L’_estancia_ abbandonata.
Le _estancias_ delle _pampas_ consistono ordinariamente in un grande
recinto formato da tronchi d’alberi ben uniti, onde potere, in caso di
attacco, opporre una valida resistenza agli assalti degli Indiani, e in
una o due capanne di mattoni cotti al sole e qualche volta di semplici
frasche, che servono di abitazione ai _puesteros_, o pastori.
Si trovano disseminate in non piccolo numero sul territorio dipendente
dalla Repubblica Argentina, ma divise da moltissime leghe e qualche
volta tanto lontane dai centri abitati, da non avere che rarissimi
contatti con altri esseri viventi. Servono di ricovero alle numerose
pecore, ai buoi e ai cavalli dei grandi proprietari, i quali talvolta
possiedono parecchie migliaja di animali, affidati alla custodia di
pochi pastori, che ordinariamente sono baschi, o tedeschi, o alsaziani,
ai quali corrispondono una paga di sessanta lire mensili, oltre una
certa provvista di _matè_, di zucchero, di rhum e di candele.
Le occupazioni di questi _puesteros_, chiamati anche _corrales_,
si limitano al taglio della lana, che poi rinchiudono in sacchi per
consegnarla al _catapaz_ del padrone, all’allevamento degli animali
e alla difesa di questi contro i ladroni delle _pampas_, o contro gli
assalti dei coguari e dei giaguari.
L’_estancia_ che stavano per occupare i fuggiaschi, non differiva molto
dalle solite. Era però piccola, avendo un recinto limitato, e conteneva
una sola capanna costrutta con mattoni cotti al sole e in parte
sfondata.
All’ingiro non si scorgevano che degli ammassi di sterco, alcuni
carcami di pecore, un carro che pareva avesse sostenuto un furioso
assalto, a giudicarlo dalle sue tavole squarciate e dalla sua coperta
sventrata, e alcuni teschi di buoi, che parevano avessero servito di
sedili ai _puesteros_.
Nessun’anima vivente nè all’esterno nè all’interno, eccettuati
alcuni _chimango_, certi uccelli amanti delle carogne, che stavan
sonnecchiando indolentemente sulla cima della capanna.
Ramon, dopo essersi assicurato con una rapida occhiata che nessun
indiano si trovava nascosto nel recinto, si avanzò fin presso la
capanna, poi balzò a terra, invitando i compagni a fare altrettanto.
Tenendo sempre il trombone in mano, fece il giro della catapecchia con
molta precauzione, poi entrò, tenendo l’arma tesa. Visto che l’interno
era affatto vuoto, si rassicurò e, volgendosi verso i compagni, disse:
— Siamo in casa nostra.
— Non c’era bisogno di tante precauzioni, — disse Cardozo: — chi poteva
occupare questa catapecchia?
— Dagli Indiani si può aspettare qualunque sorpresa, — rispose il
_gaucho_. — Nella _pampa_ la prudenza non è mai troppa.
— È vero, — affermò il mastro.
— Ma dove saranno fuggiti i proprietari di questo recinto? — chiese
Cardozo.
— Non ne so più di voi, — rispose Ramon.
— Che abbiano avuto con loro delle pecore?
— Forse delle migliaja.
— E dove saranno ora?
— Probabilmente disperse per la prateria.
— Qualche altro proprietario le farà sue allora.
— V’ingannate, Cardozo, — disse il _gaucho_. — Gli animali della
_estancias_, siano cavalli, buoi o pecore, portano tutti una marca,
che non è sconosciuta ai grandi allevatori. I primi la portano impressa
sulla pelle, e si fa con un ferro rovente, e le pecore sulle orecchie,
onde non guastare la loro lana, che, come voi già saprete, è molto
pregiata sui mercati argentini. Queste marche vengono poscia depositate
presso le autorità argentine e sono una garanzia pei proprietari, che
più nulla hanno da temere.
— È vero, — disse Diego. — Nessun proprietario ardirebbe porre la mano
su di un animale che porta una marca appartenente ad un altro.
— I proprietari di questa _estancia_ hanno adunque la speranza di
ricuperare un giorno i loro armenti?
— Sì, Cardozo, se non cadono però fra le mani degli Indiani, — disse
Ramon.
— Quando voi siete venuto qui, avete trovato degli animali? — chiese il
mastro al _gaucho_.
— Un centinajo di buoi, che erano ritornati senza dubbio da pascoli
lontani.
— Forse gli stessi che lanciaste contro di noi?
— Sì, mastro, — rispose Ramon sorridendo. — Mi avevano seguìto, e io ne
ho approfittato per tentare di sbaragliare l’avanguardia dei Tehuels,
onde facilitarvi la fuga.
— Ma come avevate saputo che noi eravamo nelle mani di quei pagani? —
chiese Cardozo.
— Sì, sì, narrate, — disse il mastro, accomodandosi sul cranio di un
bue.
— Vi ricorderete senza dubbio di quella terribile notte in cui ci si
diede la caccia.
— Non l’ho scordata, — rispose Diego. — _Carramba!_ che brutta notte!
— Io era fuggito verso l’est, inseguito da una dozzina di Patagoni,
che mi lanciavano dietro delle _bolas_ per storpiarmi il cavallo e
per fracassarmi il capo. Non so quante miglia percorsi, abbattendo di
quando in quando qualche inseguitore a colpi di trombone, quando mi
trovai d’improvviso dinanzi al Rio Negro.
«Lo attraversai e mi rifugiai sulla riva opposta, dove mi nascosi in
mezzo a dei fitti cespugli. Credevo di essermi assai allontanato dal
luogo dove avevo lasciato voi, quando invece mi accorsi di trovarmi a
poche centinaja di passi dall’accampamento dei Tehuels.
«Ignorando cosa fosse avvenuto dei miei compagni, stetti nascosto, e
all’indomani, ai primi albori, scorsi i Patagoni attraversare il fiume
assieme con voi.
— Ah! voi eravate a pochi passi da noi? — chiese il mastro.
— Sì, e vi distinsi perfettamente, legato in groppa ad un cavallo.
Cardozo era portato da due uomini di statura gigantesca.
— È vero, — disse il mastro.
— Non potendo venire in vostro soccorso, riattraversai il fiume onde
cercare Pedro e concertarmi con lui per la vostra liberazione. Ma,
ohimè! il mio povero fratello era caduto sotto i colpi dei nemici e
trovai il suo cadavere semidivorato dai giaguari della pampa.
— Infelice! — esclamarono Diego e Cardozo, profondamente commossi.
— Seppellii il povero Pedro, — continuò il _gaucho_, — e mi misi in
traccia di ajuti, risoluto a strapparvi dalla prigionìa. Sapendo che
qui un tempo esisteva una _estancia_, mi diressi a questa volta; ma
i _puesteros_, spaventati forse dall’insurrezione dei Pampas, erano
fuggiti.
«Trovati i buoi, discesi verso il sud, e vi incontrai coll’avanguardia.
Voi sapete de’ miei tentativi, che non riuscirono che in parte; ma vi
giuro che non vi avrei abbandonato, avessi dovuto affrontare da solo
quelle canaglie.
— Siete un bravo compagno, Ramon, — disse il mastro, stringendogli
vigorosamente le mani. — Noi tutti vi ringraziamo di quanto avete fatto
per la nostra liberazione.
— Bah! non parliamone più, — disse il _gaucho_. — Ora pensiamo a
procurarci dei cavalli, e poi cercheremo di guadagnare la frontiera del
Chilì, che non dev’essere lontana più di sei o sette giorni di marcia.
— Cosa dobbiamo fare intanto?
— Voi e Cardozo batterete i dintorni onde procurarci della selvaggina,
il vostro compagno rimarrà a guardia dell’_estancia_, e io andrò in
traccia dei cavalli.
— Sperate di trovarne?
— Ne troverò: siate certo. Se occorre, mi spingerò assai lontano, verso
il lago Urre, sulle cui rive vivono delle numerose bande di cavalli
selvaggi.
— All’opera dunque, — disse il mastro.
— Sì, affrettiamoci: prima di venir sorpresi dai Patagoni, dobbiamo
essere pronti.
Infatti la prudenza più elementare insegnava di affrettare i
preparativi per la partenza. I Patagoni, che a quell’ora dovevano
essersi svegliati, non potevano tardare a mostrarsi, sicuri di riavere
il loro stregone e i due figli della luna.
Il _gaucho_, che pareva instancabile, rimontò in sella e spinse il
suo cavallo verso l’est; Cardozo e il mastro, gettatesi in ispalla le
carabine, si avventurarono nella prateria, mentre il signor Calderon si
appollajava sulla cima della capanna onde sorvegliare i dintorni.
La giornata prometteva di essere buona pei due cacciatori. Per l’aria
volteggiavano immensi stormi di avoltoi neri, di vindita, di pernici
da campo, e attraverso le erbe si vedevano fuggire in non piccolo
numero struzzi, volpi _azara_ e _viscacha_, piccoli roditori, che si
affrettavano a rifugiarsi nelle loro tane. In lontananza correvano
disordinatamente anche parecchi guanachi, i quali però parevano di non
aver voglia di lasciarsi avvicinare.
Cardozo e il mastro, dopo aver dato uno sguardo verso il sud, onde
assicurarsi che per allora nessun pericolo minacciava l’_estancia_,
e un altro verso l’est, dove galoppava il _gaucho_ in traccia dei
cavalli, che non si scorgevano in alcuna direzione, si diressero verso
alcune macchie, in mezzo alle quali giganteggiava un ombù dal superbo
fogliame.
— C’imboscheremo colà, — disse il mastro, — e faremo fuoco sulla
selvaggina che verrà a tiro delle nostre carabine.
— Bell’idea, marinajo, — rispose Cardozo, — poichè, se devo dirti
la verità, ho i piedi gonfi e le membra fracassate da quella corsa
furiosa.
— Ne avremo ancora per poco, mio povero ragazzo. Se tutto va bene, fra
otto giorni potremo riposarci in un comodo albergo.
— Lo spero, mastro. Ehin! Cosa vedo là?
— To’! — esclamò il mastro, fermandosi. — Si direbbe un bue che sta
schiacciando un sonnellino.
— O una carogna?
— È ciò che sapremo presto, Cardozo.
A due o trecento passi da loro, coricata fra le erbe, si vedeva
una massa biancastra che somigliava ad un grosso bue. Quantunque
all’intorno svolazzassero in gran numero dei grossi falchi, detti dagli
indigeni _carrancho_, non si muoveva.
— Temo che sia una carogna, — disse il mastro, dopo aver fatto alcuni
passi. — Quegli uccelli non ardirebbero abbassarsi tanto su un essere
ancora vivo.
Il mastro non si era ingannato. Il bue, che era di forme colossali,
pareva morto da parecchio tempo: nondimeno Cardozo, che si era
avvicinato per meglio osservarlo, notò con molta sorpresa che non
tramandava alcun odore.
— Che sia morto da soli pochi giorni? — chiese egli. — In tal caso
possiamo levare alcune bistecche.
— Prova a toccarlo, — rispose il mastro.
Il ragazzo ubbidì; ma, appena vi si appoggiò sopra, la massa cedette
con un grande scricchiolìo di ossa infrante, mentre dal disotto
fuggivano degli strani animaletti, che pareva si fossero trovati un
ricovero là dentro.
— Cosa sono? — chiese Cardozo, facendo un salto indietro.
Il mastro, invece di rispondere, afferrò la carabina per la canna e si
mise a picchiare furiosamente gli animaletti; ma questi si ripiegarono
in forma di palla, presentando a quei colpi una specie di corazza
ossea, che pareva fosse più dura del ferro.
— Non ne verrò mai a capo, — disse il mastro, arrestandosi. — Ci
vorrebbe un martello del peso di un quintale per sfondare queste
dannate scaglie.
— Ma che animali sono? — chiese Cardozo.
— Armadilli, o, meglio, fiere corazzate, — rispose il mastro. —
Osservali bene, figliuol mio: ne vale la pena.
Cardozo si curvò e guardò quegli strani animali, dei quali aveva udito
più volte vagamente parlare. Erano piccoli quanto una volpe giovane,
armati di lunghi artigli, che dovevano essere duri quanto l’acciajo,
e avevano il corpo difeso da lunghe piastre ossee, traversali nella
direzione dei fianchi, grosse e assai resistenti a giudicarle a colpo
d’occhio. Anche la testa appariva difesa da una specie di visiera di
grosse scaglie, che dovevano essere a prova di palla.
Ripiegati strettamente, colla coda sotto il ventre, non si muovevano e
presentavano ai nemici una specie di palla, completamente difesa dalle
scaglie.
— Che bizzarri animaletti! — esclamò Cardozo. — Cosa facevano nel
ventre del bue?
— Mangiavano la sua carne, — rispose il mastro. — Gli armadilli amano
nutrirsi di carni corrotte, e quando trovano la carogna di un bue o di
un cavallo vi si cacciano dentro, non lasciando intatte che le ossa e
la pelle.
— E non si possono ammazzare?
— La loro corazza sfida la scure e la sega.
— Sono buoni da mangiarsi?
— Passano per eccellenti.
— Ma come faremo a portarli via?
— Li legheremo, e quando li avremo messi su di un bel braciere, ti
assicuro che si cucineranno a meraviglia, malgrado la loro corazza. A
noi, care bestioline.
Il mastro sciolse una lunga corda che portava stretta ai fianchi, legò
gli armadilli solidamente e li appese ad un ramo onde ritrovarli al
ritorno.
— Ora continuiamo la caccia, — disse egli, quand’ebbe terminato
l’operazione. — L’arrosto per ora l’abbiamo; il resto verrà dopo.
Abbandonarono la carcassa e si diressero verso il boschetto, dove
speravano di trovare qualche cosa di meglio degli armadilli. Stavano
per entrarci quando Cardozo, che girava gli occhi in tutte le direzioni
onde cercare di scoprire la selvaggina, fece osservare al mastro
numerosi monticelli, sui quali si tenevano ritte delle grosse civette,
che pareva spiassero i cacciatori.
— Cosa fanno là quei brutti uccelli? — chiese egli.
— Sono le _sechuza_ dei _gauchos_, — rispose il mastro.
— E cosa fanno su quei monticelli?
— Ci spiano.
— Hanno il loro nido?
— Sì, entro quei monticelli. Se tu provassi avvicinarti, le femmine
non tarderebbero a fuggire nella tana, mentre i maschi ti correrebbero
addosso colla speranza di spaventarti.
— E son essi che si scavano le tane?
— Qualche volta sì; ma per lo più occupano quelle delle _viscacha_, che
sono grossi roditori di prateria. Guarda che brutte smorfie ci fanno.
— E quegli altri monticelli cosa sono?
— Dei formichieri.
— Nidi di formiche vuoi dire?
— Sì; ma... to’! non vedi tu muoversi qualche cosa presso quei
monticelli?
Il ragazzo si alzò sulle punte dei piedi e guardò attentamente nella
direzione indicata.
— Infatti, — disse poi, — mi pare che qualche animale o grosso uccello
si agiti laggiù.
— Andiamo a vedere, Cardozo. Forse ci sono delle costolette per la cena.
I due cacciatori si gettarono a terra per non far fuggire l’animale
o il volatile segnalato e si misero a strisciare in direzione dei
formichieri, che erano contornati da fitti gruppi di cactus e di grossi
cardi. Giunti a pochi passi, si alzarono con precauzione, armando le
carabine.
Dinanzi ad un monticello che appariva coperto di formiche, un animale
non meno curioso degli armadilli si agitava, mandando dei sordi
grugniti.
Era grosso quanto un lupo _aguara_, ma più lungo, coperto di peli di
color bruno, con una larga striscia di peli neri orlati di bianco
che gli serpeggiava sul dorso. La sua testa, assai allungata, si
assottigliava stranamente alla estremità e pareva che fosse sprovvista
di bocca, e le zampe, corte assai, si vedevano armate di lunghi
artigli. Una coda lunga un buon metro, che teneva alzata e ricurva sui
corpo, munita di peli lunghissimi e fitti, completava quello strano
animale.
— Cos’è? — chiese Cardozo.
— Un orso formichiere, — rispose il mastro.
— E cosa fa?
— Pranza.
— Ma se non ha bocca...
— T’inganni, ragazzo mio. Non vedi uscire dall’estremità del muso,
da una specie di buco che vorrebbe essere una bocca, una lingua lunga
assai, terminante in una specie di strale e che l’animale accorcia a
piacimento? È spalmata di una materia assai vischiosa, alla quale si
attaccano a centinaja le formiche, che il ghiottone mangia con molto
appetito.
— È buono a mangiarsi?
— La sua carne somiglia a quella del majale.
— Allora fa per noi, marinajo, — rispose Cardozo, puntando il fucile.
— Risparmia la carica, — disse il mastro. — Siffatti animali,
quantunque siano provvisti di lunghi artigli, non sono pericolosi che
pei formicai. Lascia fare a me.
Il mastro afferrò la carabina per la canna, balzò addosso al
formichiere, che non aveva pensato nemmeno a mettersi in guardia, e con
una calciata applicatagli sul cranio lo rovesciò a terra fulminato.
— La cena e il pranzo per domani sono assicurati, — disse il mastro,
raccogliendo la preda. — Ora pensiamo alle provviste per il viaggio.