I.

Dal fondo del suo _coupé_ riservato nel treno di Firenze, Giuliano

Farnese vide l'ombra di una donna, vestita di nero e avvolta di veli,

scivolare lungo i muri, seguita dai facchini col bagaglio, diretta

verso di lui. La donna arrivò allo scompartimento, salì, tese le labbra

a Farnese.

— Temevo che tu non venissi più, Claudina! disse lo scrittore,

serrandola fra le braccia. Discioltasi, ella assestò le valigette su

le reti sospese, poi si sedette dalla parte opposta allo sportello

aperto, sempre nascosta dai veli. Giuliano, in piedi nel rettangolo

dello sportello, cercava di nascondere la viaggiatrice. Claudina

vide un uomo che passeggiava sul marciapiedi, dove i viaggiatori

s'affrettavano e gl'impiegati si affannavano ed i carretti di ferro

coi bagagli scorrevano con uno strepito fastidioso, vide quest'uomo

avvicinarsi allo scrittore, salutarlo: ella riconobbe Santacroce che

dimandava curiosamente a Farnese per dove partisse, per quanto tempo,

se solo o in compagnia. Anzi egli arrischiò uno sguardo nel fondo dello

scompartimento; Claudina tremò di essere riconosciuta, ma l'ombra che

il lume a gas velato dalle tendine verdone lasciava e la miopia di

Santacroce la protessero. Costui se ne andò, persuaso in apparenza

dalle proteste dello scrittore, lungo quel marciapiede dove i cinquanta

globi di luce elettrica rovesciavano fiumi di luce, da dove un rumore

assordante saliva, oramai unito a quello degli sportelli sbattuti ed

allo squillo delle campanelle di partenza.

Lentamente, il convoglio si mosse. Claudina osservò l'amante e vide un

grande pallore disfarsi sul volto di lui, mentre le mani gli tremavano

e gli occhi non si staccavano da quella stazione argentea di luce, che

oramai si allontanava sempre più. Quando questa non fu più che un punto

luminoso su l'orizzonte notturno, Giuliano si ritrasse dallo sportello,

alzò i cristalli, venne a sedersi vicino a Claudina, le prese le mani

che erano gelide, le baciò la fronte ch'era madida di sudore, le baciò

le labbra ch'erano paonazze. L'amante la strinse fra le braccia, la

cullò con la dolce nenia delle sue fanciullaggini amorose. Claudina

parve rianimata: tuttavia non seppe trattenere le parole del suo

rimorso:

— Abbiamo fatto male a fuggire, ella disse. Mi pare che noi

s'abbia messo fra tua moglie e te qualche cosa di irreparabile,

di insormontabile, di incancellabile, per il giorno in cui tu, non

amandomi più, vorrai tornare con quelli che tu ami ancora, tua moglie e

i tuoi bambini. Avrei dovuto partire io sola, io..... Tua moglie, forse

ti avrebbe perdonato.... Chi sa? Le donne che amano son capaci di tante

abnegazioni.....

Sorrise amaramente; poi aggiunse, vedendo Giuliano che accennava a

parlare:

— So, so quel che vuoi dirmi e che mi hai già detto: che tua moglie non

ti avrebbe giammai perdonato; che, d'altronde, non ti era possibile

rimanere a Roma, separato da lei, per le ciarle del mondo; che tu mi

ami; che, del resto, tu speri che tua moglie non saprà niente della mia

partenza con te..... Ah, quanto sarebbe stato meglio per te rimanere o

ritirarti in un piccolo paese con uno dei tuoi piccini, a lavorare.....

Tua moglie, allora, si sarebbe persuasa del tuo pentimento ed un giorno

te la saresti veduta arrivare, buona, sorridente, clemente, avendo

dimenticato e perdonato.....

La sua voce era piena di lacrime e dopo una pausa la donna gettò

le braccia al collo di lui, reclinò la fronte su la sua spalla ed

aggiunse, ardente di passione:

— Ma no, ma no, ciò che abbiamo fatto è bene. Tu mi ami, io ti adoro,

non potevamo vivere separati. No. Ah, Giuliano, come mi sento tutta

tua, come mi pare di correre verso la felicità con questo treno, come

mi pare di averti tutto mio e per sempre, per sempre!..... Ricordi

l'altra sera, a quest'ora? Tornavamo dal teatro, cenavamo a casa mia,

bevevamo dello _champagne_ alla primavera del nostro amore, all'alloro

che dovrà incoronare, come dici tu, le nostre due fronti di una sola

corona..... tu poeta ed io tua interprete, ricinti da un solo ramo

d'alloro, uniti nella gloria, come nell'amore! Ah, che bel sogno, e noi

lo realizzeremo..... Non è vero?

Giuliano sorrise d'una smorfia scettica. Il fischio del treno parve in

quel momento irridere.

— Tu non hai fiducia? dimandò l'attrice. Io, sì, ne ho tanta, tanta....

L'altra sera, a quest'ora, tu mi baciavi..... e nessuno dei due avrebbe

imaginato che stasera saremmo stati insieme in questo treno che fugge

verso la felicità, uniti, stretti, amanti, dopo il breve dramma di

ieri.... Ah, quando iersera ti vidi arrivare da me, alle sei, pallido,

disfatto, come invecchiato di dieci anni, e quando mi dicesti: «Fa

le valige. Partiamo domani», compresi in un baleno quello che era

avvenuto... Poi, mi sentii mancare, come in un sonno improvviso, e

non ricordo più nulla.... se non che mi sono risvegliata sotto i tuoi

baci ardenti! Ah, il destino come galoppa! E di quali mezzi, di quali

misteri si serve per compiersi! Ed eccoci qui, ora, amanti per sempre,

non è vero? Per sempre! Come ti adoro. Giuliano! Baciami, baciami.....

Sotto la fitta pioggia di baci che l'amante faceva cadere su le

labbra, su gli occhi, su la fronte di lei, ella si assopì, sorridente.

Giuliano la distese su i cuscini, le si sedette accanto e, mentre il

treno seguitava a correre in mezzo al gran deserto romano bagnato dai

riflessi della luna, egli rivedeva una stanza ben nota, dove una donna

ch'egli aveva tanto amato, — e che l'amava, — era certamente in veglia

dolorosa, avendo sul pallido volto l'orma di tanto dolore, la tristezza

di una così inattesa desolazione. Per la prima volta, ella lo attendeva

invano, sicura ch'egli non sarebbe venuto. A quell'ora il telegramma

ch'egli aveva spedito a Loredano, partendo, per annunziargli il suo

allontanamento da Roma, doveva esser giunto; e Loredano, forse, aveva

fatto considerare come un docile e pentito atto di sottomissione quella

sua partenza, che pel benessere comune gli era stata consigliata. Forse

Beatrice s'inteneriva, a momenti, al pensiero del lontano, forse lo

rimpiangeva; ma il dolore ed il rancore dovevano vincere e Giuliano

quasi vedeva i gesti convulsi dell'abbandonata, quasi udiva le parole

disordinate e crudeli dirette a lui da quelle labbra che sapevano

dirgli, anche poche ore prima, così dolcemente «io t'amo!» Quante

volte, nella vita nuova che incominciava da quell'ora, egli avrebbe

rimpianto la piccola stanza da letto coniugale con la _veilleuse_

in cristallo azzurro, l'intimo salotto così animato da tante cose

famigliari, sotto la luce della lampada velata dal paralume di tulle

rosa..... Verso quali dolori e verso quali rimpianti egli si avviava?

Quale nuovo dramma cominciava in quell'ora? E quale _redde rationem_

si preparava? Un'inquietudine sempre più convulsa lo assaliva, e nella

quale egli avrebbe potuto facilmente distinguere il rimpianto per ciò

che lasciava, il rimorso per la sofferenza ch'egli aveva seminato

intorno a sè, il timore misterioso di ciò ch'era dietro l'oscuro

sipario abbassato fra il suo presente ed il suo avvenire, il dubbio per

l'intensità e per la sincerità dell'amore ch'egli credeva di nutrire

verso Claudina.

Ma il sonno che gli appesantiva le palpebre non gli consentiva più di

vedere la campagna lunare ed il volto pallido di Claudina assopita.

I cattivi sogni marciavano in nero drappello verso di lui, così che,

quando più tardi egli si destò al fracasso dello sportello spalancato

alla stazione di Orvieto, un incubo doloroso lo opprimeva, con tanti

fantasmi di dolore e di tristezza, da cui egli non riusciva a liberarsi

nemmeno mentre Claudina si destava dal suo sonno pesante, mentre

insieme riassettavano i loro abiti e discendevano le loro valigie,

uscivano dallo scompartimento sul marciapiedi della piccola stazione.

Gli amanti rimasero un momento l'uno contro l'altra a guardare il

treno; e solamente quando il convoglio notturno si allontanò lungo

il serpeggiante nastro di via illuminata dal lume di luna, essi si

scossero, uscirono dalla stazione, salirono in una carrozza che doveva

accompagnarli ad Orvieto.

Lungo la salita che i giovani cavalli divoravano con un trotto vivace,

i due amanti non dissero parola. Guardavano la vallata compresa fra

montagne boscose e colline con terre solcate da borri e da piccoli

torrenti, la triste vallata dove serpeggia il fiume Paglia, la vallata

che si apriva sempre più al loro sguardo, a misura che salivano

verso l'antica città etrusca, sotto la truce chiarità lunare che si

diffondeva come un'enfasi di luce, su i monti e presso il fiume,

disegnando le fitte boscaglie, accendendo di innumerevoli lamine

argentee il corso serpeggiante del fiume, laggiù, fra gli alberi.

Il silenzio non fu rotto che da un'esclamazione di Claudina innanzi

ai mosaici meravigliosi del Duomo, tutti misteriosamente scintillanti

sotto la luna. Era una immane fantasmagoria di luci e di riflessi,

in cui i candori abbaglianti del marmo s'avvicendavano col balenìo

caldo degli ori. Anche la piazzetta innanzi al Duomo era signoreggiata

da quell'enfasi di luce lunare, che più giù gravava su la campagna

e lì intorno dava alla mirabile facciata del tempio uno splendore

trasparente, tale da farla sembrare una visione di sogno. Giuliano

rivedeva con tenerezza quelle vie deserte e grigie, dove l'erba

cresceva umile e silenziosa tra le selci, sin sotto i muri dei grandi

palazzi echeggianti sonoramente nel deserto notturno e silenzioso lo

scalpitìo dei cavalli. Claudina, intimidita da quella muta e profonda

solitudine, si serrava inquieta al braccio dell'amante.

All'albergo cenarono frettolosamente in una modesta saletta da modesto

albergo umbro, serviti da un cameriere, Isidoro, insonnolito ma, pur

nel sonno, cerimonioso. Egli li aveva presi per due sposi, e non appena

li aveva serviti, volgeva le spalle per lasciar loro maggior libertà.

Dopo la cena, però, gli amanti indugiavano intorno alla tavola,

senza parlare e fumando una dopo l'altra certe sigarette sottili, che

Claudina amava. Isidoro, sbadigliando sempre cerimoniosamente dietro la

salvietta, faceva le sue alte meraviglie, per quei due sposi così poco

loquaci e cordiali e così poco premurosi di raggiungere la loro camera

e la loro libertà. Intanto il poveruomo cascava dal sonno e, piuttosto

che cadere a terra sfinito, preferì di dire ai due supposti sposi, con

le consuete cerimonie:

— La loro stanza, signori, è pronta.

L'ossequente voce di Isidoro richiamò alla realtà Giuliano. Egli si

levò per il primo. Salirono nella loro camera, accompagnati da Isidoro,

che rapidamente infilò l'uscio, augurando loro con un'aria sorniona il

buon riposo.

Si spogliarono lentamente, senza parlare. Sembrava che tra loro si

fosse frammesso un qualche ignoto fantasma che li inquietava, li

rendeva pensosi, irrequieti e tristi, allontanandoli l'uno dall'altra.

I loro baci, quella sera, furono frettolosi, quasi indifferenti; il

loro amplesso, non più nobilitato dalla fiamma della passione, li

lasciò assai tristi. Stanchi, essi provarono ben presto il bisogno

di voltarsi le spalle, di tacere, di dormire. Non di meno essi

stentarono a prendere sonno. Finalmente Giuliano sentì il respiro

di Claudina divenire più eguale, più lento, più grave. Ma egli era

torturato dall'insonnia. Continuamente il pensiero degli assenti lo

riafferrava. Come in una visione, egli vedeva un avvenire ben triste

e minaccioso. Sentiva le lacrime fargli groppo alla gola. Nell'ombra,

sentiva il respiro della donna sempre un po' inquieto. L'illusione che

fosse Beatrice a dormirgli a lato lo esasperava come un incubo. Per

liberarsene accendeva la candela, guardava Claudina ed un incubo ben

più triste veniva ad opprimerlo: il rimprovero della figura dolorosa

dell'assente. Poichè l'insonnia era invincibile, egli si levò, si

vestì, si distese su una poltrona. L'agonia vi continuò. Verso l'alba,

egli dormì un'ora di sonno affannoso e febrile. La luce del mattino lo

destò. Alla vista di Claudina ancòra dormiente, sul letto, seminuda,

nessuna tentazione lo accese. Egli confrontò quella sua impassibilità

con quelle mattine in cui, mentre Claudina ancòra dormiva, egli amava

di carezzare con la bocca e la mano le sue tepide grazie giovani.

Quella mattina, invece, egli preferì di scendere a prender aria. La

calma di Orvieto, la solitudine grigia del mattino esasperarono ancòra

più la sua tristezza. La facciata del Duomo, scintillante al primo

sole di mille ori e di mille riflessi di pietre preziose, di marmi e di

mosaici, gli apparve appannata, a traverso il velo di lacrime che gli

si distendeva su le pupille.

Il Miraggio: Romanzo · 第 23 / 44 题