Disse per primo Callia: — Io bevo alla Ricchezza, alla mia dolce e
docile Ricchezza, dispensiera di libertà. Essa mi concede di onorare
con bei simposi, in questa bella casa, con tanti servi, con questo
inebriante vino, i cari amici.
Disse un altro dei convitati: — Ed io, o Callia, propino e bevo —
perchè tu ci offri questo nobile vino — alla mia grande, vergine,
libera Povertà. Divina cosa, amici, la Povertà! Già tu la custodisci
senza forzieri, con la dolce negligenza essa fruttifica, il dente
dell’invidia non la morde; i figli non ti augurano di andar presto
a ritrovare Caronte. Anch’io sono libero, o Callia, io con la mia
povertà!
(Queste cose si potevano dire allora quasi sul serio, per tante ragioni
per le quali la povertà non aveva l’odore così cadaverico che ha oggi).
Un giovanetto non ancora segnato nel volto di alcuna lanugine,
inghirlandata la breve fronte di rose come un nume, fissando Callia con
ferme pupille, parlò così per terzo e come devotamente: — Io mi glorio
e mi esalto della mia, oh fuggitiva bellezza! la quale mi concede di
essere caro a te, o Callia, o unico, o solo mio bene!
(E anche ciò poteva a quei tempi esser detto, se è permessa la
contraddizione, naturalmente. Le signore non potevano protestare).
— Permettete allora, signori ed amici, — disse quel tal Filippo, — che
anch’io dica la mia. Io mi esalto e glorio perchè son nato buffone.
Socrate nostro non può profferire parola che non sia seria; io invece
non posso dir cosa che non sia buffonesca. Dire una cosa seria è per
me impossibile: come diventare immortale. Socrate dice di sentire
l’ambrosia di non so qual Nume o Demone di dentro. Io sento dentro di
me un onesto suino che annusa l’ambrosia delle buone pietanze.........
— Ehi, ehi! — interruppe d’un tratto il buffone Filippo. — Si può
sapere che cosa fanno quei due laggiù? Ma quella è la danza, diciamo
così, del ventre!
Infatti la bella donna ed il giovane aulete, rimasti senza occupazione,
avevano per conto loro attaccata una danza, una danza.... Come
dire? Un’abbominevole danza: quella che è detta oggi la danza degli
Apaches, la danza dei selvaggi che piace anche alla nostra buona
società. Io credo che sia una riproduzione dell’antica danza che i
due primi selvaggi, Adamo ed Eva, danzarono la prima volta ed ebbe per
conseguenza Caino ed Abele: una specie di _tango_.
La donna era di un verismo assai perturbante.
— Smetti, ragazza, — gridò Filippo. — Mi si desta Afrodite, e sorge
Eros.
Cosa strana! In tutti si destava Afrodite, ed anche Eros.
E poichè i due smisero, furono mandati via.
— Per Giove, — esclamò Callia, — sapete, amici, che Eros, Amore, è un
dio misterioso anche lui! Misteriosa certamente è Demetra; misteriosa è
Minerva, ma anche Amore non ischerza!
— E il modo come si manifesta!
— E come è invincibile!
— E come è indomabile!
— Il più giovane ed il più bello degli Iddii, perchè chi può imaginare,
signori, Amore non dirò con la barba bianca, ma con la barba?
— E nel tempo stesso, signori, il più vecchio fra gli Iddii, perchè
come sarebbe nato Giove se prima non c’era Amore?
— E il più corroborante fra gli Iddii! Più assai di Dioniso di cui poco
fa parlava Socrate! Non ci fu che quel vile di Paride, che quando era
preso da Eros, si sdraiava sul letto: ma io allora sbranerei i leoni,
lotterei coi centauri, coi Lapiti, pur di arrivare all’oggetto che
concupisco!
— La più bella istituzione del mondo è Eros!
— La più piacevole!
— La più esilarante!
— Sparsa dovunque: dovunque ci si volta, ecco Amore!
Così dissero i convitati di Callia in lode d’Amore.
*
«Oh, gli indecenti maschi avvinazzati! gli orribili Ateniesi!» —
potrebbe qui esclamare la mia ideale signora — «I profanatori, non i
lodatori d’Amore!»
«Ecco, signora: io credo piuttosto che tutto provenga da un diverso
modo di giudicare l’Amore. Per noi moderni l’Amore è una cosa così
complicata, così difficile, così piena di conseguenza! E poi troppo
ideale: e spesso l’ideale se ne va, e non rimane, _pardon!_, che il
pitale d’Amore.
Per gli Elleni invece era una cosa più semplice. Essi volevano soltanto
conoscere che cosa era quel delizioso furore di Eros: un problema
scientifico! E perciò i nostri convitati stanno per dire cose un po’
sciocchine, un po’ puerili specialmente per chi è abituato alla nostra
così spaventosa psicologia dell’Amore; e, forse, un po’ invereconde: ma
tutto il loro discorso non fu inverecondo perchè nella loro mente Eros
si presentava come un problema scientifico.
*
Disse, dunque, uno dei commensali:
— Come si spiega, o amici, l’arduo problema che c’è l’amore degli eroi
e l’amore, diremo così, dei suini?
— È semplicissimo, — rispose un altro dei commensali. — Afrodite, la
mamma di Amore, ha avuto due figliuoli; cioè due Amorini, un Amorino
eroe e un Amorino maiale, in quanto che la nobile dea ha creduto di non
far torto a nessuno....
— Ma, e perchè, — chiese un terzo, — due putti, uno maschio ed uno
femmina, sono a un dipresso uguali, sino ad una certa età: ridono,
scherzano insieme; poi viene un bel momento che la puttina trema
davanti al maschio; ha paura e fugge; fugge, ma lascia andare tutte le
chiome lunghe lunghe per essere presa, e quando è presa, non piange ma
ride? Se poi giungono alla vecchiezza, perchè tornano uguali, tornano a
giocare in pace innocente ancora, come Filemone e Bauci?
— E perchè, — disse un altro, — questa caccia furibonda e continua; e
perchè, questo è ben un mistero! perchè qualche volta avviene che un
maschio rincorre un altro maschio; e qualche volta una femmina corre
dietro una femmina?
— Oh, — disse un altro, — la spiegazione è abbastanza semplice: Giove
quando creò la creatura umana, si pensò di congegnarla nel modo più
compiuto e dilettevole; e perciò la combinò per tal guisa che in
un solo individuo ci fosse maschio e femmina insieme. In principio,
dunque, non esisteva l’uomo e la donna: ma soltanto l’androgìno, cioè
l’uomo-donna.
Chi sa come andarono le cose? Giove dice che l’androgìno era
prepotente, cattivo ed ingrato. V’è chi dice che Giove si stancò
dell’androgìno, nello stesso modo che i gran signori si stancano dello
stesso balocco. Il fatto è che Giove si mise a spaccare tutti gli
androgìni in due, come si fa con le acciughe, e diceva: Se non siete
buoni, vi spaccherò in quattro, ed anche in otto! Ed ecco che, fatta
appena questa operazione, la metà maschia si mise a cercare la sua metà
femmina, spasimando come tante biscie tagliate. Questa cosa è tanto
vera che anche oggi la moglie è chiamata la mia «metà». Ma chi sa dove
si trova la sua metà? Ed è per questo che quasi nessuno è contento
della sua metà, ma desidera molto di mutare la propria metà, per vedere
se trova quella che già combinava con lui. Spesso poi avviene che una
metà maschia si attacca ad un’altra metà maschia, ed una metà femmina
si appiccica con un’altra metà femmina, tanto è il cieco furore della
caccia!
Così spiegò uno dei convitati, e tutti furono soddisfattissimi.
Tutte queste spiegazioni non erano propriamente la verità: ma è
necessaria agli uomini la verità quando basta agli uomini una fola?
Ora siccome ognuno aveva detta la sua, così si volle sentire anche
Socrate; ed ecco, quest’uomo, dissimile da tutti gli altri uomini,
venir fuori, non con un’altra storiella piacevole, ma con una di quelle
cose lugubri che si chiamano verità.
— Perdonate, signori ed amici, — disse, — la mia dappocaggine, la mia
inguaribile dappocaggine, per effetto della quale non mi è possibile
dire altra cosa che non sia la verità. Vi devo dire che cos’è Amore?
Amore è una volontà di vivere, un disperato e oscuro bisogno che ogni
essere mortale sente di generare la sua immortalità. Perciò ogni essere
creato combatte e vive in difesa del suo germoglio, cioè de’ suoi
figli, che formano la sua immortalità.
— Ma allora, — esclamò con dolce stupore il giovanetto che si era
vantato della sua bellezza, — i miei amori sarebbero riprovevoli amori
perchè io non germoglio.
— Allora, Socrate, — disse Callia, — Amore non sarebbe precisamente il
Piacere!
— Il Piacere, — ripetè Socrate, — serve per la vita, caro Callia, ma
non è la vita.
— Permettimi, caro Socrate, di osservarti, — disse Filippo, — che le
tue opinioni sono piuttosto melanconiche e restrittive. Io per me mi
sento perfettamente suino o faunico che tu voglia dire; io non ho alcun
bisogno di immortalità; anzi ho paura dell’immortalità. Da bere, da
bere, Callia, e in grandi crateri, questa volta, anche se a Socrate non
pare. Tu ci vuoi far digerire male la gioia del convito!
*
Povero Socrate, così buono e intelligente! Egli non aveva nessuna
intenzione di disturbare la gioia di quel convito: era quella malattia
della verità!
E chi non beve il dolce vino della favola, ma si ostina a bere l’acqua
cruda della verità, corre il rischio di rotolare e far mala fine,
come San Francesco gran bevitore d’acqua, che, per contemplare l’alta
verità, rotolò dal monte della Vernia.
*
Sul far dell’alba ognuno se ne tornò alle sue case.
Ma Socrate era ancora lì con il suo buon Apollodoro sulla riva del mare.
Parlò allora Apollodoro, che per timidezza mai aveva parlato durante il
banchetto.
— Quale splendente verità tu hai detto, Socrate mio, — esclamò
Apollodoro con venerazione, — più bella e luminosa dell’occhio del sole
che ora sorge e accarezza l’Acropoli.
— Considera, considera, Apollodoro mio, — diceva Socrate, — anche
queste altre verità.
— Quali, Socrate?
— Ecco: sai tu, Apollodoro, quanti figliuoli abbia avuto Giove?
— Impossibile, Socrate. Chi li può numerare?
— Vero! I figliuoli di Giove sono innumerevoli. Però osserverai una
cosa: che, fatta una sola eccezione per la dea Minerva la quale venne
fuori da per sè dal cervello di Giove e non succhiò latte di donna,
tutti gli altri figliuoli Giove li ha generati dalle più belle femmine
del mondo, tutte bianche, tutte docili, tutte devote, tutte silenziose:
Elettra, Europa, Leda, Alcmena! È strabiliante, Apollodoro, ma è così,
proprio così! Il termine più alto della bellezza che la nostra mente
contempla, è la donna; e noi cerchiamo appunto di procreare nella
maggior bellezza per creare la immortalità più bella.
— Sublime verità tu hai detto, o Socrate, — rispose l’estatico
Apollodoro. — Oh, ecco che spiego ora a me stesso perchè anch’io, che
disprezzo tutte le cose mondane, pure non so staccare questi peccanti
miei occhi dalla bianchezza della donna! E anche tu la guardi, Socrate.
Socrate sospirò profondamente.
— Ah, perchè — prosegui Apollodoro — le belle donne allontanano invece
lo sguardo da te? Perchè tu, come Giove, non puoi ingannare la loro
stupidità, trasformandoti in cigno, in pioggia d’oro, in bianco toro
come fece quel Dio? Chi sa quale generazione immortale verrebbe fuori!
Altro che Ercole! altro che Achille! altro che Castore e Polluce!
Oh, ecco Minerva, vedi, o Socrate, — esclamò Apollodoro, — la divina
Minerva dovrebbe congiungersi con te.
— La quale sventuratamente — disse Socrate sorridendo — è nata sterile.
Apollodoro, col capo in giù, pensava alla singolare fatalità che
Minerva era sterile, e solo quella bianca oca di Leda fu capace di
covare quattro ova per volta!
— Però, — disse Socrate levando la faccia camusa e sorridendo alquanto,
— tu puoi generare anche con Minerva!
— Generare con Minerva? — chiese Apollodoro. — E che nascerà?
— Nascerà l’idea! — disse Socrate.
(Beatrice, l’amante di Dante, infatti, non soltanto fu sterile, ma
non aveva che due grandi occhi ed un manto; eppure generò la _Divina
Commedia_).
— Sublime, generare l’idea! Questa è la grande immortalità! — esclamò
Apollodoro.
Ma ora anche Socrate ritornava col capo all’ingiù.
Forse pensava come fosse complicato quel problema di Amore, che egli
aveva al banchetto di Callia enunciato un po’ troppo semplicemente.
Dall’Amore del suino per la bella suina allo scopo di immortalare la
razza dei suini, all’Amore di Dante per la scarnificata Beatrice, è
tutta una scala indefinita: ma una femmina è indispensabile: o suina o
Beatrice.
Ahimè! forse la fola dell’androgìno valeva quanto la verità enunciata
da Socrate!
Essi così si stavano muti sulla riva dell’azzurro mare al mattino, e il
sole indorava l’Acropoli, quando Apollodoro esclamò:
— Socrate, guardati! ecco viene Santippe.
— Fuggiamo, figliuolo mio, — disse Socrate.
— Impossibile! Ti ha riconosciuto. Senti già le alte strida?
Era Santippe, infatti. Ella si era imbattuta nella comitiva dei
convitati di Callia, che ritornavano in Atene. Aveva chiesto di Socrate
e quelli ridevano.
— Maledetti bardassi! cinedi porci! — aveva detto contro le loro
risa, ed aveva seguitato a girare per ritrovarlo quel vagabondo di suo
marito.
— Eccolo qui, — disse, — che non si accontenta di aver persa la notte;
ma anche il mattino! A casa, dico, che tu sei ubriaco fradicio!
E presolo per la mano se lo trascinava dietro a gran passi. — Ma che
proprio tutto io, tutto io? io accendere il fuoco? io scopare? e tu in
giro a far gozzoviglia, muso da cane?
*
E quando Socrate fu giunto a casa, un visetto, un po’ camuso anche lui,
si levò dagli stracci della sua cuna: due occhietti luccicarono, due
manine batterono a palma a palma: _File pappos_, Papà mio!
Era il suo ultimo germoglio.