[153] Vedi, sul gnomone, note all'_Alcibiade_, atto II.
[154] ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. ARISTOF., _Rane_, v.
1128.
[155] Cfr. PLATONE, dial. _Parmenide, Eutidemo, Sofista_. — Già
abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia
antica, nelle _Nubi_ di ARISTOFANE, che ebbe il torto di confondere
tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira
e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione
dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava
alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose
e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale
solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella
accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente
rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto
intorno all'epoca dei personaggi della mia _Sposa_) sofisti e filosofi
hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza
anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i
sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia
innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor
sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di
scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le
nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui
costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del
_Pitagorico_ di ARISTOFANE (fr. 3. MEIN., _Frag. com. græc._, III,
362) e in un altro frammento di ANTIFANE, in un dialogo tra padre e
figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico
— dialogo che ricorda le scene comiche delle _Nubi_ tra Strepsìade e
Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro
le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. ANTIFANE,
Κλεοφάνης; MEIN., _Fr. com. gr._, III, 64). Più acre giudizio de'
sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma
dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai
nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. —
Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'_Alcibiade_,
att. II, n. 35, 36, 37.
[156] EURIP., _Alceste_, v. 528.
[157] «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio
deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di
fichi?» ANTIFANE, _Cleofane_.
[158] Vedi le orazioni di ISOCRATE, _Contro i sofisti_ e l'_Elogio di
Elena_.
[159] SOFOCLE, _Eraclidi_. — LUCIANO, _Dial. dei morti_, 5.
[160] Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle
cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le
corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa
nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza
femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito,
simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel
sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio
che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due
cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di
longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino
agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta
che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della
soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio
di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di
sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello
sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa.
[161] Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα —
Cfr. il passo di DEMOST., _C. Neera_, 1386, citato nella nota 48 al
_Prologo_: e ALCIFRONE, nelle _Lettere_: «Mio padre e mia madre teco,
ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, _per la seminagione
di figli legittimi_. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6.
[162] Vedi nel _Prologo_ della commedia, pag. 26, il testo della legge,
ch'è menzionata da DEMOSTENE, nell'orazione seconda _Contro Stefano_,
1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre
— di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era
esaurito neppur da un primo matrimonio. ISEO, _Eredità di Mènecle_, §
5, 9 — cfr. DEM., _C. Onet._, I, 865-6. _C. Eubulide_, pag. 1131.
[163] «_Il vecchio torna fanciullo un'altra volta_». PLATONE, _Leggi_,
I, 646, a.
[164] Cfr. il passo già citato dell'orazione di ISEO, _Ered. di
Mènecle_, § 7.
[165] «Ammiro, o Fània, la legge di quei di Ceo, la quale vuole, che
quando non si può più viver bene, non si continui a viver male».
MENANDRO, _Framm. inc._ Dove il comico ateniese allude alla legge
che, al dir di STRABONE, nell'isola di Ceo, prescriveva di dar a
bere la cicuta ai vecchi che avevano oltrepassato i sessanta, perchè
lasciassero agli altri il posto di cui essi non potevano più godere.
STRABONE, X, 486.
[166] ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εἶ ναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, §
7.
[167] Poteva la moglie, promovendo l'_azione per maltrattamento_
(κακώσεως δίκη) innanzi l'arconte, chiedere essa il divorzio dal
marito; come vedi nella legge addotta da Eudemonippo nel _Prologo_,
pag. 27. E s'intende che in questo caso (il solo in cui pel divorzio
occorreva l'intervento dell'arconte che lo pronunziasse), esso lasciava
immune la riputazione e l'onor della donna. Si comprendevano poi sotto
quel titolo di _maltrattamento_ (κακώσεως) in genere le accuse di
infedeltà o trascuranza. Come vedi nello scoliaste di ARISTOFANE, al v.
399 dei _Cavalieri_: «Cratino si suppone maritato alla Commedia: questa
vuol divorziare di lui e promovergli un'_azione per maltrattamento_
(κ. δ.). Gli amici di Cratino la supplicano di non agir alla leggiera e
le domandano la cagione della sua collera; essa si lamenta amaramente
di Cratino _perchè la trascurava_ e si dava all'ubbriachezza». —
E PLUTARCO nella _Vita d'Alcibiade_: «Ipparete essendo virtuosa e
amante del marito, contristata in vedere ch'egli usava con cittadine e
forestiere, partitasi da casa, andò dal fratello: di che non curandosi
Alcibiade, anzi seguendo il suo costume, bisognò si deponesse la
scrittura del divorzio presso l'arconte, non da altri ma da lei stessa.
Presentatasi pertanto ella stessa, secondo la legge, sopravvenne
Alcibiade, e presala la menò a casa, senza che alcuno osasse di
opporsi». _Alc._, 8. Cfr. ALCIFRONE, _Lett._, I, 6.
[168] «_Vicina è la moglie_. Quando l'orsa è presente, non s'hanno a
cercar le pedate». ARISTEN., _Lett._, II, 12.
[169] Per distruggere i lupi che infestavano l'Attica, Solone stabilì
un premio: «a chi portasse un lupo, diede cinque dramme, a chi
una lupa, una dramma». PLUT., _Solone_. — Cfr. Scol. in ARISTOF.,
_Uccelli_.
[170] Dopo il primo banchetto nuziale in casa della sposa, questa
veniva la sera condotta alla casa maritale in corteggio di gala tra
canti d'imeneo e suon di flauti, seduta in cocchio tra un parente suo
e un _paraninfo_ o padrino dello sposo, ch'era di solito qualche intimo
amico o parente dello stesso. Vedi la caratteristica descrizione di un
corteggio nuziale, in un frammento di arringa di Iperide, in difesa
di Licofrone, framm. 155, § 2-4. La sorella di Diossippo, il celebre
atleta, viene data dal fratello in moglie a Carippo; e lungo il corteo,
Licofrone, segreto amante, a quel che pare, della sposa, trova modo
di appressarlesi e raccomandarle _di non aver rapporti col marito e
di non lasciarsi da lui toccare_. Ma di ciò accusato, Licofrone nega,
per bocca di Iperide, il fatto, cercando dimostrarne l'impossibilità:
«E qual uomo saravvi in questa città così scempio da prestar fede a un
simile racconto? Giacchè era necessario, o giudici, che prima venissero
il mulattiere e il conduttor del corteggio innanzi al carro conducente
la sposa: poi dietro il carro seguissero i fanciulli che la scortavano
e Diossippo (fratello di lei): poichè anche costui (il fratello) la
accompagnava, per averla egli collocata in matrimonio... E io sarei
giunto a tale grado di pazzia, che in mezzo a tanti uomini che la
scortavano, e fra questi Diossippo e il suo compagno negli esercizi
di lotta Eufreo, uomini fortissimi, avrei osato far di tali discorsi
a donna di lignaggio, e farmi udire da tutti, senza tema di perir lì
subito strangolato?»
[171] «Il marito che tien sua moglie sotto catenaccio si crede esser
prudente ed è matto: perchè se una di noi ha posto il suo cuore fuor
della casa coniugale, essa s'invola più ratta di freccia e di uccello:
e ingannerebbe i cento occhi di Argo». MENANDRO, _Framm. inc._
[172] L'appellativo di _libera_, ἐλευθέρα, corrispondente in questo
caso al latino _ingenua_, designava in genere, quasi titolo nobiliare,
la cittadina ateniese avente stato di famiglia, la donna onesta di
libera nascita, e come tale circondata di rispetto, e sola ammessa
alle sacre Tesmoforìe; per opposto alle cortigiane (ἑταίραι) e alle
_forestiere_ (ξέναι) che gli Ateniesi, scapoli e maritati, liberamente
e pubblicamente corteggiavano, ma alle quali era proibito, sotto
severissime pene, con cittadini ateniesi il matrimonio; ed erano
interdette le feste delle _Due Dee_. — Vedi, p. e., nel passo sopra
citato di Iperide: «Che folle temerità sarebbe stata la mia di
non vergognarmi di rivolgere di tali discorsi a donna libera?» οὐκ
ῂσχυνὀμῃν τοιούτους λόγους λέγων περὶ γυναικος ἐλεμθέρας; _Framm._,
155, 4. Cfr. per l'antitesi quel passo di Menandro: «È difficile,
o Panfila, a donna di famiglia (ἐλεμθέρᾳ γυναικὶ) lottar con una
meretrice (πόρνῃ)». MEN., _Framm. inc._, 36. — All'ἐλεμθέρα, passata
a nozze, corrisponde anche l'omerico e il tirtaico κουριδίη ἄλοχος
indicante la moglie legittima, nata libera da liberi genitori, per
contrapposto alle nate di condizione servile (παλλακαὶ). — Cfr. anche
le note all'_Alcibiade_.
[173] In questo ritratto della effeminata gioventù ateniese,
troppo degenere dagli avi nei tempi che non per niente volgevano
rapidamente alla decadenza della libertà e della Repubblica, piacque
a parecchi ravvisare allusioni contemporanee. Naturalmente io non
sono padrone delle interpretazioni altrui: e se v'ha chi crede si
possano applicar le mie parole, si serva. Vuol dire che Clistene,
lo svenevole bellimbusto satireggiato da ARISTOFANE, in tutti i
tempi ha fatto scuola: e se v'hanno giovani in Italia a cui paia di
ravvisare nel ritratto sè medesimi, me ne rincresce e auguro alla
mia patria gioventù migliore. Ma che le parole di Aglae siano a ogni
modo un ritratto esattissimo di certa gioventù d'Atene de' tempi
suoi, su questo non cade dubbio; e rimando chi voglia accertarsene ad
ARISTOFANE, specialmente alle _Nubi_, v. 961 eseguenti; a ISOCRATE,
nell'_Areopagitica_, e a TEOFRASTO, _Caratteri_. — Cfr. DIONE CRISOST.,
_Regno_, pag. 167.
[174] πολλ’ ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ’ἠπίστατυ πάντα (PLATONE, I,
_Alcib._) _sapeva molte cose, ma le sapeva tutte male_ — così l'omerico
proverbio girava per Grecia intorno a _Margìte_, protagonista di un
poema antichissimo (forse il più antico esempio di poesia comica),
non pervenuto a noi, e che ARISTOTILE attribuisce ad OMERO. Era il
tipo comico di un solennissimo sciocco che presume di saperla lunga; e
commette, credendo dar prova di finissimi accorgimenti, stolidaggini
d'ogni genere; era forse o senza forse il lontanissimo arcavolo
di Bertoldino. — E il nome usavasi, tra' Greci, per antonomasia, a
sinonimo d'imbecillità. «Una tal cosa (una così enorme stoltezza) non
l'avrebbero commessa neppure Ercole impazzito, e neppure Margite il
più stolido di tutti gli uomini». IPERIDE, _Framm._, 155, 5. «Credi
di parlar con un Margite, per darmela a bere così grossa?» LUCIANO,
_Ermotimo_.
[175] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986.
[176] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 718-726.
[177] Vedi la orazione contro Neera, che, sia essa o non sia di
DEMOSTENE, rimarrà sempre uno dei quadri più interessanti e istruttivi
della vita privata ateniese nel secolo quarto av. l'E. V. «Prima
voglio narrarvi come Neera fosse in balìa di Nicarete (_una padrona
di postribolo_) e come facesse traffico del corpo suo per chi volesse
averne diletto. Or convien sapere che Lisia il sofista era amante di
Metanira (_altra delle ragazze alunne dello stabilimento d'_educazione
_di Nicarete_) e volle, oltre i dispendî che faceva per lei, iniziarla
nei misteri: pensando che tutte le altre spese andavano a guadagno
della padrona, ma i danari della festa avrebbero profittato alla
ragazza. A questo effetto pregò Nicarete di condurre seco alla festa
dei misteri Metanira, per esservi iniziata. E queste vennero: ma
Lisia non le introdusse nella propria casa, per vergogna della moglie
che aveva (_meno male! che marito prudente!_), e ch'era figliuola di
Brachillo e nipote sua, e della madre già vecchia che abitava con lui.
Condusse invece Metanira e Nicarete nella casa di Filostrato Colonete,
giovine scapolo e amico suo. E venne in compagnia di esse questa Neera
che già aveva messo la sua persona a guadagno». (DEMOST., _C. Neera_,
1351-1352). O non sembra una pagina di costumi odierni, dello Zola?
[178] Πῖθ’ ἑλλέβορον, _bevi elleboro_, ARISTOF., _Vespe_, v. 1489.
Molto usavano gli antichi l'elleboro per medicina de' matti e de'
farneticanti: indi il modo proverbiale tra loro: «Tu sei matto, o
Tantalo, e par che davvero hai bisogno di bere una buona dose di
elleboro». LUCIANO, _Dial. dei morti_, 17. Cfr. ibid., 13. «Perchè
con l'elleboro non ti cavi la pazzia?» DEMOST., _Corona_. «Di elleboro
hai d'uopo, e non di quel vulgare, ma proprio di quello della focense
Anticira, tanto sei fuor di te stessa». ALCIFR., _Lett._, III, 2.
Anticira nella Focide era nota per la gran copia di elleboro. _Tribus
Antyciris caput insanabile_, ORAT., _ad Pison._
[179] Scriveansi su le colonne i nomi dei cittadini illustratisi
per alte gesta o eccezionali benemerenze, in pace o in guerra; come
si legge essersi fatto per Conone «al quale solo fu scolpita nella
colonna questa iscrizione: _Dopo che Conone ebbe liberato i collegati
dagli Ateniesi._» DEMOST., _Contro Leptine_. Ma nella stessa orazione
è accennata una iscrizione ricordante i beneficî resi alla città da
Leucone, governator del Bosforo, per aver soccorsa Atene di granaglie
nella carestia, e favoriti i mercanti ateniesi: «e affinchè durasse la
memoria in esempio scolpiste le iscrizioni su le colonne nel Pireo e
nel Tempio». E ancora iscrivevansi sulla colonna i nomi dei cittadini
che per chiari servigi resi alla città con l'armi o col consiglio
ottenevano, fra altre ricompense, anche la esenzione dai pubblici
incarichi (liturgìe) — come da un decreto di Alcibiade nella stessa
orazione ricordato. (Delle ricompense ai benemeriti, semplicissime e
rare nei migliori tempi della repubblica, moltiplicatesi e divenute
costose col decadere delle antiche virtù, ho parlato già altrove, nella
monografia _Alcibiade e il secolo di Pericle_).
[180] «Giusto mi pare l'antico proverbio: _Se vedi un sasso guarda
ben sotto che forse non vi sia un oratore che ti morda_». ARISTOF.,
_Tesmof._, v. 529. Il proverbio veramente non diceva _un oratore_, ma
_uno scorpione_: la sostituzione satirica di ARISTOFANE caratterizza
la manìa delle pubbliche e private accuse, che invadeva lo Pnice e i
tribunali.
[181] πομπαῖος, _guidatore dell'anime dei morti_ (EURIP., _Ajace_, v.
832); altro dei molti appellativi di Mercurio, detto, come tale, anche
_sotterraneo_, κθονιος, AR., _Rane_, 1126, 1145.
[182] ἐσκόπει ο Μενεκλῆς ὃπως... ἔσοιτο αὐτῷ ὃστις ξῶντά τε
γηροτροφήσοι καὶ τελευτήσαντα δάψοι αὐτὸν καὶ εἰς τὸν ἔπειτα χρόνον τὰ
νομιξόμενα αὐτῷ ποιήσοι... — ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 10.
[183] «Io m'aspetto che i fiumi vadano all'insù, mentre tu alla tua
età e con una caterva di figli ti se'invaghito di una suonatrice...»
ALCIFR., _Lett._, III, 33. «Tornano all'insù de' sacri fiumi le
sorgenti». EURIP., _Medea_, 410.
[184] La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi
tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni
(v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la
vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi
tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che
gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da
tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I
Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di
non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla
città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e
per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani
ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea
loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in
servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni
degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que'
parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» PLUTARCO,
in _Pelopida_.
[185] Cfr. TUCIDIDE, I, 26; ESCHILO, _Supplici_; EURIPIDE, _Supplici,
Eraclidi_, ecc.
[186] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_, v. 285; DEMOST., _Corona_, 297.
[187] Νῦν προς ἔμ’ ἴτω τις, ἵνα μή ποτε φάγη σκόροδα, μηδὲ κυάμους
μέλανας ARISTOF., _Lisistr._, 690.
[188] «_Fedra_. Che cos'è questa cosa che dicono degli uomini, _amare?_
— _Nutrice_. La più soave, o figlia, e la più acerba cosa insieme».
EURIP., _Ippol._, v. 347-8.
[189] ESCHILO, _Persiani_, v. 133-139, v. la versione del Bellotti,
qui, in bocca di Cròbilo, raccorciata.
[190] «_È giusto difendere anche la causa del lupo_», proverbio.
PLATONE, _Fedro_.
[191] Tutti gli anni, nelle feste Apaturie, uno o più giorni eran
consacrati alla iscrizione delle nascite avvenute nel corso dell'anno.
I figli nati di giuste nozze (da padre e madre cittadini) venivano
introdotti nella _fratria_ o curia del padre, e previo rito sacro, e
dato dal padre giuramento della legittimità della nascita, venivano
dal capo della fratria iscritti nel registro della stessa; la quale
iscrizione era il documento della legittimità ed equivaleva alle nostre
dichiarazioni di nascita all'ufficio di stato civile. (SCHÖMANN, _Ant.
Jur. Pub._, 193). — Cfr. DEMOST., _C. Eubulide_, 1313, 1315. ISEO,
per _Eufileto_, § 3. Questa iscrizione usavasi anche a legittimare gli
adottati. (DEMOST., _C. Macartato_): e non è da confondere con l'altra
iscrizione, sui registri lessiarchici, dei giovani ateniesi pervenuti
all'età di 18 anni: che conferiva l'esercizio dei diritti civili e di
una parte dei politici.
[192] SOFOCLE, _Edipo a Colono_, v. 1655-6.
[193] Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE un coro di vecchi, per fare
istizzire le donne, racconta: «C'era una volta un giovine di nome
Melanione, il quale, fuggendo le nozze, andò nel deserto e sui monti:
ivi dava la caccia alle lepri, tendeva le reti e aveva un cane: e per
odio contro le donne non fece più ritorno alla sua casa. E noi non
siamo men casti di Melanione». LIS., 785 seg. E al coro dei vecchi,
nella stessa scena, il coro delle donne, di ripicco, risponde: «C'era
una volta un certo Timone, uomo implacabile, avvolto la faccia in
ispide spine, progenie delle Furie. Questo Timone se ne fuggì per odio,
imprecando molte cose alli uomini malvagi. Così egli odiava voi uomini
sempre malvagi... _ma delle donne era amantissimo_». _Lis._, v. 808
seg.
[194] Superfluo qui osservare, intanto che me ne ricordo, una volta per
tutte, con l'autore dell'_Anacarsi_ (v. 28) che la vita ritirata delle
donne ateniesi nel gineceo non deve poi intendersi per quella completa
clausura che hanno creduto taluni: e non impediva loro di ricevere in
casa i parenti e quegli amici del marito ed estranei che dal marito
ne aveano il consenso. — Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE c'è anche di
meglio: e il _provveditore_ si lamenta che sian gli stessi mariti che
procacciano alle mogli certe distrazioni: «Noi uomini abbiamo aiutato
le donne a diventar malvagie. Noi andiamo alle botteghe degli artieri
e diciamo: orefice, della collana che mi avevi fabbricata, ballando
ier sera la mia donna, cadde la ghianda del fermaglio. Io devo navigar
per Salamina. _Tu se hai tempo fa in ogni modo di recarti da lei verso
sera_, e riponle la ghianda al luogo suo. Un altro ad un calzolaio
giovine... così parla: o calzolaio, la correggia preme alla mia
donna il dito mignolo del piede che è tenero assai. _Tu va a lei sul
mezzogiorno_, e rilassala alquanto, sicchè si faccia più larga. E così,
da queste cose hanno origine quell'altre somiglianti...» _Lisistr._, v.
404-420.
[195] «Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che un
tesoro sotterra e lungi da noi». MENANDRO, _Citarista_, fr. 3. «Nulla
è più prezioso di un amico sicuro: nè ricchezza, nè regno». EURIP.,
_Oreste_, v. 1155.
[196] «Quando tu mi parli, tagli la fiamma, soffii nella rete, ficchi
un chiodo nella spugna». ARISTEN., _Lett._, II, 20.
[197] κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φιλων Così Pilade a Oreste, in EURIP., _Oreste_,
v. 735 — verso passato in uso proverbiale. Cfr. ALCIFR., _Lett._, I, 7.
ENEA SOFISTA, _Lett._, VI. PROCOP. SOF., CXIX.
[198] ARISTEN., _Lett._, I, 17.
[199] ARISTOF., _Ecclesiazuse_, v. 597 seg., 605 seg. Cfr. il _Pluto_.
[200] Nei cassettoni e negli armadi delle vesti e biancherie usavano
metter pomi, per dar a quelle il buon odore. Indi il coro delle _Vespe_
in ARISTOFANE: «Di que' poeti che studieranno dire e trovar cose nuove,
tenete in serbo le sentenze e riponetele nelle arche insiem coi pomi
(ἐσβαλλετε τ’ ἐς τὰς κιβωτοὺς μετὰ τῶν μήλων). Se farete ciò per l'anno
intero, le vostre vesti avranno odore di senno». _Vespe_, 1055-59.
[201] «_E l'adultero perirà con un bel rafano nel di dietro_.» ALCIFR.,
_Lett._, III, 62.
Varie e severe _ab antico_ in Atene le pene che colpian l'adulterio
(μοιχεία) consumato e tentato, adultero e adultera in una. Mi limito
a qui raccogliere, coordinandole, le disposizioni principali del
diritto penale ateniese su la materia — i limiti di queste note non
assentendomi più lungo discorso.
Tralascio parlar delle pene circa i mariti adulteri. Dacchè le leggi
permettevano ai mariti il commercio con le meretrici e il tener
concubine per averne prole, anco legittimabile (DEM., _C. Neera, C.
Aristocr._): e la domanda di divorzio, fatta dalla moglie in persona
davanti all'arconte promovendo azione per maltrattamenti (κακώσεως
δίκη), era la sola risorsa e sanzione penale che alle mogli restava
contro il marito infedele.
Passo alle donne adultere e ai loro drudi.