AGLAE _e_ MÈNECLE.
(Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori
accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della
stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù
pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).
AGL. (_dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al
lavoro_) Hai terminato?
MÈN. (_passeggiando, e con voce secca_) Sì.
AGL. (_sempre chini gli occhi sul lavoro_) Sei ben triste, Mènecle,
stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe
taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto
sogno...
MÈN. (_passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando
fra sè_) Sarà...
AGL. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che
alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.
MÈN. (_c. s._) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti
miei...
AGL. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti
si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata,
udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti
abbisognasse qualcosa...
MÈN. (_sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel
parlare_) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle
vecchie non so che farne...
AGL. (_sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi
indifferente_) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei
alzata io... Forse quella lettera? (_additando il rotolo che Mènecle
ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde_) Qualche
affare urgente?
MÈN. (_c. s._) Può darsi.
AGL. Del tuo dicastero?