[27] Vedi Storia dell’insurrezione siciliana.
[28] Scander-beg (Giorgio Castrioto), figlio di Giovanni Castrioto,
principe d’Epiro e d’Albania, è giustamente chiamato da Pouqueville
l’ultimo eroe della Macedonia. Nato nel 1404, dopo di aver disfatti i
Turchi in più battaglie, morì di malattia a Lissa nel 1467.
[29] Rosolino Pilo della illustre famiglia dei conti Capaci, era nato
nel 1820.
[30] Vedi op. c.
[31] In causa del bombardamento rovinarono, oltre molte case di
privati, quindici conventi e diciotto chiese, ciò che prova come in
quella città sia eccessivo il numero de’ tempj e dei chiostri.
[32] Vedi la Storia dell’insurrezione siciliana.
Certo signor E. de Gumoëns, ex-uffiziale borbonico, in una sua
relazione su _La campagne de l’armée napolitaine du Volturne a Gaëte_
(relazione inserita nel fascicolo XLII — 20 giugno 1861 — della
_Bibliothèque universelle de Genève_), dopo d’aver detto, tra le altre
belle cose, che l’ex-re Francesco era _rempli des meilleures intentions
et doué d’un cœur excellent_, lagnasi perchè i nemici del borboncino
hanno osato _lui reprocher_ les quelques bombes _que le fort de Palerme
avait lancées sur des rebelles!_
[33] L’albo del garibaldino milanese contiene anche un breve cenno
storico della città di Palermo, cenni che noi riportiamo in una nota,
onde non annojare il lettore che non amasse d’essere sviato di troppo
con narrazioni di cose che egli forse sa già da un pezzo.
Secondo Tucidide e Polibio, questa città venne fondata da una colonia
di Fenicj. I Cartaginesi, che se ne impadronirono di poi, ne fecero
la capitale dei loro possedimenti nella Sicilia, ed il centro di un
animato commercio. Cadde in potere dei Romani nel 255 prima di Cristo,
dopo che Metello ebbe riportato, sotto le sue mura, una segnalata
vittoria sui Cartaginesi. I Romani le concessero molti privilegi, e fu
considerata come città libera ed alleata.
Più tardi i Saracini la scelsero anch’essi a capitale dei loro
possedimenti nell’isola. Roberto e Ruggiero la presero nel 1077. Da
quell’epoca in poi essa fu sempre considerata come la capitale della
Sicilia, e soggiacque a tutte le vicende alle quali andò soggetta
quest’isola. Nel 1282 fu teatro del famoso Vespro siciliano. Nel 1676,
il duca di Vivone bruciò nel porto di Palermo una flotta olandese.
I Borboni vi si rifuggirono nel 1806 e, due anni dopo, gli Inglesi,
onde proteggerla, vi recarono forze considerevoli, e vi si stabilirono
militarmente sino al 1814.
[34] Il maggiore Tückeri si era già segnalato a Kars, sotto gli ordini
del generale Kmely.
[35] Cairoli venne raccolto su di una barella; mentre lo trasportano,
una cannonata mette in fuga i portatori e il ferito è sconciamente
rovesciato sul terreno.
Il bravo Cairoli soffre tutt’ora per la sua ferita.
[36] Rincresce anche a noi di non poter dare il nome di questo giovane,
modesto al certo quanto eroico.
[37] Vedi, Storia dell’insurrezione siciliana.
[38] Vedi, op. c.
[39] Quest’ultimo forse rammaricavasi che tra i borbonici vi fossero
tanti suoi connazionali prezzolati.
[40] Pochi giorni dopo, io riceveva una lettera, scritta in lapis, da
mio fratello Giulio. Eccola:
Caro fratello.
Sto bene e ti scrivo a bordo dell’_Elvetie_, ancorata dinanzi a
Cagliari.
La mattina del 10, alle ore due, ci imbarcammo a Sestri di ponente
in 1200 — Fra due giorni, credo, partiremo per la Sicilia. Magni e
Picozzi sono con me.
Addio. I saluti ecc.
G. O.
Tuo fratello.
Cagliari, il 2 giugno 1860.
[41] Garibaldi’s Denkwurdigkeiten nach handschriftlichen Aufzeldinungen
desselben, und nach authentischen Quellen bearbeitet und herausgegeben
=von Elpis Melena=; 2 Band, Hambourg, 1861.
[42] V. i _Cacciatori delle Alpi_.
[43] La sera, per riposare e ristorarsi di quello stupido lavoro,
scriveva le sue _Memorie_, le stesse che Elpis Melena, come abbiam
detto, pubblicò in tedesco, e da cui noi cavammo queste notizie.
[44] L’isola della Maddalena alla punta _della moneta_ è separata da
quella di Caprera da un stretto canale.
Elpis Melena, visitandola, vi conobbe tre Inglesi che l’abitano da
tempo; i conjugi C... bizzarri eremiti, nella cui vita, dicono, si
asconde qualche dramma misterioso, e il vecchio capitano R.... uno
tra i più distinti uffiziali della marina inglese e che, finiti i suoi
anni di servizio, si divertì per qualche tempo correndo i mari sul suo
_yacht_; infine, attirato dal dolce clima di quel piccolo arcipelago,
sedotto dalla caccia e dalla pesca tanto copiose in quei paraggi, si
stabilì definitivamente in quella solitudine, ove egli offre un modello
perfetto dell’eccentricità britannica.
Il capitano R..., che fu l’amico di lord Byron e di Shelley, rivelò ad
Elpis Melena alcune notizie sulla misteriosa morte di quest’ultimo, le
quali sono di grande interesse nella storia della letteratura inglese
del secolo XIX. Noi le riprodurremo, certi di far cosa grata ai nostri
colti e gentili lettori.
È noto che Shelley, nel luglio del 1822, perì in un naufragio sulla
costa d’Italia, e si aggiunse (la è ormai una credenza consacrata
dalla tradizione) che l’audace autore della _regina Mab_, dei _Cenci_,
e del _Prometeo liberato_, rimase vittima d’una tempesta da lui
volontariamente sfidata. Ora, Elpis Melena, ebbe dalla bocca del
capitano R.... questi ragguagli.
«La sera prima del fatale avvenimento (le disse il capitano R...)
Shelley assistette meco ad una festa datasi in onor suo e di Byron, a
bordo d’un bastimento da guerra inglese, ancorato davanti a Livorno.
Shelley, dopo la festa, montò in un battello a vela, accompagnato
solamente da un suo amico di nome Williams, e si diresse verso Lerisi,
piccolo villaggio situato sulla costa orientale della baja della
Spezia, e presso cui sorgeva la villa del poeta. Poco dopo ci giungeva
la notizia che i nostri due compatriotti avevano naufragato.
Io mi portai immediatamente con alcuni amici a Viareggio, ove
trovammo i cadaveri dello due vittime, che il mare aveva rigettato
sulla spiaggia. Ci facemmo tosto un dovere di render loro gli estremi
ufficj; ma i pregiudizj degli Italiani contro la religione protestante
(pregiudizj ancora tenaci in quell’epoca) non ci permisero di dar
sepoltura ai due naufragati, sicchè altro non potemmo fare che
bruciarne i cadaveri.
Io non dimenticherò mai il sublime spettacolo di questa cerimonia!
(soggiungeva commosso il capitano R....) Venne scelto pel rito funebre
un punto della spiaggia su cui si elevava una gran croce. A noi dinanzi
spiegavasi il mare colle sue belle isole e, di dietro, la catena degli
Apennini chiudeva maestosamente l’orizzonte; a destra e a sinistra
la vista si perdeva entro i cespugli, e gli alberi dal vento marino
stranamente contorti.
Il Mediterraneo era in perfetta calma; le onde cerulee si spingevano
mormorando sulla sabbia giallastra della spiaggia, e il contrasto di
questa sabbia dorata coll’azzurro cupo del cielo, offriva un quadro
d’una magnificenza di tinte affatto orientale. Noi demmo principio
alla lugubre cerimonia. Le fiamme che consumavano le spoglie dei nostri
due amici, raggiunsero ben tosto la croce, appiedi della quale era la
catasta, di modo che il simbolo cristiano, avviluppato alla base dal
fuoco, apparve per qualche tempo come staccato dalla terra e sospeso
nel cielo. Dal cadavere del poeta togliemmo il cuore, prima che le
fiamme lo incenerissero; più tardi il cuore di Shelley, unitamente alle
ceneri dei nostri due amici, vennero sotterrati a Roma nel cimitero dei
protestanti.
S’è detto e ripetuto che il mare in quella notte fatale del giugno
1822, fosse agitato dalla tempesta e che Shelley abbia voluto sfidare
gli elementi; altri affermarono che il poeta s’era annegato di sua
volontà. Io affermo che non è vero; non un soffio di vento quella notte
agitava il mare. Piuttosto io credo ch’egli abbia urtato contro qualche
scoglio, o, ciò che è ancor più verosimile, sia stato di nottetempo
violentemente urtato e calato a fondo da qualche bastimento.»
[45] La _Pineta_ è la più antica, la più bella, la più interessante tra
le foreste d’Italia. La celebrarono Boccaccio, Dante, Dryden e Byron
ecc. Si estende lungo la spiaggia dell’Adriatico al nord di Ravenna,
circa trentacinque miglia; la sua larghezza è da uno a tre miglia.
[46] Vedi le citate Memorie.
[47] Con queste parole il maggiore Filippo Migliavacca, pigliava
congedo da me, e da alcuni altri amici, il giorno prima di partire
da Milano per Genova, onde imbarcarsi per la Sicilia. Pur troppo quel
presentimento fu veritiero.
[48] «Da posteriori notizie ricevute jeri, mercoledì, risulterebbe che
l’_Utile_ ed il _clipper_ americano (il _Charles and Jane_) da esso
rimorchiato, non sarebbero stati catturati nelle acque di Gaeta, ma
poco distante dal Capo Corso.
«Il capitano d’una fregata napolitana, vedendo l’_Utile_ tanto vicino
da farsi udire, lo salutò in francese, chiedendogli ove fosse diretto.
«Quelli dell’_Utile_, credendo che la fregata fosse francese, risposero
con fragorose grida: _Vive la France! Vive l’Italie! Vive la Sicile! A’
bas les Bourbons de Naples!_
«A queste grida la fregata napolitana rispose con due cannonate e fece
prigionieri l’_Utile_ ed il _clipper_. (Vedi il giornale l’_Opinione_
del 21 giugno 1860).
[49] Vedi St. dell’ins. sic.
[50] Vedi op. c.
[51] Dopo la battaglia di Milazzo, cessato il fuoco d’ambo le parti,
il comandante del _Veloce_ ebbe ordine dal dittatore di portarsi nella
rada di Milazzo, ancorando fuori del tiro del castello. Durante questo
tragitto, un capitano mercantile del paese, arrivato a bordo del
_Veloce_, fece scorgere al Liparacchi un brigantino carico di viveri
pei Napoletani, e che attendeva occasione favorevole per disbarcarli.
Il comandante del _Veloce_ ebbe la tentazione di farne preda, ma non
vi potè riuscire, perchè il brigantino, secondato dal vento e dalla
notte, potè accostarsi agli altri legni Napoletani. Giunto alla meta
ed ancorato al porto indicato da Garibaldi, un ajutante di questo
salì a bordo e comunicò al comandante l’ordine di recarsi nel vicino
porto di Milazzo. Egli ubbidì, e levò l’àncora; ma dato il comando,
udì tre colpi insoliti nella macchina della fregata; il cilindro
alla destra erasi rotto, quindi spargimento di vapore a segno che la
macchina rendevasi momentaneamente inservibile. Ma avendo l’àncora
levata, ed il vento venendo da terra, il bastimento s’accostò al
forte, abbenchè subito si fosse dato ordine di far fondo. L’ajutante
si incaricò di riportare l’accaduto al dittatore, e il Liparacchi,
per ridursi col mezzo di rimorchj al porto fissato, lo incaricò, di
mandargli quante barche poteva rinvenire. Molto tempo passò prima
del ritorno dell’ajutante, e frattanto per sollecitare le manovra
stabilita, la fregata erasi di nuovo messa in moto; ma il vento
improvisamente aumentato, la fece ancora fermare. In questa situazione,
nei piloti, ed in tutti gli ufficiali nacque la tema d’essere battuti
dal cannone nemico, e dichiararono essere indispensabile uscire dal
porto, e con le vele prendere la direzione di Palermo. Liparacchi si
oppose a questo consiglio, mostrò quanto ciò fosse imprudente alla
presenza d’un equipaggio formato di coscritti pescatori, e siccome
voleva assolutamente dar corso agli ordini del generale, così fece
ancorare di nuovo non curandosi della opposizione. Tornò l’ajutante
senza i rimorchj, perchè disse non averne trovato, e siccome il
generale dormiva, così era di avviso di ridursi in porto. L’operazione
era difficile e lunga; l’alba spuntava, la fregata, ove fosse stata
scoperta dal castello, sarebbe stata fulminata; non per tanto il
Liparacchi e l’ajutante di Garibaldi insistevano perchè si andasse
avanti, ma l’equipaggio, e gli ufficiali rinnovarono più fortemente le
loro opposizioni.
Fu allora stabilito di riunire un consiglio di guerra a bordo, non per
discutere sul comando del generale, ma piuttosto per decidere se il
legno era tanto in pericolo da doversi allontanare dall’ancoraggio.
Il comandante, primo ad esporre la sua opinione, disse essere suo
precipuo dovere l’eseguire l’ordine avuto da Garibaldi; che non vedeva
tanto pericolo per la vicinanza del castello, e che giudicava assai più
pericolosa la partenza per Palermo, non potendo usare della macchina.
Fra sette, cinque furono contrari all’opinione del Liparacchi;
l’ajutante partì forse senza riflettere che in quel momento,
rappresentando Garibaldi, poteva imporre l’assoluta sua volontà e
non lasciare alla decisione del consiglio ciò che fosse da farsi. Ne
nacque che il comandante dovette salpare, e con le vele ridursi a breve
distanza dal forte, sempre con la ferma idea di ritornare in porto,
anche affrontando la contrarietà degli uffiziali.
Due ore dopo, due ufficiali del dittatore vennero a bordo; uno di
essi condusse a terra il comandante del _Veloce_, l’altro rimase sul
bastimento. Il Liparacchi fu condotto alla presenza di Garibaldi;
questi si mostrò molto malcontento dell’accaduto; ma il Liparacchi fece
qualche osservazione, e chiese essere assoggettato ad un consiglio di
guerra. Il suo voto fu esaudito, e dopo alquanti giorni, non solamente
il consiglio di guerra lo dichiarava innocente, ma Garibaldi stesso,
rallegrandosi di quella decisione, lo rimetteva al suo posto, nel quale
continuò a prestar servigj alla patria. (_St. dell’ins. sic._)
[52] «Ho veduto io con questi occhi (mi diceva il tenente Malagrida che
fece parte della spedizione di Bronte) un contadino lacerare coi denti
una mammella recisa dal petto d’una fanciulla.
[53] _Expédition des Deux-Siciles_. _Paris_, 1861.
[54] V. St. dell’ins. sic.
[55] Anche il maggiore Ferdinando Lecompte, in un suo libro stampato
di recente (_L’Italie en 1860, esquisse des événements militares el
politiques. Paris, 1861_), paga un tributo di ammirazione ai grandi
talenti militari del generale Garibaldi. Manco male!
[56] Così, ma ben mollemente, parla di quel tiranno il Monnier.
«De 1848, en quelques jours d’angoisse, le jeune roi s’était changé en
vieillard. Ses cheveux blanchirent tout à coup. Il avait trente-huit
ans. Et depuis lors il n’a plus vécu à Naples. Il a retirè à son peuple
les fêtes et les joies qu’il lui donnait autrefois, jusqu’à la musique
militaire qui égayait son jardin royal tous les dimanches. Il boude,
il sent qu’on ne l’aime pas. Il est plus captif que ses prisonniers
politiques, il est plus exilè que ses proscrits. Il rode tristement
de château en château; il se cache à Castellammare, à Caserte; il
s’enferme l’hiver dans sa forteresse de Gaëte. Il vit misérablement,
sans bonheur et sans plaisir» (M. Monnier, _Histoire de la conquête des
Deux-Siciles. Paris, collection Hetzel_; 1861).
[57] Morto a Rezzato nel 1859.
[58] La potenza di Garibaldi sugli animi è veramente grandiosa ed
acquistata coi mezzi più semplici e più naturali. Garibaldi è l’uomo
«senza educazione militare» il «fortunato avventuriere» per gli allievi
delle accademie militari, dalle coste del Piemonte, fino alle coste
della Russia. Ma non lo è per gli uomini che hanno cuore ed intelletto.
Agli occhi d’ogni vero soldato, egli è un gran generale, e come egli
sappia condurre rilevanti masse di truppe sopra un più vasto campo
di battaglia, tuttochè egli adoperi altri mezzi che gli alunni delle
scuole pedantesche, lo dimostrò nello stesso anno alla battaglia
decisiva del Volturno, il 1 ottobre.
(RÜSTOW; _La guerra italiana del 1860, pag. 163. Milano, 1861_).
[59] Vedi il capitolo 1 a pag. 10 di questo romanzo.