Gli amanti varcarono il cancello. Il giardiniere venuto ad aprire
non seppe nascondere il suo stupore di rivedere il padrone così
inaspettatamente. Ebbe subito uno sguardo curioso per Claudina e molte
riverenti parole per Giuliano Farnese. S'inoltrarono pei viali del
giardino, seguiti a distanza dal giardiniere che si era già provveduto
delle chiavi della villa. Era un vasto giardino tenuto con una
precisione ed un'eleganza inglesi: erano larghe aiuole tutte fiorite
in quella primavera, erano viali dove i passi scricchiolavano su la
ghiaia, alberi sottili e snelli, fontane loquaci, spalliere di rose,
cespugli verdi, banchine di marmo, giù giù, sino a un belvedere aperto
sul divino scenario del mare. Giunsero ad un piccolo _berceau_ dove le
piante rampicanti avevan mutato in una cupola verde quell'intrico di
canne. Quante volte nelle sere di primavera e nei crepuscoli d'estate
non aveva Giuliano pranzato, sotto quella verde cupola in compagnia
di sua moglie, dei suoi bambini, di Leonardo talvolta, tal'altra di
un amico? Ei rivedeva la scena raccolta ed intima, come un quadro
suggestivo, come un _interno_ di uno di quei soavi ed intimi pittori
scozzesi così semplici e commoventi, di un Newbery più meridionale.
La tavola imbandita sotto la verde cupola — e tra i verdi merletti
di essa, or sì or no, le stelle e le costellazioni scintillavano e
palpitavano; su la tavola la magnificenza rossa o bianca delle rose, il
riflesso dei cristalli, lo splendore delle argenterie sul candore della
mensa — e fuori, sino all'orizzonte estremo, lo scintillìo del mare,
lo splendore del cielo; intorno alla tavola la sua dolce donna col
suo volto pensoso ed amoroso, i visini deliziosi delle sue creature,
l'affabilità e la bontà sincera di qualche volto amico — e fuori, giù
su la spiaggia e nelle barche sul mare, soavi canti d'amore, lenti e
dolenti, echi lontani di vite lontane; sul candore della mensa la sfera
di luce d'oro della lampada intorno a cui aliavano prossime al fuoco ed
alla morte le farfalle notturne — e, lontano, mentre lì era tanta pace
soave e tanta quiete affettuosa, si lottava ancòra, si soffriva, si
scherzava con fiamme ben più intense ed egualmente fatali, si piangeva
e si moriva. E tutto quel dolore del mondo sembrava allora render
più preziosa la pace di quei pochi cuori confidenti e tutta quella
miseranda lotta per la vita faceva sentire più fortificante la quiete
di quelle anime. E Giuliano pensava che anche lui aveva disprezzata
la pace, disertata la quiete, e gettandosi nelle correnti malfide di
un triste amore aveva fatto come quelle farfalle che, abbandonando la
delizia dell'ombra, venivano all'irreparabile spasimo della fiamma.
Fra due gruppi d'alberi un'altalena mostrava ancòra le sue corde e
le sue tavole. Altre memorie irruppero nell'anima dello scrittore.
Quante volte egli aveva sospinto su quell'altalena i suoi bambini,
ardimentosi come tutti coloro che non presuppongono il periglio! Oh,
i brevi gridi entusiasti del piccolo Luca, quando lo slancio era più
forte, e come, col flettere le sue gambe infantili e col protendere il
suo corpo di bimbo, cercava di renderlo tale, allor che il padre per
prudenza lo moderava! Oh, le care gote rosee accese e gli occhi di Anna
Maria scintillanti a quel gioco maschile, a quell'illusione del volo!
Ora i suoi bimbi dovevano tanto sentire la mancanza del papà, del loro
grande amico, che sapeva talvolta elevare i loro spiriti infantili
verso il suo e tal'altra abbassare infantilmente il suo verso le loro
anime semplici ed ignare... Essi erano rimasti in quella casa, tra una
governante fredda ed indifferente, troppo nordicamente impassibile per
le loro volubilità di fanciulli, ed una mamma dolente e silenziosa,
che, probabilmente, evitava il più delle volte la loro presenza e
le loro parole perchè le une parlavano forse dell'assente e l'altra
evocava il ricordo di questi. Od anche nulla era di tutto ciò. Chi
sa? Egli ricordava un pensiero di Leonardo da Vinci, alcune parole del
grande pittore: diceva quel pensiero d'apparenza umile, ma in realtà
profondo, che l'acqua che si tocca in una corrente è l'ultima di quella
che è passata e la prima di quella che viene. Come quell'acqua anche
l'anima infantile è quale acqua che scorre: le imagini od i ricordi
non vi si fissano; ma scivolano via con la corrente, come riflessi
mobili, come fa l'imagine specchiata su la trasparenza delle acque.
Ogni ricordo del padre poteva essere cancellato dalle anime loro,
dopo quei quindici giorni d'assenza, o almeno così impallidito che
ben presto sarebbe del tutto scomparso. Questo timore gli dava una
commozione indicibile, mentre ei sospingeva l'altalena, come altre
volte, sognando e ricordando, quasi illudendosi di una cara presenza. E
sua moglie gli tornava al pensiero: sua moglie e le vesti primaverili,
sua moglie e le spensierate gaiezze mattutine, le fanciullaggini del
suo cuore amoroso e della sua anima semplice, vero specchio delle
impressioni che passano: un raggio di sole o una lacrima, un fiore che
sboccia o una nuvola, un sorriso di bimbo o una corolla che appassisce
non colta da alcuno, nè da alcuno odorata, come tante anime dolorose
nei dolenti esilii del sole e dell'amore. L'uomo rammentava che anche
Beatrice s'era seduta su quell'altalena ed ei l'aveva sospinta così,
come ora sospingeva il vuoto sedile, e nelle orecchie gli risuonavano
gli scoppii di risa o i piccoli gridi di paura ch'ella si lasciava
sfuggire presa da un vago sgomento per quell'ardita ginnastica e
rivedeva una piega delle dolci labbra protese e strette in un atto di
femminile apprensione. Non più ella rideva come in quei chiari mattini:
tutti i giardini della sua anima erano devastati e su le rose erano
stati distesi i veli neri della tristezza. L'emozione che serrava il
cuore di Giuliano diveniva minuto per minuto più intensa; così ch'egli,
temendo di non saperla più trattenere, serrò il braccio di Claudina
che affondava, il volto fra le rosee corolle d'un rosaio, trascinò la
giovane donna via da quel luogo abbandonato, ove la sua vita trascorsa
era come in agguato per versare nell'anima sua il rimorso e il
rimpianto per tutto quel ch'egli aveva inconsultamente distrutto.
Entrarono nella casa. Il giardiniere li precedeva, apriva col grosso
mazzo di chiavi le porte; nell'ombra, mentre gli amanti camminavano
incerti, egli con la sicurezza dell'abitudine correva spedito
alle finestre, spalancava le imposte, apriva le persiane. Sebbene
quella fosse casa sua, Giuliano stentava nell'ombra a ritrovarne
la topografia. S'orizzontò quando, avendo il giardiniere aperto
le finestre di una grande stanza nella quale gli amanti s'erano
soffermati, ei riconobbe il suo gabinetto da lavoro. Rivide tante
sere di lavoro felice, calmo, fiducioso, quando i bambini erano a
letto e Beatrice, presso di lui, scorreva le pagine di qualche romanzo
che il suo gusto sopraffino ed educato prediligeva. Ricordava anche
altre sere, in cui ospiti erano giunti alla villa. Dopo il pranzo,
se qualche lavoro urgente ve lo costringeva, ei discendeva in quella
stanza, si sedeva a quella scrivania e, mentre la penna scorreva su
la carta ubbidiente a ciò che il pensiero dettava, gli giungevano
dalla soprastante terrazza le conversazioni e le risa dei suoi amici
e talvolta la musicalissima voce della sua Beatrice. E poi, quando
meno se lo aspettava, quando più si abbandonava al lavoro, egli udiva
un fruscìo femminile nella stanza, e, prima che avesse potuto levare
gli occhi dalla carta, due labbra amorosamente si poggiavano su la sua
fronte, discendevano voluttuose e pur caste a cercargli la bocca. Così,
in quelle sere, più volte Beatrice trovava il modo di sottrarsi ai suoi
ospiti, di spingersi fin giù nello studio del marito, a confortare la
sua pensosa e laboriosa solitudine d'un sorriso, d'una parola o d'un
bacio, a dimandare quanto ancòra gli mancasse per terminare il suo
lavoro, molto, la metà, tre pagine, due pagine, qualche periodo, più
nulla. E allora, contenta, prendeva il braccio dell'amato, salivano le
scale lentamente, soffermandosi e baciandosi ad ogni gradino come due
innamorati che si nascondono; poi rientrava prima di lui nel gruppo dei
suoi invitati e, quando Giuliano qualche minuto dopo ricompariva, ella
aveva la graziosa fanciullaggine e la innocua civetteria di simulare
di non aver visto affatto il marito in tutto quel tempo ch'egli aveva
lavorato. E aggiungeva: «Hai fatto presto», proprio quelle sere in cui
le ore le erano sembrate più lente a passare ed il lavoro dell'adorato
assolutamente interminabile!
Claudina, poggiata al davanzale della finestra, guardava il mare
che s'andava tingendo di rosa al riflesso del cielo, che sempre più
rosseggiava per la magnifica pioggia di rubini del tramonto. Egli
approfittò di quel momento per guardare un gruppo di fotografie
infilate nelle fibre di una grande palma, dietro quel tavolo dov'egli
aveva tanto scritto e tanto pensato e sognato. Era qualche vecchia
fotografia di Beatrice, qualche fotografia più recente dei suoi
piccini. Un gruppo, egli e l'assente in atto di leggere assieme un
libro tenendosi abbracciati, fermò la sua attenzione: datava dai giorni
del suo viaggio di nozze e Loredano, ad un suo ritorno da Montecarlo,
aveva eseguito quella fotografia! Quanto tempo da allora e quanta
vita ed anche quanto dolore, poichè quella non va mai disgiunta da
questo! Altre istantanee un po' sbiadite dall'aria e dalla luce erano
lì intorno, fatte da qualche amico dilettante, ospite di un'ora o di
una settimana nella loro villa di San Remo o su l'elegante _yacht_.
Ne vide una in cui egli era quasi arrampicato su un albero e gettava
a Beatrice dalle mani levate le sfere d'oro degli aranci liguri. Ne
vide un'altra in cui egli guidava una _charrette_ inglese e Beatrice
era al suo fianco e fra loro il piccolo Luca ammirava intento il trotto
serrato del bel baio. Ne vide un'altra ancòra in cui egli con l'aiuto
di una canna porgeva alla moglie affacciata ad una finestra la pompa
variopinta di un canestro di rose. Ne vide un'altra in cui, seduti
sul ponte del _Little Rose_, essi prendevano il thè, fissandosi negli
occhi, appassionatamente, come due innamorati, sebbene altre persone
fossero intorno a loro. Ne vide un'altra ancóra rappresentante Beatrice
nell'atto di salire a cavallo, mentre egli coi polsi incrociati le
faceva da staffa. Ne vide un'altra ancóra, quella che più lo commosse,
poichè ne ricordava la semplice storia di data non troppo remota. Un
giorno, in giardino essi giocavano a gattacieca, come due fanciulli.
Giuliano era bendato: Beatrice, avendo corso il rischio di essere
afferrata, si era data a correre; Giuliano, calatasi la benda, l'aveva
inseguita e raggiunta ed ella gli era caduta fra le braccia, ridendo,
fingendo dispetto, ma in realtà lietissima d'essere stata raggiunta e
le loro bocche s'erano incontrate ed unite in un bacio ardentissimo,
proprio al momento che Loredano, svoltava all'angolo del viale;
e Loredano non essendo stato visto, ne aveva approfittato per far
scattare la molla della macchina fotografica. Con quanta confusione e
poi con quante franche risate essi avevano trovato due giorni dopo,
sotto le loro salviette, l'istantanea di quelle loro fanciullaggini
d'amore!
Il ricordo si era così limpidamente precisato nella sua anima, che
Giuliano provò una stretta al cuore. Ei comprese d'aver fatto male a
venire in quella villa con Claudina, come aveva fatto male a venire
a San Remo, a condurla su lo _yacht_. Ma che fare? Claudina aveva
espresso ad Orvieto la recisa volontà di venire a San Remo. Come
opporsi e come negarglielo? Poteva forse dirle che in quel paese marino
egli aveva le più dolci memorie di un passato felice? Non avrebbe ella
avuto il diritto di dolersene profondamente? Confessare che egli aveva
in quel luogo delle memorie non costituiva niente di male; ma dirle che
ritornare a quelle memorie lo avrebbe fatto soffrire, era lo stesso
che confessarle di amar sempre Beatrice. Poteva egli farlo? Gli era
parso di no e così anche quel giorno stesso aveva dovuto approvare,
dopo una vana lotta dissimulata, il progetto di Claudina di recarsi fra
breve a Venezia, a vivere nella città dell'amore la primavera del loro
amore. Ai capricci di lei era vano opporre ragioni. Come trovarne di
eloquenti e di indiscutibili? Bisognava arrendersi, soffrire e tacere.
E così quel giorno, quel pomeriggio, mentre passavano innanzi alla
sua villa, Claudina aveva espresso il desiderio di visitarla. Poteva
egli rifiutare? Del resto, già ella aveva tirato il campanello, già
il cancello cigolava su i cardini ed il giardiniere appariva, mentre
Giuliano si convinceva della impossibilità di pregare l'amante perchè
rinunziasse a quella visita, che gli sembrava una profanazione delle
sue più care e più sacre memorie. Così ei si trovava in quella stanza
con lei, così egli era divenuto preda delle trafiggenti memorie e
non poteva troncare o abbreviare il suo martirio e non poteva lasciar
sgorgare liberamente quelle lacrime che gl'inumidivano gli occhi e che
per lui sarebbero state un così grande sollievo.
Ricominciarono il giro per le camere, pei corridoi e pei salotti, e
salirono al piano superiore. Ancóra il giardiniere andava innanzi a
loro, apriva porte e finestre; a Giuliano sembrava che per la loro
presenza le memorie, come persone vive, si destassero negli angoli
ov'erano annidate da quel giorno in cui egli e la sua famiglia erano
partiti per l'ultima volta dalla villa di San Remo. Anche l'imagine
autunnale e funerea, che poche sere prima lo aveva oppresso nelle
sue malinconie a bordo del _Little Rose_, tornava nel suo pensiero.
Ancóra gli pareva che le memorie fossero legate, in quella villa,
ad ogni angolo come festoni di fiori lontani e smorti, pieni però
dell'odore soave e suggestivo delle cose passate per sempre. Egli
era entrato in quella sua villa, v'era entrato con la sua amante, con
colei per la quale tutta quella vita d'un tempo era stata abbandonata
e calpestata.... Ed ora, per entrare in quelle stanze, egli spezzava
e distruggeva con le sue mani quei festoni di crisantemi. E tutti
quei festoni erano a terra e gli pareva quasi di udire camminando un
fruscìo di morte, il fruscìo delle foglie secche nei viali dei giardini
o dei cimiteri, quando gli ultimi cieli d'autunno dànno le loro ultime
trasparenze, le ultime malinconie e gli ultimi crisantemi.
Egli ebbe un sussulto. Si trovavano nella stanza da letto, quella
in cui Beatrice e lui si erano tanto amati, dolcemente cullati
dall'amorosa canzone, della ninna-nanna cantata dal mare, con la sua
solenne voce che si fa dolce e sommessa per gli amanti che vanno a
chiedere a lui il commento e l'eco dei loro baci! L'agitazione di
Giuliano era sempre più evidente. Claudina guardava le spalliere di
rose nel giardino sottostante:
— Che belle rose, ella esclamava. Sono le ultime rose di primavera. Il
loro profumo sale fin quì...
— Vado a coglierne un mazzo, aveva risposto il giardiniere credendo
di far cosa grata al suo padrone e, prima che Giuliano lo avesse
potuto trattenere con un gesto o con una parola, era andato di corsa a
compiere quella sua profumata raccolta floreale.
Gli amanti si erano così trovati soli in quella camera dove le
memorie dell'amore suggerivano nell'anima e su le labbra il desiderio
dell'amore. Un usignolo gorgheggiava giù nel giardino. All'orizzonte
le ultime rose del tramonto s'impallidivano tristemente sotto le prime
ceneri del crepuscolo. Claudina s'era rivolta a guardare l'amante.
Questi, non trovando una parola da pronunziare poichè l'emozione gli
serrava la gola, sorrise alla giovane donna e le tese ambo le mani.
Ella le prese, poichè, amante sincera e appassionata, non restava mai
fredda ad alcun gesto d'amore. Si gettò fra le braccia di Giuliano,
che dovette stringerla a sè e dovette cercare pel primo quelle labbra
palpitanti come ali di libellula rossa e che accennavano già a cercare
le sue. Il letto era vicino, un gran letto coperto da una coltre
bianca, sotto un baldacchino di merletto. Claudina (forse ella non
pensava a nulla di male e nessuna visione di voluttà le suggeriva il
suo atto, ma solo la stanchezza improvvisa e la vicinanza di quel
riposo) Claudina si sedette su la sponda, attirò a sè Giuliano. Ma
questi ebbe orrore della profanazione, ricordò che il loro abbraccio
avrebbe avuto in quel luogo un odore di morte; egli sentì di adorare
perdutamente Beatrice in quel momento ed ebbe la nozione di tutta la
sua infelicità, poichè quell'amata era forse per sempre perduta alle
carezze della sua anima e delle sue labbra. Violentemente si liberò da
Claudina che continuava ad attirarlo, fuggì via dalla stanza e dalla
villa per i lunghi corridoi muti nella penombra. Su la porta s'imbattè
nel giardiniere che gli tendeva le rose. Egli afferrò quelle rose e
disperatamente le morse, le sfogliò, le gettò a terra a comporre un
tappeto di petali rosei. Il cancello era innanzi a lui. Egli uscì,
senza voltarsi indietro.
E Claudina, stupita e con un'angoscia suprema sul volto poichè ella
aveva intuito l'intimo dramma svoltosi nell'anima di Giuliano, comparve
pochi minuti dopo sotto quella porta dalla quale l'amante era uscito.
Vide su la ghiaia il breve e folto tappeto di rose, s'impietosì su
la loro malinconica sorte ch'era triste quanto la sua e due lacrime
solcarono le sue gote, angosciosamente.