III.

Gli amanti varcarono il cancello. Il giardiniere venuto ad aprire

non seppe nascondere il suo stupore di rivedere il padrone così

inaspettatamente. Ebbe subito uno sguardo curioso per Claudina e molte

riverenti parole per Giuliano Farnese. S'inoltrarono pei viali del

giardino, seguiti a distanza dal giardiniere che si era già provveduto

delle chiavi della villa. Era un vasto giardino tenuto con una

precisione ed un'eleganza inglesi: erano larghe aiuole tutte fiorite

in quella primavera, erano viali dove i passi scricchiolavano su la

ghiaia, alberi sottili e snelli, fontane loquaci, spalliere di rose,

cespugli verdi, banchine di marmo, giù giù, sino a un belvedere aperto

sul divino scenario del mare. Giunsero ad un piccolo _berceau_ dove le

piante rampicanti avevan mutato in una cupola verde quell'intrico di

canne. Quante volte nelle sere di primavera e nei crepuscoli d'estate

non aveva Giuliano pranzato, sotto quella verde cupola in compagnia

di sua moglie, dei suoi bambini, di Leonardo talvolta, tal'altra di

un amico? Ei rivedeva la scena raccolta ed intima, come un quadro

suggestivo, come un _interno_ di uno di quei soavi ed intimi pittori

scozzesi così semplici e commoventi, di un Newbery più meridionale.

La tavola imbandita sotto la verde cupola — e tra i verdi merletti

di essa, or sì or no, le stelle e le costellazioni scintillavano e

palpitavano; su la tavola la magnificenza rossa o bianca delle rose, il

riflesso dei cristalli, lo splendore delle argenterie sul candore della

mensa — e fuori, sino all'orizzonte estremo, lo scintillìo del mare,

lo splendore del cielo; intorno alla tavola la sua dolce donna col

suo volto pensoso ed amoroso, i visini deliziosi delle sue creature,

l'affabilità e la bontà sincera di qualche volto amico — e fuori, giù

su la spiaggia e nelle barche sul mare, soavi canti d'amore, lenti e

dolenti, echi lontani di vite lontane; sul candore della mensa la sfera

di luce d'oro della lampada intorno a cui aliavano prossime al fuoco ed

alla morte le farfalle notturne — e, lontano, mentre lì era tanta pace

soave e tanta quiete affettuosa, si lottava ancòra, si soffriva, si

scherzava con fiamme ben più intense ed egualmente fatali, si piangeva

e si moriva. E tutto quel dolore del mondo sembrava allora render

più preziosa la pace di quei pochi cuori confidenti e tutta quella

miseranda lotta per la vita faceva sentire più fortificante la quiete

di quelle anime. E Giuliano pensava che anche lui aveva disprezzata

la pace, disertata la quiete, e gettandosi nelle correnti malfide di

un triste amore aveva fatto come quelle farfalle che, abbandonando la

delizia dell'ombra, venivano all'irreparabile spasimo della fiamma.

Fra due gruppi d'alberi un'altalena mostrava ancòra le sue corde e

le sue tavole. Altre memorie irruppero nell'anima dello scrittore.

Quante volte egli aveva sospinto su quell'altalena i suoi bambini,

ardimentosi come tutti coloro che non presuppongono il periglio! Oh,

i brevi gridi entusiasti del piccolo Luca, quando lo slancio era più

forte, e come, col flettere le sue gambe infantili e col protendere il

suo corpo di bimbo, cercava di renderlo tale, allor che il padre per

prudenza lo moderava! Oh, le care gote rosee accese e gli occhi di Anna

Maria scintillanti a quel gioco maschile, a quell'illusione del volo!

Ora i suoi bimbi dovevano tanto sentire la mancanza del papà, del loro

grande amico, che sapeva talvolta elevare i loro spiriti infantili

verso il suo e tal'altra abbassare infantilmente il suo verso le loro

anime semplici ed ignare... Essi erano rimasti in quella casa, tra una

governante fredda ed indifferente, troppo nordicamente impassibile per

le loro volubilità di fanciulli, ed una mamma dolente e silenziosa,

che, probabilmente, evitava il più delle volte la loro presenza e

le loro parole perchè le une parlavano forse dell'assente e l'altra

evocava il ricordo di questi. Od anche nulla era di tutto ciò. Chi

sa? Egli ricordava un pensiero di Leonardo da Vinci, alcune parole del

grande pittore: diceva quel pensiero d'apparenza umile, ma in realtà

profondo, che l'acqua che si tocca in una corrente è l'ultima di quella

che è passata e la prima di quella che viene. Come quell'acqua anche

l'anima infantile è quale acqua che scorre: le imagini od i ricordi

non vi si fissano; ma scivolano via con la corrente, come riflessi

mobili, come fa l'imagine specchiata su la trasparenza delle acque.

Ogni ricordo del padre poteva essere cancellato dalle anime loro,

dopo quei quindici giorni d'assenza, o almeno così impallidito che

ben presto sarebbe del tutto scomparso. Questo timore gli dava una

commozione indicibile, mentre ei sospingeva l'altalena, come altre

volte, sognando e ricordando, quasi illudendosi di una cara presenza. E

sua moglie gli tornava al pensiero: sua moglie e le vesti primaverili,

sua moglie e le spensierate gaiezze mattutine, le fanciullaggini del

suo cuore amoroso e della sua anima semplice, vero specchio delle

impressioni che passano: un raggio di sole o una lacrima, un fiore che

sboccia o una nuvola, un sorriso di bimbo o una corolla che appassisce

non colta da alcuno, nè da alcuno odorata, come tante anime dolorose

nei dolenti esilii del sole e dell'amore. L'uomo rammentava che anche

Beatrice s'era seduta su quell'altalena ed ei l'aveva sospinta così,

come ora sospingeva il vuoto sedile, e nelle orecchie gli risuonavano

gli scoppii di risa o i piccoli gridi di paura ch'ella si lasciava

sfuggire presa da un vago sgomento per quell'ardita ginnastica e

rivedeva una piega delle dolci labbra protese e strette in un atto di

femminile apprensione. Non più ella rideva come in quei chiari mattini:

tutti i giardini della sua anima erano devastati e su le rose erano

stati distesi i veli neri della tristezza. L'emozione che serrava il

cuore di Giuliano diveniva minuto per minuto più intensa; così ch'egli,

temendo di non saperla più trattenere, serrò il braccio di Claudina

che affondava, il volto fra le rosee corolle d'un rosaio, trascinò la

giovane donna via da quel luogo abbandonato, ove la sua vita trascorsa

era come in agguato per versare nell'anima sua il rimorso e il

rimpianto per tutto quel ch'egli aveva inconsultamente distrutto.

Entrarono nella casa. Il giardiniere li precedeva, apriva col grosso

mazzo di chiavi le porte; nell'ombra, mentre gli amanti camminavano

incerti, egli con la sicurezza dell'abitudine correva spedito

alle finestre, spalancava le imposte, apriva le persiane. Sebbene

quella fosse casa sua, Giuliano stentava nell'ombra a ritrovarne

la topografia. S'orizzontò quando, avendo il giardiniere aperto

le finestre di una grande stanza nella quale gli amanti s'erano

soffermati, ei riconobbe il suo gabinetto da lavoro. Rivide tante

sere di lavoro felice, calmo, fiducioso, quando i bambini erano a

letto e Beatrice, presso di lui, scorreva le pagine di qualche romanzo

che il suo gusto sopraffino ed educato prediligeva. Ricordava anche

altre sere, in cui ospiti erano giunti alla villa. Dopo il pranzo,

se qualche lavoro urgente ve lo costringeva, ei discendeva in quella

stanza, si sedeva a quella scrivania e, mentre la penna scorreva su

la carta ubbidiente a ciò che il pensiero dettava, gli giungevano

dalla soprastante terrazza le conversazioni e le risa dei suoi amici

e talvolta la musicalissima voce della sua Beatrice. E poi, quando

meno se lo aspettava, quando più si abbandonava al lavoro, egli udiva

un fruscìo femminile nella stanza, e, prima che avesse potuto levare

gli occhi dalla carta, due labbra amorosamente si poggiavano su la sua

fronte, discendevano voluttuose e pur caste a cercargli la bocca. Così,

in quelle sere, più volte Beatrice trovava il modo di sottrarsi ai suoi

ospiti, di spingersi fin giù nello studio del marito, a confortare la

sua pensosa e laboriosa solitudine d'un sorriso, d'una parola o d'un

bacio, a dimandare quanto ancòra gli mancasse per terminare il suo

lavoro, molto, la metà, tre pagine, due pagine, qualche periodo, più

nulla. E allora, contenta, prendeva il braccio dell'amato, salivano le

scale lentamente, soffermandosi e baciandosi ad ogni gradino come due

innamorati che si nascondono; poi rientrava prima di lui nel gruppo dei

suoi invitati e, quando Giuliano qualche minuto dopo ricompariva, ella

aveva la graziosa fanciullaggine e la innocua civetteria di simulare

di non aver visto affatto il marito in tutto quel tempo ch'egli aveva

lavorato. E aggiungeva: «Hai fatto presto», proprio quelle sere in cui

le ore le erano sembrate più lente a passare ed il lavoro dell'adorato

assolutamente interminabile!

Claudina, poggiata al davanzale della finestra, guardava il mare

che s'andava tingendo di rosa al riflesso del cielo, che sempre più

rosseggiava per la magnifica pioggia di rubini del tramonto. Egli

approfittò di quel momento per guardare un gruppo di fotografie

infilate nelle fibre di una grande palma, dietro quel tavolo dov'egli

aveva tanto scritto e tanto pensato e sognato. Era qualche vecchia

fotografia di Beatrice, qualche fotografia più recente dei suoi

piccini. Un gruppo, egli e l'assente in atto di leggere assieme un

libro tenendosi abbracciati, fermò la sua attenzione: datava dai giorni

del suo viaggio di nozze e Loredano, ad un suo ritorno da Montecarlo,

aveva eseguito quella fotografia! Quanto tempo da allora e quanta

vita ed anche quanto dolore, poichè quella non va mai disgiunta da

questo! Altre istantanee un po' sbiadite dall'aria e dalla luce erano

lì intorno, fatte da qualche amico dilettante, ospite di un'ora o di

una settimana nella loro villa di San Remo o su l'elegante _yacht_.

Ne vide una in cui egli era quasi arrampicato su un albero e gettava

a Beatrice dalle mani levate le sfere d'oro degli aranci liguri. Ne

vide un'altra in cui egli guidava una _charrette_ inglese e Beatrice

era al suo fianco e fra loro il piccolo Luca ammirava intento il trotto

serrato del bel baio. Ne vide un'altra ancòra in cui egli con l'aiuto

di una canna porgeva alla moglie affacciata ad una finestra la pompa

variopinta di un canestro di rose. Ne vide un'altra in cui, seduti

sul ponte del _Little Rose_, essi prendevano il thè, fissandosi negli

occhi, appassionatamente, come due innamorati, sebbene altre persone

fossero intorno a loro. Ne vide un'altra ancóra rappresentante Beatrice

nell'atto di salire a cavallo, mentre egli coi polsi incrociati le

faceva da staffa. Ne vide un'altra ancóra, quella che più lo commosse,

poichè ne ricordava la semplice storia di data non troppo remota. Un

giorno, in giardino essi giocavano a gattacieca, come due fanciulli.

Giuliano era bendato: Beatrice, avendo corso il rischio di essere

afferrata, si era data a correre; Giuliano, calatasi la benda, l'aveva

inseguita e raggiunta ed ella gli era caduta fra le braccia, ridendo,

fingendo dispetto, ma in realtà lietissima d'essere stata raggiunta e

le loro bocche s'erano incontrate ed unite in un bacio ardentissimo,

proprio al momento che Loredano, svoltava all'angolo del viale;

e Loredano non essendo stato visto, ne aveva approfittato per far

scattare la molla della macchina fotografica. Con quanta confusione e

poi con quante franche risate essi avevano trovato due giorni dopo,

sotto le loro salviette, l'istantanea di quelle loro fanciullaggini

d'amore!

Il ricordo si era così limpidamente precisato nella sua anima, che

Giuliano provò una stretta al cuore. Ei comprese d'aver fatto male a

venire in quella villa con Claudina, come aveva fatto male a venire

a San Remo, a condurla su lo _yacht_. Ma che fare? Claudina aveva

espresso ad Orvieto la recisa volontà di venire a San Remo. Come

opporsi e come negarglielo? Poteva forse dirle che in quel paese marino

egli aveva le più dolci memorie di un passato felice? Non avrebbe ella

avuto il diritto di dolersene profondamente? Confessare che egli aveva

in quel luogo delle memorie non costituiva niente di male; ma dirle che

ritornare a quelle memorie lo avrebbe fatto soffrire, era lo stesso

che confessarle di amar sempre Beatrice. Poteva egli farlo? Gli era

parso di no e così anche quel giorno stesso aveva dovuto approvare,

dopo una vana lotta dissimulata, il progetto di Claudina di recarsi fra

breve a Venezia, a vivere nella città dell'amore la primavera del loro

amore. Ai capricci di lei era vano opporre ragioni. Come trovarne di

eloquenti e di indiscutibili? Bisognava arrendersi, soffrire e tacere.

E così quel giorno, quel pomeriggio, mentre passavano innanzi alla

sua villa, Claudina aveva espresso il desiderio di visitarla. Poteva

egli rifiutare? Del resto, già ella aveva tirato il campanello, già

il cancello cigolava su i cardini ed il giardiniere appariva, mentre

Giuliano si convinceva della impossibilità di pregare l'amante perchè

rinunziasse a quella visita, che gli sembrava una profanazione delle

sue più care e più sacre memorie. Così ei si trovava in quella stanza

con lei, così egli era divenuto preda delle trafiggenti memorie e

non poteva troncare o abbreviare il suo martirio e non poteva lasciar

sgorgare liberamente quelle lacrime che gl'inumidivano gli occhi e che

per lui sarebbero state un così grande sollievo.

Ricominciarono il giro per le camere, pei corridoi e pei salotti, e

salirono al piano superiore. Ancóra il giardiniere andava innanzi a

loro, apriva porte e finestre; a Giuliano sembrava che per la loro

presenza le memorie, come persone vive, si destassero negli angoli

ov'erano annidate da quel giorno in cui egli e la sua famiglia erano

partiti per l'ultima volta dalla villa di San Remo. Anche l'imagine

autunnale e funerea, che poche sere prima lo aveva oppresso nelle

sue malinconie a bordo del _Little Rose_, tornava nel suo pensiero.

Ancóra gli pareva che le memorie fossero legate, in quella villa,

ad ogni angolo come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però

dell'odore soave e suggestivo delle cose passate per sempre. Egli

era entrato in quella sua villa, v'era entrato con la sua amante, con

colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata abbandonata

e calpestata.... Ed ora, per entrare in quelle stanze, egli spezzava

e distruggeva con le sue mani quei festoni di crisantemi. E tutti

quei festoni erano a terra e gli pareva quasi di udire camminando un

fruscìo di morte, il fruscìo delle foglie secche nei viali dei giardini

o dei cimiteri, quando gli ultimi cieli d'autunno dànno le loro ultime

trasparenze, le ultime malinconie e gli ultimi crisantemi.

Egli ebbe un sussulto. Si trovavano nella stanza da letto, quella

in cui Beatrice e lui si erano tanto amati, dolcemente cullati

dall'amorosa canzone, della ninna-nanna cantata dal mare, con la sua

solenne voce che si fa dolce e sommessa per gli amanti che vanno a

chiedere a lui il commento e l'eco dei loro baci! L'agitazione di

Giuliano era sempre più evidente. Claudina guardava le spalliere di

rose nel giardino sottostante:

— Che belle rose, ella esclamava. Sono le ultime rose di primavera. Il

loro profumo sale fin quì...

— Vado a coglierne un mazzo, aveva risposto il giardiniere credendo

di far cosa grata al suo padrone e, prima che Giuliano lo avesse

potuto trattenere con un gesto o con una parola, era andato di corsa a

compiere quella sua profumata raccolta floreale.

Gli amanti si erano così trovati soli in quella camera dove le

memorie dell'amore suggerivano nell'anima e su le labbra il desiderio

dell'amore. Un usignolo gorgheggiava giù nel giardino. All'orizzonte

le ultime rose del tramonto s'impallidivano tristemente sotto le prime

ceneri del crepuscolo. Claudina s'era rivolta a guardare l'amante.

Questi, non trovando una parola da pronunziare poichè l'emozione gli

serrava la gola, sorrise alla giovane donna e le tese ambo le mani.

Ella le prese, poichè, amante sincera e appassionata, non restava mai

fredda ad alcun gesto d'amore. Si gettò fra le braccia di Giuliano,

che dovette stringerla a sè e dovette cercare pel primo quelle labbra

palpitanti come ali di libellula rossa e che accennavano già a cercare

le sue. Il letto era vicino, un gran letto coperto da una coltre

bianca, sotto un baldacchino di merletto. Claudina (forse ella non

pensava a nulla di male e nessuna visione di voluttà le suggeriva il

suo atto, ma solo la stanchezza improvvisa e la vicinanza di quel

riposo) Claudina si sedette su la sponda, attirò a sè Giuliano. Ma

questi ebbe orrore della profanazione, ricordò che il loro abbraccio

avrebbe avuto in quel luogo un odore di morte; egli sentì di adorare

perdutamente Beatrice in quel momento ed ebbe la nozione di tutta la

sua infelicità, poichè quell'amata era forse per sempre perduta alle

carezze della sua anima e delle sue labbra. Violentemente si liberò da

Claudina che continuava ad attirarlo, fuggì via dalla stanza e dalla

villa per i lunghi corridoi muti nella penombra. Su la porta s'imbattè

nel giardiniere che gli tendeva le rose. Egli afferrò quelle rose e

disperatamente le morse, le sfogliò, le gettò a terra a comporre un

tappeto di petali rosei. Il cancello era innanzi a lui. Egli uscì,

senza voltarsi indietro.

E Claudina, stupita e con un'angoscia suprema sul volto poichè ella

aveva intuito l'intimo dramma svoltosi nell'anima di Giuliano, comparve

pochi minuti dopo sotto quella porta dalla quale l'amante era uscito.

Vide su la ghiaia il breve e folto tappeto di rose, s'impietosì su

la loro malinconica sorte ch'era triste quanto la sua e due lacrime

solcarono le sue gote, angosciosamente.

Il Miraggio: Romanzo · 第 25 / 44 题