[81] Per la topografia della casa ateniese, rimandasi alle descrizioni
di VITRUVIO (_Archit._, VI) e ai lavori archeologici moderni che
le illustrano. Chi non voglia sciupar tempo in minute ricerche, può
farsene un'idea abbastanza chiara ed esatta dai disegni topografici,
per es., dell'opera di GUHL e KÖRNER, _Leben der Griechen und
Römer_, fig. 90-91, o da quelli aggiunti all'_Anacarsi_. La stanza da
lavoro di questa scena è una, s'intende, dell'appartamento segregato
femminile, propriamente detto (γυναικωνῖτις); occupato dalla padrona
di casa e dalle sue donne, e generalmente posto nella parte posteriore
della casa; appartamento al quale non accedeano gli uomini tranne
i parenti, o gli estranei che ne aveano il permesso dal marito. Da
queste stanze riposte del gineceo (ove la moglie attendeva alla sua
toletta, o ai lavori delle fantesche, o alle occupazioni geniali del
ricamo, del tesser ghirlande, della musica ed altre, o riceveva le
amiche), da queste un corridoio (_metaulo_ o _mesaulo_) metteva appunto
direttamente alla sala aperta comune (πρόστας o παραστάς) che dava
sul cortile o peristilio (ἀυλή), e ch'era destinata ai ricevimenti di
famiglia, ai sagrifici domestici o ai pranzi quotidiani. In questa sala
comune nella quale era il domestico altare, e la quale segnava come il
confine tra il gineceo e gli appartamenti anteriori occupati dal marito
(ἀνδρωνῖτις), supporrassi la scena dei due atti successivi.
[82] «_Tremo e mi mordo le labbra, per presentimento di disgrazia,
come quei che passano allato ad un qualche silenzioso eroe_». ALCIFR.,
_Lett._, III, 58. La antichissima superstizione greca imaginava lo
spazio fra la terra e la luna abitato dagli _eroi_ o _genj_, esseri di
sostanza fra l'umana e la divina; i quali talora, siccome mediatori
tra gli dei e gli uomini, scendeano in terra a mescolarsi fra questi
ultimi, ma senza parlare. E infesti a coloro in cui imbattevansi, era
credenza che il loro incontro portasse disgrazia.
[83] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_: «_Lis._ Nella guerra e nel tempo
passato, voi uomini non ci lasciavate a noi donne aprir bocca...:
e spesso in casa vi udivamo prendere cattivi partiti in affari
gravissimi. Quindi col dolore nell'anima, ma col sorriso sul labbro,
v'interrogavamo: Che avete determinato oggi nell'assemblea? E
il marito: Che fa a te questo? Non vuoi tacere? Ed io mi taceva.
_Provveditore._ Saresti stata battuta, se non tacevi. _Lis._ Ma poi,
udendo qualch'altra vostra decisione anche peggiore, domandavamo al
marito: Perchè far questo? E quegli, squadrandomi con occhio bieco,
dicevami: Se tu non tessi la tua tela, ti dorrà a lungo la testa. Sta
agli uomini aver cura della guerra». v. 507-520.
[84] V. SOFOCLE, _Trachinie_, v. 9-17.
[85] Luglio-agosto. V. il lunario attico nelle note all'_Alcibiade_.
[86] «_Ut omnia de speculis peragantur, optima apud majores fiebant
Brundusina stanno et ære mixtis_». PLIN., XXXIII, 9. Questi specchi
di Brindisi, lodatissimi, fatti di bronzo e di stagno, finchè, come
dice lo stesso Plinio (XXXIV, 17) si usarono d'argento persin dalle
ancelle, sono verosimilmente la stessa cosa degli specchi chiamati,
forse per error di copista, d'_Abrotesio_, in ALCIFR., _Lett._, III,
66. Caratteristiche poi, nella toletta delle signore ateniesi, erano
di questi specchi certe forme piccole, rotonde, per lo più con manico
riccamente lavorato, e raffigurante, il più delle volte, l'effigie di
Venere Afrodite. Cfr. GUHL e KÖRNER, p. 217, fig. 227. Mènecle ne parla
più innanzi.
[87] Calisseno rodio, pr. Aten. _Deipnos._ — v. TEOFR., _Caratt._, 5.
[88] Su la parte grandissima che nella vita della donna di famiglia
ateniese aveano le divozioni, le feste e le pratiche religiose d'ogni
genere, e su quel che costavano, di occhi del capo, ai poveri mariti,
abbondano i tratti nei comici e altrove. «Ogni Iddia di cui si celebra
la festa è una maledizione pei mariti: i poveri uomini non ne conoscono
neppure i nomi: le Coliadi, per es., e le Genetillidi, e la dea Frigia,
e la processione d'infelice amore sul pastore (_Adonie_)». LUCIANO,
_Amori_. E in MENANDRO: «Ahimè — sclama un marito — la mia donna spende
dieci mine in profumerie: e le occorrono scatole d'oro per chiudervi
i sandali... In casa la mi faceva cinque sacrifici al giorno: e ad
ogni sacrificio, sette schiave in circolo, picchiavan ne' cimbali,
mentre altre mandavano gli urli rituali. Son soprattutto gli dei che
ci rovinano, noi altri mariti: sempre delle feste a cui far le spese!»
MEN., _Mysogin._, fr. 3. Cfr. i frammenti di un'altra commedia di
MENANDRO, _La sacerdotessa_ (‘Ιέρεια), ove un marito cerca distogliere
la moglie dalla manìa delle pratiche religiose per il culto di Cibele.
[89] «Solo di tutti gli uomini, o Trofimo, tua madre t'ha posto
al mondo sotto astro sì propizio che tu possa conseguir co' tuoi
sforzi lo scopo di ogni tua brama, e condurre tutte le tue imprese
a buon fine? T'ha forse qualche Iddio assicurato con promesse questo
privilegio? S'è così hai ragione di indignarti: poichè questo Iddio
t'ha ingannato e t'ha usato una ingiustizia. Ma se tu hai ricevuto alle
stesse condizioni di noi quest'aria che respiri e che è a noi comune,
ti bisogna far uso della ragione e sopportare con più coraggio questa
sventura...» MENANDRO, _fram. inc._; MEINEKE, _fr. com. gr._, IV, 227.
«Iscrizione: _Ai numi soli è dato — ogni successo aver felice appieno —
l'uomo quaggiù non ha contrasto al fato._ Non odi, o Eschine, che aver
prosperi successi è solo degli Dei?» DEMOST., _Corona_.
[90] Nel diritto attico «la donna _è maritata legittimamente dal padre,
dal fratello consanguineo, dall'avo paterno_» (DEMOST., _C. Stef._, II,
1134) che, succedentisi in ordine di diritto, ponno dar la ragazza a
chi loro talenta (cfr. PETIT, _Leges att._, VI, 1). Il padre può dar
la figlia in isposa lui vivente (DEM., _C. Spud._, 1024; _C. Neera_,
1345) o legarla per testamento. «Demostene mio padre lasciò la sua
sostanza di 14 talenti, me di 7 anni, la sorella di cinque, e la madre
nostra. In punto di morte, tra sè consigliandosi sul come disporre di
noi, affidò _tutte queste cose_ a questo Afobo e a Demofonte nipoti
suoi.... _A Demofonte poi sposò la mia sorella_ e diede subito due
talenti». DEM., _C. Afob._, I, 814. Questo diritto del padre, o di
quelli che in sua mancanza lo rappresentavano, è subordinatamente
esercitato anche dal primo marito, il quale può pur esso morendo
designare per testamento il proprio successore nel talamo. Così, nel
passo testè citato, Demostene soggiunge che il padre suo legò sua mamma
in moglie ad Afobo (_C. Afob._, I, 814); e così Pasione lega morendo
la propria moglie a Formione (DEM., _per Form._, 946, 953; _C. Stef._,
I, 1110; _C. Stef._, II, 1133), sempre per disposizione testamentaria.
— Cfr. DESJARDINS, _Condition de la femme dans le droit civil athén._,
mémoires lus à la Sorbonne. — LALLIER, _La femme dans la famille
athénienne_.
[91] «I nostri mariti tornando a casa ci guardan con l'occhio del
porco, tante malizie costui (_Euripide_) ha insegnato loro: sicchè
se una moglie sta intrecciando una corona, subito si crede che la
sia innamorata...» (ἐάν τις χαὶ πλέκῃ γννή στέφανον, ἐρᾶν δοχεῖ) —
ARISTOF., _Tesmofor._ V. 395-401.
[92] σποδὸς δὲ τἄλλα, Περικλέης, Κόδρος, Κίμων — ALESSI (poeta comico
della commedia di mezzo) nel _Maestro di nequizie_ (’Ασωτσδιδάσκαλος).
MEIN., _fr. com. gr._, III, 395.
[93]
Φοιταᾴ δ’ἀν αὶθέρ’, ἔστι δ’εν θαλασσίφ
κλύδωνι Κύπρις, πάντα δ’εκ ταύτης ἔφυ.
‘Ηδ’ ἐστιν ὴ σπείρουσα καὶ διδοῦσ’ ἔρον,
οὖ πάντες ἐσμὲν οὶ κατὰ χθόν’ ἒκγονοι.
EURIP., _Ippol._, v. 447-450.
[94] EURIP., _Medea_, v. 230-247.
[95] Fu nell'anno 379 av. l'E. V. (2º della 100ma Olimp.) che lo
spartano Febida, d'accordo cogli oligarchici tebani, si impadronì a
tradimento della rocca di Tebe (Cadméa) e della città, rovesciandone
il governo democratico e instaurandovi la tirannide spartana. I Tebani
di parte democratica che poteron salvarsi — circa 400 — rifugiaronsi
ad Atene: tra questi fuorusciti «Pelopida, e Ferenico, e Androclide,
i quali fuggiti essendo, furono unitamente agli altri condannati in
esilio. Ma Epaminonda sen restò nel paese, trascurato venendo come uomo
che applicandosi alla filosofia, non si ingeriva punto nelle faccende,
e ch'essendo povero non potea far cosa alcuna». (PLUTARCO, _Pelop._)
E di questa presunta innocuità avvantaggiandosi Epaminonda, da Tebe
mantenea le segrete comunicazioni co' fuorusciti e attendea per il
giorno della riscossa «a riempiere di sensi coraggiosi la gioventù
tebana e ad addestrarla a lottar coi Lacedemoni». (Ibid.) — Cfr.
SENOF., _Ellen._
[96] ESCHILO, _Sette a Tebe_, v. 181, 200-1.
[97] «O Minerva Promacorma! Bramo ch'altri mi calpesti disteso morto
sotto un monticello, fuor della porta Diometide o dell'Ippade, anzichè
sopportar più a lungo le gran delizie del Peloponneso». ALCIFR.,
_Lett._, III, 52. Gli Ateniesi non usavano seppellir alcuno dentro le
mura. La porta _Diometide_ o _Diomea_, nel quartiere di questo stesso
nome, conduceva al Cinosargo, a levante della città; la porta _Ippade_
(nominata nella scena appresso) metteva a settentrione, sulla via di
Colono e di là a Tebe.
[98] Cfr. ALCIFR., _Lett._, II, 4.
[99] SOFOCLE, _Edipo a Colono_.
[100] Giove _Ctesio_ (κτήσιος) ossia Giove _posseditore_ o _donatore_,
custode della domestica proprietà; del numero degli Dei penati,
principalissimo: aveva altare nelle case, o se ne teneva un idoletto
nelle dispense. «Il Dio di Dodona comanda che a Bacco popolare si
faccia un sagrificio perfetto; ad Apollo _scacciamali_ si immoli un
bue; liberi e servi s'inghirlandino e vachino dai lavori un giorno
intero; anche a Giove Ctesio sia sacrificato un bue bianco». DEMOST.,
_C. Midia_. — E in una arringa di ISEO è descritto un vecchio che
celebra sacrificio, circondato dai figli di sua figlia. «Alle Dionisie
campestri egli ci conduceva con lui, e con lui celebravamo tutte
le feste. Quando sacrificava a Giove Ctesio, ed era per lui l'atto
religioso più importante, non ammetteva nessuno schiavo nè estraneo;
compiva da sè tutte le cerimonie; noi l'aiutavamo, maneggiando gli
oggetti sacri, ponendo sull'altare le viscere; ed egli, come a l'avo
conviensi, supplicava il Dio di accordarci la salute e un tranquillo
possesso della nostra fortuna». ISEO, _Ered. di Cirone_, § 15-16.
[101] La battaglia sanguinosa di Nemea, dove gli Ateniesi, alleati
coi Tebani, Argivi e Corinzî furono sconfitti dagli Spartani, accadeva
nel 394 av. l'E. V., ossia 15 anni prima dell'epoca in cui è supposta
questa scena. Gli alleati vi erano forti di 24 mila opliti e 1550
cavalli; i Lacedemoni vincitori avevano 13.500 uomini soli: ma la
mancanza d'accordo tra i capi portò la disfatta dei primi, che vi
perdettero 2500 uomini. I vincitori ebbero 1100 morti.
[102] «Comandano le leggi che l'arconte abbia cura dei pupilli».
DEMOST., _C. Timarc._ — «Legge: l'arconte abbia cura degli orfani e
delle orfane ereditarie (_epiclére_); e delle case vuote; e delle mogli
che rimangono nelle case dei mariti defunti, e che dicono di essere
gravide». DEMOST., _C. Macart._, 1076. — Indi il tutore rappresentava
l'arconte, verso il quale rispondeva della tutela; e mancando
agli obblighi di questa, poteva esser tratto in giudicio o punito
dall'arconte d'ufficio. — Cfr. SCHÖM., _Ant. gr._; PETIT, _Leg. att._,
VI, 7; MEURS., _Them. att._, II, 10.
[103] V. ESCHILO, _Coefore_; SOF., _Elettra_; EURIPIDE, _Ifig. in
Aul._, ecc.
[104] «_Elettra._ I parentali — libamenti spargendo sulla tomba — qual
grata prece proferir degg'io? — Come il padre invocar?... Di' pur, come
t'ispira — la riverenza alla paterna tomba... _Coro._ Prega, il licor
versando, ai fidi amici — fausti tutti gli eventi... _Elettra._ Qual
altro aggiungerò? _Coro._ D'Oreste — ti risovvenga ancor che lunge ei
sia». — ESCHILO, _Coef._, v. 86-88, 108-115.
[105] «Dicesi che Anassagora di Clazomene (il filosofo che fu
maestro di Socrate) non fu mai veduto ridere, e neppur fare il minimo
sogghigno: Aristosseno parimenti fu nemico del ridere, ed Eraclito
piagneva per ogni cosa della umana vita». ELIANO, _V. Stor._, VIII, 13.
[106] «Carico di corimbi in questo loco — _il fiorente narciso —
ghirlanda delle due gran Dive antica_ — tuttodì si nutrica — di celeste
rugiada...» SOFOC., _Edipo a Colono_. — Su le due dee sotterranee,
Cerere e Proserpina, V. note all'_Alcibiade_.
[107] τὴν μὲν ἅπασι τοῖς ἐαυτῆς φιλοτίμοις κεκόσμηκεν Αφροδίτη, μόνου
τοῦ κεστοῦ φεισαμενή. ARISTEN., _Lett._, I, 10.
[108] «_Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo
il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?_»
ANTIFONTE, pr. STOB. _Flor._, LXVIII. Superfluo avvertire qui, una
volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo:
che se la _Sposa di Mènecle_ è stata scritta da lui nella 120ª
Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva
fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle
pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi
costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia,
dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze
amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte
fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate
di Terenzio. _Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri._ Nella
dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un
posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per
confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta
la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «_la
tenerezza è naturale fra il marito e la moglie_, l'uomo essendo da
natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e
in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme
riunite». (AR. _Eth. Nicomac._, VIII, 14). Che più? Eccolo altrove
premunir i giovani sposi _contro l'eccesso della tenerezza_, contro
la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un
bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi
un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da
bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi
è lontano! (ARISTOT., _Econom._, I, 4). — Però il mio Fània meritava
le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un
bambino) non eran fatti per lui.
[109] «’Ὀλβιε γαμβρ’ ἀγαθός τις ἐπέπταρεν ἐρχομένῳ τοι». _O felice
sposo, qualche buon genio a te veniente sternutò._ TEOCR., _Id._, 18. —
_Hoc ut dixit amor, sinistra ut ante — dextra sternuit adprobatione._
CATULLO. — Sullo sternuto, or buono or cattivo augurio, cfr. note
_Alcibiade_, 157.
[110] Cfr. SCHÖMANN. _Ant. greche_; LALLIER, _La femme dans la famille
athénienne_. — TEOFR., _Caratt._, 22.
[111] _Siam le nipoti di Teseo e non siam le schiave dei mariti._
Cfr. in SENOFONTE le ammirabili pagine (_Econom._, VII) dove Iscomaco
spiega alla sua sposa giovinetta i doveri e i diritti della moglie; e
com'ella non dee considerarsi la schiava, bensì la compagna del marito,
e avente ella stessa nel domestico governo la sua parte di sovranità.
(_Econ._, VII, 13 e seg.) E con che delicata e viva imagine, Iscomaco
paragona questa sovranità della moglie nella casa a quella della regina
delle api; e come insiste mostrando alla donna sua gli uffici del
marito e della moglie, essere diversi ma grandi del pari, «si da _non
potersi discernere chi vaglia più la donna o l'uomo!_» «E finalmente
— ei le soggiunge — cosa sopra tutte le altre dolcissima, quando nel
compimento degli uffici tuoi, ti farai conoscere di maggior valore che
non son io, tu ti valerai, o moglie mia, dell'opera di me, come di un
tuo ministro; nè dubiterai che nel tempo avvenire abbi ad essere meno
riverita». _Econ._, VII, 41-2. Siamo già evidentemente nelle idee ben
lontani dalla posizione umiliante e servile assegnata alla donna di
famiglia nella antica legislazione ateniese! È vero che al tempo di
Senofonte, tra questo ideale e la generalità del costume, del divario
ancora ne poteva e ne doveva correre: ma la parola dell'epoca è detta
e la nuova missione della donna della famiglia è cominciata. Verrà
tra breve Aristotile a paragonare i diritti della sposa coi diritti
sacri e augusti del supplice che ha deposto il ramo d'olivo sull'ara
domestica, e che acquista con ciò verso il marito i privilegi della
inviolabile ospitalità. (ARIST., _Econ._, I, 4). E verranno tra breve i
comici della commedia nuova a lamentarsi delle usurpazioni di autorità
commesse dalle mogli sui mariti, e a far ridere il pubblico alle spese
dei mariti tiranneggiati!
[112] _E Temistocle ateniese stava sotto alla moglie._ «Diceva
Temistocle scherzando che suo figlio, ancora piccino, era il più
potente di tutti i Greci. Gli Ateniesi comandano ai Greci; io comando
agli Ateniesi; _sua madre comanda a me_, e lui comanda a sua madre».
PLUT., _Temist._, 18; cfr. PLUT., _Prec. matrim._ — E in una commedia
di Menandro: «Ecco un uomo di cui ognun vanta la felicità in piazza:
ma appena varcata la soglia di casa sua, è il più infelice di tutti._
Sua moglie è la padrona di tutto:_ essa comanda e litiga senza posa».
MENANDRO, _Piloti_, fr. 2.
[113] Vedi la legge citata nel _Prologo_, pag. 26.
[114] Il fratello consanguineo succede in diritto al padre nel disporre
della sorte dell'orfana da maritare. V. sopra nota 10. — Cfr. DEMOST.,
_C. Onetore_, 865, 866; _C. Eubulide_, 1311; _C. Beoto_, II, 1010.
ISEO, _Eredità di Mènecle_, § 5-9.
[115] Colombi di Sicilia, allevati e tenuti in pregio nelle case
ateniesi. TEOFR., _CARATT._, 5.
[116]
’Εὰν δὲ κινήσῃ μόνον τὴν Μυρτίλην
ταύτην τις, ἢ τιτθὴν καλᾖ, πέρας οὐ ποιει
λαλιᾶς. τὸ Δωδοναῖον ἄν χαλκίον,
ὃ λέγουσιν ἠχεῖν, ἀν παράψηθ’ ὁ παριών,
τὴν ὴμεραν ὅλην. καταπαύσαι θᾶττον ἢ
ταύτην λαλοῦαν˙ νύκτα γὰρ προσλαμβάνει.
MENANDRO, _La suonatrice di flauto_. (’Αῤῤ ήφορος ἤ αὐλητρίς) pr. STEF.
BIZ. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 89.
[117] Le arie di alterigia e le pretese che le ricche ereditiere
recavan seco insiem con la dote nella casa maritale doveano realmente
dar non poco fastidio ai signori mariti ateniesi, se fornirono così
larga materia agli scrittori comici della antica commedia e della nuova
(le imitazioni di Terenzio comprese): dove si incontrano ad ogni piè
sospinto le lamentazioni dei poveri mariti.
Εἴθ’ ὤφελ’ ὴ προμνήστρι’ ἀπολέσθαι κακῶς
ἥτις με γῆμ’ ἐπῆρε τὴν σὴν μητέρα
«_Ahi, fosse perita di mala morte la pronuba che m'indusse a sposar
la madre tua!_» ARISTOF., _Nubi_, v. 41. «Oh Dei! che sproposito ho
io mai fatto a sposar per i suoi sedici talenti questa Crobila, una
donnicciuola alta un cubito! È mai possibile di sopportare una tanta
arroganza? Per Giove Olimpo, e per Minerva, ohibò!» MENANDRO, _La
collana_ (πλόκιον), pr. AUL. GEL., II. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV,
189. «Questa vita del matrimonio m'è odiosa! — Perchè l'hai presa
per il cattivo verso... Se passi il tempo a lagnarti de' suoi guai,
senza mettere in bilancia i compensi, ti desolerai eternamente». MEN.,
_L'odiator delle donne_ (Μισογόνης) pr. STOB., LXIX. — MEIN., _Fr.
Com. gr._, IV, 164. «Han fatto bene a dipinger Prometeo inchiodato
allo scoglio... È lui che ha creato le donne... Una donna è migliore a
sotterrarsi che a sposarsi». MENANDRO, _fram. inc._ — MEIN., _Fr. Com.
gr._, IV, 228. «Maledetto il primo che inventò di prender moglie! E poi
il secondo, e il terzo, e il quarto e tutti quelli che l'imitarono!»
MENAND., _La ragazza bruciata_. (’Εμπιπραμένη) pr. ATEN., XIII. —
MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 114.
E la litania dei lamenti non finisce qui: vedine qui sotto degli altri
(note 39, 41, 42): e potrei aggiungerne ancora: ma pare che bastino.
[118] τὰ τῆς γῆς ἀγαθά. — ALCIFR., _Lett._, II, 3.
[119] ’Ὲχν δ’ἐπίχληρον Αάμιαν «_Ho (sposato) una strega con la dote_
(esclama lamentosamente in Menandro un vecchio marito): non te l'ho
già detto? Non te l'ho già detto? Casa e campi mi vengono da lei: e m'è
toccato per averli di prendere anche lei insieme: e questo, o Apollo, è
il peggior dei mali!» MEN., _La collana_ (Πλόκιον), pr. AUL. GEL., I. —
MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 191.
[120] PLUTARCO. _Proverbii_ — E poco diverso dai Greci diciamo anche
noi: _chi sprezza vuol comprare_.
[121] TERENZIO, _Formione_: «_Nausistrata._ In verità mio marito
amministra senza una cura al mondo i poderi bene acquistati dal padre
mio: chè egli ne ricavava, senza manco, due talenti l'anno d'argento:
vedete che differenza da uomo ad uomo! — _Demifone._ Due talenti! —
_Nausis._ Proprio! due talenti! e sì le derrate non valeano uno per
cento d'adesso». v. 788-790. — Cfr. sopra, nota 37, framm. del Πλόκιον.
[122] Πατρῷ’ ἒχειν δεῖ τὸν χαλῶς εύδαιμονα «_Fortunato quegli che è
ricco dell'eredità del padre!_ poichè delle cose che entrano in casa
colla moglie il possesso non è nè sicuro nè allegro». MEN., _inc.
fab._, fr. 54. «Se siete povero e sposate una donna ricca, vi pigliate
una padrona e non una moglie: vi riducete alla condizione di essere a
un tempo e servo e povero». ANASSANDRIDE, _incert. fab._ «O tre volte
infelice chiunque essendo povero conduce moglie!» MEN., Πλόκιον, pr.
STOB., LXVIII. «Alla fronte superba e alle sue arie tutti si voltano
a guardar Crobila: poichè è ben nota mia moglie, dalla ricca dote, o
piuttosto la padrona che mi possiede!» MEN., Πλόκιον, pr. AUL. GEL.,
II, 23. «La moglie di lui è la padrona di tutto: essa comanda e lo
strapazza senza posa». MEN., _Piloti_, (Κυβερνῆται).
[123] «_Ma il nostro tesoro è stato carboni_ (ἄνθρακες ὸ θησαυρὸς
ἦσαν) come dice il proverbio». LUCIANO, _Zeusi_. «Se sapessi ch'ella
ha rivolto ad altri il suo amore, tutti i tesori mi diventerebbero
cenere». ALCIFR., _Lett._, II, 3.
[124] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 71.
[125] Disposizione degli attori in iscena: