Milazzo.
Ho il presentimento, Vittore, di non tornar
più! Ma ho promesso a Medici di
esser sempre con lui, e manterrò la
promessa[47].
Come avrete veduto nel principio dell’antecedente capitolo, Medici
co’ suoi, giunto felicemente a Palermo con un grosso piroscafo (gli
altri due legni l’_Utile_ ed il _clipper_ americano, erano stati
catturati[48]) si era acquartierato colla sua brigata nella capitale
della Sicilia, a disposizione del generale.
Roberto e Valentino fecero, come si suol dire, gli onori di casa al
capitano Federico arrivato con Medici, e tutti e tre di poi, al nipote
della contessa Emilia, il quale, ricevuta a mezzo postale una lettera
della zia e una per Roberto (quella di Dalia), aveva stretta relazione
col pittore e quindi co’ suoi camerata.
La contessa nella sua lettera al nipote, gli aveva raccontate tutte
le tribolazioni, i disastri (come essa scriveva) del suo viaggio
a Chiavari, tutto insomma (dall’episodio del cappellino in fuori)
quanto aveva sofferto per poterlo raggiungere ed abbracciare prima che
salpasse per la Sicilia.
Ernesto, benchè grato a tante prove d’affetto, non aveva però potuto
a meno di ridere dal _qui-pro-quo_ preso dalla zia a proposito dei due
Sestri. È bene inoltre avvertire, che il gruppetto ricevuto poco dopo
la lettera, lo aveva meravigliosamente disposto alla gajezza.
E della famosa cassa, che era avvenuto?
La contessa Emilia non si era data per vinta, e con un proscritto
in quell’istessa lettera, annunciava al nipote che, quando meno se
l’aspettava, avrebbe ricevuto una cosa che gli avrebbe fatto tanto
piacere; e finiva lì, pensando di fargli correre l’aquolina in bocca.
Anche Roberto fu lietissimo di ricevere nuove di Dalia. Ne disse
qualche motto a Valentino, ma non andò più in là. Ma la sera trovatosi
soletto, prima di coricarsi, rilesse la lettera di Dalia, poi la baciò
e ribaciò, e si addormentò pensando che gli occhi cilestri vincono
d’assai i neri, fossero anche grandi, limpidi e lampeggianti come
quelli di Rosalia.
La mattina dopo, Roberto rispose alla giovinetta con una lunga lettera
nella quale fedele alla fattale promessa, proseguì il racconto delle
sue avventure (tacendole però di Rosalia) e delle mirabili vittorie
del generale, e scrivendo e scrivendo, tanto gli si scaldò il sangue,
che fu lì in procinto di chiuder la lettera col promettere di sposarla
finita la guerra... Fortunatamente per lui, Valentino entrò in quella
a dirgli non so che cosa, ma che ebbe virtù di fargli finire, chiudere
e suggellare in fretta quella lettera, senza toccare il tasto del
matrimonio. Roberto, pigliato pel braccio l’amico, uscì pei fatti suoi.
Intanto le cose non andavan molto bene nell’isola, specialmente nella
provincia di Messina, dove la cattiva scelta dei nuovi governatori, e
la vicinanza del nemico tenevano inquieti gli animi. Il dittatore pensò
quindi di spedire a quella volta il generale Medici per assestare le
cose, e per osservare davvicino i movimenti del nemico.
La partenza di Medici da Palermo con un corpo di volontarj, fu salutata
dagli applausi di quei cittadini, i quali, da quella spedizione si
promettevano moltissimo. Medici, giunto a Termini l’ultimo di giugno,
vi doveva riposare quarantotto ore; ma nello stesso giorno arrivarono
a lui due corrieri; il primo gli portava un dispaccio della segreteria
di Stato per la guerra e marina, con un ordine dittatoriale che lo
nominava a comandante di tutta la provincia di Messina con ampie
facoltà militari e civili. Era detto in quell’ordine, che tutti
gl’impiegati militari e finanziarj dovessero dipendere da lui, ch’egli
avrebbe potuto sospenderli, proporne di nuovi, e prendere tutte quelle
determinazioni che la eccezionalità dei tempi gli avesse indicato
necessarie per il buon andamento delle cose. L’altro corriere, arrivato
quasi contemporaneamente, veniva da Patti, e recava notizie che i regj
avevano fatto qualche movimento in avanti. Correva inoltre voce (e
pareva verace) che un corpo di truppe borboniche era uscito da Messina,
che si inoltrava a marce forzate, anzi che l’avanguardia era già
arrivata al castello di Spadafora, punto importante, perchè domina la
strada che conduce a Barcellona.
I garibaldini, ai quali era stato concesso di riposare per ventiquattro
ore, ebbero l’ordine di ripigliare la marcia, non solo, ma di
affrettarla.
Prima però che partissero da Termini accadde un fatto che per la sua
singolarità merita di essere raccontato, tanto più che non ha riscontro
nelle storia.
Termini, al giungere dei volontarj di Medici, fu sossopra; quei
cittadini accolsero i loro liberatori con entusiasmo, disputandosi il
piacere, l’onore di averne qualcuno a loro ospite e di festeggiarlo
il meglio che potevano. Ora avvenne che un giovinetto terminese,
maneggiando imprudentemente un revolver d’un garibaldino, fece scattare
la molla e ricevette una palla nel petto, sicchè restò ucciso sul
colpo. Questo deplorabile accidente gettò la mestizia in mezzo alla
gioja e alla festa. Medici non volle lasciar Termini prima di appurare
l’accaduto; radunò quindi un Consiglio di guerra, innanzi a cui venne
tradotto il volontario; ma prima ch’egli pronunziasse una parola in sua
difesa, una donna seguita da una ragazza, si aprì la via attraverso
la folla e si presentò al cospetto dei giudici. Erano la madre e la
sorella dell’ucciso.
Allora la povera donna disse piangendo, ma con voce sonora: Io era là;
so com’è accaduta la disgrazia; quel garibaldino è innocente della
morte del mio figliuolo, che io considero come morto sul campo di
battaglia; ma essendo abituata ad avere presso di me un figlio, io vi
prego, cedetemi questo (e così dicendo cinse con un braccio il collo
del milite), io l’adotto.
Il volontario venne immediatamente rimesso in libertà. La nuova sua
madre, impostogli il nome dell’ucciso, lo condusse trionfalmente a casa
sua, ove passò alcuni giorni tra le più affettuose carezze.
Molti per questo fatto chiamarono quella donna un’eroina degna de’
migliori tempi di Sparta. Noi, che infatto di maternità abbiamo
opinioni molte severe, non troviamo di che entusiasmarci nel vedere
una madre consolarsi sì presto, e con tanta disinvoltura della perdita
di un figlio, come se si trattasse di quella di un marito per andare a
seconde nozze.
Ad ogni modo la condotta di quella madre non è al certo il più
bell’elogio del defunto.
Medici col suo corpo camminò tutta la notte, e allo spuntar dell’aurora
giungeva a Cefalù. Quivi volle che i suoi riposassero, tanto più che,
dovendosi spingere sino a Barcellona, aveva a fare marce lunghe e
faticosissime, tra monti e spiagge senza altre strade che stretti e
difficili sentieri. A Cefalù le notizie continuavano a giungere poco
rassicuranti; la provincia rimasta senza amministrazione, aveva bisogno
della presenza di un capo per impedire i disordini, e per ridonare
agli abitanti fiducia e confidenza. Il nemico s’ingrossava a Messina,
e specialmente al Gesso, posizione formidabile sopra Messina, e anello
tra questa città e Milazzo, ove pure giungevano nuovi rinforzi[49].
Medici, impaziente di portarsi sul teatro ove era chiamato ad agire,
per guadagnar tempo, lasciò il corpo da lui comandato a Cefalù; diede
le disposizioni necessarie perchè si movesse in avanti con la maggiore
possibile sollecitudine, e decise di recarsi egli stesso con alcuni
uffiziali dello stato maggiore e poche guide a cavallo, a riconoscere
le posizioni, e a studiarle più davvicino e nei più minuti particolari.
Così fu fatto; Medici viaggiando dì e notte, ora a piedi ed ora
a cavallo, giunse finalmente la mattina del 5 a Barcellona. Quivi
incominciarono gli atti di lui come capo della provincia.
Viaggiando da Cefalù a Barcellona, Medici sdrajatosi, riposava sulla
spiaggia del mare insieme al suoi compagni, quando un vaghissimo
augellino volò sull’arena, e vi si fermò; preso, divenne argomento di
varie osservazioni; vi fu persino chi ne trasse felici augurj. Medici
pigliatolo in mano, sorridendo disse: «Siamo venuti per la libertà,
dunque libertà anche agli uccelli.» Non aveva ancora finito di parlare
che già l’uccellino volava libero.
Medici, ricevuto a Barcellona con ogni manifestazione di simpatia e di
gioja, e trovando gli animi atteggiati a nobili imprese, non tardò a
far conoscere agli abitanti della provincia, e la sua carica e il suo
animo, e quanto sperava dal concorso dei buoni cittadini, a vantaggio
della causa italiana, alla quale tutti dovevano con eguale animo e
valore generosamente concorrere. Quindi, il 5, pubblicava un bellissimo
proclama, nel quale sono specialmente ammirabili le parole con che
spiega, con l’accento del soldato, com’egli sentisse la libertà.
Frattanto si mostravano continui i movimenti nelle regie truppe
di Milazzo, rinforzate da nuovi corpi che sopraggiungevano da
Messina, onde vedevasi chiaro che i regj volevano dare una battaglia
nelle vicinanze di quella città, e, se fortuna arridesse, marciare
prestamente sulle insorte provincie della Sicilia.[50] Medici, fatto
accorto dei progetti del nemico, non essendo stato ancora raggiunto da
tutto il suo corpo, cominciò a fare delle escursioni verso Milazzo,
per istudiare le migliori posizioni, e supplire così, col vantaggio
di esse, allo scarso numero delle sue forze. Il 6 luglio, il generale
Medici, ed alcuni de’ suoi uffiziali, trasvestitisi, si recarono a
Santa Lucia, alla destra di Barcellona, e dalla torre di un antico
monastero guardando la sottoposta pianura di Milazzo, concepirono
un piano di difesa, pensando specialmente di occupare Santa Lucia,
posizione molto importante. Altri punti vennero visitati in quel giorno
stesso; si accostarono a Gesso e di là, seguendo la catena dei monti
verso sud, poterono scorgere Messina, dove speravano inalberare quanto
prima la bandiera dell’unità italiana.
I volontarj lasciati dal generale Medici a Cefalù, marciavano verso
Barcellona; e mangiando e alloggiando malamente, tra fatiche inaudite,
laceri e scalzi, la mattina del 10 giunsero a Barcellona. In quattro
giorni tutto fu accomodato alla meglio; riposati i volontarj,
racconciate le scarpe e le vesti, ordinate le armi e distribuite le
munizioni, talchè il 14, il piccolo corpo di Medici accampò a Meri, ad
un’ora da Barcellona, verso Messina.
Dalla parte dei regj si era cambiata la guarnigione di Milazzo;
al comandante Torre Bruna, era stato sostituito il generale Bosco,
Palermitano, fedelissimo al suo re, coraggioso, esperto nelle cose
di guerra, ma vanitoso, millantatore, fanatico, e che agognava ad
ogni costo al vanto di abbattere Garibaldi. Bosco aveva condotto
seco da Messina meglio di 5000 uomini di truppe scelte, la più parte
cacciatori: cavalleria, artiglieria, munizioni, nulla mancava ai regj,
mentre i nostri, pochi di numero, n’erano scarsamente provisti.
I volontarj si stendevano a destra ed a sinistra del paese di Meri.
La linea era molto estesa, ma era mestieri coprirla, per opporre
resistenza su tutte le vie nelle quali il nemico poteva spingersi.
Questa linea era segnata dal letto di un torrentello (il Mela), che
dai monti, alla destra dei nostri, discende fino al mare. Limite
della sinistra, era il mare istesso; alcune altre stradicciuole, tutte
praticabili, serpeggiano da Barcellona a Milazzo; alla destra rimaneva
il paese di Santa Lucia, con un seguito di colline descriventi una
curva, che si serra alquanto sul centro; alcune di queste colline con
facile declivio si prolungano verso S. Filippo.
Quasi tutto il letto del Mela è incassato tra due muricciuoli, che
seguono gli accidenti del letto istesso; e che, mediante alcuni lavori,
si prestavano a tener fronte ad un attacco. La strada principale per
Milazzo corre in mezzo alla pianura, e traversa il letto del torrente.
Questo passaggio era guardato da due cannoncini, che i nostri avevano
trovato a Barcellona, e che costituivano tutta la loro artiglieria. Il
15, una colonna di Napoletani uscì da Milazzo, ma ad un tratto si fermò
e rientrò. Medici, a fronte di queste dimostrazioni, per poter movere i
suoi pochi soldati, senza sguarnire di troppo le posizioni, aveva fatto
convenire a Meri le guardie nazionali, ed alcune squadre dei paesi
limitrofi.
Nella notte del 16, una pattuglia dei nostri, che guardava le
posizioni di Santa Lucia, si spinse verso gli avamposti napoletani;
si scambiarono le prime fucilate. La mattina seguente, una colonna
di circa mille uomini, uscita da Milazzo, dirigevasi verso le nostre
posizioni di destra. Il colonnello Simonetta con circa 300 uomini,
ebbe ordine di osservarla; questi si spinse sulla strada maestra;
inviò in ricognizione un’avanguardia, e fece avanzare a destra una
compagnia, comandata dal capitano Cattaneo. L’avanguardia ebbe ad
avanzarsi per poco, perocchè tosto incontratasi coi regj, s’impegnò
un vivo combattimento. Il nemico lanciò la cavalleria, che caricò a
tutta possa, ma i volontarj l’attesero col maggior sangue freddo e la
carica fu respinta. Si combatteva a destra e a sinistra, ove i nostri
erano accorsi per sostenere l’impeto che i nemici facevano anche da
quella parte. Le forze erano disuguali, pure i regj ripiegarono; allora
dai nostri si tentò una carica alla bajonetta; ma il terreno, troppo
malagevole, non permise di condurla ad effetto. Alcuni, spintisi troppo
avanti, affaticati per le difficoltà del cammino, e che nel retrocedere
non poterono superare con la facilità di prima, rimasero cattivi. I
regj, fatti quindici prigionieri, dei quali cinque feriti (anche il
Cattaneo venne fatto prigioniero), non pensarono che a ritirarsi, e
per essere più sicuri rinnovarono una carica di cavalleria; era essa
diretta specialmente contro coloro che si trovavano sulla strada
maestra, e fu quivi appunto che i nostri uffiziali si scagliarono
sopra i cavalieri nemici, uccidendone varj. Fatta quest’ultima prova,
i Napoletani rientrarono in Milazzo. I nostri in quella fazione ebbero
circa 40 uomini fuori di combattimento, il nemico ne perdette circa un
egual numero.
Il generale Medici, vista impegnata la lotta, spinse nuove forze
verso il luogo del combattimento; quindi i volontarj che avevano avuto
parte all’azione, poterono ritirarsi, e i nuovi arrivati occuparono il
caseggiato attiguo alla collina che mena sulla strada di Santa Lucia,
prendendo anche posizione nelle prime case del villaggio di S. Filippo,
ond’essere in grado di resistere ad un nuovo attacco. Il nemico infatti
faceva continue evoluzioni verso la nostra destra; egli mirava a girare
quella importante posizione, la quale, nel caso che i nostri avessero
dovuto abbandonare la linea occupata, doveva servir loro di ritirata
per la via dei monti. Quindi Medici ordinò che sulla strada maestra
fosse eretta una barricata, allo scopo di difendere la linea interposta
tra la strada istessa ed il sommo della prossima collina, ove la
nostra destra rannodavasi, alla sinistra, colle squadre comandate del
colonnello Interdonato.
Alle quattro dopo mezzo giorno, il nemico riapparve con forze doppie.
Egli coronava le alture sopra Ceriolo, occupava il paesello di questo
nome, scendeva per il letto di un torrente, e si avanzava. Allora il
fuoco ricominciò: regj e garibaldini si trovarono faccia a faccia;
il maggiore sforzo dei Borboniani era di spingersi dalla nostra
sinistra alla destra. Conveniva perciò tener forte dalla parte ove
egli irrompeva con maggior impeto, impedire, dalla barricata, il
passaggio della strada e non lasciare effettuare il suo piano. Con
questo intendimento Medici mandò ordini ad un battaglione, che stava
in riserva fra il crocicchio della strada per Santa Lucia a destra e
Milazzo a sinistra, di avanzarsi. Questo rinforzo giunse a passo di
corsa, proprio nel momento decisivo, quando la lotta alla barricata
era più accanita, e quando il nemico, fatto ardito dalla preponderanza
delle sue forze, attaccava di fronte la nostra posizione, facendola
bersagliare ai fianchi da una fucilata veramente energica. Il rinforzo
rinvigorì l’ardire dei nostri, che riacquistato nuovo entusiasmo e
coraggio, si slanciarono fuori della barricata al grido di: viva
Italia; indi con una brillante carica alla bajonetta, respinsero
il nemico dai vigneti, dai muricciuoli e dalle case occupate,
costringendolo a ripassare in fretta il letto del torrente.
Ma sulle alture il fuoco continuava vivissimo. Il nemico, appostati
due pezzi sulla strada che dal paese sbocca nel torrente, tirava
spessi colpi, ma senza risultato. Un po’ più tardi lanciò razzi e
granate, anch’esse senza effetto; indi, aumentato il cannoneggiare,
dal punto ove erasi riordinato mosse ad un nuovo attacco. I nostri
lo bersagliarono vigorosamente dalle alture e quelli specialmente
della barricata, animati dal primo successo, si lanciarono di nuovo
sulla strada, e caricarono alla bajonetta. Per alcuni minuti fu uno
spettacolo veramente straordinario; perciocchè i nostri correvano
avanti, ed i Napoletani non meno arditi, correvano loro incontro:
quando ad un tratto il nemico fermossi sulla riva del fiume, la sua
colonna si schiuse smascherando l’artiglieria che aprì il fuoco.
I nostri continuarono ad inoltrarsi sulla strada; già avevano
occupato una casa, e si spingevano avanti quasi fin sopra i pezzi
dell’artiglieria nemica, ma sopravvenuta la sera, furono richiamati.
In quella fazione i Napoletani si batterono valorosamente: i nostri
ebbero pochi morti, molti feriti, e di bajonetta. Medici, aveva in
parte raggiunto il suo scopo, perciocchè in quella giornata con energia
straordinaria, con posizioni ben scelte, e con evidente esperienza di
guerra, aveva respinto due volte il nemico, e più da vicino avevalo
serrato dentro Milazzo.
Da Palermo intanto giungevano avvisi di prossimi rinforzi; il generale
Cosenz stava per arrivare, e difatti, il 18, giunse coll’avanguardia
al campo dei nostri, e visitati i posti, e verificate le posizioni, ne
rimase grandemente soddisfatto. La mattina del 19 i nostri volontarj,
che erano ancora sotto le armi, videro arrivare una carrozza; in un
istante tutti i beretti si trovarono sulle bajonette; dal cuore e dalla
bocca di quei bravi militi uscì un grido indescrivibile; essi avevano
riconosciuto Garibaldi. Il legno che giungeva in quel momento conteneva
il dittatore della Sicilia, in camicia rossa, e col solito cappello
nero.
Garibaldi, dal primo ingrossarsi del nemico in Milazzo, aveva compreso
che l’armata borbonica intendeva dare battaglia; e volendo trovarsi
presente e comandare in persona i suoi volontarj, lasciato in Palermo
qual prodittatore il generale Sirtori, affrettò la sua partenza, e
raggiunse in tempo il campo di Medici. Il giorno stesso del suo arrivo
si fece un nuovo esame a tutte le posizioni. Garibaldi chiede di
tutto, interroga su tutto, osserva minutamente ogni cosa, approva con
espansione d’animo l’operato di Medici, gli serra più volte la mano, e
la sera, prima della cena, fumando il suo sigaro, scrive l’ordine del
giorno, col quale promove a maggiori generali, Medici, Cosenz, Bixio e
Carini; aggiunge, la brigata Medici avere ben meritato della patria; i
suoi militi assaliti da forze superiori aver provato ancora una volta,
ciò che valgano le bajonette dei figli della libertà.
La mattina del 20, Garibaldi, presi gli opportuni concerti col generale
Medici, fece diramare i suoi ordini alle truppe. Alle 5 del mattino
queste erano tutte sotto le armi e pronte a marciare; due colonne
dovevano formarsi; una comandata dal colonnello Simonetta, l’altra dal
colonnello Malenchini; queste colonne avevano ordine di recarsi da Meri
a S. Pietro, ove giunte, avrebbero avute nuove istruzioni. La colonna
Simonetta, era composta dei battaglioni non completi del I.º reggimento
e d’una compagnia del III.º battaglione, con aggregati il battaglione
bersaglieri, comandato dal maggiore Specchi e circa 20 uomini armati
di carabina. La colonna Malenchini era composta dei tre battaglioni
del II.º reggimento, più una compagnia di volontarj messinesi. S’era
ordinata una colonna di riserva, la quale si componeva del battaglione
Dunn, già arrivato, del battaglione Corte, del battaglione Corrao e
del battaglione Valchieri; le quali forze, essendo i battaglioni molto
sottili, potevano ammontare a circa 3500 uomini.
La prima colonna ebbe l’ordine di percorrere lo stradale di Messina
sopra S. Pietro a Milazzo, occupando le case ed i vigneti, in gran
parte cinti di muri. La seconda colonna, descrivendo una diagonale, si
recò ad occupare Barone, che è una frazione di S. Pietro. Erano queste
le due colonne d’attacco, alle quali fu ingiunto di distendersi, onde
collegarsi e formare una sola fronte di battaglia, la quale doveva
inoltrarsi molto avanti, a destra, per osservare davvicino le mosse, e
le posizioni del nemico. Simile incarico aveva avuto pure la sinistra,
allo scopo di sorvegliare il nemico dalla parte della marina, d’onde
poteva seriamente minacciare il fianco dei nostri.
I regj intanto erano usciti da Milazzo con forze poderose, e avevano
avuto agio di far loro pro d’ogni cosa, d’ogni prominenza, dei muri
e dei vigneti, per combattere coperti stando sulla difensiva, o per
spingersi avanti contro i nostri. Ciò avevano ottenuto moltiplicando i
corpi d’osservazione; nè i garibaldini potevano molestarli, sia perchè
disponevano di forze inferiori, sia perchè non era loro intenzione
di attaccare la fronte del nemico. Ne veniva per conseguenza lo
spiegamento dei nostri, e tanto più perchè l’esercito Napoletano
stendevasi molto a sinistra verso i mulini, ed a destra quasi fino alla
marina. Il nemico non poteva temere di estendersi troppo, e perchè
così facendo teneva in rispetto e sorvegliate le nostre ali; e per
ultimo perchè, qualora fosse stato costretto a ripiegarsi, sarebbesi
concentrato con maggior potenza al centro, in guisa da poter operare
in quel punto energicamente, nulla avendo a temere ai lati, garantito
come era dal mare. Particolarmente alla sinistra, i Napolitani avevano
ben munite con molta artiglieria le case dei mulini, e gli sbocchi
principali delle strade.
I due eserciti stavano già in faccia l’uno dell’altro; erano le sette
del mattino, quando il nemico mosse dalla sua destra verso la sinistra
dei nostri e l’attaccò. Repentinamente il fuoco si aprì su tutta la
linea. Il generale Medici ordinò alla colonna Simonetta di spingere una
parte della sua gente verso Archi, onde rendersi padrone delle mosse
nemiche a sinistra. Questo movimento eseguito dal maggiore Migliavacca,
coadjuvato dal maggiore Croff, fece sloggiare i regj dalle posizioni
che avevano occupate; dal lato sinistro i nostri si spingevano avanti,
stendendosi verso la marina, movimento che si dovette appoggiare coi
rinforzi del centro, il quale per portarsi all’altezza della sinistra,
fu costretto ad inoltrarsi; imbattutosi col nemico, e impegnò un
vivissimo combattimento. Così nel tempo stesso si pugnava al centro,
alla sinistra ed alla destra. I Napoletani combattevano valorosamente,
e tanto che, dopo lungo tempestare, alla sinistra cominciavano ad
avere il sopravvento. L’artiglieria, che imboccava la strada, e che
fulminava i nostri, rendeva i nemici superiori. Il fianco dei nostri
era gravemente minacciato. Il generale Medici spediva immantinente a
quella volta un uffiziale di stato maggiore colla metà del battaglione
Dunn che era di riserva. Con questi rinforzi e con l’energia del
generale Cosenz che dirigeva quella parte del combattimento, i nostri
riuscirono a ripigliare i posti perduti. Ma il nemico che a cagione del
ripiegamento a sinistra aveva avuto campo di spingere nuove forze al
centro, imperversava furiosamente da questo punto.
Garibaldi, dalla strada, colla parola, col gesto coll’esempio dirigeva
l’attacco; già combattevasi un’altra volta su tutta la linea. Contro le
forze del centro, fatte quasi irresistibili dalle circostanze naturali,
gli sforzi dei nostri prodi non valevano. Molti di quei generosi
caddero, e molti altri più animosi ancora, si avanzavano in mezzo a
quell’eccidio. Ma il solo coraggio non bastava; le nostre perdite di
momento in momento si facevano più sensibili; tutte le nostre truppe
erano giunte, tutte erano al fuoco, anche le riserve; il momento era
pur troppo decisivo.
Un movimento a destra fu quello che decise le sorti della giornata
in favore di Garibaldi. Accennando energicamente dalla nostra
estrema destra al fianco sinistro, ed al centro nemico, si cambiò la
situazione, perciocchè, i regj improvvisamente incalzati dal nuovo
movimento, cominciarono a ritirarsi, e il terreno da loro abbandonato
veniva occupato dai nostri. Le truppe nemiche si ritiravano in Milazzo,
si riordinavano, tentavano di scendere a nuova battaglia, ma alcuni
colpi di cannone del piroscafo il Veloce, sopra cui in quel frattempo
erasi imbarcato Garibaldi, li costrinse a continuare il movimento di
ritirata.
Nella lotta del centro, un pezzo d’artiglieria dei regj rimaneva
nelle mani ai nostri; un drappello di cavalleria fu lanciato a
riconquistarlo, ma invano perciocchè oltre al pezzo, perdettero
anche i cavalli, e quasi tutti i cavalieri. Vi furono lotte corpo
a corpo, colpi di _revolver_ a bruciapelo, cavalli azzuffantisi
insieme; dittatore, generali ed uffiziali dovettero giuocar di spada;
tanti sforzi condussero i nostri sino al ponte di porta Milazzo.
Contemporaneamente i nostri di sinistra giungevano alla lor volta, dopo
d’aver superate le posizioni nemiche.
Ma la lotta non era ancora finita; il passaggio del ponte era
difficilissimo; la moschetteria e la mitraglia grandinavano senza
posa. I garibaldini fecero sosta ai Magazzeni, che erano alla loro
sinistra; con molto ardimento riuscirono a trascinare sul ponte i due
cannoncini che possedevano, i quali, se materialmente non potevano
offendere gran che, moralmente imponevano al nemico, che credette
i nostri essere possessori di un’artiglieria. I Napoletani avevano
occupate tutte le case appena fuori della città, e dal molo, e di
dietro le barche, tiravano con molto successo con le loro carabine; le
artiglierie mandavano palle e mitraglia, e qualche bomba. A sloggiare i
cacciatori, fu mestieri stabilire una linea d’attacco, che dal ponte,
pei vigneti cinti di mura, andava sino alla marina, e conduceva molto
vicino alla città, alle case ed alle posizioni occupate dal nemico. In
questo incontro specialmente giovarono moltissimo i colpi dei nostri
piccoli pezzi. Frattanto un battaglione fresco, che aveva avuto ordine
di rimanere a Meri a guardare le posizioni sulla marina, e che, deciso
il combattimento in favore dei nostri, s’era portato sul posto a passo
di corsa per raccogliere definitivamente il frutto della giornata,
fu spinto contro la città per entrarvi. D’allora in poi il nemico non
oppose seria resistenza, ma di posizione in posizione raccogliendosi,
s’affrettò a ritirarsi nel forte. Vi fu un momento in cui si vide il
generale Medici a cavallo, nella strada principale di Milazzo, in mezzo
ad un nembo di fumo, ma fortunatamente ne uscì sano e salvo.
Il combattimento finì alle 5 pomeridiane; era quindi durato dieci ore.
I nostri tra morti e feriti perdettero circa 800 uomini; il maggiore
Migliavacca lasciava la vita sul campo. Il nemico ebbe gravi perdite,
ma inferiori alle nostre.
Il romanziere Alessandro Dumas trovossi presente a questa battaglia.
Egli prima della spedizione di Sicilia avveva avvicinato il generale
Garibaldi a Milano ed a Genova per avere da lui schiarimenti sulla sua
vita e sui suoi fasti, per pubblicarli in un giornale di Parigi e in
un’ampia biografia. Quando seppe lo sbarco di Garibaldi in Sicilia e
la sua entrata in Palermo, si affrettò a raggiungerlo, e partitosi di
Marsiglia giunse alla capitale dell’isola. Quivi conferì col dittatore,
indi si diresse alla volta di Catania. Fu di là che intese vagamente
come una colonna napoletana era partita da Messina per incontrare
Medici. Spedito un messo al console francese di Messina, e da lui avuta
risposta che la nuova era vera, senza perder tempo, levata l’àncora
partì alla volta di Milazzo. Egli giungeva nel golfo orientale appunto
quando il combattimento era incominciato. In alcune sue lettere dirette
al brigadiere Giacinto Carini, ispettore generale di cavalleria,
descrive minutamente le vicende ed i fatti di quella giornata. Noi
riprodurremo un brano d’una sua lettera per mostrare in qual pericolo
si fosse trovato quel giorno il generale Garibaldi, e quali furono i
supremi sforzi dei nostri.
«Il fuoco (scrive il Dumas) cominciò alla sinistra a mezza strada tra
Meri e Milazzo. S’incontrarono gli avamposti napoletani nascosti tra i
canneti. Dopo un quarto d’ora di moschetteria sulla sinistra, il centro
alla sua volta si è trovato in faccia alla linea napoletana, e l’ha
attaccata e sloggiata dalle prime posizioni.
«La dritta in questo frattempo scacciava i Napoletani dalle case che
occupavano.
«Ma le difficoltà del terreno impedivano ai rinforzi di arrivare. Bosco
spinse una massa di 6000 uomini contro 5 o 600 assalitori che l’avevano
costretto a rinculare, e che, soprafatti dal numero, erano stati
obbligati ad indietreggiare alla lor volta.
«Il generale spedì tosto a chieder dei rinforzi; arrivati che furono,
attaccò di nuovo il nemico nascosto tra i canneti, e riparato dietro
i fichi d’India. Ciò era un grande svantaggio per i volontarj, che non
potevano caricare alla bajonetta.
«Medici, marciando alla testa dei suoi, aveva avuto il cavallo ucciso
sotto di sè. Cosenz aveva ricevuto una palla morta nel collo ed era
caduto a terra; lo si credeva ferito mortalmente, allorchè si rialzò
gridando: Viva l’Italia! La sua ferita, fortunatamente, era leggiera.
«Garibaldi si pose allora alla testa dei carabinieri genovesi, con
alcune guide per affrontare i Napoletani ed attaccarli di fianco,
togliendo così la ritirata ad una parte di essi. Ma si imbattè in una
batteria che fece ostacolo a siffatta manovra.
«Missori ed il capitano Statella, si spinsero allora avanti con una
cinquantina d’uomini; il generale Garibaldi era alla testa e dirigeva
la carica; a venti passi il cannone fece fuoco a mitraglia.
«L’effetto fu terribile; cinque o sei uomini solamente rimasero in
piedi; il generale Garibaldi ebbe la suola d’una scarpa, e la staffa
portata via da una palla di cannone; il di lui cavallo ferito divenne
indomabile, sicchè fu costretto ad abbandonarlo, lasciando nella sella
il suo _revolver_. Il maggior Breda e il suo trombetto furono colpiti
ai fianchi. Missori cadeva da cavallo, il quale era ferito a morte da
una scheggia. Statella restava in piedi, fra un uragano di mitraglia;
tutti gli altri, morti o feriti.
«Da tutti si combatteva, e valorosamente.
«Il generale, vedendo allora l’impossibilità di prendere il cannone
che aveva fatto tutto questo danno di fronte, comanda al colonnello
Dunn di scegliere qualche compagnia e di lanciarsi con essa attraverso
i canneti, raccomandando a Missori e a Statella di saltare appena
sormontati i canneti al di sopra del muro, e poscia di impadronirsi del
cannone che doveva essere a poca distanza.
«La mossa fu eseguita da due uffiziali, e da una cinquantina d’uomini,
ma allorchè arrivarono sulla strada la prima persona che vi trovarono
fu il generale Garibaldi a piedi e colla sciabola in pugno.
«In questo momento il cannone fa fuoco, uccide alcuni dei nostri; gli
altri si lanciano sul pezzo, se ne impadroniscono, e lo portano via.
«Allora la fanteria napoletana s’apre, e dà il passaggio ad una carica
di cavalleria, che si avventa per riprendere il pezzo.
«I militi del colonnello Dunn, poco abituati al fuoco si dividono a due
lati della strada in luogo di sostenere la carica alla bajonetta, ma
a sinistra sono trattenuti dai fichi d’india, a dritta da un muro. La
cavalleria passa come un turbine: da due lati i Siciliani allora fanno
fuoco; l’esitanza d’un momento svanita.
«Le schioppettate continuano a destra e a manca; l’uffiziale napoletano
s’arresta e vuol tornare indietro, ma ecco in mezzo alla via serrargli
il passo Garibaldi, Missori, Statella e cinque o sei altri. Il generale
salta alla briglia del cavallo dell’uffiziale gridando: arrendetevi.
L’uffiziale per tutta risposta gli tira un fendente, il generale lo
para, e d’un colpo di rovescio gli spacca la gola. L’uffiziale vacilla,
e stramazza; tre o quattro sciabole sono alzate sul generale, che
ferisce uno degli assalitori con un colpo di punta. Missori ne uccide
altri due e il cavallo d’un terzo con tre colpi di _revolver_. Statella
mena le mani dalla sua parte, e ne uccide un altro. Un soldato smontato
di sella si getta alla gola di Missori, che a bruciapelo gli fracassa
la testa con un quarto colpo di _revolver_.
«Durante questa lotta di giganti, il generale Garibaldi ha rannodato
gli uomini sgominati.
«Egli carica con loro, e mentre riesce a sterminare o a far prigioni i
cinquanta cavalieri dal primo fino all’ultimo, incalza alla fine colle
bajonette, secondato dal resto del centro; i Napoletani fuggono; i
Bavaresi e gli Svizzeri tengono fermo un momento, ma alla fine fuggono
essi pure.
«La giornata è decisa, la vittoria non è ancora, ma sarà, dell’eroe
d’Italia.»
Milazzo, città costruita a cavaliere su d’una penisola, conta circa
14,000 abitanti; ma essi erano tutti spariti; molti usciti di città
e sparsi per le campagne, e molti ancora chiusi nelle proprie case,
talchè quando i nostri vi entrarono, non rinvennero una città, ma un
sepolcro. Un sol uomo fu visto; egli era un vecchio che usciva da una
casa con lo spavento negli occhi e nella persona; era la sua testa
canuta, e portava nella destra una daga sguainata: pareva che egli
cercasse la vita, ma incontrò sventuratamente la morte; una cannonata
a mitraglia lo gettava a terra orribilmente mutilato. Per alcune ore
non fu vista anima viva; i cacciatori delle Alpi erravano per le città
col fucile tra le mani, con la minaccia negli occhi. Medici, a cavallo,
stava alla loro testa; i colpi a palla e a mitraglia continuavano
spessi ed accompagnati da granate; ma i nostri seguitavano la loro
marcia in avanti. La maggior parte di essi si riuniscono alla marina;
alcune compagnie vanno ad occupare le posizioni elevate intorno al
forte, e lo stringono da vicino; dal convento de’ Cappuccini mandano
contro i regj pochi ma ben aggiustati colpi di carabina; così da altura
in altura si portano nel punto più elevato dell’istmo, proprio ove
sorge il mulino a vento d’onde, alla distanza di circa cinquecento
metri, si domina buona parte dell’interno del forte. La fucilata durò
viva sino alla sera; alla notte, i colpi si fecero radi, più come
avvisi di _allerta_ che per offendere. In quella notte il quartiere
generale era alla marina, sul sagrato di una chiesa.
Era spettacolo singolare veder colà Garibaldi sdrajato per terra
riposarsi delle durate fatiche, e circondato dal suo stato maggiore,
dettare proclami, e annunciare all’Europa la presa di Milazzo, a molte
madri la morte dei loro figli, e al governo di Napoli la disfatta delle
truppe comandate dal generale Bosco.
Il 21, il fuoco di moschetteria e di artiglieria continuava. Per
precauzione i nostri avevano erette alcune barricate; erasi anche
disposto per alcune opere di contro fortificazione, che dovevano
servire al collocamento di alcuni pezzi, che dovevano battere il
castello nel lato più debole, ma non poterono essere collocati, perchè
mancavano i mezzi alle opere. Intanto cominciavano le trattative per la
capitolazione; ma il generale Bosco pretendendo gli onori di guerra,
e Garibaldi non volendoglieli accordare, quel giorno e il seguente
passarono senza che nulla si fosse definito. Quando in sul vespro del
23, apparvero sette legni a vapore parte napoletani e parte francesi,
ma al servizio di Napoli per capitolare col generale Garibaldi. Il 24
fu conclusa la capitolazione a queste condizioni:
«Che la guarnigione uscisse dal forte, e s’imbarcasse sui legni che
erano in porto, con tutti gli onori di guerra:
«Che dovesse portar seco l’armamento ed il bagaglio:
«Che dovesse lasciare nel forte tutte le bocche da fuoco, tutti i
cavalli, compresi quelli degli uffiziali e dello stesso comandante
Bosco, e la metà dei muli.»
I nostri acquistarono in quella occasione trentasei cannoni, due in
bronzo e trentaquattro in ferro, centotrentanove cavalli e ottantatre
muli.
Noteremo essere stato stabilito che i pezzi d’artiglieria ceduti,
non dovessero essere menomamente danneggiati, ma sedici di essi
vennero slealmente inchiodati; furono fatte da parte di Garibaldi
energiche proteste; si era quasi al punto di rompere le trattative,
ma l’ammiraglio Anzani, che trattava per la parte di Napoli, si
mostrò così dispiacente dell’accaduto, parlò tanto caldamente della
sua completa ignoranza di quel fatto, e riprovò così altamente la
vergognosa violazione dei patti, che i nostri uffiziali non fecero più
parola dei cannoni inchiodati. Il 24, a sera, le truppe borboniche
avevano totalmente sgombrata Milazzo; il 25, Medici prendeva i
necessarj concerti per la partenza; la notte del 26 il suo corpo
bivaccava sulle alture di Messina, in cui la mattina del 27 doveva
entrare in mezzo agli applausi della popolazione.
Così ebbe fine la battaglia di Milazzo, dalla quale il generale
Bosco molto promettevasi; battaglia, che dai soldati napoletani fu
valorosamente combattuta, e nella quale i volontari di Garibaldi
colsero una imperitura corona di gloria. Dolorosa oltremodo riuscì al
campo dei nostri la perdita del valoroso Migliavacca.
Come succede sempre dopo una battaglia, i volontarj erravano qua e là
pel campo, incrociandosi, e chiedendosi a vicenda notizia degli amici
più cari. Valentino, benchè stracco morto, gironzava già da un pezzo,
senza che ancora avesse potuto venire a capo di raggranellare qualche
notizia de’ suoi camerati.
Quando Dio volle, poco prima che calasse la notte (una notte siciliana,
limpida, fresca, stellata, rischiarata dalla luna) incontrò il capitano
Federico, il quale, accortosi che il suo povero cavallo era sfinito
dalla fatica, scesone, camminava pedestre, tirandosi dietro colla
briglia l’animale:
— Oh! capitano! quanto ho caro di vederla.... È un pezzo che la cerco...
— Addio, il mio Valentino! rispose Federico stringendogli
affettuosamente la mano. Sano e salvo, eh?
— Come un pesce, grazie a Dio! Ma è però un miracolo se son qui, glielo
dico io!..
— Ah, sì perdio! la fu una giornata calda.
— E dei nostri ha notizie, capitano?
— No, Valentino; anzi voleva chiederne a te.
— Io non ne so niente. Roberto...
— Era alla barricata sulla strada...
— Brutto sito!... E del signor Ernesto...
— Ernesto era con Roberto; gli ho veduti io assieme, quando quei di
Medici si sono mischiati con quelli di Bixio là alla barricata.
Così dicendo erano giunti presso un bivacco, sotto un gruppo di alberi,
e dal quale partirono tosto allegre voci che chiamavano: Federico!...
Valentino!... qui, qui con noi....
I chiamati, appressatisi, conobbero tosto, al chiaro di luna, cinque
o sei visi amici. Ricambiatesi le strette di mano, sedettero in giro
intorno al fuoco su cui rosolavano alcune fette di carne porcina,
infilzate sulle bacchette da fucile. Sull’erba stavano disposti alcuni
fiaschi, e cacio e pane e frutti.
La conversazione ferveva animatissima, come succede di chi ha molte
cose da raccontare, ma molte, in modo che tutti vogliono essere i primi
a parlare per timore che la memoria non giunga a ritenere tutte le idee
che ronzano nei cervelli. Erano argomento di tutti questi discorsi le
diverse fasi della battaglia; i pericoli corsi individualmente e quelli
affrontati in comune; l’accanimento con cui s’erano battuti i regj,
degno d’una causa migliore; il combattimento a corpo a corpo sostenuto
dal generale, da Missori, e dagli altri pochi che aveva con sè; quanto
accadde al Liparacchi comandante il _Veloce_[51]; poi vennero le
lamentele per le morti, per le ferite dei compagni, e via via.
Tutti questi discorsi però, lieti o lugubri che fossero, non avevano
possa di affievolire l’appetito in que’ giovanotti, i quali, digiuni
fin dal mattino, appena la carne parve cotta, si accinsero a far onore
al festino.
Staccate quelle fette di carne dalle bacchette ed equamente
distribuite, i commensali cominciavano già a stracciarle co’ denti,
quando s’udì gridare:
— Ohe! e io?... Ohe! piano piano;... voglio anch’io la mia parte...
Tutti gli sguardi si rivolsero verso un giovane uffiziale, il quale,
odorata da lungi la cena, precipitava verso quella a passo di corsa.
Era Roberto.
L’appetito di Roberto era proverbiale tra i suoi commilitoni;
tuttavia, benchè sapessero di avere in lui un formidabile concorrente,
coll’accoglierlo festosamente, col fargli posto, col porgergli tosto
una lauta porzione di carne, mostrarono quanto se lo tenessero caro.
Roberto sedutosi, mosse in giro lo sguardo sui suoi compagni,
nominandoli ad alta voce, e con gioja mano mano li discerneva.
— Qui tutti! qui tutti sani e salvi!... Benone perdio! Ma che dico
tutti!.... Pur troppo ne manca uno!... continuò di poi crollando il
capo.
— Chi manca? gli chiesero i compagni guardandosi l’un l’altro.
— Manca Ernesto.
— Ah! è vero...
— Che n’è avvenuto? chiesero ad una voce Federico e Valentino.
— È morto, rispose mestamente il pittore.
— Morto?
— Sì, una palla lo colpì dritto nel cuore, poco prima che morisse
Migliavacca.
— Oh, povero Ernesto! Un così buon giovane!...
— Spirò nelle mie braccia, là dietro quella maledetta barricata!...
Perdio! i nostri cadevano come le mosche...
— E così?
— E così, intanto che io, raccolto uno schioppo da terra, mi divertiva
per mio conto, chè già dietro la barricata non c’era da far nulla nè
colla sciabola, nè col _revolver_, sento Ernesto che grida: Roberto!
mi volto, e allungo il braccio appena a tempo per sostenerlo. Egli
aveva già gli occhi semichiusi...; lo abbraccio, lo trasporto dietro un
albero;... gli parlo, ma inutilmente; mormorò qualche parola che non ho
potuto capire, e felice notte!... spirò.
— Povero Ernesto!... Pace alla sua anima! dissero in coro gli astanti,
mandando l’ultimo saluto al prode giovinetto morto combattendo per la
patria.
— Dopo la battaglia, continuò Roberto, ho fatto trasportare il cadavere
all’ambulanza... Non che ci fosse a sperare,... ma a buon conto l’ho
fatto visitare dal nostro dottore. Quando fu constatato che era proprio
morto, gli abbiamo frugato nelle tasche per vedere se ci fosse qualche
carta, qualche lettera, insomma qualche cosa che potesse interessare la
di lui famiglia...
— Cos’avete trovato?
— Ecco qua! (così dicendo trasse di tasca due lettere) quest’è una
lettera di sua zia.
— So cos’è, disse Federico; è la lettera che accompagnava certi
_marenghi_...
— Proprio quella; e quest’altra è.... insomma è un affar di cuore. Poi
gli togliemmo dal taschino l’orologio; eccolo qui! lo voglio consegnare
io stesso a quella buona donna di sua zia... È una memoria.
— E i denari?
— Eccoli in questo portamonete; dodici _marenghi_, e delle monete
d’argento e di rame. Cos’abbiamo a farne di questo denaro?
— Godiamceli allegramente, rispose un milite filosofo.
— No, bisogna mandarli a sua zia, disse un altro.
— Facciamogli fare una lapida?
— Io invece direi di darli all’asilo infantile che il generale ha fatto
aprire a Palermo.
Quest’ultimo progetto fu accettato a pieni voti.
Finita la cena, que’ giovinetti, accesi i loro sigari si sdrajarono
sull’erba. Pochi minuti dopo erano sepolti in un profondo sonno.
Il 28 luglio, in forza di una convenzione stipulatasi tra i generali
Clary e Medici, i regj sgombrarono Messina, riducendosi nella
cittadella.