La cena dell’amore.
Non si deve credere però che la buona società di Atene non istimasse
Socrate. In questo caso sarebbero stati Beoti, ed essi erano Ateniesi!
Certo spendevano più alla bottega di Protagora che a quella di Socrate;
ma, oh, buon figliuolo di Sofronisco, come potevi tu pretendere che la
gente venisse da te a comperare la _Dike_, la _Enkrateia_, la _Noùs_,
quel tremendo esplosivo che è la _Noùs_? Vendere la _Noùs_ per le
strade, sono cose, figlio di Sofronisco, che fanno strabiliare! Sono
cose che non poterono avvenire che in Atene, la città della giovinezza
del mondo.
— Signori Ateniesi, questa merce si vende per nulla. Si vende per
nulla, non perchè non sia preziosa, chè la è preziosissima! Ma è che
uno dei due sfuma, o il denaro o la merce! — così diceva Socrate.
E gli Ateniesi lo ascoltavano con curioso piacere: naturalmente, non
comperavano.
— Se comperiamo codesta merce, — dicevano, — noi temiamo, o Socrate,
di diventare brutti come te! — Lo ascoltavano però volontieri: spesso
lo invitavano a cena, e mai gli fecero delle beffe: la qual cosa gli
sarebbe certamente accaduta se fosse vissuto in _Fiorenza_, la città
delle beffe. Naturalmente, quando era invitato a cena, il buon uomo
si ripuliva alquanto, perchè la società ateniese ci teneva molto
all’eleganza: non però sino al grado di noi moderni, in cui i venditori
di eleganza — camiciai, sarti, scarpai, ecc. — costituiscono un
sindacato della rispettabilità.
E fu così che un giorno Apollodoro vide Socrate tutto ripulito, e
siccome questa cosa gli accadeva di rado, Apollodoro meravigliò forte.
Non mancava a Socrate che di essere profumato come costumavano tutti
allora indistintamente gli Ateniesi.
Allora non c’era il precetto: «Amate il vostro prossimo!» e si
suppliva con quest’altro: «Profumate il vostro prossimo!» E così
l’uomo accostando il naso al suo prossimo, sentiva subito qualcosa di
piacevole. Ma Socrate preferiva il profumo della verità.
Apollodoro che lo vide così azzimato, meravigliò forte. Apollodoro era
un’anima candida e quindi un poco irosa.
— Dove vai, Socrate? Perchè così vestito? Che sollecitudine è la tua di
questa pomposità mondana e superflua? Non carichiamo e scarichiamo oggi
la _Noùs_, la _Dike_?
— Caro, — disse Socrate, — io, come vedi, mi sono fatto bello perchè
oggi sono chiamato a cena da persone che sono tutte belle.
Egli era in quel giorno invitato da Callia, un giovane signore, uno
_sportman_ — diremmo noi oggi — il quale aveva vinto il _grand prix_
delle Panatenaiche.
— Vieni anche tu, Apollodoro, — disse Socrate.
— Ma non sono invitato! — rispose Apollodoro, il quale appunto come
anima candida ed irosa, era anche anima timida.
— E se non sei invitato? Ti invito io. Una persona per bene è sempre
ospitata con piacere da un’altra persona per bene.
Così parlò Socrate, e così si avviarono, lui e Apollodoro, alla casa di
Callia.
*
Callia abitava una villetta, un po’ fuori di Atene, sulla riva del
mare. Una piacevole passeggiata! E i sandali di Socrate e di Apollodoro
andavano allegramente.
Appena Socrate fu in vista della villa di Callia, vide molti e bei
giovani che lo attendevano.
Callia si fece incontro a Socrate e lo salutò con queste parole:
— Ben venuto, Socrate: noi ti abbiamo invitato a cena, perchè tu,
essendo libero da cure mondane, farai più onore a noi che se avessimo
invitato Anito, il presidente della Repubblica, o Meleto il basileo, o
qualsiasi altro arconte o generale.
(Mai uno _sportman_ dei nostri tempi sarebbe stato capace di così
intelligenti e graziose espressioni!)
*
E quando tutti si furono acconciati ne’ loro divani attorno alla mensa,
data l’acqua rosata alle dita, disse Callia bonariamente ai servi:
— Fate da voi, ragazzi, e fate le cose per bene, perchè noi vogliamo
mangiare e bere in pace.
«Ma, e le signore? non c’erano al banchetto di quel _gentleman_ le
signore?» potrà domandare qualche signora, se qualche signora sarà
lettrice di questo libro.
«No! a quei tempi le signore erano escluse dai banchetti. Servivano
soltanto come decorazione; muta, però.
Ma è imaginabile, signora, Socrate che va alla cena di Callia con
Santippe a braccetto? È stato Cristo, signora, che ha introdotto le
signore nei banchetti: una marsina nera ed uno scollato bianco, in gran
contegno. Gli Ateniesi non usavano nemmeno il contegno, perchè stavano
sdraiati sui sofà, ed i fiori, anzichè sulla tavola, erano collocati
sulle teste.
«Oh, gli orribili Ateniesi, sdraiati sui sofà senza l’intervento del
sesso gentile! Chi sa quali scostumatezze!»
«Pur troppo, signora! L’uomo, o signora, è in alcuni rari casi di tipo
apollineo, qualche rara volta di tipo dionisiaco, ma più spesso di tipo
faunico, cioè bestia, e allora ruzzola sotto la tavola tanto oggi come
allora.»
*
La cena passò lietamente. I piatti erano d’argento e non usava la
seccatura di mutarli.
Finita la cena, fu fatta entrare una leggiadrissima giovinetta, vestita
di un semplice _kiton_, che null’altro era che un quadratello di
stoffa, come un vessillo, ma messo con garbo: allora le Ateniesi belle
vestivano tutte così, con molta semplicità; come oggi, che le signore
portano certe _toilettes_, come dire? semplici.
Un giovane aulete, o suonatore di flauto, accompagnava la fanciulla.
Questi intonò il suono, e poco dopo, ella, come indolente, slegò e
scosse le membra della sua statua: le animò un po’ per volta, poi
furentemente, freneticamente. Ora ella, lieve, si trascinava dietro
il ritmo dell’aulete che, a fatica, con il collo turgido, la seguiva
zufolando.