Milano, il 18 febbrajo 1812, popolata com’era da tanta uffizialità,
gavazzò più mattamente del solito. Appunto in quel dì tutte le
trattorie e le bettole suburbane erano gremite di gaudenti. Numerose
succedevansi le mascherate folleggianti; la plebe s’urtacchiava per le
strade avvinazzata; chè allora il vino costava poco più della fatica
di berlo; tutti poi mostravansi esaltati dalla speranza di una libertà
promessa e non mai data.
Da porta Nuova moveva lunga una fila di carrozze signorili verso la
_Cascina de’ Pomi_, in allora ritrovo del bel mondo. In una di queste
sedeva una brigatella di uffiziali e di donne, le quali all’abito ed ai
modi, parevano appartenere ad una classe sociale un pochino equivoca.
In compenso erano belline, gaje oltremisura, e dispostissime a pigliar
congedo filosoficamente, cioè col bicchiere in mano, da’ loro amorosi,
chiamati a partire il dì dopo per una misteriosa spedizione dalla
dispotica voce di Napoleone I.
Capo della brigatella appariva un capitano dei Veliti; a lui
specialmente erano rivolte le occhiate più provocanti, a lui i
sorrisi più graziosi delle dame. Infatti il capitano Bernardo **** era
l’anfitrione della festa, cioè quello che ne pagava le spese. La notte
prima egli aveva vinto alla _roletta_ una buona manata di zecchini.
Era dunque giusto che ne spendesse almeno due terzi cogli amici e col
gentil sesso, il quale, generalmente parlando, quanto si mostra restìo
nel dividere co’ maschi le pene della vita, altrettanto è pronto nel
reclamare la sua porzione di piaceri. Così dicono la pensassero le
donne nel 1812.... ma adesso gli è un altro pajo di maniche.
Reduci dalla _Cascina de’ Pomi_, il capitano Bernardo e la compagnia,
smontarono ad una osteria, la quale sussiste tuttora fuori di porta
Garibaldi. Ufficiali e signorine salirono ad una sala al primo piano;
Bernardo si fermò coll’oste ad ordinare il pranzo.
Approfitteremo di questo momento solenne, per dare a’ nostri lettori
uno schizzo biografico del capitano.
Bernardo **** era nato all’ombra del nostro Duomo (e precisamente
in una casipola situata fra le ortaglie, e confinante al nord colla
chiesa di San Celso e al sud col bastione), l’anno 1782, da poveri ma
onesti genitori. A vent’anni, nei bei tempi della repubblica Cisalpina,
stufo di esercitare la paterna professione di giardiniere, gettata
la zappa pel fucile, si era fatto soldato. Nella primavera del 1806
aveva seguito re Giuseppe nella spedizione del regno di Napoli. Tornò
glorioso coi galloni di sergente, ed una costola sfondata, la quale
ad ogni capriccio atmosferico gli ricordava con gioja di Michele Pezza
detto _fra Diavolo_, e de’ suoi seguaci.
Nel 1808 passò in Ispagna; perdette due dita della mancina all’assalto
di Hostalvico, e n’ebbe in compenso dal generale Pino le spalline.
Prese parte a tutta quella memorabile campagna, nella quale gli
Italiani sprecarono tanto sangue; e promosso a capitano, ritornò in
patria insieme agli avanzi dell’armata italiana del general Lechi.
Erano entrati in Ispagna in numero di oltre trentamila, e ripatriavano
in meno di novemila.
Arrivato a Milano, chiese conto della sua famiglia, ma non rinvenne
che una sorella, Dorotea, minore di lui d’un dieci anni. I genitori
dormivano da un pezzo nel _Gentilino_. Quanto a Dorotea, chiestone
informazione, n’ebbe in risposta ch’era meglio perderla che trovarla.
Bernardo si fece rosso in viso, scaraventò una bestemmia in francese, e
non cercò più in là.
Ora torniamo al 18 febbrajo 1812, e alla nostra brigata, la quale
desinò allegramente tra brindisi innumerevoli. Basti dire, che il
capitano Bernardo, da quel buon Italiano che era, volle riparare in
quel dì all’ingiustizia degli sciupacalamaj francesi verso i prodi
nostri compaesani che tanto si distinsero nelle guerre di Spagna,
con altrettanti brindisi in loro onore. Così vennero salutati Lahoz,
Fantuzzi, Pino, Teullié, Balabio, Fontanella, Rossignoli, Porro,
Pittoni, Palombini, Fontana, Mazzucchelli, Giflenga, Del Fante,
Alari, Corner, Battaglia, Banco, Crovi, Geraldi, Pignatelli, Borelli,
Rossetti, Giuliano, Rossi, Vacani, Bertoletti, Severoli, Bianchetti,
Santandrea, Ceroni, Coleoni, Peyri, Conca, ecc., ecc.
Il capitano Bernardo, accorgendosi che i suoi camerati andavano
frugando nella mente in cerca di altri nomi per festeggiarli con nuovi
brindisi, stimò prudente di scendere a pagar lo scotto, _intanto
che ci si vedeva_, prima che l’oste, approfittandosi della nebbia
che offuscava i commensali, avesse a scrivere i 6 colla coda ingiù,
come diciamo noi Milanesi. Pagato, stava per risalire alla brigata,
quand’ecco giungere a spron battuto un ussero, latore di un viglietto.
Bernardo legge il biglietto, ed esclama:
— Diavolo!... mi chiamano alla caserma... Vado a salutare gli amici...
Ehi! oste!... fa portare una mezzetta di vino a quell’ussero...» Così
dicendo salì le scale, ed entrò dagli amici.
Mi allontanerei di troppo dall’argomento se narrassi ora della famosa
spedizione di Russia, descrivendo gli strazj che spensero tante
migliaja di vite nella ritirata dopo l’incendio di Mosca[1]. I pochi
scampati dal gelo, dal fuoco, dalla fame, dalle ance dei Cosacchi[2],
si fecero quasi tutti ammazzare di poi nelle battaglie di Lutzen,
di Wurtchen, di Bautzen, nelle quali la vittoria parve perfidamente
sorridere all’incorreggibile divoratore d’uomini, per poi stramazzarlo
a Lipsia e a Waterloo.
Nel 1815 l’Austria, vista spazzata la strada, spedì Bellegarde a
riprendere la Lombardia e la Venezia. Bellegarde entrò pacificamente
tra le scappellate dei nostri babbi. L’esercito italiano, com’era
naturale, venne sciolto. «Molti uffiziali cercarono fortuna altrove,
come Ventura che andò a sistemare gli eserciti del re di Lahor, nelle
Indie; Codazza, che nelle repubbliche dell’America meridionale fece da
ingegnere e colonizzò l’alta regione della Cordiliera di Venezuela, e
così altri.» Alcuni barattarono l’uniforme, indossando la bianca livrea
de’ nuovi padroni; altri invece, fedeli ai loro principj, preferirono
l’amarissimo pane della miseria alle lecornie della corte vice-reale
austriaca. Fra questi ultimi va annoverato il capitano Bernardo.
Caduto prigioniero dei Russi nelle vicinanze di Smolensko e tradotto
a Pietroburgo, ebbe gelata una gamba; amputato, guarì. In compenso il
destino fe’ sì ch’ei desse nel genio d’un magnate di quella città, il
quale trasse partito delle cognizioni orticole del povero prigioniero,
mandandolo ad attendere a certi suoi poderi nella Volinia. Fra le
tante e svariate speculazioni, la migliore è quella di conservarsi
sempre galantuomo. Bernardo osservò scrupolosamente questo precetto, e
migliorò d’assai la sua condizione. Dimorò in Russia per ben quindici
anni e quando, mortogli il padrone, fece ritorno in patria, e si trovò
possessore di un po’ di ben di Dio (frutto delle sue fatiche e di una
sottile economia), col quale sperava di camparla per benino gli ultimi
anni della sua vita.
Il gennajo del 1827, Bernardo rivedeva la guglia del Duomo. Egli
toccava allora i quarantacinque anni; ma le ferite, gli strapazzi, il
clima inospitale, gli avevano affievolito il corpo, invecchiandolo anzi
tempo.
Prima cura di Bernardo fu di chieder conto di sua sorella Dorotea,
l’uggia per la quale gli era stata scemata dalla lontananza. La
trovò vedova, con tre creature, miserabile e ubbriaca per giunta.
Le carezze di que’ fantolini ebbero virtù di disarmare la collera
dell’onesto soldato e di fermarlo sulla soglia, mentre stava per
andarsene stomacato. Il dì appresso la trista femmina chiese perdono al
fratello; giurò, spergiurò che per l’avvenire non avrebbe assaggiata
una sol gocciola di vino, e tanto disse e promise che Bernardo
alla fin fine consentì di convivere colla famigliuola. Per tal modo
cresciute le spese, dovette pensare ad aumentare, lavorando, l’entrata.
Prese a pigione un pezzo di terra oltre San Calocero, confinante col
fossato che lambe il bastione tra la porta Ticinese e la Vercellina,
ora Magenta; assoldò un contadino, il quale lavorò quel terreno,
scompartendolo in tante ajuole; fece costrurre una piccola serra;
la popolò di erbe odorose e di fiori, e in capo ad un mese potè far
dipingere sulla porta della sua abitazione un enorme mazzo di rose,
larghe come cavoli, sotto cui fe’ scrivere a caratteri cubitali: _Qui
si vende fiori anche in mazzo_.
Unitamente ai fiori pensò a coltivare i suoi nipotini, i quali
all’infuori delle busse che loro prodigava la madre quand’era
brilla, non conoscevano educazione di sorta. Bernardo cominciò col
ribattezzarli, sostituendo ai nomi di Antonio, Giuseppa e Gaetana,
quelli più poetici di Nasturzio, Ortensia e Dalia, incorporando di
tal modo i nipotini nella gran famiglia delle piante e de’ fiori posti
sotto la sua custodia.
Dorotea tenne la parola; solamente al vino sostituì l’aquavite.
Bernardo gridò, bestemmiò, minacciò, ma inutilmente. Dorotea ogni
mattina prometteva di metter giudizio, poi alla sera dondolava in
cimberli. Che fare? Cacciarla, privare que’ bambini della loro madre?
Cacciarla!... ma dove si sarebbe arrestata quella sciagurata, posseduta
dal demonio dell’abitudine degenerata, incancrenita, in vizio, in
bisogno, senza mezzi per procacciarsi di che soddisfarlo? Avrebbe
finito col rubare... o peggio; e allora che sarebbe avvenuto dell’onor
della famiglia? E Bernardo ci teneva all’onore, più che alla vita.
Temendo di peggio, si rassegnò e la ritenne presso di sè. Volle però
mutare il nome anche a lei (era la sua mania), e la chiamò Ruta.
Il dopodesinare d’una domenica, Bernardo condusse i suoi nipotini a
passeggiare fuori di porta Comasina (Garibaldi adesso). Era la prima
volta che visitava quella parte della città, dopo il suo ritorno dalla
Russia. Rivedendo que’ siti, a poco a poco gli tornò alla memoria
l’ultimo carnovale, la scarrozzata, gli amici, le facili damine, e
finalmente il pranzo. Tosto gli nacque la voglia di rivedere anche
l’osteria. Vi entrò infatti, preceduto dai fantolini che, vista
l’insegna, saltellarono per la gioja.
Bernardo, entrato in cucina, trovò tutto a posto, come quindici
anni prima. Nulla v’era di mutato tranne il cuoco, il _caporale_ e i
camerieri. L’oste, ritto dietro il banco, appariva un po’ invecchiato;
però, a malgrado de’ capelli brizzolati di bianco, egli era tutt’ora
rubizzo, calmo, come tutti coloro che non ebbero mai a che fare colle
passioni che tribolano il più degli uomini. Salutò macchinalmente i
sopragiunti levandosi il berretto, e pronunciando il solito: Servite il
signore!...
Bernardo chiese una bottiglia di vin d’Asti, che gli venne
tosto arrecata, unitamente ai _navicellini_. Mentre i ragazzi
sbocconcellavano, Bernardo guardava fisso fisso l’oste, meravigliando
di non esser riconosciuto, ciò che a lui, poveretto, pareva cosa
naturalissima. Visto però che l’oste punto non gli abbadava, risolse di
rompere lui il ghiaccio, e lo chiamò:
— Un’altra bottiglia? chiese l’oste, pronto come un baleno.
— No, grazie!... voleva... Dite un po’ (e sorrideva): non mi conoscete
più?» L’oste accennò col capo di no.
— Diavolo!... pare impossibile, proseguì Bernardo umiliato; capisco
che ne son passati degli anni... ma però... Non vi ricordate di
un certo pranzo... ma! coi fiocchi... al tempo dei Francesi... un
certo pranzo... qui sopra, nella sala verso strada.... C’erano degli
uffiziali, delle donnette... Ma che pranzo!... lo so io cosa m’è
costato!... Ma allora non si badava a spendere... Ehi!... parlo del
1812, nientemeno!
— Mi pare! sclamò l’oste raccapezzandosi, mi pare!
— Proprio il dì prima che si partisse per la spedizione di Russia...
Era di carnevale...
— Ah! sì, sì... ora me ne ricordo... Ha pagato un capitano...
— Son io quello! disse trionfalmente Bernardo, e alzatosi porse il suo
bicchiere all’oste.
— Oh!... troppa degnazione... Alla sua salute... Mi rallegro tanto di
rivederlo sano e disposto... Dopo quel che è successo può chiamarsi
fortunato...
— Oh sì!... rispose Bernardo, e cominciò a narrare le sue avventure ai
circostanti, e all’oste che intanto era tornato a trincerarsi dietro il
banco.
Finalmente Bernardo, stimolato dai suoi nipotini, i quali, non avendo
più nulla da rodere, volevano uscir all’aperto, alzossi e accostatosi
al banco ficcò l’indice e il pollice nel taschino del suo _gilet_,
chiedendo a quanto ammontasse il suo debito.
— Trentotto soldi...
— Ma l’Asti non ne costa che trenta, mi pare...
— Sissignore... trenta soldi per l’Asti, e otto soldi per quella tal
mezzetta che lei ha fatto portare all’ussero... Si ricorda?... proprio
in quel dì del pranzo...» Così dicendo porse dinanzi a Bernardo un
vecchio libraccio bisunto ov’erano annotati i crediti del 1812[3].
A tanto prodigio di memoria e di pidocchieria, io avrei gettate le
braccia al collo al degno Svizzero, proclamandolo il re della specie,
il genio del _brugnonismo_. Bernardo invece si sentì tanto umiliato,
sconcertato da averne bagnate le pupille. Pagò, abbassò il capo, e
pigliati per mano i bambini, uscì senza tampoco rispondere all’oste,
il quale con tutti i vezzeggiativi del mestiere, gli raccomandava di
onorarlo spesso delle sue visite.
Col passar degli anni le faccende del povero Bernardo travolsero alla
peggio. Nasturzio ed Ortensia ebbero la vita de’ fiori; morirono l’un
dopo l’altra di quei sottili malori che avvelenano tanti bambini;
malattie arcane, che procedono sicure in lor cammino, falciando
esistenze a destra e a sinistra, perchè noncurate gran fatto dalla
scienza, la quale pare abbia ceduto l’incarico di studiarle alle
Compagnie d’assicurazione delle vite.
Cinque anni dopo la loro madre morì _di delirium tremens_, la fine dei
bevitori di alcoolici; morì, dopo d’aver colla sua vita disordinata
dilapidato il poco peculio raggranellato dal fratello coll’industre
pazienza d’una formica.
Infine, al fianco del vecchio capitano, affranto dalle tribolazioni,
dalle malattie e dagli anni, non era rimasta che Dalia, svelta e
graziosa giovinetta di diciassette anni e che, fin da piccina, era
stata allogata presso una modista. Dalia, durante il suo noviziato,
aveva apprese molte cognizioni indispensabili per riuscire una
perfetta _madamina_. Aveva imparato a vestir pulitina con poche aune di
percallo; a desinare con polenta e latte, ma a non uscir di casa senza
guanti, o mal calzata; a sentirne d’ogni risma in fatto di maldicenza,
allorquando a _scuola_ le madamine, diremo così, laureate, snudavano
spietatamente i rigiri delle avventure; e, uscendo collo scatolone
dietro la madamina, a fermarsi ad una rispettosa distanza, quando
questa veniva incontrata da qualche vagheggino; e infine a seguire il
codice del proletariato ed a pigliar la vita com’ell’è, paga dell’oggi,
senza infastidirsi gran che del domani, che l’avvenire è in man di Dio.
Così era cresciuta Dalia, senza che fin’allora alcuno avesse potuto
affibbiarle la massimaccia di Larochefoucauld: Esservi poche donne
oneste che non si stanchino del lor mestiere.
Bernardo da tempo languiva nel letto: i suoi giorni erano noverati.
Dalia, tornando dalla _scuola_, saliva le scale col cuore serrato;
apriva l’uscio della cameretta ove giaceva lo zio, e prima di
inoltrarsi lo fissava in volto, trattenendo il respiro, spiando se
fosse ancor vivo.
Una mattina, la giovinetta venne svegliata di soprassalto da un lungo
gemito. Balzò tosto dal letto e indossata in fretta in fretta una
gonna, corse dallo zio, che la guardò cogli occhi imbambolati e senza
movere la testa.
— Oh, Signoriddio! gridò Dalia sciogliendosi in lagrime. Egli muore...
e io son qui soletta... Come fare adesso!... come chieder ajuto!...»
Così dicendo stringeva tra le sue braccia la testa del vecchio,
baciandone e ribaciandone i bianchi capelli, e chiamandolo coi più
dolci nomi. Quando Dio volle Bernardo diè segno di vita; girò intorno
gli occhi; riconobbe la nipote, e sorrise.
— Coraggio, la mia tosa, coraggio!... mormorò di poi con voce tanto
fioca che Dalia, per raccoglierla, dovette posare l’orecchio su quelle
fredde labbra.
— Io me ne vo.... a trovare i miei compagni d’armi... che m’aspettano
da un pezzo... Finisco di patire... Ho vissuto anche troppo... Ma tu,
poverina, che farai sola al mondo?... Io non ti posso lasciar nulla...
nulla affatto!... M’hanno consumato tutto...» E ammutiva soverchiato
dalla commozione.
Dalia, confortatolo come meglio seppe, volle profittare della calma che
in quel momento appariva nella fisonomia del vegliardo, per uscire a
chieder soccorso e assistenza a qualche vicino...
— Torno subito, zio. Qualcuno troverò.
Bernardo crollò il capo sorridendo mestamente alla giovinetta, come
volesse dire: Chi vuoi che s’abbia ad incomodare per un vecchio che
muore.... in miseria?
— No, no, zio; lasciami fare... Non c’è un momento da perdere...
Chiamerò quel giovine che sta qui sopra noi... quel pittore... Pare un
buon diavolo... È sempre nelle nuvole colla testa... ma deve aver buon
cuore... Abbi pazienza, zio!... In due salti sono di ritorno...»
Così dicendo uscì dalla camera; veloce coma una rondine salì una
scaletta, e giunta ad un uscio contornato di ritratti grotteschi
schizzati col carbone, picchiò replicatamente.
— Chi è? chiese una voce.
— Favorisca ad aprire... ma subito subito per l’amor di Dio...
S’intese un tonfo, come d’uno che balzi dal letto; poi una pedata; il
catenaccio rugghiò, e dall’uscio semischiuso fece capolino Roberto, il
quale vista la giovinetta esclamò:
— Ah! è la bella biondina!...
— Scusi se la disturbo, rispose Dalia abbassando gli occhi ed
arrossendo al vedere che al giovane mancavano molte parti del vestito
e non le meno importanti. Il mio povero zio sta morendo... Io mi trovo
sola in casa... Non ho nessuno che m’assista... Mi faccia lei questa
carità...
— Subito subito... Diavolo! è un dovere... La vada pure da suo zio...
Un minuto e sono da lei...
Roberto postosi indosso un vecchio cappotto militare che gli faceva
le veci di veste da camera e di coperta, in un attimo fu al letto del
moribondo, che lo ringraziò con un’occhiata.
Roberto e Dalia passarono tutto quel giorno e gran parte della notte
accanto al lettuccio di Bernardo. Dalia, non trovandosi più sola,
potè uscire in cerca di un medico e tornare con lui. Ma l’arte nulla
poteva per il povero vecchio, e il medico nel congedarsi disse parole
di conforto e di speranza alla piangente giovinetta, ma a Roberto che
lo accompagnò sul pianerottolo, dichiarò senza reticenze che Bernardo
non avrebbe veduto il dimane. Infatti al primo bagliore antelucano, il
vecchio rendeva l’anima nelle braccia di Roberto e di Dalia. Le ultime
parole del morente furono dirette al giovine, al quale strinse la mano
raccomandando al suo buono cuore l’orfanella.
Da quel giorno i due giovani si rividero spesso. La schietta intimità
che li univa, prese grado grado maggiore intensità e forza. Si amavano
già senza che nessun di loro avesse parlato d’amore. Un giorno Roberto
aprì sorridendo le braccia e la giovinetta vi si lasciò cadere,
nascondendo sul petto del giovane il rossore che le infocava il viso.
Così il convolvolo debole ed errante fra gli sterpi e i roveti,
s’attortiglia intorno all’albero protettore, inghirlandandolo colle
variopinte sue corolle.