Egli aveva lasciato Claudina Rosiers dopo quell'invito lanciatogli
non ostante la severità di poco prima, ciò che affermava il vivo
desiderio dell'attrice di rivederlo ancòra. Egli aveva schivato,
durante tutto il pomeriggio di entrare in discorsi troppo intimi con
la signorina Rosiers e invece, in quella carrozza e per quelle scale,
era stato debole ed irriflessivo come un fanciullo. Era uscito dal
teatro con l'intenzione di andar subito a prendere il piccolo Luca,
appena riaccompagnata Claudina ed invece le sette e mezza suonavano
all'orologio della Trinità dei Monti, quando egli traversava la piazza
di Spagna, col bavero di lontra del suo soprabito freddolosamente
rialzato. Fermò una carrozza che passava vuota e diede al cocchiere
il suo indirizzo, raccomandandogli di far presto. Però appena chiuso
nella carrozza, quell'ombra e quel tepore gli ricordarono Claudina;
e passando sotto le finestre dell'attrice, lo scrittore non seppe
trattenersi dall'accostare il viso al cristallo dello sportello per
intravedere, come intravide, la fine figurina di Claudina Rosiers
disegnata bruna sul rettangolo luminoso della finestra. Certamente
non era amore quel desiderio della compagnia dell'attrice, che
l'aveva preso da poche ore. Poteva meglio esser considerato come il
fascino di quella giovinezza, come l'attrattiva prepotente di quella
verginità ch'ella gli aveva esaltato così orgogliosamente. D'altra
parte, egli poteva considerarsi ancòra come un marito amante della
moglie, poichè qualche rapida corsa su la pista fallace dei facili
amori non poteva considerarsi come un alto tradimento o come la
conseguenza di un disamore.... Egli aveva quasi degli obblighi sensuali
di rappresentanza. Per la sua fama, per la sua posizione influente,
le carezze femminili gli erano esibite continuamente, per brama di
scandalo o per curiosità o per guadagno o per desiderio di renderselo
amico e favorevole. Pure avendo schivate quante più poteva di quelle
voluttuose esibizioni, lo scrittore non poteva sottrarsi ad ogni
profferta nè poteva ringraziare e rimandare, semplicemente, ognuna di
quelle generose. Gli uomini invidiosi vigilavano poco lontano e Farnese
non voleva assumere l'aspetto ridicolo ed umiliante di casto Giuseppe
o di marito irragionevolmente fedelissimo. Aveva così conquistato
quella abilità, ch'egli chiamava diplomazia amorosa, consistente nel
limitarsi al minor numero possibile d'imbarcamenti per Citera, e nel
compiere quei pochi innanzi ad una fitta folla di spettatori rabbiosi.
Le donne di teatro volevano essere compromesse da lui per avere il
vanto di essere sue amanti; nè Farnese chiedeva di meglio; e, se doveva
baciarne una, coglieva il momento, tra una quinta e l'altra, in cui i
soliti spettatori potessero vedere. Per questa ragione, egli pensava
nel tepore di quella carrozza che gli ricordava l'attrice, come le
parole e i sospiri di costei potessero non essere altro che una ancòra
di quelle voluttuose esibizioni che lo perseguitavano su le tavole dei
palcoscenici ed in qualche salotto di donna elegante. Tuttavia Claudina
Rosiers non era una donna vana e leggera, nè poteva ammettersi in lei
una venalità qualsiasi, poichè i suoi guadagni del teatro erano più
che sufficienti alle necessità della sua vita modesta. Inoltre quella
verginità ch'ella aveva saputo conservare pur passando per tanti
ambienti diversi e corrotti, quella verginità intatta malgrado tante
traversie e tante miserie, doveva essere per l'attrice un così prezioso
patrimonio da non gettarlo e disperderlo per un trionfo della vanità o
per il desiderio di un momento. Se ella, dunque, avesse concesso quel
fiore a Farnese, egli avrebbe potuto essere sicuro dell'amore di lei,
della passione che la inebriava. Ma egli non voleva quella concessione,
intendeva di schivare quella sicurezza su una passione che sarebbe
stata o dolorosa o delittuosa. Il ricordo di sua moglie gli attraversò
il pensiero e ripensò la devozione di lei, la sua tenerezza, la sua
immacolata fedeltà. Ella si sacrificava in silenzio, paga del solo
amore dei suoi bambini, cullando l'unico sogno dolcissimo del loro
avvenire e della loro felicità. Tuttavia l'assistenza e l'appoggio
dell'uomo ch'ella amava non dovevano venire a mancarle, poichè
solamente in quelli la buona creatura riponeva il suo conforto ed il
suo compenso. L'idea di un più affettuoso riavvicinamento alla moglie
attraversava con insistenza il pensiero dello scrittore e gli appariva
possibile, poichè, le prove del _La Chimera_ terminando tra pochissimi
giorni, egli non avrebbe avuto più occasione di tornare su le scene del
Teatro Nazionale e di incontrarvisi nuovamente con Claudina Rosiers.
Questi saggi propositi erano a volte spezzati da lampi di desiderio
suscitati dal ricordo della bellezza dell'attrice; ma, spento il
pallido lampo, i buoni proponimenti tornavano, ed in uno di questi
ritorni, al momento che la carrozza si fermava d'innanzi al cancello
della sua casa ed il cocchiere discendeva ad aprire lo sportello, lo
scrittore aveva deciso di non andare quella sera al Teatro Nazionale
e di mandare un biglietto di scusa con un pretesto a Claudina Rosiers,
subito, prima che avesse avuto il tempo di mutar parere.
Nel frattempo egli aveva salito le scale e subito i bambini erano
accorsi al rumore del suo ingresso nell'anticamera che una lampada
sospesa, coperta da un globo di cristallo azzurro, rischiarava
dolcemente. I bambini, che si erano aggrappati a lui anche prima che
egli avesse potuto sbarazzarsi del soprabito, gridavano festosamente.
— È venuto lo zio Leonardo! È a Roma e resterà. È arrivato oggi, dopo
colazione.
— Lo zio Leonardo, qui?
Mitigato il suo primo impeto di piacere che lo spingeva ad entrare nel
salotto dove sua moglie era con suo fratello Loredano, lo scrittore
ricordò la lettera da scrivere a Claudina, e volendo scriverla
subito come aveva saggiamente deciso, prese i bambini per la mano, e
parlando sottovoce, raccomandò loro il silenzio: poi con aria comica
e misteriosa, li condusse nel suo gabinetto da lavoro. Il piccolo Luca
e la bionda Anna Maria lo seguivano, gravi e compunti, interessati ed
incuriositi da quel mistero, camminando su le punte dei piccoli piedi.
Nel gabinetto da lavoro del papà si sedettero su due grandi seggioloni,
ove rimasero, senza pronunziar parola, tutto il tempo che Farnese
impiegò a scarabocchiare sopra un cartoncino queste poche righe:
_Lunedì sera_,
«Mia buona Claudina, l'uomo propone e le combinazioni dispongono.
L'arrivo, annunziato per stasera, di mio cognato Leonardo Loredano
mi vieta di venir da voi, come vi avevo promesso, a godere un poco
della vostra compagnia in quel vostro così intimo camerino del Teatro
Nazionale. Perdonatemi e compatitemi.