GARIBALDI (Bologna, 26 settembre 1859)

— A tavola, signori! gridò un cameriere recando un’odorosa minestra di

paste.

— A tavola, a tavola! ripeterono alcuni garibaldini, i quali radunati

nelle sale di una trattoria di Palermo, stavano contemplando la marina

dal balcone, aspettando l’ora del pranzo.

In un attimo furono tutti a posto. Il capitano Federico fece sedere

presso di sè Ernesto; poi venivano Roberto, Valentino e cinque o sei

altri, militi e graduati alla rinfusa.

Già tutti stendevano la mano ai piattelli, quando Roberto, alzatosi,

gridò:

— Un momento! Ricordatevi, amici miei, che la gratitudine è tra i primi

doveri dell’uomo; dunque nessuno ardisca mangiare prima di ringraziare

con un brindisi l’ottima signora zia d’Ernesto...

— Benissimo! gridarono in coro i convitati impugnando i bicchieri.

— La quale ebbe la felice idea di inviare per la posta un grazioso

rotoletto di _marenghi_ a quel bravo giovane di suo nipote, al quale

pure faremo un brindisi in compenso dell’averci invitati ad ajutarlo a

degnamente spendere il regalo della zia.

La proposta di Roberto fu accolta con gioja da tutti gli astanti;

si fece il brindisi in onore della contessa, la quale, se lo avesse

inteso, avrebbe per quell’istante di dolcezza dimenticati i tanti guaj

sofferti in causa del _qui-pro-quo_ che vi abbiamo narrato, e che,

tornata alla sua villeggiatura, soleva ripetere a quanti andavano a

visitarla.

Il pranzo fu allegrissimo per la gioja schietta e confidente che

animava i convitati.

Alle frutta, com’è il solito da Omero ai giorni nostri, cominciò il

novellare. Si parlò, com’era naturale, di quanto in allora formava

argomento di tutti i discorsi, cioè della guerra d’insurrezione, dei

diversi fatti d’armi, e di quanto rimaneva a fare; si parlò del paese

nativo, della famiglia e degli amici assenti, e, come si dice di tutte

le strade che mettono a Roma, tutti quei discorsi si convergevano e

finivano in un sol punto,... Garibaldi.

C’era tra i convitati un capitano, il quale sapeva appuntino le

avventure del generale, che egli aveva conosciuto fin dal quarantasette

in America. Pregato dai compagni a narrarle, non se lo fece dire

due volte, e cominciò a raccontare per filo e per segno alcuni dei

tanti episodj di cui è intessuta la vita avventurosa di quest’uomo

straordinario.

Però per quanto il capitano ne sapesse, egli non avrebbe al certo

potuto competere colla Elpis Melena (pseudonimo d’una miss inglese,

intrepida viaggiatrice); alla quale il generale Garibaldi affidò i

proprj manoscritti, ch’ella tradusse non in inglese, ma in tedesco[41],

allo scopo di diffondere per la Germania le virtù dell’eroe nizzardo,

e, se è possibile, convertirla a nostro vantaggio.

Per questi motivi, e per i diritti del sesso, noi daremo la preferenza

a _miss_ Elpis Melena, radunando in un brevissimo sunto le Memorie di

Garibaldi da lei tradotte, e che spargono molta luce su molti punti

tuttora sconosciuti della di lui vita.

Garibaldi è nato a Nizza il 4 luglio del 1807. Suo padre, Domenico,

nato a Chiavari, era figlio di un marinajo e, dall’infanzia, marinajo

lui stesso. Egli desiderava che suo figlio Giuseppe abbracciasse una

professione più tranquilla della sua; avrebbe voluto farne o un medico,

o un avvocato, o un prete; ma Giuseppe era destinato ad una vita

avventurosa, e il destino (fortunatamente per noi) la vinse.

Benchè ancora ragazzo, Garibaldi non sognava che viaggi; un bel dì

fuggì di casa, e si diresse con un suo compagno a Genova, in un

battello ch’egli governò alla meglio; ma, raggiunto a Monaco, fu

ricondotto a casa.

Odessa fu lo scopo del suo primo viaggio; dopo, visitò Roma, Cagliari,

Genova, Costantinopoli, ove una malattia lo ritenne alcuni mesi.

Guarito, volle andarsene, ma, scoppiata la guerra tra lo Tzar ed il

Sultano, il porto venne bloccato e il giovane marinajo per campare,

accettò l’ufficio di precettore presso una famiglia italiana.

Quando Dio volle potè partire; avuto il comando di un brigantino, da

Costantinopoli recossi a Gibilterra, retrocedendo di poi per la stessa

via.

Fin d’allora, la libertà e l’indipendenza d’Italia erano i più ardenti

tra i suoi desiderj; e vivissima fu la sua gioja quando, ne’ suoi

viaggi, stretta relazione con un affigliato alla _Giovine Italia_,

seppe che molte migliaja d’Italiani ardevano come lui di pari amore

per la libertà della patria. Quella santa idea fu, da quel dì, lo scopo

della vita di Garibaldi.

Nel 1833, mentre egli dimorava a Marsiglia, venne presentato a

Mazzini come uomo fidato a tutta prova; il tribuno gli assegnò una

parte nella cospirazione che andava ordendo. Mentre i Mazziniani,

riuniti e irreggimentati in Isvizzera, dovevano sollevare il Piemonte,

incominciando dalla Savoja, Garibaldi si arrolava nella marineria

piemontese, e veniva accettato come marinajo di prima classe a bordo

della fregata _l’Euridice_. Egli doveva affigliare l’equipaggio alla

_Giovine Italia_, ed impadronirsi a tempo opportuno della fregata e

tenerla a disposizione dei rivoltosi.

Un bel dì, mentre la fregata stava ancorata nel porto di Genova, si

sparse la voce che era scoppiata la rivolta in città, e che la caserma

della gendarmeria (posta nella piazza Sarzana) era già in potere

degli insorti. Garibaldi, impaziente di verificare coi suoi occhi il

fatto, si getta in un canotto, smonta alla Dogana, e corre in piazza

Sarzana. Tutto era tranquillo. S’informa, e gli vien detto che il

colpo di mano era andato fallito, che la polizia aveva sventato il

complotto, che erano stati fatti molti arresti, e che i Mazziniani si

ponevano in salvo: Siccome (dic’egli ingenuamente) io m’era arrolato

nella marineria piemontese per secondare l’insurrezione, così,

fallito il tentativo, non credetti necessario di ritornare a bordo

dell’_Euridice_.» All’imbrunire di quell’istesso giorno, Garibaldi,

travestitosi da contadino, usciva di Genova.

Dopo d’aver camminato dieci notti sui monti, arrivò a Nizza, e riposò

un giorno intero presso sua madre; ma, sicuro com’era che la polizia

era sulle sue tracce, continuò a camminare, e, attraversato a nuoto

il Varo (le cui aque eransi in que’ dì ingrossate) afferrò la riva

francese. Arrestato, non avendo passaporto, disse chi era, raccontando

con tutta ingenuità quanto era accaduto. La cosa parve molto sospetta

alle guardie francesi, le quali credettero bene di condurre il

fuggitivo a Grasse, presso Draghignano, e di chiuderlo provisoriamente,

in un locale della caserma di gendarmeria. Garibaldi saltò dalla

finestra, attraversò la città, guadagnò i monti, vicini e, arrivato

a Marsiglia, non sapendo che fare, pigliò in prestito un altro nome,

aspettando che la Providenza gli offrisse l’occasione di ripigliare la

vita del marinajo.

Certo Francesco Gazan, capitano d’un piccolo bastimento mercantile,

lo prese a bordo in qualità di luogotenente. Di poi fece un viaggio

nel mar Nero; indi condusse a Tunisi una fregata da guerra che quel

bey aveva fatto costruire a Marsiglia. Poco dopo venne spedito a

Rio-Janeiro; ritornò di bel nuovo a Tunisi, e di là a Marsiglia,

proprio in quella che il coléra vi infieriva. Ivi si erano aperti

nuovi ospitali provisorj, e tutti gli uomini di buona volontà vennero

chiamati a soccorrere i malati. Figuratevi se uno della tempra di

Garibaldi doveva rimaner sordo a quell’appello! Egli accorse, e per

più settimane prestò l’opera sua come infermiere negli ospitali di

Marsiglia, vegliando dì e notte presso i colerosi, coll’ardente carità

d’una suora di San Vincenzo.

Pochi mesi dopo egli trovavasi di bel nuovo a Rio-Janeiro.

Allora cominciò la sua carriera militare.

«Sotto la bandiera dell’indipendenza (scrive Garibaldi nel VI capitolo

delle sue Memorie), sul vasto e libero Oceano, seguito da sedici arditi

compagni, io sfidai un impero, e, solo rappresentante della repubblica

di Rio-Grande, ne feci sventolare la bandiera sugli alberi delle mia

nave». Garibaldi qui intende parlare dell’impero del Brasile.

In quell’epoca conobbe e sposò Anita. Ell’era amazzone, come suo marito

era soldato. Lo seguì ovunque, dividendo seco lui tutti i pericoli con

una annegazione mirabile. Fra due battaglie diventa madre. Framezzo

a questa guerra di sorprese, di colpi di mano, di imboscate, ella non

sa il mattino ove poserà la sera col pargoletto. Pochi giorni dopo il

parto è costretta di rimontare in sella, ed eccola che si slancia al

galoppo col suo neonato tra le braccia. Vien presa; e giunge a fuggire;

è ripresa; la si crede morta.... quand’eccola ricomparire d’improviso,

sorridente e fiera col suo bambino.

Assestate le cose della repubblica di Rio-Grande e finita la guerra

col Brasile, Garibaldi, stabilitosi a Montevideo, fu costretto a

mutar professione tanto da poterla campare lui e la famigliuola.

Quand’ecco si accende la guerra tra Montevideo e Buenos-Ayres. Il

generale Manuel Oribe, già presidente di Montevideo, venne esigliato da

quella repubblica, e come Coroliano tra i Volsci (la comparazione è di

Garibaldi) andò a chiedere soccorso e protezione al nemico della patria

sua, a Rosas, dittatore di Buenos-Ayres. Oribe, sostenuto da Rosas,

marciò su Montevideo. A Garibaldi venne dapprima affidato il comando

d’una flottiglia sulla Plata, poi quello d’una legione italiana. Le

sue spedizioni, le sue vittorie, la difesa di Montevideo, lo resero

allora popolare non solo nell’America meridionale, ma anche in parte

dell’Europa.

Garibaldi, dopo l’assedio di Montevideo, viveva come il più umile e

il più povero tra i cittadini di quella città che egli aveva difesa

sì valorosamente, allorchè, l’anno dopo (1847) la fama delle riforme

liberali incominciate da Pio IX, giunse anche in America. Il cuore

dell’esule allora palpitò di gioja! Garibaldi scrisse a Pio IX una

lettera di ringraziamento, di ardenti felicitazioni, offrendogli il suo

braccio; gliela spedì a mezzo del nunzio; questa lettera è in data del

20 ottobre 1847. Anzani, il suo più caro amico, firmò anche lui quella

lettera. Pio IX ebbe il pudore di non rispondere.

Qualche mese dopo giunse a Montevideo la notizia della rivoluzione

detta del quarant’otto. Garibaldi tosto decise di recarsi in Europa.

Raccolto il denaro occorrente, frutto d’una soscrizione, il capo della

legione italiana s’imbarcò con cinquantasei compagni, colla moglie,

coi figli e col fido Aguyar, un negro della Plata che gli fu compagno

in tutte le imprese, e che perì miseramente a Roma il 30 giugno 1849,

colpito in fronte da una scheggia di bomba.

Garibaldi e i suoi compagni approdarono il giugno (1848) a Nizza. Ivi

morì Anzani, il fratello d’armi del generale, dicesi d’una congestione

cerebrale, causata dalla violenza dell’emozione onde fu assalito

alla vista della riva italiana. Garibaldi, resi gli estremi ufficj al

diletto amico, lasciati a Nizza la moglie e i figli Menotti, Ricciotti

e Teresita, partì tosto per Genova, ove giunse il 20. In quell’istesso

giorno egli portossi al campo e offrì i suoi servigi a Carlo Alberto,

che lo indirizzò al ministero della guerra. Garibaldi volò a Torino e

si presentò a Ricci, allora ministro della guerra. Ma il condottiero

di Rio-grande e della Plata, puzzava troppo di repubblicanismo, sicchè

il ministro, ascoltata freddamente la domanda, lo consigliò di portarsi

a Venezia, ove facilmente avrebbe potuto trovare il comando di qualche

nave: «Ecco il posto, conchiuse il Ricci, che più d’ogni altro conviene

all’eroe della Plata.»

Garibaldi, accortosi che era pazzia sperare appoggio dal governo,

risolse di farne senza e di non contare che su sè stesso; raccolse in

Lombardia i Corpi franchi, e cominciò a battere la campagna a suo modo,

senza punto inquietarsi di quanto faceva l’armata piemontese. Era già

successo il disastro di Novara, e Garibaldi, su quel di Varese, teneva

ancora testa agli Austriaci, battendoli più volte; finalmente, vedendo

che ogni resistenza era oramai inutile, licenziò i Corpi franchi, e

riparò in Isvizzera.

A tutti sono note le sue imprese del quarantanove, la difesa di Roma,

e la mirabile sua ritirata a San Marino, la quale gli costò la perdita

della consorte, l’eroina di Imbìtuba, di Lages, di Caquari, e di Morso

da Barra, che mai non lo aveva abbandonato.[42]

«Tutti i miei consigli, tutte le mie preghiere (scrive Garibaldi nelle

sue Memorie) furono inutili; invano la supplicai di riflettere allo

stato in cui si trovava (Anita era incinta). — Tu non mi vuoi presso

di te, rispondeva essa; tu cerchi dei pretesti per allontanarmi...

Dubiteresti forse del mio coraggio? — Non ne aveva essa già date

prove? Non amava forse la bella vita del soldato, la vita a cavallo?

Forse che le battaglie non erano divertimenti per lei? Che importavano

le privazioni e le fatiche, a lei, che associata alle mie imprese,

viveva con tanta energia della vita del cuore?... A San Marino,

durante la nostra ritirata, s’erano palesati in Anita alcuni sintomi

di una malattia mortale; rinnovai le mie istanze perchè la si fermasse

in quella città; invano. Quanto più crescevano i nostri pericoli,

altrettanto la di lei risoluzione era incrollabile. A Cesenatico,

un’intera notte fu spesa nel preparare alla partenza i battelli

che dovevano condurci a Venezia. Anita, appoggiata ad un macigno,

seguiva cogli occhi il nostro lavoro, con una simpatia dolorosa. Ci

imbarchiamo; ahi! l’urto dei flutti aggravò lo stato della malata, e

per tutto il tempo ch’ella rimase a bordo, i suoi patimenti non ebbero

un istante di sosta. Quand’io sbarcai con essa sulle rive di Mesola,

era mezzo-morta e incapace di reggersi in piedi. Ella sperava che il

soggiornare a terra avesse a restituirle le forze... Ahimè! la terra

altro non aveva a darle che una tomba!»

Garibaldi per trentacinque giorni errò alla ventura nella pineta di

Ravenna, nascondendosi di macchia in macchia, di roccia in roccia,

circondato dai Croati che sapendolo lì presso, gli davano la caccia.

Ma il proscritto seppe coll’audacia del guerrigliero, coll’astuzia del

selvaggio indiano, e (diciamolo a loro onore) coll’ajuto dei Romagnoli,

sfuggire alle ricerche dei nemici. Finalmente, di pericolo in pericolo,

di avventura in avventura, attraversata l’Italia, giunse al piccolo

porto di Fullonica, ove s’imbarcò per l’isola d’Elba.

Ma giunto in quell’isola, dovette tosto pensare alla propria sicurezza,

e ripartire al più presto col medesimo canotto in cui era arrivato, e

che conduceva egli stesso remando. Nelle vicinanze di Livorno s’imbattè

in un bastimento inglese, il cui capitano lo raccolse a bordo e lo

sbarcò a Porto Venere. Di là Garibaldi, portatosi a Chiavari, venne

arrestato e tradotto a Genova come prigioniero di Stato. Dopo d’aver

passato qualche giorno chiuso nel palazzo del governatore, venne

condotto dal generale La Marmora, il quale accoltolo con ogni riguardo,

fattolo salire a bordo del _Carlo Felice_ (fregata da guerra che

trovavasi ancorata nella rada), gli disse di scegliere egli stesso il

luogo del suo esiglio, chè la di lui presenza nel regno era divenuta

incompatibile. Garibaldi chiese in via di grazia, che gli permettessero

almeno di abbracciare i suoi figliuoli e di passare ventiquattro ore

con essi a Nizza. Venne condotto a Nizza sul _San Giorgio_ e, il dì

dopo, ricondotto a Genova su questo stesso piroscafo. Garibaldi dovendo

fare di necessità virtù, scelse Tunisi per sua dimora. Ma giunto a

Tunisi, quel bey, non volendo aver garbugli colla Francia, gli negò

ospitalità, proibendogli fino di sbarcare. In allora il capitano

del bastimento tornò indietro, e, in attesa di altri ordini, depose

Garibaldi nell’isola della Maddalena.

Il futuro dittatore della Sicilia, già da un mese viveva tranquillo in

quell’isola nella capanna d’un pescatore, certo Pietro Susini, quando

il signor Falchi, governatore dell’isola, scrisse al governo piemontese

che era pericoloso il lasciare un tal uomo tanto vicino alla Sardegna.

Qualche giorno dopo un _brik_ da guerra, il _Colombo_, giungeva alla

Maddalena, e pigliato il generale, lo conduceva a Gibilterra.

Il governatore di Gibilterra permise a Garibaldi di sbarcare, ma appena

ebbe toccato terra, gli ingiunse di abbandonare Gibilterra entro sei

giorni. Garibaldi si tolse subito di là e se n’andò, soletto in una

barca, a cercare sulle coste barbaresche l’ospitalità che gli veniva

negata in Europa.

Giunto a Tangeri, si portò dal console sardo, e nominatosi, gli chiese

asilo. Il console (il signor Carpaneto) lo accolse cortesemente, e

il povero esigliato fu per sei mesi (cioè fino all’aprile del 1850)

l’ospite ed il commensale del degno rappresentante la Sardegna.

Nei primi giorni di quella primavera, Garibaldi da Tangeri si portò a

Liverpool, e nel giugno s’imbarcò per Nova-York, ove dimorò tutto un

anno. Ivi per campare, si associò al suo amico e compatriota Meucci,

fabbricatore di candele[43]. Poco dopo una società americana gli offrì

il comando d’un bastimento mercantile, e Garibaldi si chiamò felice di

poter riprendere la vita del marinajo. Egli fece vela verso Nicaragua,

verso la Nuova Granata e Panama; ma una ardente febbre, che lo spinse a

fil di morte, lo obbligò a rinunciare a quel comando.

Guarito, verso la fine del 1851, si portò su di un piroscafo inglese

a Lima. Nel gennajo del 1852 gli si presentò un’altra occasione

d’imbarcarsi; un negoziante genovese, stabilito nel Perù, gli affidò un

bastimento da trasporto, sul quale l’ardito marinajo andò dall’America

in Australia, dall’Australia a Canton, tornando a Nova-York.

Nel principio del 1854, in causa di altri impegni contratti, Garibaldi

si portò di bel nuovo in Inghilterra; soggiornò qualche tempo a

New-castle e a Londra, poi viaggiando pel Mediterraneo, pervenne, il

maggio, a Genova.

Questa volta il governo piemontese ebbe il buon senso di accordargli

la libertà di vivere in patria. Garibaldi si condusse tosto a Nizza,

e là visse tutto quell’anno affatto oscuro, e occupato esclusivamente

de’ suoi figli. Per ultimo, cercando una solitudine ancor più profonda,

comperò un pezzo di terra incolta nella quasi deserta isola di Caprera,

e vi si stabilì l’anno dopo.

Caprera (i lettori lo sanno) non è che una roccia di granito, ricoperta

da uno strato di terra fecondabile. L’isola è abbastanza vasta,

estendendosi in circonferenza quindici miglia, e in larghezza, cinque.

La popolazione dell’isola è formata dai suoi quattro proprietarj,

cioè dal generale, da un Inglese e da due poveri pastori. Di case che

meritino questo nome, non ce n’è che due, quella del generale e quella

(di stile moresco) dell’Inglese, posta sulla punta dell’isola verso la

Maddalena; i due pastori, che dividono con Garibaldi e coll’Inglese la

proprietà dell’isola, dimorano in certi antri aperti nelle rocce[44].

Garibaldi pose piede per la prima volta nell’isola di Caprera nel

maggio del 1855. Trovò quei massi di granito affatto deserti e

ricoperti appen’appena da un sottil strato di terra, la quale in molti

luoghi era tanto stracarica di ciottoli, che pochi e tristi arbusti vi

potevano allignare, e tra questi l’erica e qualche famiglia di erbe

aromatiche. Al presente, dopo due anni e mezzo di fatiche, l’aspetto

dell’isolotto è mutato. Vi si scorge una bella e comoda casa (Garibaldi

a Caprera abitò, prima sotto una tenda, poi in una capanna di legno)

circondata da un muricciuolo lungo circa due miglia, eretto pietra

per pietra dalle mani del generale, nel recinto; crescono, prosperano

legumi, mandorli, pomi, peri, castagni, le viti e fino la canna da

zucchero. Il campo è solcato da copiosi ruscelletti distribuiti con

arte. Vi sono inoltre dei forni con cui si fa carbone delle radici

sbarbicate dal suolo.

Nel 1859, Garibaldi aveva divisato di intraprendere un viaggio

nell’America co’ suoi figli e con Bixio, quando gli avvenimenti lo

chiamarono di bel nuovo alle armi.

Gli astanti avevano ascoltato con sommo piacere il racconto del

capitano garibaldino, il quale, solleticato dai segni di aggradimento

coi quali venivano accolte le sue parole, disse:

— Adesso, amici miei, voglio raccontarvi un’altra storia...

— Del generale?

— Proprio del generale.

— Bravo! bene! dì su!» gridarono in coro gli astanti.

— Vi voglio raccontare una scena... C’era anch’io, e me lo ricordo come

se la fosse successa jeri... Ma prima datemi da bere, che a forza di

mandar fuori parole, mi si è seccata la gola come un pezzo d’esca.

Dato ch’ebbe un lungo bacio al bicchiere, il capitano continuò in tal

modo la sua narrazione.

— Lo scorso autunno il generale si trovava a Ravenna; c’erano anche

Menotti, sua sorella, e il servitor vostro. È una bella città Ravenna!

Dopo Roma nessuna città ha tanti monumenti... Poi c’e il sepolcro di

Dante... E la _Pineta_ la contate per nulla?... Chi l’ha veduta di voi

altri la _Pineta_?

Nessuno degli astanti rispose.

— Dunque nessuno l’ha vista!... Peggio per voi. La _Pineta_ è un

immenso bosco di pini, nel quale Garibaldi, dopo l’affare di Roma,

stette nascosto più di un mese... Del resto chi ne vuol sapere di più

non ha che andar a vederla... e se ne troverà contento[45].

Gli astanti risero; e il capitano continuò:

Era il mattino di una bellissima giornata, serena, sorridente come la

ciera d’un galantuomo. Entrati nella _Pineta_, la nostra meraviglia

cresceva ad ogni passo; là ci sono tutte le varietà di verde creato da

Domeneddio, chè, oltre ai pini alti come giganti, il terreno è coperto

da un’infinita varietà di arboscelli, di macchie, di arbusti selvaggi,

frammisti a ciliegi, a peri, a pomi, inghirlandati dalle vite che va

su e giù da un punto all’altro come un serpente. Il generale, in quel

giorno[46], nonostante le violenti emozioni che doveva provare alla

vista di quei luoghi testimonj della morte della sua povera moglie e

dei patimenti che egli aveva dovuto soffrire per sottrarsi alla caccia

dei Croati, il generale, dico, era di ottimo umore. Parlò a lungo

dell’ultima campagna (una magnifica campagna diceva lui), e notava con

compiacenza che durante la guerra, non era stato costretto a punire

alcuno de’ suoi soldati. Lodava poi moltissimo i Romagnoli, e diceva

che tra tutte le città della Romagna, Ravenna si era sempre distinta

per l’assenza completa delle rivalità di casta, e per la lealtà e la

concordia de’ suoi abitanti. Mi ricordo anche del bene che disse di

un tal Bonnet di Comacchio, che l’aveva salvato dalle unghie degli

Austriaci, con grave pericolo della sua vita. Se Garibaldi si ricordava

dei Romagnoli, anche questi non l’avevano al certo dimenticato, tanto

che, quando seppero che egli era nella _Pineta_, accorsero da tutte le

parti. Mano mano che noi ci addentravamo nel bosco, cresceva la folla,

crescevano i viva. Avevamo già percorsi circa tredici miglia, quando

la carrozza ove c’era Garibaldi e che precedeva le nostre, voltò a

destra e noi, seguendolo, ci trovammo tutto ad un tratto innanzi ad

una fattoria che, come abbiam saputo di poi, è proprietà del marchese

Guìccioli. Smontati, entrammo in un modesto salotto... Era precisamente

quello in cui spirò Anita Garibaldi, vittima del suo amor conjugale....

Qui vi furono alcuni istanti di silenzio; poi il garibaldino, continuò:

— Se avessi a raccontarvi per filo e per segno la festa che il fattore

e la sua famiglia, fecero al generale (non lo vedevano da dieci anni!)

non la finirei più! Vi dirò soltanto che in quella solitaria fattoria,

chiusa in mezzo alla _Pineta_, trovammo una tavola allestita, ma! coi

fiocchi... Altro che una collazione!... fu un vero pranzo da sposi,

che i nostri ospiti seppero rendere doppiamente saporito e allegro,

tanto furono cortesi e compagnevoli. Eravamo diciotto a tavola, e

ad ogni minuto entrava qualche Romagnolo nel salotto; tutti volevano

berne un bicchiere col generale, tutti facevano a gara per parlargli,

rammentandogli qualche avventura del quarantanove, qualche pericolo

incontrato insieme a lui, tanto che in men di mezz’ora, la sala fu

zeppa di gente, da non potersi movere. Al di là degli usci aperti,

si vedeva una folla di teste...; ogni tratto si udivano grida di

gioja: viva Garibaldi! viva l’Italia, ecc. ecc. Finita la colazione,

e pigliato congedo da quella brava gente, risalimmo in carrozza...

Indovinate un po’ da quanti legni siamo stati accompagnati al nostro

ritorno dalla fattoria? Nientemeno che da cinquanta!

— Oh?

— Proprio da cinquanta! Vedete che n’era venuta della gente! Dopo un

miglio, ci siam fermati davanti una cappelletta solitaria, sulla cui

porta stava un prete che ci accennò di smontare e di seguirlo nella

chiesuola; entrammo infatti. Presso l’altare c’era una tomba coperta

da un strato nero, stracarica di ghirlande e di mazzi di fiori colti

allor’allora. Era la tomba di Anita... Noi tutti ginocchioni pregammo

per quella poveretta... Che momento solenne fu quello! c’era un

silenzio.... un raccoglimento!... pareva che ognuno di noi pregasse

per sua madre... Ah! non la dimenticherò più quella giornata! non lo

dimenticherò più quel momento!...

Uno dei Mille della spedizione garibaldina nel Mezzodì d'Italia · 第 24 / 39 题