[126] V. un frammento dei tempi della commedia di mezzo in EUBULO,
Χρύσιλλα. — MEIN., _Frag. Com. græc._, III, 260. — Cfr. in ARISTOFANE,
_Tesmofor._, v. 545-550: ed EURIPIDE, _Androm._, _Jon_, _Ippolito_,
_Alceste_, ecc.
[127] V. un frammento di un altro poeta della commedia di mezzo:
«L'uomo è animale infelice per natura, ma ha trovato a' suoi dolori
questo conforto (il teatro): poichè la mente, dimentica dei propri mali
nel compatire i mali altrui, vi si diletta e si istruisce insieme.
Vedi prima, se vuoi, i tragici come giovano a tutti! Imperocchè il
povero venendo a sapere che vi è stato Telefo più povero di lui, già
più facilmente sopporta la mendicità; l'infermo per qualche insania
considera Alcmeone; oppur soffre di oftalmia? I figli di Fineo sono
ciechi. Morì il figlio al padre? Niobe lo consola. O qualcuno e
zoppo? Si specchia in Filottete. O un altro è vecchio e sfortunato? Lo
ammaestra Eneo. Qualunque cosa infine uno soffra, maggiori stimando le
altrui calamità, meno delle proprie si lagna». TIMOCLE, _Le Baccanti_
(Αιονυσιάξουσαι), pr. STOB., _Flor._, 124. — MEIN., _Frag. Com. græc._
III. 592. Al quale frammento di Timocle, G. Guizot, nello studio
su Menandro (pag. 135), contrappone lo scherzo di Voltaire nella
novella _Les deux consoles_: «Songez à Hécube, songez à Niobé, dit le
philosophe — Ah, dit la dame, si j'avais vecu de leur temps, et si,
pour les consoler, vous leur aviez conté mes malheurs, pensez vous
qu'elles vous eussent ecouté?».
[128] ὢμοι... ὢμοι, ESCHILO, _Agamenn._ v. 1343-5.
[129] λίοπη γλῶσσα (ARISTOF., _Rane_, v. 826), _lingua scortecciata_
ossia _senza pelo_ dicevano anche i Greci, allo stesso modo nostro, di
chi sa bene adoperarla.
[130] «_Io mi mostrerò forte e coraggioso e guardante l'orìgano_»
βλέποντ’ ὀρίγανον, ARISTOF., _Rane_, v. 602: ossia _guarderò torvo
e brusco_. Modo proverbiale, derivato fra i Greci dall'odor acre di
quell'erba.
[131] Su le pretese e il bisticciare e il rimbrottar continuo con che
le mogli dotate molestavano i mariti, vedemmo abbondare in Menandro e
ne' comici della commedia nuova gli esempi. — Cfr. LALLIER, _La femme
dans la famille athénienne_. — BENOIT, _Sur la Comédie de Ménandre_.
[132] «A quella di noi donne che partorisse un uomo utile alla città,
legislatore o capitano, era giusto le si desse qualche premio, e il
primo seggio nelle feste Stenie e nelle _Scire_, e nelle altre che
noi donne sogliamo celebrare». ARISTOF. _Tesmof._, v. 834. «Tu lampada
sarai a parte dei presenti consigli, che furon presi dalle amiche mie
nelle feste Scire». ARISTOF. _Eccles._, v. 18. Si celebravano dalle
donne in onor di Minerva le Scire o _feste dell'ombrella_, ai dodici
del mese detto appunto _sciroforione_ (giugno-luglio), sulla via da
Atene a Sciro ov'era il tempio di Minerva Scirade. Il sacerdote portava
nella processione un ombrello bianco.
[133] «Che mai di buono farem noi donne, noi che sediamo con chiome
tinte di biondo, portiam tuniche color di croco, e siam cariche di
ornamenti e vestiam cimberiche a strascico (κιμβερίκ’ ὸρθοστάδια) e
peribàridi ai piedi?» ARISTOF., _Lisistr._, 45. — τὼ Περσικά, ibid.,
230. Eran calzari di gala, alla persiana.
[134] EURIP., _Medea_, _Androm._ — ANASSANDRIDE, _Inc. fab._ Vedi
avanti la nota 69.
[135] Simili al bisso (ch'era una specie di tessuto di lino) ma assai
più fini erano i tessuti rinomati che l'isola di Amorgo forniva
per certe tonache o camicie di donna, di straordinaria finezza
e trasparenza, e che dal luogo d'origine si chiamavano ἀμόργινα.
ARISTOF., _Lisistr._, v. 150; Scol. in ESCHINE, _C. Timarco_, 97.
[136] Sotto il nome di _Colìade_ (dal borgo attico di Colias ov'era
il tempio) e di _Genetìllide_ (come preside agli atti sessuali) avea
Venere speciali onoranze di riti lascivi femminili. «Se alcuno le
avesse convocate (le donne) nel tempio di Pane, di Venere Colìade
o di Genetìllide, non si potrebbe più passare per la gran copia dei
timpani». ARISTOF., _Lisistr._, v. 1 seg. «Sposatala, giacevo con lei
che olezzava di unguento di croco, di baci con la lingua tra le labbra,
di ghiottornie, di Colìade e di Genetìllide». ARISTOF., _Nubi_, v. 41
seg.
[137] Era devoluta ai _tesmotéti_ (gli ultimi sei de' nove arconti)
oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche
la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte
l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi ULPIANO,
nei _Commenti a Demostene_, orazione _Contro Midia_: e fu probabilmente
durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla,
per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore,
toccò la sua parte di bastonate.
[138] Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di
scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di
Cròbilo:
CRÒB. (_sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala_) Mi raccomando
non le mostrar tutta la guardaroba, ecc.
[139] «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i
sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi,
vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle
feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro
sacro con un monile di fichi secchi al collo». ARISTOF., _Lisistr._,
641 seg. In queste parole della _Lisistrata_ è brevemente riassunta la
prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita.
[140] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come
s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle
dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v.
_Prologo_, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe
lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de'
ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio
de' voti: come vedi nel passo citato delle _Vespe_: «e per severità
tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le
unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli,
per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103
seg.
[141] Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al
trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto,
da' parenti suoi, cfr. ISEO, _Eredità di Cirone_; DEMOSTENE, _Corona_;
POLLUCE, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri
ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile.
SENOF., _Memorab._
[142] ISEO, _Ered. Pirro_, § 64. Cfr. _Prologo_, pag. 27.
[143] Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e
tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν)
dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei
rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli
atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione
de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era
la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche
i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso
decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la
scansano, abbracciando supplici l'altare. ANDOC., _Misteri_). Quello
dei contendenti che vi aveva interesse _provocava_ a ciò l'avversario
(πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi
o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la _provocazione_
o _richiesta_ non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione
sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono
create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi.
Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via
di tormenti la provocazione». DEMOST., I, _C. Stef._ «_Io gli chiesi
pei tormenti tre sue ancelle_ informate del fatto e dei danari che
Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non
fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia
proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi
per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la
più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere
indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando
i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè
dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: _ma dei
tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante
la tortura_». DEMOST., I, _C. Onetore_, dove il massimo oratore ripete
quasi alla lettera un passo di ISEO suo maestro (_Ered. di Cirone_). E
altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il
falso? dacchè neanche ora _ardiscono concedere il corpo della schiava_,
che testificarono già offerto da Teofemo, e _così confermare col
fatto_ la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il
corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo
ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto
il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la
più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi
dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè
non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere
al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè
mediante il corpo della schiava scagionarsi». DEM. _C. Everg._ 7-9. —
E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî,
chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate
respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli
_con lo scansare la prova degli schiavi_ consapevoli de' fatti suoi,
confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle
controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli
quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti?
Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a
mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui:
ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi _schiavi
e le schiave avrebbero_ più facilmente negato che dato falsa accusa
al padrone». LICURGO, _C. Leocrate_. — Ecco invece un esempio di
provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar
costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli
(all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse
posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori
con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma _egli
ricusò_». DEMOST., _C. Afobo, falsa testim._ Cfr. DEMOST., _C. Neera_
e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli
oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la
tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si
attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e
al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire
come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli
animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna
che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti
maltrattamenti. (Cfr. note all'_Alcib_.) Che però le deposizioni degli
schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che ISEO e DEMOSTENE
sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso
delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda
intuizione dell'essere umano, ad ARISTOTILE, il quale nella _Retorica_
discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi
«ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto
il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la
verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire
più presto dal martirio» (_Retor._, I, 13). Ancora è ad osservarsi che
nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le _provocazioni_
a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in _tutti_ i
passi sopracitati) le _ricusazioni_; e non sembrando verosimile che
debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti
potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che,
nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse
in parte la ferocia della legge, e che la così detta _provocazione_,
così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse
diventando sempre più ai tempi di ARISTOTILE e posteriori, una forma
retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere
efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in
atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che DEMOSTENE,
nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di ISEO
(quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso
il sublime oratore: tanto più se si pensi che DEMOSTENE, così corrivo
a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui,
quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con ESCHINE, e
accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta
la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida ESCHINE — e dia i tormenti
innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla
pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non
libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (_provocazione_); ma
DEMOSTENE rifiuta l'uso dei tormenti, perchè _non vuol dipendere dai
tormenti de' servi_.» ESCHINE, _Ambasceria_. Caratteristiche parole
che, forse, già in DEMOSTENE adombrano il pensiero di ARISTOTILE, e,
molti secoli più tardi, di BECCARIA.
[144] Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era
abbastanza legittimo. Cfr. DEMOSTENE, nell'arringa contro Macartato,
per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici,
di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero
tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che _quella tavoletta non si
potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono
più lontani_». _C. Macart._, § 18.
[145] Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le
scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca
cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti,
con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in
piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano
le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a
Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri
nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra
a destra verso il Dìpilo». LUCIANO, _Dialoghi delle cortigiane_. «Ho
pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare:
_Aristeneto contamina Clinia_». LUCIANO, _ibid._
[146] Famiglia dei _Britidi_, v. DEMOSTENE, _C. Neera_, 1365. Sugli
_Almeonidi_, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note
all'_Alcib._, atto I, n. 37.
[147] «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le
restituì la dote». ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 9. Il divorzio infatti
portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o
alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie,
restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi
ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per
gli alimenti». DEMOST., _C. Neera_, 52. «È obbligato dalla legge a
restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». DEMOST., _C.
Afobo_, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio MARIOTTI
omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della
moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla
Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era
figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò
in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno,
scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno,
_e non le restituì la dote_». _C. Neera_, 1362, cfr. 1363. Ma questo di
Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon
Mènecle mio.
Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene
non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de'
divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e
al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al
pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione
impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di EURIPIDE:
«Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: _non servono
che a rendere il divorzio più difficile_». EURIPIDE, _Melanippe_, fr.
31.
[148] Cfr. LUCIANO, _Dialoghi delle etére_. — ARISTENETO, _Lettere_.
[149] Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed
eloquente fra tutte la pagina di PLUTARCO nella vita di Cleomene,
ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia,
perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono
è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode
Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi
esser magnanimo e generoso _perchè insegui la morte che è la più
facile delle cose umane_ e che è sempre in poter nostro? Bisogna che
la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa
medesima: _nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per
sè._ Quando la _speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci
lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire_».
[150] Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο
ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ ISEO, _Ered. di
Mènecle_, § 7.
[151] Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso
un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno
duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi
in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già
abbiam visto (_Prologo_, pag. 27) che in questi casi il divorzio era
nella legge stessa qualificato _ripudio_ (ἀπόπεμψις): e il sentimento
pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di
quella parola. Ed EURIPIDE, ne' cui drammi, sotto la larva delle
favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per
questo fa dire a Medea: «_Non onorevoli_ (ossia _vituperosi_) _sono i
divorzj alle donne_» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) _Med._, 236.
E altrove nella _Andromaca_, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione
parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè
_tutte le altre cose_, che la donna soffra, sono di minor conto: ma
_perdendo il marito, perde la vita_» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει
βιου). EURIPIDE, _Androm._, 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi
della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «_Difficile_
e _ripida_, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del
ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna
costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ
δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). ANASS., _Inc. fab._, 5.
[152] «Bastare, disse, _che fosse infelice lui solo_» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη,
αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7.