Fin dalle sue prime armi, Giuliano Farnese era stato favorito da
un'insolita fortuna. I suoi primi passi nell'aspro cammino della
letteratura erano però stati sostenuti dal forte appoggio di uno
scrittore illustre, Claudio Sanna, che affascinato dalla sincerità
e dalla ispirazione del primo ed unico libro di versi di Farnese,
_Sotto i salici_ — libro tutto impregnato di una melanconia senza
dolore — sostenne i passi successivi del giovane poeta. Oggi quel
libro è dimenticato ed i cinquecento esemplari che ne furono stampati
sono perduti fra le pubblicazioni più recenti e rumorose, dove solo
qualche spirito delicato va a ricercarlo, per riviverne il molle
fascino autunnale. Farnese ha avuto il torto di rinnegare quel
libro dove pure tanta parte della sua anima aveva cantato, con la
spontaneità dell'adolescenza; quando i versi fioriscono sotto la penna,
naturalmente, senza paralizzanti preoccupazioni di rime e di scuole
estetiche. Tuttavia da quel libro data il principio della sua fortuna.
Anche i due romanzi che lo seguirono sono semplici e sinceri, intimi
come _L'ultimo incontro_, freschi e famigliari come _Accanto al fuoco_.
Questi due romanzi furono scritti in una modesta camera di un piccolo
albergo a Padova, dove, all'uscire dall'Università, Farnese insegnò
lettere in quel liceo, durante un anno. Claudio Sanna fu il pioniere di
questo nuovo scrittore e ad ognuno di quei primi romanzi egli consacrò
magnifici articoli su i principali giornali. Anche altri critici
ed altri romanzieri consacrarono studî ed articoli a quei romanzi,
poichè il loro autore, oscuro professore di lettere in un liceo di una
lontanissima provincia, non era ancòra e forse non sarebbe stato mai,
un rivale temibile e perciò da combattersi con ogni arma, silenzio o
denigrazione, pur di rovesciarlo e demolirlo, non per prenderne il
posto, ma per l'ira del piccolo verso il grande, del debole contro
il forte, per il rancore e l'odio eterni del mediocre verso quel che
emerge e s'innalza. Ma allora al giovane scrittore festeggiato la
misera fatica didattica pesava e non poteva resistere alla brama di
correre a Roma, di scrivere, di parlare, di sentire da vicino il suo
bel successo, di entrare anche lui decisivamente in lizza. L'affezione
di Claudio Sanna gli permise di realizzare questo sogno, e nel novembre
del mille ottocento ottantacinque, Farnese entrò, incaricato della
critica drammatica e di una cronaca letteraria, in un gran giornale
romano _L'Eco di Roma_, diretto da Marco Torrero.
Cominciarono, allora, le illusioni a sfrondarsi, le speranze a
impallidire. In molti scrittori illustri, ch'egli venerava da lunge
e pei quali aveva arso nei fogli letterari dei giovani molti granelli
d'incenso, trovò gelosia ed invidia; in altri, che sembravano alla sua
ignara fantasia giovanile modelli di austerità artistica, non trovò
altro che orpello ed inganno, la più urtante abilità commerciale,
le tele variopinte e le frange d'oro che nascondono la miseria
intellettuale e la corruzione morale. Allora dal giovane irruppe
l'uomo, e, sfogliate le ultime illusioni, considerando con un sottile
riso ironico quel che prima lo colmava di ira e di disprezzo, scrisse
sul giornale di Torrero, quella lunga serie di _Saltimbanchi_, dove,
in brevi articoli, secchi e schioccanti come colpi di scudiscio,
metteva in luce le vere figure zingaresche di molti romanzieri, autori
drammatici, critici, poeti, musicisti, scultori e pittori. Ebbe un
paio di duelli con due di quei saltimbanchi, un autore drammatico
ed un pittore, che si offesero; ebbe la fortuna di ferirli entrambi;
così che la muta, con la coda fra le gambe, sopportò le scudisciate;
qualcuno tentò di abbaiare, ma da lontano e prudentemente, qualche
altro leccò le mani al castigatore per propiziarselo, molti infine
ostentarono a quelli attacchi un'ilarità non troppo sincera. Quella
serie di _Saltimbanchi_ constò di sessanta articoli, pubblicati
tutti sul giornale di Torrero in meno di quattro mesi. Dopo, Farnese
li raccolse in un volume sotto lo stesso titolo e ad ognuno di quei
sessanta inviò il volume con dedica autografa. Egli vide allora come
nella letteratura, non diversamente che nella politica, valga più il
rumore che il valore. I suoi buoni romanzi erano rimasti invenduti su
gli scaffali dei librai, ma il suo libro di critica, che pure nelle
sue idee morali aveva le apparenze di un _pamphlet_, ebbe un successo
insperato e sei edizioni ne furono esaurite in brevissimo tempo. Egli
aveva perduto con quel libro la maggioranza di coloro che si dicevano
suoi amici: su quei sessanta, solo sette od otto, e dei meno attaccati,
ebbero lo spirito di avvicinare il Farnese e di raddoppiare in cortesie
a suo riguardo, se non in cordialità. Ma gli altri, coloro che non
erano stati compresi nel fustigato e sanguinolento battaglione, furono
di ciò grati al Farnese ed alcuni con l'adulazione e le amabilità
prevennero il pericolo d'essere incorporati in un secondo battaglione
a venire. Ad ogni modo il pubblico conosceva ed amava, ormai, il nome
battagliero del Farnese e quei successi ripetuti gli avevano creata una
lusinghiera posizione finanziaria.
Allora egli, l'austero critico ed il giustiziere, pencolò un poco
verso il pubblico ed è l'unica macchia, ma perdonabile, della sua
carriera letteraria. Nel suo appartamento elegante della via Sistina,
Farnese lavorava a quel romanzo _Amori d'Autunno_, che fu poi uno dei
suoi più grandi successi editoriali, fra le visite delle ammiratrici
generose, quelle delle attrici che lo volevano più propizio a loro
nelle sue critiche drammatiche sul giornale di Torrero, e quelle di
qualche raro amico che veniva nei pomeriggi d'inverno a scaldarsi il
corpo in quella casa tiepida e simpatica, l'anima e l'intelligenza
all'ardore di quel pensiero di artista tanto geniale. Nel frattempo
il teatro l'aveva tentato ed al teatro Valle era stata rappresentata
una sua commedia in quattro atti dal titolo curioso, _Le nozze di Don
Giovanni_. In quell'affollato teatro di prima rappresentazione solenne
s'eran dati convegno tutti gli astii ed i rancori ardenti verso il
notissimo scrittore. Tutto il battaglione dei sessanta saltimbanchi ed
i loro adepti, tutti i giovani poeti cui egli aveva consigliato più la
lima che la rima, tutti i giovani autori i cui aborti drammatici non
avevano incontrato il favore del famoso critico e le loro famiglie ed
i loro domestici, tutti gli attori ch'egli aveva ammonito e biasimato
dai pianterreni dell'_Eco di Roma_, tutte le attrici ch'egli non aveva
pensato di baciare e i loro _madri_, tutti i confratelli gelosi dei
suoi successi e le loro signore mogli e le loro signore amanti, tutti
gli eleganti e tutti i mondani irosi contro di lui per le sue fortune
di salone e di alcova, tutti i nemici più acerrimi dello scrittore
celebre a ventotto anni si eran dati convegno in quella sfolgorante
sala di teatro. E subito, dal primo levarsi del sipario, l'insuccesso
s'era pronunziato; i mormorii eran presto divenuti risate, le risate
grugniti, i grugniti urli. I quattro atti si erano svolti fra le grida
ed i fischi, le risate e le grida; gli attori assistevano impassibili
allo scempio di quella geniale ed ironica commedia, ma vollero per
rispetto all'autore condurla fino alla fine, malgrado i gridi sempre
più forti ed insistenti che chiedevano l'abbassarsi del sipario.
Alla fine del quarto atto qualche applauso fremente di pochi onesti
fu coperto dalle salve di fischi. La _jeunesse dorèe_ di un circolo
elegante, furiosa di vedere andare a Farnese quelle fortune femminili
che le loro anime grigie attendevano in vano, dava in un palco un
pietoso spettacolo di sè, eseguendo coi fischi una fanfara volgare.
Finalmente lo _charivari_ era finito. I veri amici di Farnese non
avevano avuto il coraggio di cercarlo; gli altri, gli ottimi amici,
avevano frugato tutto il palcoscenico per trovare lo scrittore, mentre
un'altra squadra volava al suo appartamento di via Sistina, per godere
sotto le ipocrite condoglianze, l'effetto malvagio della malvagia opera
compiuta. Ma Farnese, avvertito dai _reporters_ dell'_Eco di Roma_
intorno alla cabala che si montava contro di lui, era partito la sera
innanzi, dopo l'ultima prova delle _Nozze di Don Giovanni_, per recarsi
qualche giorno a Firenze. Così che a teatro gli ottimi amici non avevan
trovato che camerini chiusi e macchinisti affaccendati, tutti nervosi
in quella sera di lutto teatrale; ed avendo alla casa dello scrittore
trovato chiuso il portone, la banda dovette sciogliersi, dolente del
contrattempo, ma felice in fondo del risultato.
E la mattina e la sera appresso, trepidanti, avevano aperto i giornali
perchè se al Farnese non era giunto l'eco delle disapprovazioni, ne
avrebbe avuto almeno conto dagli attacchi dei critici. Se non chè
anche questo loro desiderio doveva andar deluso. La critica aveva un
linguaggio rispettoso verso Farnese, ammirativo per la commedia e
stigmatizzante con parole pungenti il contegno della maggior parte
del pubblico. Trovavano la commedia fine e sottile, con pregi di
dialogo, di sceneggiatura, di finitezza di caratteri, ma con difetti di
lungaggini. Tutti, meno due o tre, predicevano un vero successo alle
_Nozze di Don Giovanni_, quando fossero riprese con un pubblico più
spassionato. Intanto i buoni amici anonimi avevan messo sotto fascia
quei due o tre giornali discordanti e li avevan spediti, falsificando
le loro calligrafie, a Firenze, al _Savoie-Hotel_, dove Farnese era
disceso. La sera, su l'_Eco di Roma_, era apparso un rovente articolo
di Marco Torrero, che, ricercando le cause dell'insuccesso e citando
anche i nomi dei promotori, esaltava la commedia e prediceva al Farnese
un grande avvenire di autore drammatico.
Al suo ritorno a Roma, apparvero quei suoi due romanzi, seconda
maniera, _Anime in sogno_ ed _Amori d'autunno_. I successi ne sono
rimasti memorabili. Tuttavia erano due romanzi falsi e manierati,
ove ogni anima aveva un lembo di cielo, ove il mondo era osservato a
traverso ad un prisma roseo e brillante. Il romanziere aveva voluto
forzare la semplicità e l'intimità della sua prima maniera ed era
caduto nell'estremo della semplicità complicata e della falsa intimità.
Un giornalista, Giacomo Spada, attaccò alle spalle del Farnese
l'etichetta, «un Medoro Savini anglomane e decadente». L'etichetta
rimase e pesò presto sulle spalle di Farnese che, da principio, ne
aveva riso con la noncuranza sprezzante che viene dal successo. Da
allora, dalla fine del mille ottocento ottanta nove data quel romanzo
_L'Aurora_, che fu una vera aurora artistica per lo scrittore e che
lo sacrò indiscutibilmente grande romanziere. In esso il Farnese,
spogliandosi di ogni preconcetto, aveva chiamato a raccolta tutte
le mirabili sue facoltà, per rispondere con un capolavoro alle
ironie ed ai sottintesi melati. Ed il capolavoro era riuscito: v'era
nell'_Aurora_ un vasto affresco della corruzione e della decadenza
moderna e la maestosa pittura si chiudeva con l'apoteosi di un'Idea
e la visione simbolica di un futuro secolo ideale. Molte edizioni
si esaurirono una dopo l'altra, l'inno concorde salì dalle colonne
dei giornali e dalle pagine delle riviste. Una schiera di giovani si
entusiasmò per Farnese, divenne il suo drappello, fu pago di vivere
del riflesso della sua luce. Altre commedie erano seguite, prima
_Una Rivolta_, che, dopo alcune ostilità della prima sera, filò
tranquillamente fra gli applausi un lungo corso di rappresentazioni.
Pochi mesi dopo, durante il successo dell'ultimo suo romanzo, una
geniale e delicata attrice, la signora Teresa Mariani-Zampieri
volle mettere in iscena con gusto d'artista una commedia in tre
atti, _Messer Arlecchino_, che Farnese aveva scritto durante un
suo viaggio in Spagna, per non perdere l'abitudine della penna e
senza alcuna intenzione di destinarla al teatro. Era una delicata
fantasia, il ritorno delle maschere della commedia dell'arte italiana,
una follia carnevalesca ed amorosa in un quadro di Watteau, con la
grazia autunnale di una festa galante di Verlaine. La signora Teresa
Mariani-Zampieri nel variopinto costume di un Arlecchino pieno di
grazie vi ebbe un successo squisito, ovunque. E Farnese, senza riposo,
si mise di nuovo al lavoro nel suo continuo inseguimento del meglio e
del bello ed in un anno, uscirono due altri romanzi suoi: _L'infamia
umana_, dove dieci tipi balzacchiani di vili e d'infami torturavano
e macchiavano per sempre una serena anima di giovinetta; _Cecilia_,
dove era narrata la storia di quella giovinetta aristocratica, Cecilia
Armenieri, che, fuggita di casa con un uomo alla moda, aveva voluto
essere attrice e trionfare su la scena, dove comparve con fortuna ma
per breve tempo, per scomparire pochi mesi dopo, non si seppe mai dove,
non si seppe mai come.
Stanco delle sue fatiche di romanziere, Farnese aveva pensato di
riposarsi scrivendo tre ampii saggi intorno all'opera di tre pittori
veneziani, che egli singolarmente prediligeva, Giorgione, Paolo
Veronese e Carpaccio. Nella primavera del 1891, mentre correva l'Italia
il suo nuovo libro, _Cieli stranieri_, libro d'impressioni dei suoi
viaggi in Spagna, in Irlanda, in Olanda, in Fiandra, in Palestina ed
in Oriente, egli rimase quattro mesi a Venezia, in un appartamento
originalissimo ch'egli aveva affittato in quel curioso palazzetto
Dario sul Canal Grande, che pencola un po' da un lato, e che si trova
quasi prospiciente alla misteriosa casa di Desdemona. In quei soavi
mesi di adorabile primavera veneziana, levato a primo mattino, Farnese
sbrigava qualche articolo e qualche cronaca che, non ostante il suo
riposo, doveva dare ai giornali ed alle riviste. Passava la mattina e
metà del pomeriggio a percorrere i luoghi dove erano quadri dei suoi
tre pittori, l'Accademia Reale di Belle arti, le chiese più lontane,
S. Sebastiano, i Frari, Santi Giovanni e Paolo, — San Zanipolo, come
abbreviano i veneziani — San Giovanni in Bragora, la Madonna dell'Orto.
Verso il mezzogiorno, dopo una breve colazione al Caffè Quadri o al
Florian, ritornava al lavoro e guardava, frugava, raffrontava, prendeva
note, fino al tramonto quando, salito in gondola, amava goderselo
su lo smisurato specchio della laguna o si faceva scivolare lungo
il Canalazzo per vedere luccicare all'oro del tramonto i bei marmi
orientali del palazzetto Dario dove abitava, o la facciata diamantata
della Cà d'Oro, o per vedere tingersi ancòra di rosa le marmoree
facciate del palazzo Contarini dalle Figure o del palazzo Foscari.
Pranzava quasi sempre con qualche amico in un caffè sul mare, rientrava
presto e prima di coricarsi leggeva, sbrigava la sua corrispondenza,
ordinava le moltissime note raccolte nella laboriosa giornata. Poi
dormiva d'un quieto sonno quasi infantile senza sogni e senza incubi
affannosi. Gli era quasi ogni giorno compagno in quelle esplorazioni
artistiche, Leonardo Loredano, bell'uomo di trentacinque anni,
scrittore rinomato, amico fedele, gentiluomo perfetto appartenente ad
una delle più nobili famiglie veneziane. Loredano aveva scritto romanzi
e commedie che avevan dato molta voga al suo bel nome: — romanzi che
erano quadri originali, grandi affreschi di quella vita cosmopolita
così ardente oggigiorno e così vibrante, ch'egli viveva continuamente;
commedie che eran fini esercitazioni di casistica sentimentale,
opere delicate di un Marivaux del secolo decimonono, un Marivaux
che bevesse l'_extra-dry_, fumasse i _londres_ e leggesse la _Vie
Parisienne_ su la terrazza marina di un caravanserraglio cosmopolita
di Cannes o di San Remo. Loredano era una delle figure più eminenti
di Venezia: appena trentacinquenne, era già stato per due anni e con
molto onore sindaco della sua divina città: gli avevano offerto la
candidatura politica, ma egli aveva preferito tornare ai suoi calmi
lavori letterari, riprendere i suoi incessanti viaggi a traverso il
mondo. In quella primavera la sua sosta a Venezia si prolungava per
restare con Farnese ch'egli amava molto. Qualche sera lo tratteneva
a pranzare con lui in casa sua, e fu ad uno di quei pranzi che
Farnese conobbe la sorella di Loredano, Beatrice, una snella figura
di donna, con due occhi neri, dolci e sognatori, un colorito pallido
che aumentava la sensazione di aristocrazia emanata da tutta la sua
ammaliante persona. Farnese era stato preso a poco a poco da quel
fascino, ed il poeta, che sonnecchiava in lui sotto il giornalista
ardente ed il romanziere crudele, si ridestava in quelle notti lunari,
quando i tre amici restavano su la terrazza tessendo sogni, allo
sciacquìo sonnolento dell'acqua nel canale sottostante. I suoi lavori
su Giorgione, Veronese e Carpaccio eran finiti da tempo e Farnese,
nel giugno, non accennava ancora ad andar via. Una sera egli seppe
che Loredano era improvvisamente partito per due giorni alla volta di
Milano. L'innamorato si era subito diretto alla casa dell'assente,
aveva chiesto della contessina Beatrice, rimastavi sola con la
governante inglese e, contro ogni probabilità, egli era stato ricevuto
in un salone sul Canalazzo, salone che l'unica lampada coperta da un
paralume rosa lasciava in misteriosa penombra. Beatrice, tutta bianca,
era seduta presso la finestra ed un raggio di luna l'inargentava. Il
poeta in Farnese aveva trionfato. Ed egli, lo scettico, il misogino,
il _professional Woman's hater_, l'odiatore professionale delle
donne, disse d'un tratto tutto quel che sentiva, il bisogno da cui era
commossa la sua anima, di una casa, di un'intimità, di una famiglia,
in quella sua spossante vita di lotta e di lavoro. Era stato lirico,
lui, solito di essere ironico; ma l'ironia aveva subito ripreso
il sopravvento; e, mentre la donna rispondeva commossa e propizia
all'offerta dell'innamorato, quel raggio di luna, quella veste bianca,
quella giovinetta tremante, quella penombra, l'eco dello sciacquìo di
quell'acqua nel canale sottostante, le grida lontane dei gondolieri,
l'avevano costretto ad una grande risata, mentre diceva alla donna, già
col cappello ed il bastone in mano: — «Noi facciamo il melodramma ed io
fuggo. Vi lascio su queste buone parole». — Poi, l'innamorato avendo
suggerito di tener per buone quelle promesse, egli aveva aggiunto: —
«Per tutto il resto m'intenderò con vostro fratello». Ed era andato
via, ridendo di sè stesso. Loredano, al ritorno, aveva accolto con
gioia e con bonomia quelle recentissime notizie insperate. L'innamorato
era partito subito dopo. Tornato in ottobre a Venezia, lo scrittore
ne ripartiva, poche ore più tardi, avendo al suo braccio la signora
Beatrice Farnese. Loredano contemporaneamente prendeva l'_express_ per
Londra, felice di poter ricominciare la sua vertiginosa esistenza nella
società di Cosmopoli.
La fortuna ed il nome di sua moglie s'erano aggiunti per Farnese alla
propria fortuna ed al vanto del proprio nome nel sospingerlo in un
mondo di eleganze e di raffinatezze che non era il suo. Fino ad allora
egli aveva vissuto in un mondo speciale ed originale di costumi e di
bisogni, un mondo di scrittori, di giornalisti, di artisti, di attrici
e di cavallerizze. Egli aveva amato le falsità delle quinte, i cattivi
sentori del palcoscenico; le parrucche incipriate delle cavallerizze
e delle _clownesses_ lo avevano affascinato, ed all'uscire dalle
austere sedute di lavoro o dalle serene discussioni con gli uomini
più eminenti, lo scrittore aveva sempre veduto la vita sotto una
cipria rosea, in uno sfolgorio di lumi, in un succedersi repentino
di desiderj e di ebbrezze. Raramente egli aveva frequentato quel
che oggi giorno chiamano il _gran mondo_, quasi i pettegolezzi e le
ciancie di cinquanta saloni potessero raccogliere gli innumerevoli
brividi elettrici della vita modernissima. In quei saloni egli aveva
fatto rapide comparse quando qualche successo metteva di moda fra
le belle duchesse il suo nome battagliero. Se ne era però subito
allontanato, a causa di quelli uomini eleganti che volevano far sentir
troppo al letterato la loro supremazia, e che anche nelle cortesie
svelavano quella protezione che si ha verso un intruso compatito e
sopportato perchè non se ne può fare a meno. Ma sua moglie nei primi
anni di matrimonio aveva sùbito voluto godere i fascini della vita
mondana, e tutti i saloni più esclusivisti di Roma si erano aperti
per lei. Farnese era stato accolto questa volta, dagli uomini,
come un buon compagno, — perchè vedevano in sua moglie una caccia
probabile; non gli parlavano più quasi disdegnosamente di letteratura,
ma lo intrattenevano intorno alle maggiori probabilità di riuscita
di un cavallo a uno _steeple-chase_ qualunque, intorno all'ultima
partita intavolata al Circolo, o al miglior paio di scarpe per il
_lawn-tennis_.
Farnese si rifaceva di quelle sere di costipazione intellettuale —
come egli diceva ridendo alla moglie — con ottime mattinate di lavoro
incessante e fecondo. Lo scrittore non aveva perduto le sue ottime
virtù di lavoratore metodico, di buon artigiano, com'egli soleva dire
asserendo che bisognava essere un buon artigiano per essere un vero
artista. Levato per tempo, lavorava sino a pomeriggio inoltrato; ma
alle quattro la vita mondana lo riprendeva nel suo rumoroso vortice,
sino al mattino seguente. A poco a poco, quelle eleganze e quelle
squisitezze avevano affascinato in lui il borghese rimasto sotto
la maschera dello scrittore scettico e la corazza dell'uomo rotto
alla vita. In breve, egli sentì l'ossessione di quelle eleganze, non
seppe più farne a meno, e qualche volta quasi avrebbe preferito al
suo bel nome di autore celebre un titolo qualunque, l'onore solenne
di duecentomila lire perdute in una notte di _baccarat_, il fascino
irresistibile d'essere stato vincitore di un _derby_. Ma erano
passeggeri e brevi momenti di debolezza: una seduta di lavoro lo
liberava da tutte quelle elegantissime ubbìe.
L'ironista risorgeva in lui. Venne allora la terza maniera di Farnese,
che fu quella che ebbe più successo di critica e di vendita. La
sua vita mondana a Roma, a Cannes, a Montecarlo o ad Aix-les-Bains,
lo indusse a riprodurre quella futile esistenza noncurante e nella
serietà medesima con cui il romanziere descriveva le eleganze più
deliziose e le etichette più infrangibili, si scandalizzava per la
minima scorrettezza, si entusiasmava a freddo per una marsina di
taglio inappuntabile o per l'impassibilità di un giocatore elegante
al tavolo verde, era un feroce fondo d'ironia, che sfuggiva agli
interessati ed ai colpiti, e divertiva tutti gli altri. Quei primi due
romanzi della sua terza maniera, _Catene d'Oro e Sirene_ furono sui
tabourets di tutte le principesse, nei gabinetti da fumo di tutti gli
elegantissimi. Intanto altre sue commedie trionfavano: _Una parabola,
Flavia, I tramonti_. Pubblicò anche sul giornale di Torrero, un piccolo
capolavoro di satira una serie di note intitolata _Giornale di uno
snob_, dove si risolvevano con la più esilarante compunzione questi
ardui problemi: se fossero migliori le cravatte di Boivin o di Kent,
quale ne fosse il nodo più acconcio, quale il più inglese taglio
per le giacchette; e sopra tutto una _Teoria dello smoking_, rimasta
indimenticabile, dove dieci uomini alla moda discutevano quattro ore
se fosse lecito o no indossare lo _smoking_ per teatro nelle sere
d'inverno.
Nel frattempo, egli aveva avuto due bimbi, uno maschio, Luca, che
presentemente aveva circa sei anni, ed una femmina di un anno minore,
Anna Maria. La moglie si era stancata della vita mondana, si era tutta
consacrata ai suoi bambini ed al marito e questi aveva continuato, ma
per poco tempo ancóra a correr solo i saloni, le sale d'armi, i circoli
e gli alberghi internazionali, poichè come un articolo di Claudio
Sanna, l'aveva lanciato nella bolgia letteraria, un altro articolo,
anche a firma di Claudio Sanna, lo salvò da una rovina verso cui egli
precipitava nell'incoscienza della sua nuova ebrietà. In quell'articolo
severo il vecchio maestro avvertiva Farnese delle cattive tendenze che
egli lasciava prendere alla sua opera, lo metteva in guardia contro
le sorprese dei successi troppo repentini; gli consigliava e augurava
un sano periodo di lavoro ed una nuova opera fortissima che potesse
accoppiarsi a quell'_Aurora_, rimasta fino allora il suo capolavoro.
Questo libro venne, frutto di un anno di raccoglimento e spoglio di
mondanità, e s'intitolò _I merletti_. Erano i merletti posti dalle
belle dame su le ferite sanguinolenti e turpi, l'inganno del ricamo, la
maschera di trina messa su la vergogna e sul peccato, l'eleganza che
giustifica, la massoneria morale dell'alta società: libro fecondo ed
inquieto, vera opera della maturità dell'artista. Pubblicati prima su
la _Nuova Antologia_ e poi in volume, _I merletti_ ebbero un successo
nel quale nè Farnese nè alcun altro avrebbe mai potuto sperare. In una
con tutte le sue virtù di narratore facile, elegante e drammatico, con
quelle delicatezze che pure solleticavano il gusto di qualcuno, la sua
spietata analisi psicologica, Farnese era in quel romanzo filosofo
e moralista; l'opera assurgeva a commento di un'idea, una morale vi
trionfava oramai.
Il romanziere aveva scritto questo romanzo in una villa presso Siena,
tra le tenerezze di sua moglie e le primavere gioconde dei suoi
bambini. Qualche raro amico rompeva per pochi giorni la monotonia di
quell'eremitaggio affettuoso e pensoso: Farnese serbava di quell'anno
un ricordo profumato, come del periodo più felice e più squisito della
sua vita. L'amore di Beatrice l'aveva sostenuto in questa opera di
maturità, spronandolo nelle ore di sconforto e di sfiducia, quando
pare che tutto crolli intorno all'artista in una notte densa e che il
pensiero vacilli; confortandolo nelle ore di tristezza, distraendolo
quando la sera, seduto per terra, egli chinava la fronte stanca sul
grembo di lei, al lume roseo della lampada, mentre dalle stanze
contigue giungevano i gridi spensierati del piccolo Luca e della
fragile e bionda Anna Maria. Ella era stata la guida e la mèta, lo
sprone e il riposo, collaboratrice e compagna, amante ed amata.
Giuliano Farnese aveva allora trentacinque anni. Finito il romanzo
_I merletti_, mentre questo correva trionfalmente l'Europa nel testo
autentico ed in quattro traduzioni, lo scrittore condusse la piccola
famiglia al mare, a San Remo, dove egli aveva una villa e dove Loredano
li raggiunse da Vichy; Farnese vi si riposò per due mesi senza toccare
la penna. Al loro ritorno in Roma, dopo un'assenza di più di un anno,
Farnese si era dedicato a una nuova commedia: _La chimera_. Ultimatala
nel febbraio, aveva ricevuto un bigliettino da Savarese, direttore del
Teatro Nazionale, che gliela domandava a ottime condizioni. Egli aveva
volentieri acconsentito, stabilendo col Savarese un convegno. Questi
si era ben guardato dal mancarvi e si era presentato nell'appartamento
che Farnese abitava in un villino del Macao, (accompagnato da Claudina
Rosiers che il commediografo non conosceva), avendo già nella tasca del
soprabito il contratto da firmare.
Claudina Rosiers aveva ascoltato nervosamente la lettura della
commedia. In certi momenti aveva pianto, mentre Farnese ironicamente
sorrideva. Poi, andandosene con Savarese, ella aveva guardato lo
scrittore con gli occhi ancóra pieni di lacrime, convulsa. Questi
era rimasto un momento a guardare la porta donde i due erano usciti.
Poi, scosse le spalle, aveva acceso una sigaretta e si era rimesso al
lavoro.
Una settimana dopo le prove erano incominciate.