetro. Oh no, non era quella la dolce voce d'argento con cui Beatrice

susurrava in altri tempi all'amato le sue più tenere follie d'amore!

Non era quella la carezzevole voce di lei che sapeva così soavemente

profferire il dolce invito del sentimento all'affettuosa scherma delle

frasi amorose!

Giuliano era in procinto di rispondere alla giovinetta, quando una mano

si posò, quasi inavvertita, sul suo braccio. Fu il sottile profumo di

quella mano che lo avvertì della nuova presenza. Si volse. Claudina era

innanzi a lui.

Subito ei s'avviò per uscire. Su la soglia si volse per cedere il passo

a Claudina, ma la vide ancòra ferma al centro della stanza, intenta

a fissare la giovine operaia con la quale egli aveva scambiato quelle

insignificanti parole. L'amica lo raggiunse subito. Non si parlarono,

poichè persone addette alla scuola li accompagnavano. Passando innanzi

ad una sala, ebbero di nuovo la visione di quel delicato quadretto

favrettiano, di tutto quello sfarfallìo lieve di candide mani, di tutto

quello scintillìo di chiome bionde e rosse, sotto la calda carezza

d'oro del sole. Discesero nella gondola che li attendeva, mentre un

lieve vento di tramonto portava loro l'ultimo sospiro profumato dei

rosai in fiore.

In pochi secondi, dopo qualche vibrato colpo di remi, la gondola si

trovò lungi da Burano, tra il fasto vellutato delle onde verdi-azzurre.

Il sole, ad occidente, tramontava in una gloria formidabile di fiamme.

Claudina sembrava molto interessata dal meraviglioso spettacolo del

mare e del cielo. Giuliano le disse in proposito:

— Ti ricordi quella pagina in cui un dolce e suggestivo poeta,

strappato ai versi dalle attrattive del teatro, Maurizio Donnay, evoca

così stranamente questo superbo scenario? Guarda laggiù la flottiglia

delle barche di Chioggia con le loro vele nere, gialle e rosse; guarda

se alcune non rassomigliano davvero a _clowns_ con grandi e variopinte

brache gonfie; guarda se quelle laggiù, laggiù, in fondo, non sembrano

veramente vescovi che incedano sul mare, ricoperti da sontuose

dalmatiche... Oh quel sole che tramonta dietro San Marco! A quest'ora

Venezia, magicamente, ha l'aspetto fastoso e lussureggiante di una

città orientale. Guarda se non è vero che il cielo ed il mare mutano

di colore ad ogni minuto, come due infinite Loïe Fuller che danzino

la danza serpentina.... Quale visione incomparabile! quale apoteosi

trionfale!....

L'amica non fece eco a quell'entusiasmo. Lo scrittore allora tacque

e per qualche tempo non si udì che lo sciacquìo dell'acqua rotta dal

ritmico batter dei remi.

— Eri molto entusiasta della bellezza di quella ragazza, disse a un

tratto Claudina senza guardare Giuliano e mentre un fine sorriso

ironico le sfiorava le labbra. Ho picchiato più volte ai vetri

perchè tu venissi fuori, ma non hai udito..... Eri troppo assorto,

troppo in ammirazione.... Avevi incominciato con lei una così fitta

conversazione, interessantissima, suppongo..... È stato necessario che

io entrassi e ti prendessi pel braccio perchè tu ti avvedessi della mia

presenza.....

— Ma no, ma no, che vai mai pensando! esclamò Giuliano, dissimulando

con pena nella voce un po' convulsa l'intimo tumulto. Mi annoiavo

fuori, attendendoti. Sono entrato ed ho rivolto a quelle ragazze

qualche domanda sul loro lavoro. Ecco tutto. In quanto alle ripetute

chiamate tu sai bene quanto io sia distratto.....

Il sorriso ironico scomparve dalle labbra di Claudina. Fissando questa

volta apertamente negli occhi il suo amante, la grande attrice disse

nervosamente:

— In questi ultimi tempi hai appreso anche a mentire. E nel tempo

stesso la tua consueta prudenza è scomparsa. Evidentemente la passione

opera dei grandi sconvolgimenti nella tua anima..... Tu t'illudi

sempre ch'io non senta, ch'io non veda, ch'io non intenda..... Davvero

tu devi credermi una grande sciocca se hai tanta fiducia nella mia

cecità e nella mia ingenuità..... Ciò non mi lusinga..... Tu devi

sapere al contrario che nulla di quanto tu faccia, tu pensi o senta mi

sfugge..... Con un dono unico delle donne veramente innamorate, leggo

nell'anima tua come in un libro aperto e mi ritrovo tra i laberinti

della tua conscienza, come in un luogo di cui io avessi una conoscenza

perfetta.....

— Non comprendo a che cosa tu alluda, rispose Giuliano. Io non ti mento

e non ti nascondo nulla, poichè ti amo.....

Una stridula risata dell'attrice commentò quella protesta. Era una

risata nervosa ed ironica, irritata ed angosciosa, dove si rivelavano

il dolore ed il rancore di quella donna che sentiva ogni giorno più

sfuggirle il cuore di quell'uomo, cui ella aveva donato tutta sè

stessa, follemente.

— Credi tu ch'io non abbia ben guardata quella ragazza che aveva

saputo destare in te un così vivo interesse? Credi tu — continuò

implacabile l'attrice — ch'io non abbia trovato come te in lei una

impressionante somiglianza con una persona che da qualche tempo ti

è divenuta tanto cara?... Oh, Giuliano, come siamo giunti presto a

questo epilogo doloroso..... Io ti comprendo, ti comprendo...... Ma ti

vorrei più leale e più energico..... Dovresti confessare francamente

di non amarmi più, abbandonarmi, partire stasera stessa, se il tuo

desiderio te lo consigliasse..... Così, tu ti avvilisci tanto ai miei

occhi..... Il nostro amore, un giorno ardente, è ridotto oramai alle

viltà e alle bassezze, ai ripieghi e alle menzogne di un matrimonio mal

riuscito.....

Giuliano proruppe. Chiamando a raccolta le ultime forze della sua

passione agonizzante, soffocando violentemente la voce onesta della sua

conscienza, egli disse a Claudina le più dolci parole d'amore, seppe

trovare le più lusinghiere e rassicuranti proteste, tentò d'incantarla

con le più soavi promesse di fedeltà e d'ardore.

— Non ti credo, non ti credo, rispondeva Claudina..... tu menti

ancòra..... Non pretendi forse che quella ragazza non ti aveva

ricordato nessuna altra donna? Oh, come sai mentire, come sai

mentire!....

Lo scrittore sentì ch'era impossibile di convincere Claudina alle sue

menzogne ed ai suoi inganni. Volle essere sincero, le disse che quella

rassomiglianza aveva colpito anche lui, ammise che il richiamo doloroso

dell'assente facesse alle volte emigrare verso altri luoghi il suo

povero cuore.....

Quale oscuro dramma avvenne allora nell'anima di Claudina? Tutti i suoi

sogni e tutto il suo passato dovettero tornare al suo pensiero ed alla

sua memoria.

Il passato dovette in lei confrontarsi al presente e questo a sua volta

con l'oscuro e dolente avvenire.

— Ebbene, ella esclamò, per sentirmi dir questo, per sapere che tra le

mie braccia tu chiudi gli occhi e ti illudi di baciare un'altra donna

che ami, io ho dovuto darti quanto avevo di mio, di intimamente mio,

tutti i miei sogni, tutto il mio ideale, tutto il mio avvenire!...

Oh, in verità, non ne valeva la pena.... non ne valeva la pena, se si

doveva giungere agli affanni e alle miserie che ora ci angustiano.

Il nostro sogno ci ha tradito, forse, e la sua realtà mi appare di

giorno in giorno sempre più lontana.... Ecco: tu mi hai presa così,

per capriccio, per piacere, ed ora che il capriccio è soddisfatto ed

il piacere diviene monotono, tu ti avvilisci sotto il peso delle mie

catene e sogni e desideri, per amor di novità, le delizie e le gioie

indulgenti del focolare domestico!

L'ultima frase era stata pronunziata con una così sprezzante ironia

che Farnese ne risentì un'emozione violenta. Il dolore e la passione

trasfiguravano interamente l'innamorata. Ella, che sempre aveva avuto

rimorso per il male fatto a Beatrice, aveva adesso saputo trovare una

frase ed un accento che rivelavano l'intima angoscia ed il risentimento

della sua anima calpestata. Traversava uno di quei parossismi

sentimentali in cui, sotto la sferza della passione non corrisposta,

la creatura più tenera e mite diviene crudele e despota. Sembrava a

Claudina, in quel momento, di non amar più Farnese e non imaginare che

appunto allora il suo amore per lui era asceso al più alto fervore.

Su la Piazzetta, appena discesi dalla gondola, gli amanti si fissarono,

senz'ombra d'amore, muti e taglienti come due avversarii; e ad entrambi

parve d'essere oramai due nemici irreconciliabili. Giuliano, che non

aveva trovato, stretto com'era dall'emozione, una frase definitiva

da rispondere alla volgare ironia di Claudina, sentiva impossibile

la continuazione di quel colloquio. Anche l'attrice dovette avere la

medesima sensazione, poichè innanzi a San Marco disse allo scrittore;

— Io torno all'albergo. Tu non ti dar pensiero: vieni quando ti

pare.....

Prima che Giuliano avesse pensato a trattenerla, ella s'allontanò

vivamente tra la folla variopinta di ufficiali, di giovani eleganti e

di forestieri che gremiva la piazza, le Procuratie, i mille tavolini

dei caffè.

A stento ella tratteneva le lacrime. Camminava tra la folla, spedita

ma con un passo a momenti incerto e titubante, poichè il sottil velo

di lacrime distesosi su le sue pupille le appannava la vista; ed

inoltre ella serrava le palpebre, temendo che le lacrime avessero a

scivolarle lungo le guancie. Passò sotto i portici del palazzo ducale,

percorse un breve tratto della Riva degli Schiavoni. Giunta all'_Hôtel

Danieli_ la sua tristezza, forse perchè ne tratteneva lo sfogo, aumentò

grandemente. Quasi di corsa ella passò innanzi ai _grooms_ ed ai

camerieri per nascondere l'emozione che le faceva tremare convulsamente

le labbra impallidite. Ma, appena giunta in camera sua, senza avere

nemmeno la forza di far scattare la chiavetta della luce elettrica,

ella fu vinta e dovette lasciarsi cadere su una poltrona, rompendo in

un pianto desolato. Lo sforzo nervoso, ch'ella aveva dovuto fare per

frenarsi fino ad allora, la lasciava senza energia e senza volontà; il

suo dolore solo prorompeva in quei desolati singulti, che risuonavano

così tristemente nella grigia penombra di quella stanza che tante volte

aveva udito i sospiri del suo amore e della sua voluttà....

Giuliano intanto, abbandonato tra la ignota folla crepuscolare di

piazza San Marco s'era diretto verso le Procuratie, a passo lento,

tutto assorto nel dolore dispotico delle sue nuove angoscie, da

cui nulla poteva distoglierlo. Poichè non ogni sentimento eletto e

nobile era morto in lui, egli sentiva, questa volta profondamente ed

intieramente, il lacerante rimorso per l'inutile male fatto per sempre

a Claudina. Con quale sguardo di muta disperazione e con quale passo di

vittima vinta che s'approssima all'ultima tortura ed al colpo supremo,

ella lo aveva lasciato allontanandosi verso la Riva degli Schiavoni!

Egli era stato sul punto di correrle dietro, per raggiungerla, per

prenderle il braccio, chiamarla e dirle: — «Vieni, vieni, io ti amo.

Tutte queste sono follie. Dammi tutto il tuo cuore, prenditi tutto il

mio, che è tuo, tuo, interamente e per sempre tuo, mia povera buona e

dolce Claudina!» Ma ella già voltava all'angolo del palazzo ducale e lo

scrittore ebbe scrupolo di compiere quell'atto inconsulto, temette che

qualcosa di quella scena banale potesse essere osservata da un passante

curioso.

Non deplorò, poco più tardi, quella risoluzione, dopo che fu passato

il primo momento di distacco in cui solo la pietà e l'emozione, sempre

eloquentissime nel suo povero, generoso ed irrequieto cuore di poeta e

di uomo buono, avevan parlato suggerendogli quella clemenza bugiarda,

che poi divien crudeltà, quella finzione pietosa che poi diviene

inesorabile cruccio, quella debolezza incoerente che poi renderà più

desolato e più vile il dissidio quando, fatalmente, dovrà per un'altra

volta riaprirsi. Mai come in quella sera, il fantasma di Beatrice era

riapparso inquietante e dispotico nell'anima di lui. Una donna che

passava coi suoi bambini gli rammentava certi pomeriggi primaverili,

quando egli, salendo al Pincio verso il tramonto dopo una giornata

di fecondo lavoro, incontrava l'adorata lontana che ne discendeva col

suo passo signorile e un po' languido, mentre innanzi le due creature

bionde, stanche oramai di tanti giuochi e di tante follìe, camminavano

con arie assorte di persone serie e molto gravemente preoccupate.

E nulla era pel cuore di Farnese più dolorosamente spietato di quei

continui richiami di tutto quel suo piccolo mondo lontano, e forse per

sempre perduto.

Forse per sempre perduto! La mesta parola di dubbio e di timore

ritornava sempre più frequente nell'anima del poeta, come il grigio

e malinconico ritornello di una canzone ch'era dolce e soave e che

non udremo mai più. Forse per sempre perduto! Era possibile che

tutto l'edificio della sua vita e della sua famiglia dovesse così

andare irremissibilmente distrutto per la follìa di un giorno, per la

risoluzione sconsigliata di un'ora di abbandono?... Ei non poteva, ei

non voleva crederlo... Ed ora? Quale destino gli si riserbava? Ora che

l'amore per Claudina era svanito, come un profumo troppo lieve ad un

vento troppo forte; ora che il loro sogno di gloria fraterna appariva

ad entrambi come un dolce miraggio lontano, ma nulla più che un

miraggio; ora che Claudina aveva chiaramente veduto quanto l'anima di

Giuliano le fosse estranea e lontana; ora che ella, con le sue ultime

ironie di quel giorno si era risolutamente svelata come un'avversaria

decisa a non lasciar campo alla pietosa menzogna ed all'inutile

inganno, che cosa poteva egli fare? Oh, ritornare, ritornare a Roma,

gettarsi ai piedi dell'offesa creatura, dirle quanto l'amasse e quanto

avesse sofferto e come espiato; averne, come una nuova benedizione di

pace e di fortuna su la sua vita e pel loro comune destino, il dolce e

generoso perdono, l'assoluto oblìo!

Ma come poteva egli presentarsi a Roma, inaspettato, così? Gli sarebbe

stato solamente possibile, senza bisogno di scandalo, vedere sua moglie

e parlarle? E avrebbe ella acconsentito ad udirlo, ella che fino a quel

momento lo sapeva con quella sua amante, in viaggio, forse dimentico,

certamente felice? Le poche lettere ricevute da Loredano non eran tali

da confortarlo su le probabilità di perdono e di oblio che le parole

di Beatrice consentivano di considerare. In quanto poi alle lettere

ch'egli aveva scritto al cognato e nelle quali, specie in quelle

ultime settimane, egli aveva transfuso tutta l'intima angoscia e tutto

l'oscuro rimpianto del suo povero cuore senza più speranza di pace e

di gioia, in quanto a quelle lettere, chi sa se Loredano aveva stimato

opportuno farle leggere a Beatrice? E in caso affermativo, chi sa se

la povera donna vi aveva prestato fede? Disillusa com'era, ella aveva

forse sospettato che quelle lettere — scritte invece col cuore in mano

e senza bugiarde preoccupazioni di stile e di effetti da raggiungere —

fossero state abilmente studiate e composte per toccare i più sensibili

angoli del suo cuore, per impietosirla e commuoverla?

Era follìa, dunque, sperare in un così pronto perdono, in un così

rapido e piano ritorno alla vita del tempo passato. Egli entrò al

caffè Florian ed in una di quelle salette tutte luccicanti di specchi,

luminose di lampadarii e fastose per gran numero di pitture e di

mosaici, scrisse a sua moglie una lunga lettera, una lettera spontanea

e profonda ove mise tutto il suo cuore, con tutte le sue più sincere

parole, confessò tutto il suo pentimento, disse tutti i suoi spasimi,

tutti i suoi rimpianti, tutte le sue agonie, osò esternare tutte le

sue speranze e tutti i suoi sogni, invocando il perdono umilmente con

preghiere suggestive ed eloquenti; e vi mise l'anima sua e tutto il suo

infinito dolore; e vi mise tutta la sua conscienza ed il suo pentimento

e i suoi nuovi propositi; e vi mise tutto il suo cuore con tutta la

tenerezza di cui era capace.

Uscì dal caffè, deliberato a recarsi a piedi alla posta centrale perchè

quella lettera partisse la sera stessa per Roma. Un barlume di fiducia

rischiarava l'anima sua. Avendo messo in quei fogli di carta tutte le

sue miserie, Farnese ne sentiva il suo cuore quasi sollevato. Ma, poi,

a mano a mano che procedeva nel suo cammino, il dubbio e l'inquietudine

riapparivano, così che quando si trovò a traversare un breve ponte,

solitario in quella sera incipiente, si arrestò perplesso, vinto

dall'irresolutezza, schiavo dei nuovi suoi dubbii.

Allora Farnese si appoggiò al parapetto, rimase lungamente a fissare

quell'acqua bruna. Innanzi a lui si stendeva il canale, come un lungo

nastro di amoerro verdone che rilucesse, or si or no, alla vicenda

di qualche riflesso. A poco a poco l'ombra della sera ricopriva ogni

cosa; tra quelle penombre scomparivano le linee dei palazzi, le gondole

nere, i brevi marciapiedi, le slanciate curve degli altri ponti, che

sfumavano sempre più, quanto maggiori erano le lontananze, divenendo

sempre più pallidi e meno precisi. E a poco a poco, come file di ceri

mortuarii, le ultime fiammelle dei lampioni si accesero, traforarono

di punti e di disegni luminosi i fitti manti di crespo nero che le

tenebre avevano oramai disteso su tutte le cose. Qualche architettura

di riflessi si delineò in lontananza, qualche bizzarro geroglifico

di punti luminosi apparì su la curva di un ponte. E da tutta Venezia

nessun rumore giungeva. Solo quei punti d'oro talvolta, ad un lieve

vento d'estate, palpitavano.

E Farnese, sempre appoggiato al parapetto, curvo a fissare il nastro

bruno del canale dove ora brillavano in striscie luminose i riflessi

di quei punti d'oro, sentiva che era vano sperare nel perdono e

nell'oblìo. Quella lettera non avrebbe trovato in Beatrice la via

del cuore, poichè la diffidenza oramai gliela precludeva. Egli non

sarebbe stato creduto.... Inutile allora avvilirsi! Lacerò la lettera a

brandelli, lasciò cader questi, lentamente, nel canale sottostante. E

poichè era e sentiva di essere un poeta, ei ricordò che in altre sere

lontane, o da un ponte come adesso, o dalle finestre di un palazzo

ben noto, egli aveva guardato insieme ad una donna tanto amata le

increspature di quell'acqua, che sembravan ricami. Nulla gli diceva

allora che tante angoscie della sua vita, narrate e rivissute in quei

brandelli di lettera, vi sarebbero cadute, tristemente, in una sera

d'abbandono e di smarrimento, tra un glaciale silenzio e sotto il bieco

riflesso di quei lumi d'oro che sembravano ceri accesi su uno sfondo di

gramaglie....

Il Miraggio: Romanzo · 第 29 / 44 题