L’incontro.
Siam stretti ad un patto.
Che i gendarmi della letteratura, vogliam dire i critici, ci perdonino
se nel capitolo precedente ci dilungammo alquanto dal soggetto,
risalendo fino al 1815 e più in su ancora. Abbiamo le nostre ragioni
per giustificare questa scappatella; il seguito del racconto lo
proverà. D’altronde è bene il richiamare alla memoria dei nostri
giovani le guerre combattute dai padri nostri, o per sostenere
l’insaziabile ambizione di un despota, o per soffogare nel sangue
le diverse nazionalità che tentavano rizzarsi e riaversi al soffio
dell’aura provocatrice di libertà che spirava nel principio di questo
secolo. Confrontate quelle guerre con quelle che noi combattemmo in
questi ultimi anni, e combatteremo fra poco, ci sentiamo animati da un
giusto orgoglio che ci fa esclamare: Le nostre vittorie non costarono
lagrime che ai nostri nemici.
I nostri fratelli che morirono sul campo col grido di viva l’Italia,
ebbero onorate sepolture; il racconto delle madri, pie custodi delle
tradizioni, e la stampa, più ancora del marmo e del bronzo, renderanno
imperituri i loro nomi.
Questo è il premio serbato a chi muore pel bene del proprio paese. Che
serbi il tempo a coloro che sparsero, benchè eroicamente ed in buona
fede, il loro sangue obbedendo ai capricci del dispotismo, l’avete
veduto nella morte del capitano Bernardo; l’oblio.
Ora che ci siamo giustificati, ripiglieremo il filo del racconto.
Roberto con passo spigliato e veloce proseguiva canterellando il suo
cammino. Oltrepassato Bucinigo (Buco-iniquo, dicono i cronisti), ad
uno svolto della strada, vide venirgli incontro, sullo stesso sentiero
laterale oltre i paracarri della via maestra, un giovine contadino, il
quale, benchè dimenasse un po’ troppo le braccia camminando, pure aveva
l’aria e il portamento d’un soldato. A Roberto quella fisonomia, mano
mano gli s’approssimava, non pareva nuova:
— Quella ciera là l’ho veduta altre volte di sicuro! diceva fra sè...
Ma ora non mi raccapezzo... Al modo con cui va, colui dev’esser stato
o bersagliere.... o garibaldino.... Non c’è a dubitarne...» e guardava
fisso.
Il contadino intanto s’avanzava celeremente. Egli aveva una di quelle
fisonomie aperte, sorridenti, simpatiche, che pajono dire al prossimo:
Vogliami bene ch’io te ne vorrò... Portava dietro alle spalle un
fagotto appeso ad un bastone che teneva impugnato come se fosse un
fucile e, ad armacollo, un cilindro di latta, di quelli usati dai
soldati a custodia delle loro carte.
Anche al contadino la fisonomia di Roberto non era nuova.
— Chi sarà quel giovine? diceva tra sè; l’ho veduto di sicuro in
qualche altro sito... dove poi, indovinalo grillo! Se ne son vedute
tante l’anno passato delle faccie di giovani!...
Giunti che furono a pochi passi l’un dell’altro s’arrestarono,
fissandosi senza dir parola. Il contadino sorrise e, trattosi il
berretto, ruppe pel primo il silenzio.
— Mi pare... e non mi pare...
— Perdio! pare anche a me... ma non so... rispose Roberto sorridendo
anche lui... Tu m’hai l’aria di un garibaldino...
— Lo sono stato difatti... E anche lei...
— Anch’io sì...
— Con Medici?
— No, io era con Bixio.
— Fa lo stesso... Ah! adesso mi ricordo!... lei è quel pittore che,
intanto che bolliva il rancio, faceva i ritratti agli amici.
— Precisamente!...
— Vede lei se ho buona memoria!..
— Diavolo! è vero...
— E di me non si ricorda?... M’avrà veduto di sicuro... e chi sa quante
volte...
— Sarà benissimo; ma che vuoi! fra tante fisonomie si perde la
bussola...
— Mi dica un po’... Ha conosciuto lei l’anno scorso certo Federico
***?... Quello che stava sempre sempre insieme al povero Giuliano ****,
morto a Brescia, dopo l’affare di Treponti[4].
— Altro che conoscerlo!... Federico *** è mio amico...
— Ebbene, io era l’_ordinanza_ del signor Federico... cioè
intendiamoci! Quando aveva fatto il mio dovere come soldato, nè più nè
meno degli altri, accudiva alle faccende del signor Federico, pulendo
gli abiti, le armi...
— Oh! corpo d’un cannone! sclamò Roberto; ora mi ricordo...» Così
dicendo afferrò la faccia del contadino, e fissatolo di bel nuovo
esclamò: È proprio lui! To’! chi mi avrebbe detto che oggi doveva
incontrare il nostro Valentino!
— Vede lei...
— Eh! al diavolo il _lei_! Siamo o non siamo...
— Sia pure... e viva l’Italia!...
— E si può sapere dove sei diretto?
— Al mio paese...
— Ma tu, Valentino, se ben mi ricordo, non sei di queste parti, ma del
Lago Maggiore...
— Sì, son d’Angera... o almeno di lì presso...
— Come diavolo ti trovo qui nel cuor della Brianza?
— Mi ci ha mandato il signor Federico...
— A fare?
— A distribuir lettere.
— Che! fai il porta-lettere?
— Sicuro! Me ne ha date più di trenta; ed io le ho ricapitate tutte,
in due giorni... Indovina un po’ — continuava ridendo Valentino — a chi
erano dirette quelle lettere...
— Ma!
— Erano dirette a persone di tua conoscenza...
— Spiegati.
— Ai nostri compagni d’armi. Capisci ora?
— Diavolo, diavolo! L’affare si fa serio... Fammi un po’ il piacere di
spiegarti meglio.
— Volentieri! Ma sediamci, chè questo star fermo su due piedi mi stanca
più che il camminare...
I due giovani s’inoltrarono per un sentieruzzo che sboccava sulla
strada maestra; poi, entrati in un campo, sedettero all’ombra d’un
gruppo di salici.
— Ah! così si sta meglio!» sclamò Valentino levandosi dalle spalle il
suo fardelletto e posandoselo a canto.
— Dì su dunque! gli disse Roberto. Di che si tratta?
— Si tratta di una nuova spedizione con Garibaldi...
— Con Garibaldi!... Infatti, mi ricordo che anche a Milano, tempo fa,
si parlò di una misteriosa impresa... Ma io, in que’ dì, aveva molto a
fare, sicchè non ci badai più che tanto... Poi la credeva una di quelle
solite chiacchiere...
— Altro che chiacchiere! Devi sapere che il signor Federico venne
appositamente da Brescia a Sesto Calende, e si fermò dal signor curato,
un prete della legge, che è suo amico...
— Federico ha moglie, vero?
— Sì e la condusse con lui. La signora Giulia rimane a Sesto da
don Luigi, intanto che suo marito va innanzi e indietro da Sesto a
Genova...
— Ah! è andato a Genova?
— Sicuro! per intendersi con Garibaldi e coi capi...
— E dove è diretta la spedizione?
— Non se ne sa nulla; è un mistero. Ma che fa a noi il sito? Lo sa
Garibaldi, tanto basta...
— D’accordo. Tu, Valentino, sei della partita?
— S’intende.
— E Federico?
— Il signor Federico partirà più tardi, con un’altra spedizione...
Garibaldi vuol che si fermi a Genova a raccogliere uomini e denaro...
Lui sulle prime non voleva saperne; ma infine ha dovuto acconsentire,
tanto più che don Luigi lo ha persuaso di rimanere... La signora
Giulia è incinta... è quasi a termine... e un giorno o l’altro...,
capisci!... La poverina, quando ha saputo che suo marito voleva
partire con Garibaldi, non ha detto parola, ma però... la botta l’ha
sentita nel cuore... Fatto sta che per quanto la si forzasse di parere
indifferente e di buon umore, si capiva che dentro soffriva soffriva...
A desinare la mandava giù i bocconi per forza... ogni tratto scompariva
e ritornava dopo qualche minuto colla faccia sorridente, ma cogli occhi
rossi... Non la si sentiva bene... Insomma, così non la poteva andare,
ecco! Tanto che io stando in quella casa quasi tutto il dì, e aveva
sempre sott’occhi quella povera creatura...
— È buona proprio, eh?
— È un angelo! gridò Valentino con entusiasmo. Ti so dire che delle
donne come lei non se ne trova una in mille... Io insomma aveva fissato
di dir quello che stava bene al signor Federico... Finchè vado io a
farmi ammazzare, è in regola; primo è mio dovere, poi tranne mio padre,
non lascio nessuno a questo mondo... Fortunatamente un bel dì, eccoti
il signor Federico di ritorno colla buona notizia che non partiva
così subito... Se tu avessi veduta sua moglie in quel momento!... ti
avrebbe proprio fatto compassione... È diventata smorta smorta, poi
rossa rossa... Ha fatto per parlare, ma non c’è stato verso... si è
gettata nelle braccia di suo marito e si è messa a piangere per la
consolazione... Cosa vuoi! io ho dovuto far _fronte indietro_ e via
adagio adagio per non farmi minchionare, chè, a dirtela, piangeva
anch’io...
— Te lo credo...
— Dunque il signor Federico resterà a Genova... Da quel poco che ho
potuto capire, partirà dopo con Medici...
— Allora resterai anche tu...
— No, no. Io partirò colla prima spedizione, con Garibaldi, Bixio,
Sirtori, Türr, ecc. ecc. chè son tanti... L’ho già detto al signor
Federico, il quale m’ha risposto che gli incresceva di non avermi con
lui, ma che alla fin dei conti io era libero di far quello che credeva
meglio pel bene del mio paese. Io sarò dei primi.
— Sarete in molti...
— Ma! chi lo sa! Ad ogni modo non oltrepasseremo di molto i mille...
— Pochi, perdio!
— Che fa il numero quando s’è col _generale_?
(Così per antonomasia vien chiamato Garibaldi dai suoi militi.)
— Il generale, vedi! proseguiva Valentino, ha caro che i suoi sieno
in pochi (purchè buoni) per fare certi colpi di mano pei quali è nato
vestito... Poi le sai anche tu queste cose!...
— Capisco capisco! Ma dì un po’, che c’entrano in questo affare le
tante lettere che sei andato seminando per la Brianza...
— Quelle lettere me le ha date, come t’ho già detto, il signor
Federico. Venerdì scorso, secondo il solito sono venuto a Sesto con
mio padre a portarvi del pesce. Poi, sbrigate alcune faccende, andai
su da don Luigi, che passeggiava in giardino col signor Federico.
Questo, chiamatomi, mi disse: «Arrivi proprio in tempo, Valentino. Oggi
vado a Genova, e sarò di ritorno tra quattro o cinque giorni. Prendi,
Valentino, queste sono lettere dirette ad alcuni dei nostri compagni
d’armi... È un invito a radunarsi a Genova... tu porterai queste
lettere al loro destino... To’, questi sono denari pel viaggio. Quando
le avrai ricapitate tutte, mi raggiungerai a Genova... così non ci sarà
pericolo che tu abbia a restar indietro...» Eccoti spiegato il mistero
di quelle lettere... Hai capito ora?
Valentino, così dicendo, si alzò da sedere, e postosi di bel nuovo
il fagotto sulle spalle: Caro il mio Roberto, disse, io ti saluto...
Ripiglio la mia strada; mi preme di arrivare a Como a tempo di partire
colla diligenza, così sarò a Varese stassera, e domattina a Sesto.
Ma Roberto rimaneva a sedere, cogli occhi fissi a terra, assorto nei
suoi pensieri. Valentino, vedendo l’amico rimanere immobile, fermò il
passo, e scherzando gli diè sulla voce:
— Ohe! dormi, Roberto?
Il giovine pittore non rispose; si alzò, scosse la terra dalle gambe,
e, postosi sottobraccio la sua scatola, seguì silenziosamente il
compagno, che intanto era già uscito sulla strada maestra. Valentino,
attesolo, gli fece un saluto di commiato; ma Roberto invece di
contraccambiarlo con un altro, gli si pose al fianco dicendo:
Andiamo...
— Come andiamo! chiese meravigliato il pescatore. Ma tu vai di là ed io
di qua...
— Ho mutato parere, gli rispose Roberto, sempre cogli occhi bassi, come
se non potesse staccarsi da un’idea fissa, e che da pochi istanti lo
dominava.
— Hai mutato parere? chiedeva di nuovo Valentino, più ancora
meravigliato.
— Ma sì... rispondeva Roberto un po’ stizzito per la lotta che in quel
punto sosteneva nel suo interno. Che ci trovi mo di straordinario? Ho
pensato che... Infine è affatto inutile che io prosegua per quella
strada... Ho mutato pensiero.... Voglio tornare a Como... in tua
compagnia...
— Dici davvero! Ma bene, benone! Così chiacchiereremo e la strada ci
sembrerà più corta.... _Marche_!...
Strada facendo Valentino rammentò al camerata la campagna dell’anno
antecedente, citando tutte le particolarità dei fatti di Malnate, di
S. Fermo, di Treponti, ecc. ecc.; parlò con entusiasmo dell’imminente
spedizione, della quale per verità nulla sapeva di positivo, ma che gli
si affacciava come cosa affatto nuova e con proporzioni eccezionali,
meravigliose. Questa volta, diceva egli, c’è di mezzo il mare; questo
lo so di sicuro. E sai tu, Roberto, che negozio sia il mare? Dice chi
l’ha veduto, che dei nostri laghi (compreso anche il Maggiore, che non
è chiamato così per nulla) ce ne sta dentro più di cinquanta, più di
cento... E i bastimenti a vapore? In loro confronto i nostri son gusci
di nocciuola... Ah! che bella cosa dev’essere viaggiare sul mare!...
Che te ne pare?
— E tu mi dicevi, usciva a dire Roberto, rispondendo più a sè stesso
che al commilitone, che la moglie di Federico non s’oppone alla
partenza di suo marito...
— Sicuro!... s’accora per lui questo è vero ed è naturale... tanto
più che gli vuole tutto il suo bene... Ma vuol bene anche all’Italia,
quella brava signora!... Ella è solita a dire che la libertà non
s’ottiene che a forza di sacrifizj. Gli uomini, dice lei, devono
consacrare la vita alla libertà; noi, le affezioni del nostro cuore;
ciò che alla fin de’ conti torna lo stesso, perchè per le donne le
affezioni son la vita. Capisci! questo si chiama parlare!...
— E Dalia, pensava intanto tra sè Roberto, sarà d’una tempra eguale a
quella di Giulia?
— A che tale confronto?
Roberto, fino dalle prime parole barattate con Valentino, come il
cavallo di Giobbe al clangore delle trombe, s’era sentito rimescolare
il sangue, e più ancora lo eccitavano i nomi di Garibaldi, di Bixio,
di Medici, di Cosenz e di cento altri; nomi che esercitavano su lui,
come su la gioventù tutta, un fascino irresistibile. All’interrogazione
che gli veniva dalla coscienza: «E tu, giovinotto, perchè non sei della
partita?» non aveva trovato, colto sul subito alla sprovvista, di che
rispondere; aveva arrossito, sospirato.... Ma non bastava per acchetar
la coscienza. E Dalia? che dirà la poverina? Quello che Giulia ha
detto a suo marito? Roberto, che conosceva a fondo la sua amica, non
lo sperava; egli ripeteva scoraggiato, tra sè, le parole di Valentino:
«Delle donne come questa non se ne trova una in mille.»
— Supponiamo (diceva a sè stesso), supponiamo che io, tornato a
Milano e, dica a Dalia: Mia cara, io parto!... Dalia allora (mi par
di vederla) mi fisserà attonita con que’ suoi occhioni e: Dove vai?
mi dirà: Vado... con Garibaldi...; dove, non lo so... Benissimo, mi
risponderà, vengo con te... Ci scommetto che la mi risponde così. E
allora che si fa! Dirle: non voglio, sarebbe inutile, perchè già non mi
darebbe ascolto. Eccomi in un bell’imbroglio!... Se chiedessi un parere
a Valentino? Che sa egli di queste cose! Queste delicature del cuore
non son per lui, tagliato com’è alla carlona... Pure... Di’, Valentino,
chi sa a quanti garibaldini rincrescerà di lasciar l’amorosa, eh?
— Che fa a loro! Qualunque sarà il sito ove ci condurrà Garibaldi, ce
ne saranno donne, sta tranquillo!...
— L’ho detto io!...» borbottò fra sè Roberto; poi sorridendo a
Valentino:
— E tu l’hai l’amorosa?
— Sicuro che l’ho... e bella anche...
— E non ti rincresce a lasciarla?
— Non dico di no... Ma, alla fin dei conti, prima il mio paese e
Garibaldi... dopo, lei.
— Questa la viene a te!...» disse in cuor suo Roberto arrossendo; poi
ingolfatosi di bel nuovo nei suoi pensieri, non disse parola fino a
che giunsero presso Como, rispondendo con monosillabi all’instancabile
loquacità del buon Valentino.
Arrivati sul promontorio che piglia il nome dalla filanda Binda, e dal
quale la strada maestra scende serpeggiando a Como, sostarono alquanto
per pigliar lena, e per godere la vista della stupenda vallata che
spiegavasi dinanzi a loro. Seguivano coll’occhio la graziosa curva
delle Alpi che, piegando a destra, si dilunga verso il nord a formare
la sponda orientale del lago; videro, sul dorso boscoso di quelle,
l’antico convento edificato su d’un’aerea balza, a mezzo il sentiero
che sale a Brunate, e i casolari sparsi qua e là, biancheggianti tra
gli ulivi e le querce secolari. Il loro sguardo, alla svolta delle
Alpi, scendeva su Como, sulle sue torri, sul lago, sull’amenissimo
Borgovico, e di là alzavasi sul vetusto Baradello.
— Guarda lassù! sclamava Roberto, accennando colla mano la strada che
mette a S. Fermo di gloriosa memoria.... Ti ricordi quando scendemmo
di corsa, là dal ponte Mulinello, addosso agli Austriaci di Urban
accampati lì al basso nella piazza d’armi?
— Se mi ricordo! rispondeva Valentino, fissando quei luoghi con occhi
scintillanti per l’entusiasmo. Ah! se avessi tempo!... Vorrei fare una
scorserella lassù, fino a S. Fermo, a salutare i nostri compagni morti
in quel giorno... Ma non posso...
— Salutiamli di qui... Addio De Cristoforis!... Addio Cairoli, addio
Cartellieri, Pedotti, Battaglia.... Addio tutti....
E i due amici, levatisi da sedere, salutarono colle mani quei cari
estinti; poi, lasciata la strada maestra, s’avviarono per un’altra più
modesta, ma ancor più amena, la quale, scendendo a mancina giù per la
valle, conduce alla Camerlata.
Roberto progrediva più veloce del suo compagno, il quale, benchè
robusto e avvezzo a camminar celere, non potè a meno di dirgli
sorridendo:
— Perdio! come corri!
— Che vuoi! Valentino...» rispose Roberto rallentando il passo, la
vista di que’ luoghi (e additava i monti dirimpetto) mi risveglia certe
memorie che mi mettono in cuore una smania di correre, di saltare, di
gridare, di menar le mani...
Valentino accolse queste parole con una risata.
— Ridi finchè vuoi, proseguiva Roberto, ma la è così... Mi sento un
altr’uomo... Al diavolo i dubbj!... Valentino, vengo con te...
— Dove? chiese l’altro fermandosi meravigliato.
— Dove!... Prima a Sesto...
— Dici davvero?
— Voglio parlare con Federico, e sentire un po’ da lui come la va
questa faccenda... Poi...
— Poi?
— Poi... dove ci manderà Garibaldi...
— Questo si chiama parlare!... Viva l’Italia!» sclamò Valentino
afferrando la mano del pittore, e squassandogliela con forza — Poi,
rimessisi a camminare:
— Lo avrei giurato che la finiva così! — proseguiva battendo colla
palma sulla spalla dell’amico — Diavolo! pensava fra me. Possibile che
uno della tua tempra, un vecchio soldato, un garibaldino puro sangue,
abbia a restare a casa mentre i suoi compagni corrono a serrarsi
intorno al generale!... Bravo Roberto!... Dà qui quella tua scatola...
voglio portarla io fino alla Camerlata...» Così dicendo, tolse la
scatola dal braccio di Roberto che tentò, ma invano, di opporsi, e se
la strinse sotto l’ascella.
In breve sbucarono alla Camerlata. Pochi minuti dopo, i due compagni,
seduti sul serpe della Diligenza s’avviavano verso Varese, onde
trovarsi la sera, o il dì dopo, a Sesto Calende.