Egli attese fino alle due, ma nessuna carrozza sopraggiunse. Uscito
nell'anticamera, infilò il soprabito e discese in fretta, deciso di
non perdere scioccamente quella notte d'amore nell'ebrezza del trionfo.
Per calmare i suoi nervi convulsi camminò a piedi, ma così svelto che
cinque minuti dopo uscito dal Circolo egli suonava al portone della
casa in piazza di Spagna. Apertosi il portone, egli salì le scale
correndo. La cameriera aveva già dischiuso l'uscio dell'appartamento
e Farnese entrò improvvisamente nella stanza da letto di Claudina,
rischiarata da un'alta lampada il cui chiarore era mitigato da un
paralume di tulle giallo.
La visione magnifica era innanzi a lui: Claudina, nuda sotto la camicia
di fine batista, aperta sul piccolo seno. Il corpo della giovine donna,
pronta ad entrare nel letto, sorgeva dal cerchio serico delle vesti
cadenti ai suoi piedi. I capelli erano disciolti su le spalle, onda
fulgente. La stanza aveva una temperatura voluttuosa, una penombra
suggestiva. Le coltri, al lato destro del letto, erano tirate indietro
ed i lenzuoli sembravano gioiosi per la festa amorosa che loro recavano
il profumo e la grazia del bel corpo femminile. La lampada indorava i
contorni del corpo, rischiarava i seni delicati, la liana della vita,
le anche ambigue e voluttuose.
Farnese s'era avvicinato. Senza una parola, senza un sorriso, egli
aveva stretto la flessibile liana, le sue dita avevano intuonato
l'irresistibile invito. La donna s'era abbattuta su lui, vinta,
mentre la trasparente camicia le scendeva dalle spalle e le nudità
sfolgoravano.
Non era il desiderio di uno che vibrando si comunicava all'altra:
erano due fiamme, due brame, due passioni, due voluttà che si
chiamavano, s'invocavano, gemevano nell'attesa, esultavano quanto più
l'ora amabile si avvicinava. I soffi dei due respiri erano armonici,
la medesima angoscia d'amore li accelerava, la medesima follìa di
piacere li animava, la medesima febbre di passione irresistibile li
infiammava. L'amante piegava a poco a poco la flessibile liana verso i
molli cuscini di un divano prossimo; il bel corpo candido s'abbatteva
sul giaciglio e su la stoffa oscura il candore suo s'animava e si
esagerava, radioso. Ivi continuò l'armonica omelia d'amore, ivi
s'innalzò più potente il grido del desiderio, ivi, smarrita ed
abbandonata, l'anima si ritrasse sospirando.
Ma ad un gesto più audace di Farnese la voluttuosa vittima si eresse,
balzò in piedi, vide la sua nudità: arrossendone, cercò intorno una
difesa, ma nulla era a portata della sua mano; allora balzò nel letto
ed i lenzuoli si rovesciarono su lei, avvolgendola, disegnandone
le curve in un amoroso abbraccio. Oramai al riparo, la fuggitiva
sorrideva, sorrideva dell'amante ch'era rimasto dolente e irritato sul
divano basso, mentre il suo desiderio insoddisfatto agonizzava.
Allora egli si levò, sempre più eccitato, mosse dei passi disordinati
per la stanza.
— Ah, no, tu non sei mia! gridò esasperato, arrestandosi ai piedi
del letto dove la donna copriva fino la bocca con le coltri rialzate.
No, no, tu non mi ami! Tu vagabondeggi nei sogni, t'inebrii al paese
azzurro dell'ideale! Tu non sei la creatura umana ed ardente, misera
e sublime che piange d'amore e ride di odio, sente per l'amato mille
desiderii, mille sensazioni, ed un ardore unico, enorme, onnipotente:
l'ardore del desiderio di formare una creatura sola...... Tu vaghi.
Dove? Perchè? Anche il desiderio è per te un sogno, un brutto sogno,
dal quale ti desti fuggendo, come poco fa. Amami, amami, Claudina,
amami come ti amo, chè io ho tanto bisogno dell'amore tuo.... Sii mia,
finalmente, sii mia!...
— Io sono sempre tua! ella sospirò.
— No, no, tu non m'intendi, susurrò l'uomo, tu non vuoi intendermi! Io
ti voglio tutta, tu devi essere tutta e sempre mia.....
La donna si sedette sul letto, non più sorridendo.
— Tu mi vuoi, ora?
— Ora, sì, egli balbettò.
— Sai di commettere un vero delitto? E non indietreggi? mormorò la
donna, a bassa voce.
— Un delitto d'amore, lo so! E non indietreggio, no, no, perchè ti amo,
perchè ti voglio, perchè amo te sola e sopra ogni cosa.....
— Ricordi tu, disse Claudina sempre più grave, ricordi il giuramento
che poche ore fa concludemmo? Ricordi? Giurammo che i nostri primi baci
sarebbero anche stati gli ultimi.....
— Fummo pazzi, ingenui....
— E se tu un giorno dovrai dirmi che fummo pazzi non allora, ma questa
notte?
— Io non potrò mai dirlo!
— Che sai tu? Che affermi? Sapevi forse quella sera del nostro primo
abbraccio, che quello non sarebbe stato il solo?
— Lo sentivo dentro di me!
— Dunque tu insisti? Tu mi vuoi! incalzò Claudina pallidissima.
— Io ti amo, mormorò l'amante.
Come egli accennava a parlare ancòra, con un gesto la donna gli impose
silenzio. Tacque un momento, poi disse:
— E mentre tu desideri me ed i miei baci, tu non senti altro dunque?
Nel tuo cuore non palpita un altro sentimento per alcuno?
Farnese afferrò l'allusione. Non potè trattenere una lacrima che
gli imperlò il ciglio, lacrima più eloquente di un pianto disperato,
lacrima di cui egli ebbe la debolezza di vergognarsi e che asciugò in
fretta con la palma di una mano, perchè Claudina non la scorgesse.
— Ah no, no, disse ella allora, non asciugare, perchè io non la veda,
quella tua lacrima che è la cosa più bella e più buona che tu abbia
detto stasera... Vedi, io l'attendevo questa lacrima... Io non ero
venuta a prenderti al circolo perchè volevo che tu pensassi a chi ti
attendeva, a chi ti attende, a chi ti ama... Tu sei venuto da me...
Ma questa lacrima mi dice che tu pensi anche ad un'altra donna, ad
un'altra casa, ad un altro amore... Lasciami, lasciami...
Ella aveva accompagnato le ultime parole con un gesto quasi
supplichevole. Pure egli continuò, sconsolatamente, ad invocare i suoi
baci:
— Tu non mi ami, ecco, susurrava, tu non mi ami...
La passione, trattenuta fino ad allora, proruppe nel calore delle
parole e dell'accento. L'amante, sempre a piè del letto, con i gomiti
poggiati alla spalliera ed il capo fra le palme, aveva rialzato
gli occhi verso di lei, ascoltava estatico quel torrente passionale
accavallarsi ed echeggiare.
— Ah, io non ti amo, non è vero? ella diceva con la voce ora secca e
stridente, ora rotta dai singulti, ora commossa e tremante. Io non ti
amo! E tu puoi dir questo sorridendo, calmamente, tu puoi negare tutto
ciò che nel mio cuore s'agita e palpita per te; tu puoi dire che io
non ti amo, sol perchè ti ricuso il mio corpo che unicamente il tuo
desiderio invoca, giacchè quella tua lacrima troppo presto prosciugata
mi dice bene che la tua anima è altrove! Tu non sai, Giuliano, con
quale passione, invece, l'anima mia forte e sicura si è avvinta alla
tua, così incerta, così vagabonda! Tu non sai il tesoro di sentimento
che freme qui dentro per te......... Poichè sei tu che mi hai rivelato
l'amore, da te ebbi il primo bacio ed il primo sospiro di voluttà! Tu
non imagini, è vero? che possa essere appunto perchè ti amo tanto,
che ti consiglio di fuggirmi, di restarmi lontano, di tornare a tua
moglie, ai tuoi figli, al tuo lavoro di grande artista! Grande artista!
Eppure tu lo sai che l'amor tuo coronerebbe il mio sogno di fanciulla,
tu lo sai quanto io bramavo di essere amata da un artista che potessi
completare e sorreggere, che mi sapesse guidare e mi potesse ispirare,
al quale io potrei forse un giorno offrire un piccolo ramo del mio
alloro, come vorrei vivere dolcemente all'ombra del suo....... Ebbene,
perchè respingo la realtà di questo sogno, perchè esito ad aprirti le
braccia, l'anima e le labbra per salire in un cielo così alto, così
grande, così bello, così splendente dove gli altri non ci potrebbero
più raggiungere? Non per amore, è vero? Ma non sei tu il trionfatore
di questa sera? Ed io non devo a te il mio successo, il trionfo mio,
non devo a te il mio poco ingegno, la mia vita che da stasera s'apre
luminosa? Ed io, io, non dovrei desiderare di tenerti sul mio cuore, di
baciarti, di passarti le mani fra i capelli come ad un fanciullo, a te
che sei trionfante, a te che le altre non hanno e desiderano, a te che
sei più alto, più buono, più forte di tanti, di tutti? Ah sì, credimi,
il mio impulso sarebbe di caderti fra le braccia; ma so io forse dove
andremo a finire e che ci riserba il destino? Io so che una donna
cui tu appartieni, ti ama: penso che ti ruberei a lei, questo solo mi
frena e mi vincola..... Ma non imagini tu quanto deve costarmi questa
rinunzia, no? Il fantasma di quella dolente mi appare, ma non pensi
che il mio desiderio ed il mio amore sono più forti e che io devo tanto
soffrire perchè quel fantasma non sia schiacciato e vinto da questi? Tu
che realizzi il mio sogno, tu che sei glorioso, come io sognava il mio
amore, tu sei di un'altra ed io devo ricordarmelo, io devo contendermi
a te ed a me stessa! Che vuoi, se io sono così?... Se io penso tutto
quello che soffrirei se fossi lei, Beatrice? Sono sciocca, sì, lo
so....... Ma sono anche buona e ti amo tanto!....
Le lacrime represse sgorgarono. Ella portò le mani agli occhi lacrimosi
e la camicia non più trattenuta si aprì sul petto e dalle sue trine
emersero i piccoli seni, fresca e giovane bellezza. Giuliano, a quella
vista improvvisa, si avventò verso la donna che piangeva, la rovesciò
su i cuscini dove la capellatura si sparpagliò lussureggiante, ombra
misteriosa e sontuosa al piccolo volto smorto, le mise le labbra su le
labbra, la sentì vacillare sotto i suoi baci. Lo enimma dei sopraccigli
bruni di Claudina si sollevò, si schiuse, apparvero gli occhi in
lacrime, supremamente amorosi. Infine le anime erano riapparse; ed
al trionfo ultimo del desiderio, esse non scomparvero di nuovo, ma
s'armonizzarono con quello in un unico concerto ideale e profondo. La
luce della lampada, dalla quale il serico riparo era caduto, s'avventò
come un turbine su i due corpi; si sparse, si abbandonò ad una danza
frenetica, che circondava e celebrava di chiarore la loro stretta,
unendo i loro corpi con collane di splendori e di penombre.
L'alba già insinuava le sue lame argentee fra le persiane socchiuse,
quando Farnese si destò avendo Claudina fra le braccia, con la
testa poggiata sul suo cuore. La dolcezza di quell'abbraccio ed il
tepore di quel letto voluttuoso lo inducevano a rimanere ancòra in
quell'attitudine d'amore. Ma il suono di un orologio nella stanza
contigua gli annunziò che eran già le sei del mattino. Col capo
pesante pel sonno brevissimo, per le agitazioni della sera innanzi e
le nebbie del piacere, egli si levò, dopo avere dolcemente disciolta
Claudina dal suo abbraccio. Si vestì guardingo, per non fare rumore,
baciò l'amante su la bocca lungamente, la guardò a lungo. Ella non si
destò. Farnese pensò che doveva rientrare in casa prima che i domestici
fossero levati ed i bimbi desti. Si avviò, allora, in punta di piedi
verso la porta ed il suo passo non era che un fruscio sul tappeto
spesso. Quando fu all'aria frizzante di quell'alba invernale, egli
si sentì sollevato, più leggero, più libero. Si avviò a passo celere
verso la sua casa, salì la via del Tritone, la salita delle Quattro
Fontane, percorse la via Venti Settembre. Durante tutto il suo cammino,
egli non poteva interdirsi di pensare a ciò che era avvenuto. Aveva
conscienza che il legame con Claudina era oramai indissolubile; egli
aveva troppo gustato i segreti dell'amore appassionato di lei per non
desiderarli ancòra, per non ricercarli, per poterli dimenticare. Nel
tempo stesso, però, egli dubitava e per la prima volta del suo amore
verso Claudina. Sentiva l'amore lontano, ben lontano, ed il suo cuore
ne sembrava a lui deserto. Tuttavia egli aveva follemente desiderata ed
invocata Claudina, poche ore prima! Ricordandolo egli attribuiva solo
al desiderio ed ai sensi tutto il trasporto ch'egli aveva provato e
seguitava a provare verso la celebre attrice. Giuliano si sentiva solo,
tanto solo, e la tristezza lo afferrava, uno scoramento indicibile
in quell'ora del mattino in cui Roma si destava al lavoro quotidiano
ed all'incessante dolore, dopo il lieve riposo della notte, dopo la
breve oasi di calma che il riposo ed il sogno avevano rappresentato. La
solitudine della sua anima lo lacerava. Anche nella oramai finita notte
di amore, egli aveva inteso quell'anima emigrare verso cieli lontani ed
ignorati, dove il suo sguardo non la raggiungeva. Ma allora la grande
fiamma vivificatrice dell'incendio sensuale l'aveva animato, sorretto,
sospinto, nella triste vedovanza del sentimento. Al contrario, adesso,
questa vedovanza gli diveniva insopportabile.
Il pensiero gli venne, come più si avvicinava alla casa, di distendersi
nel suo letto, di dormire, di placare quell'inafferrabile malessere.
Nel giardino che circondava la sua casa già le prime rose primaverili
accennavano a fiorire dalla rossa gemma dei loro bocciuoli. A lui
sembrò un lieto presagio ed il suo cuore fu sollevato dal gravame di
quella triste resipiscenza, di quel sentimento tardivo, di quel rimorso
inutile. Breve sollievo! Poichè, appena entrato in casa, trovò, seduta
in una poltrona nel suo salotto, Beatrice ancòra desta che l'aspettava.
Egli vide il corruccio negli occhi della cara donna, una dolorosa
piega di tristezza invincibile agli angoli della sua bocca. Non ebbe
la forza nè di inventare una menzogna, nè di confessare la verità. Un
peso enorme lo accasciò. Le rughe dei suoi giorni cattivi linearono
la sua fronte impallidita. Gli occhi di sua moglie erano fissi su
lui, lo seguivano nei suoi movimenti: egli li sentiva, ne percepiva la
tristezza e l'angoscia, ma non aveva la forza d'incrociarli coi suoi.
Il suo accasciamento aumentava ogni minuto. Si lasciò andare sul divano
ove rimase immobile, finchè sua moglie, aperte le persiane, uscì lieve
e dolente, senza guardarlo, portando via la lampada. Ed a lui parve
ch'ella portasse via tutta la luce del suo pensiero ed il calore della
sua anima combattuta.