[1] Per quanto riguarda i tribunali d'Atene, gli ordinamenti e riti
giudiziari, forme del processo, ecc., ecc., rimandasi alle fonti
precipue e alle sparse notizie in DEMOSTENE, ESCHINE, ISOCRATE, LISIA,
ISEO, LICURGO e tutti gli altri oratori attici; e in ARISTOFANE e negli
SCOLII _ad Aristof._, in ispecie alle _Vespe_, alle _Aringatrici_,
alle _Tesmoforìe_, al _Pluto_. Confr. SCHÖMANN, _Antich. greche_;
_Antiquitates jur. publ._; _De Areopago et Ephetis_; _De sortitione
judicum_; _De Dicasteriis_; MEIER e SCHÖMANN, _Der Attische Prozess_;
PERROT, _Droit public d'Athènes_; MATTHIAE, _De judic. athen._;
HUDTWALKER, _De arbitr._; MEURSIUS, _Themis attica_; PETIT, _Legg.
att._, ecc., ecc.
[2] All'infuori dell'Areopago e degli altri quattro tribunali speciali
dei magistrati detti _Efeti_ (_Pritaneo_, _Delfinio_, _Palladio_ e
_Freatte_) giudicanti delle cause di omicidi volontari e involontari
in genere (δίκαι φονικαί) giudicavano di tutte l'altre cause civili
e penali i giudici popolari o cittadini giurati, 6000 di numero
(_dicasti_ od _eliasti_), scelti a sorte ogni anno fra tutti i
cittadini non minori dei trenta anni, e integri di fama e di diritti
politici e civili (ἐπίτιμοι). Cinque mila erano giudici effettivi;
mille supplenti. Distribuivansi i 6000 in 10 tribunali, ossia sezioni
o decurie (δικαστήρια), quant'era appunto il numero delle tribù (SCOL.
in ARISTOF., _Pluto_); e _dicastero_ diceasi non pur la sezione,
ma anche il luogo o tribunale a ciascuna assegnato per tenervi i
giudizi. Designavansi le 10 sezioni per una lettera dell'alfabeto,
dall'Α alla Κ, che veniva scritta in rosso sulla porta del tribunale
rispettivo: indi, _giudicare nella lettera tale_ (εν τινι γράμματι
δικάζειν) equivaleva essere assegnato a questo o quel tribunale (cfr.
ARISTOF., _Plut._, V. 277). Così ogni anno, insieme alla estrazione
dei giudici cittadini (fatta dai Tesmoteti, per tribù) estraevasi a
sorte anche la lettera indicante il dicastero a cui ciascun d'essi era
assegnato. Compiuta la sortizione, a ciascun giudice veniva data una
tabella di bronzo (πινάκιον) con su scrittovi il suo nome e la lettera
del dicastero assegnatogli, e impressovi il _gorgònio_, stemma della
città. Questa tabella era il distintivo della sua carica di quell'anno,
e il cittadino giurato la recava seco ogni giorno di giudizi, alle
estrazioni mattutine dei dicasteri di quel dì. Perocchè non sempre,
e ben rado, tutti e 10 i tribunali simultaneamente sedevano; ma
nei giorni che v'erano cause a trattare, tutti i giudici cittadini
convenivan la mattina nell'agora, dove l'arconte estraeva dall'urna
a sorte tante lettere o sezioni a seconda del numero de' processi di
quella giornata, e a sorte assegnava in quali tribunali le sezioni
estratte dovessero raccogliersi a giudicare. Poi, siccome ciascun
tribunale distinguevasi da un colore suo proprio, così ai giudici
delle sezioni estratte per quel dì veniva consegnato un bastone di
forma speciale (βακτηρία, σκίπων) terminante in una specie di globulo
(βάλανον); bastone dell'uguale colore del dicastero assegnato, e
colla lettera del medesimo pure scrittavi sopra (ARISTOF., _Vesp._,
v. 727; SCOL., V. 1105; SCOL., _Pluto_, 277). Oltre questo bastone
che serviva ai giudici per sapere a quale dicastero recarsi e per
farvisi riconoscere alla porta, il Tesmoteta, presidente del tribunale,
consegnava a ciascuno d'essi una _téssera_ (σύμβολον), che l'egregio
Mariotti a torto confonde col πινάκιον dinanzi accennato. Quello era il
distintivo della carica annua, e ognuno dei 6000 eliasti l'aveva con sè
(quel che sarebbe pei deputati nostri la medaglia); il σύμβολον invece
era un _gettone di presenza_ che al giudice veniva dato per andare a
ricevere la mercede del giudizio.
Quanto al numero dei giudici popolari sedenti in ogni causa, i giudici
effettivi essendo 5000, risultava il numero ordinario per ciascun
tribunale di 500 giudici. Se però di cause gravi trattavasi, adunavansi
anche due, tre o più sezioni in un tribunale solo: e s'aveano così
tribunali sedenti di 1000 o 2000 giudici, o magari composto di tutte
e dieci le sezioni riunite. Viceversa, per le cause minori, talvolta
neppure raccoglievasi una sezione intera. Due o tre centinaia anche
bastavano: solo curando dispari il numero per evitare nei voti la
parità. E innanzi alle porte del tribunale destinato s'estraeva di
giudici o supplenti quanti per quella tal causa bisognavano (ISOCR.,
_Areopag._, c. 20). Cfr. SCHÖMANN, MEIER, ecc.
[3] Distinguevansi, come sopra fu detto, ciascuno da un proprio colore,
i tribunali ove recavasi volta per volta l'una o l'altra delle 10
sezioni o _lettere_ a giudicare (SCOL. in ARISTOF., _Vespe_; POLLUCE,
VIII). E pare il lor numero fosse anche più dei 10 (senza contar
l'Areopago e i 4 altri degli _Efeti_); la maggior parte situati intorno
a l'Agora o Foro. Due di essi dal colore prendevano anche il nome, come
appunto il _Verde_ (Βατραχιοῦν) e il _Rosso_ (Φοινικιοῦν), nominati in
Pausania, I, 28. Oltre questi, ricordansi il _Trigono_ o _Triangolare_,
il _Metioco_ o _Callio_, il _Nuovo_, il _Maggiore_, il _Medio_ e il
_Liceo_, presso al tempio di Lico. Anche l'_Odeone_ serviva a giudizi
popolari (ARISTOF., _Vespe_). Ma il più noto di questi tribunali era
l'_Eliea_, che era un luogo spazioso a cielo aperto, come indica il
nome: probabilmente lo si sceglieva a preferenza quand'era il caso di
raccogliere più sezioni insieme per i giudizi più gravi; ond'è che il
nome di _eliasti_, particolare ai giudici che andavano a sedervi, passò
nell'uso come sinonimo di _dicasti_, ad indicare complessivamente tutti
i giudici cittadini, anche degli altri dicasteri.
Il _Batrachio_ qui nominato fu da taluno per errore confuso col
_Parabisto_, ch'era un altro tribunale ove sedevano gli _Undici_,
magistrato esecutore delle sentenze di morte, e sovrastante al giudizio
dei furti.
[4] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 90. POLLUCE, VIII, 133.
[5] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 775, 830. «Vuoi tu citare senza che vi
siano gli steccati, che primi a noi sogliono apparire tra le cose sacre
del giudizio?» _ibid._
[6] A un picchetto di questi arcieri, per lo più traci o sciti, era
affidato, durante l'udienza, l'ordine nella sala, e il mantener la
quiete fra il publico numeroso dei curiosi. POLLUCE, VIII, 131. MEIER,
_Att. Pr._
[7] Lico, figlio di Pandione, antico re d'Atene, pare venisse
onorato di culto particolarmente come patrono dei giudizî. Sorgeva
il suo simulacro all'ingresso della maggior parte dei tribunali e
precisamente nel luogo dove i giudici uscendo riscotevano i tre oboli.
Cfr. in ARISTOF., _Vespe_, l'apostrofe dell'eliasta Filocleone: «O
Lico signore, eroe a me vicino, tu al pari di me sempre t'allegri
per le lagrime degli accusati e solo degli eroi volesti aver sede
appo chi piange», v. 389 seg. Cfr. v. 819. Presso alla statua di Lico
radunavansi anche, innanzi al giudizio, gli eliasti che si lasciavan
corrompere e che vendevano il voto alle parti, per contrattare colle
medesime il prezzo.
[8] «Conviene che ognuno di voi, giudici, si faccia vicino alla
ringhiera (ἄχρι τοῦ βήματος) per dare un voto santo e giusto...»
DEMOST., _Falsa legaz._, 441.
[9] POLLUCE, VIII, 113. ESICHIO, SUIDA. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 716.
[10] Premettevasi alla udienza (che cominciava la mattina per tempo,
ogni processo dovendo finirsi nel dì) una purificazione religiosa e una
preghiera recitata dall'araldo. ARISTOF., _Vespe_. «Ora alcuno porti
subito il fuoco e rami di mirto ed incenso, per porgere innanzi tutto
le preghiere agli dei» v. 860 seg.
[11] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 811 seg., v. 906.
[12] ARISTOF., _Lisistr._, v. 798.
[13] Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa
formula, cfr. ARISTOF., _Tesmof._, v. 331-371; _Vespe_, v. 863 segg.
DEMOST., _C. Aristocr._, 652-653; _C. Timocr._, 746-747; _Corona_, 319,
28. ANDOCIDE, _Misteri_, 13, 23.
[14] V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in DEMOST.,
_C. Timocr._, 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti
del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la
tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del
popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come
non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione
delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati
a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le
disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè
consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia
dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel
medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli
eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il
giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè
consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età.
Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò
sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e
imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le
cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno».
Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo
giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso
detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano
per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. SCHÖM.,
_Sort. jud._
[15] ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, DEMOST., _C.
Timocr._, 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. ANDOC.,
_Mist._, κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, ARISTOF., _Tesmof._, v.
349.
[16] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 891. Cominciato il giudizio, (la
mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e
così perdevan la paga. Cfr. _Vespe_, v. 775: «E se anche t'alzerai da
letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti _farà più chiudere fuori dei
cancelli_».
[17] Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici
pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, ARISTOF., _Vespe_, V. 724.
[18] Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in DEMOSTENE e negli
altri oratori: e l'accusa contro Socrate in PLATONE, _Apologia_, e
quella contro Alcibiade, PLUT., _Alcib._ Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 894.
[19] _Munichione_, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul
lunario ateniese, cfr. note all'_Alcibiade_.
[20] Cfr. ESCHINE, _C. Ctesif._ DEMOST., _Corona_.
[21] La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea
(cfr. DEMOST. _C. Mid._ PLAT. _Apol. Soc._), ora iscritta nella legge
stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr.
DEMOST., _C. Timarc._ ARISTOF., _Vespe_, 897.
[22] ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. DEMOST. _C. Timarc._, 3, 17.
[23] Si affiggevano in publico, tempo innanzi il dibattimento perchè
ognuno interessato potesse prenderne notizia: «affinchè ognuno
leggesse sotto le statue degli eroi: Eutemone Lusiese diè querela
di posto abbandonato a Demostene Peaniese». DEMOST., _C. Midia_.
Quest'affissione era prescritta anche per le leggi che i cittadini
proponevano, avanti sottoporle al Senato e all'assemblea: «Se
bisogneran nuove leggi, i Tesmoteti le scrivano nelle tavole e le
espongano innanzi alle statue degli eroi, all'esamina di ognuno».
ANDOC., _Misteri_.
[24] Questo giuramento (ἀντομωσία) era dato dalle due parti innanzi al
Tesmoteta nell'istruttoria del processo precorrente il dibattimento,
l'accusatore giurando della verità dell'accusa, l'accusato della
propria innocenza. Cfr. PLAT., _Apol._ MEIER, _Att. Pr._, 624.
[25] αίγα, κάθιξε. σὺ δ’ἀναβὰς κατηγόρει. ARISTOF., _Vespe_, 905. Era
prescritto per legge che ciascuna delle due parti perorasse da sè la
propria causa (QUINT., _Inst._, II): gl'incapaci a difendersi da sè,
si faceano scrivere da altri o da parenti o da avvocati di grido che ne
facean professione (_logògrafi_) le arringhe che poi per proprio conto
recitavano. Cfr. _Vite X Or._ DEMOST., _C. Leocar._ Tutt'al più, a
volte concedevasi che la parte limitasse il suo discorso a un semplice
esordio, dopo il quale cedeva la parola a un amico od orator di
mestiere che parlasse per lui (_sinègoro_). Così nella orazion contro
Neera Teomnesto accusatore, dopo un breve proemio, cede la parola al
proprio parente Apollodoro. Gli oratori parlavano dalla ringhiera,
in piedi e postasi in capo la corona; quando non era il loro turno di
parola, sedevano; e finito di parlare, deponevano la corona. ARISTOF.,
_Eccles._, v. 163. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 707.
[26] «Prima di parlare mettiti in capo questa corona. Fate silenzio,
state attenti. Ecco, _già si spurga il naso, come usano gli oratori_,
(χρέμπτεται γὰρ ἤδη, ὃπερ ποιοῦσ’. οἱ ῥήτορες) È probabile che farà un
lungo discorso». ARISTOF., _Tesmof._, 381, 382. _Ecclesiaz._, v. 131.
[27] Cfr. BARTHEL., _Anac._, cap. 18. A dar meglio idea dell'attenzione
dei giudici nel corso del dibattimento, ARISTOFANE ti mette in iscena
per ischerzo anche il vecchio eliasta che durante le arringhe delle
parti sta mangiando la minestra (_Vespe_, v. 906).
[28] Σίγα, σιώπα, πρόσεχε τὸν νοῦν. ARISTOF., _Tesmof._, 381.
[29] Colla clessidra (che noi chiameremmo orologio ad acqua, benchè
non fosse precisamente la stessa cosa, cfr. MEIER, _Att. Pr._, 715)
misuravasi, com'è noto, il tempo concesso alle arringhe delle parti
nei processi d'importanza. Nei processi inconcludenti e in alcuni di
data specie, come la querela di maltrattamento, non s'usava clessidra
(cfr. _Harpocr._) e la misura del tempo lasciavasi probabilmente
al discreto giudizio del presidente. Questi eran detti _processi
senz'acqua_. Secondo la maggiore o minor gravità della causa variava
la quantità e misura dell'acqua accordata; tante anfore per la tal
causa, tante anfore per la tal'altra. Così per es. nella querela
di _falsa ambasceria_ (παραπρεσβείας γ.) eran concesse a ciascuna
parte undici anfore (ESCHIN., _Falsa amb._); nelle cause di eredità
concedeasi a ogni parte un anforeo, e nelle repliche la metà, ossia tre
coe (DEMOST., _C. Macart._) L'acqua veniva fatta misurar dall'arconte
all'udienza, come vedi nell'orazione contro Macartato. Nella misura
dell'acqua non era compreso il tempo impiegato alla lettura degli atti,
leggi, decreti o testimonianze: perciò l'oratore, quando stava per far
dare lettura di documenti, o chiamar testi, ordinava al custode della
clessidra di fermar l'acqua. (πίλαβε τὸ ὕδωρ, cfr. DEMOST., _C. Stef._,
1103; _C. Eubul._, 1305, ecc. ISEO, _Ered. Menec._, 221, ecc.)
[30] «Procura di arringare in bel modo, appoggiandoti con decoro sul
bastone». ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 150.
[31] «Se alcuno vuol contraddirmi, venga qua, gli cedo l'acqua».
DEMOST., _Falsa legaz._ «Quelli che mi affermano menzognero, vengano
qua, si servano dell'acqua mia (_parlino nella mia acqua_, ἐπὶ τοῦ ἐμοῦ
ὕδατος) per isbugiardarmi testimoniando». DEMOST., _C. Eubul._ «Indichi
Eschine le sue proposte in pro della patria; se ci sono, le palesi e io
gli cedo l'acqua». DEMOST., _Corona_. Cfr. ANDOC., _Mist._
Per esempio opposto, in altre arringhe demosteniche l'oratore lamentasi
spesso che a dir tutto non gli basti l'acqua. «A voler isbugiardare
i testimoni l'acqua non mi basterebbe». DEMOST. _C. Stef._; I. _C.
Neera_; _C. Macart._, ecc.
[32] L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora
come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa
publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili
sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio
di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro
Beoto». DEMOST., _C. Beot._ «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che
per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». DEMOST.,
_C. Aristocr._ «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho
dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar
libero nella piazza un tanto vitupero della patria». LICURGO, _C.
Leocr._ Cfr. LISIA, _C. Filone_, ecc.
[33] L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa,
o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle
cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della
somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000
dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio.
(DEMOST., _C. Teocrine_; _Corona_). Nelle cause religiose era aggiunta
anche l'infamia.
[34] Cfr. PLAT., _Apol. di Socr._
[35] Su queste invocazioni, cfr. LICURG., _C. Leocr._; DEMOST.,
_Corona_; ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 171.
[36] Il tempio di Cibele (_Metròo_), nell'agora presso il Senato,
era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i
decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio
della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?»
LICURGO, _C. Leocr._ «La sua rinunzia si conserva fra le scritture
pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino.
Ivi sta scritto il decreto col nome suo». DEMOST., _Falsa legaz._, 381.
[37] «_Bdelic._ Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli
dirà». ARISTOF., _Vespe_, 540, 559. Così i giudici come gli oratori
eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. _Vespe_, 529:
«tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella
con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς,
_Vespe_, 848).
[38] τριταγωνιστής, _istrione da terze parti_, una delle garbatezze
più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era
venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi
del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed
altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori
attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente
per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano
spesso a rovescio la parola _atticismo_ e si imaginano che l'atticismo
antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle
frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di
paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di
un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva
essere il mio, quando io consigliavo la città?» (_Corona_, 297); e
poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato
cittadino, istrione da terze parti!» (_Cor._, 335); e poi: «Ciarliero,
imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando
paroloni a somiglianza d'un tragico» (_Cor._, 269); e avanti ancora:
«Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?»
(_Cor._, 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne
birbante è costui...» (_Cor._, 300). E i complimenti non finiscono lì:
sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.
[39] Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per
contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella
appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di
Demostene (_Cor._, 269).
[40] Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa
— cfr. DEMOST., _C. Stef._, I, 1128; _C. Macart._, 1060; _C. Spudia_,
1033; _C. Beot._, 1022, 1024.
[41] ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. DEMOST., _C. Stef._, I, 1103; _C. Eubul._, 1305,
7; e altrove. ISEO, _Ered. di Mènecle_, 221; _di Pirro_, 21, ecc. Cfr.
nota 30.
[42] La lettura dei documenti e delle leggi citate in appoggio
era fatta all'udienza, non dall'oratore, ma dal cancelliere. V. in
DEMOSTENE e negli altri oratori. Della tavoletta o πινάκιον, distintivo
degli eliasti, V. sopra, n. 2: del _giuramento degli eliasti in
Ardetto_, n. 15.
[43] τὰς μὲν γὰρ ἑταίρας ὴδονἦς ἕνεκ’ ἔχομεν.... τὰς δὲ γυναῖκας τοῦ
παιδοποιεῖσθαι γνησίως καὶ τῶν ἔνδον φύλακα πιστην ἔχειν. DEMOST., _C.
Neera_, 1386.
[44] «Chi vuol contraddirmi, sorga e _parli nella mia acqua_» ἀναστὰς
ἐν τῷ ἐμῷ ὕδατι, εἰπάτω. DEMOST., _Falsa leg._, 359; _Cor._, 274.
[45] DEMOST., _Cor._, 269, 273 e in cent'altri luoghi.
[46] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986.
[47] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 1030-1036.
[48] τοῖς μὲν γὰρ παδαρίοισιν — ἔστι διδάσκαλος ὅστις φράξει, τοῖς
ηβῶσιν δὲ ποιηταί. AR., _Rane_, 1054.
[49] «Io voglio citarvi anche i versi di Omero, il qual poeta fu
tenuto così eccellente dai nostri padri, che per legge decretarono
recitarsi le poesie di lui solo e non d'altri, ogni cinque anni, nelle
Panatenee». LICURGO, _C. Leocr._ Eliano fa autore di questa legge
Ipparco, il figliuol di Pisistrato, il primo che portò i poemi omerici
nell'Attica. Cfr. PLAT., _Ipparco_.
[50] Cfr. DEMOST., _C. Neera_, 1382: «τί δέ καὶ φήσειεν ἂν ὒμῶν ἕκαστος
εὶσιὼν πρὸς τὴν ὲαυτοῦ γυναῖκα ἢ θυγατέρα... ἐπειδὰν ἔρηται ὑμᾶς ποῦ
ἦτε, καὶ εἲπητε ὅτι ἐ δικάξομεν, ecc., ecc.» Cfr. ARISTOF., _Lisistr._,
V. 512 seg.
[51] Cfr. DEMOST., _Corona_, 297: ’Αλλ’ ουκ ἔστιν, οὐκ ἔστιν... μὰ τοὐς
Μαραθῶνι, ecc., ecc.
[52] Si davano i suffragi ne' giudizi in varie maniere, per via di
piccole conchiglie, o per lo più di fave o di pietruzze (ψ ῆφοι)
bianche per l'assoluzione, nere per la condanna: oppure per mezzo di
pallottoline (σπόνδυλοι), le une nere e forate, le altre bianche ed
intere; le forate per condannare, le intere per assolvere. ESCH., _C.
Timarc._; LUCIANO, _Apol. Paras._
[53] «Bada che l'ira nel rispondergli non ti porti di là dagli ulivi»,
ἐκτὸς τῶν ἐλαῶν. ARISTOF., _Rane_, 995.
[54] «Perchè egli era il primo a parlare, stravolse la lite, e col
leggere molte cose e col mentire commosse i giudici di guisa, che non
vollero neanche udire la mia voce. Così condannato all'ammenda della
sesta parte, senza aver ottenuto di far la mia difesa, me ne andai
triste e malcontento». DEMOST., _C. Stefano_, I. In simili casi i
giudici vociferavano in coro al malcapitato di scendere dalla tribuna,
gridandogli: _abbasso! abbasso!_ κατάβα, κατάβα, κατάβα ARISTOF.,
_Vespe_, 979. E così nelle _Vespe_ è preso dal vero perfettamente il
bozzetto satirico del vecchio eliasta, impaziente di condannare dopo
udita una parte sola: «_Bdelic._ Per gli dei, o padre, non pronunziar
la sentenza prima di aver udite tutte e due le parti. _Filoc._ Mio
caro, la cosa e già chiara e parla da sè». _Vespe_, 920.
[55] «Dimmi un po' quali lusinghe non può un giudice ascoltare?...
Chi piange la sua miseria; chi ci narra favole e qualche storiella
da ridere di quelle di Esopo; chi fa il buffone affinchè io rida e
deponga, nel giudicare, lo sdegno». ARISTOF., _Vespe_, v. 564. Cfr. v.
1259.
[56] V. PLUTARCO, _Demostene_. Cfr. le note al mio _Alcibiade_, p. 215.
[57] «Costui si vanta tanto della sua voce, che confida di far con
essa molta impressione su di voi. Ma sarebbe assurdo che, mentre lo
scacciaste a fischi dal teatro, qui gli faceste lieta accoglienza
soltanto per la sua voce sonora». DEMOST., _Falsa legaz._ Cfr.
_Corona_, 269.
[58] Κάλει μοι τοὺς μάρτυρας. DEMOST., ecc. I testimoni non deponevano
all'udienza, ma vi confermavano con giuramento le testimonianze
scritte, date da essi nell'istruttoria o quelle loro deferite
dall'oratore anche avversario. «A conferma del mio dire addurrò
in testimonio Aristofane Olintio. Chiama Aristofane e _leggi_ la
testimonianza di lui». ESCHINE, _Apol._ «Chiama Egesandro per cui
scrissi la testimonianza più modesta che non chiedano i suoi costumi...
ma so bene che spergiurerà». ESCHINE, _C. Timarco_.
[59] ἐχῖνος. (HARPOCR.; SCOL. in ARIST., _Vespe_, 1427). Era un vaso
di terra o di metallo nel quale si deponevano e custodivano i documenti
presentati nella istruttoria del processo. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 691.
[60] Cfr. DEMOST., _Falsa legaz._ «Sarebbe assurdo che mentre voi,
giudici, udendo costui (Eschine) rappresentare Tieste e le sventure
di Troja, lo cacciaste di teatro a fischiate, e quasi lo lapidaste,
tanto ch'egli abbandonò l'arte dello istrione, ora ch'egli, non già
sulla scena, ma coi fatti danneggia la repubblica, gli faceste lieta
accoglienza» p. 449.
[61] «I testimoni parlino senza paura e giurino _toccando le cose
sacre_». LIC., _C. Leocr._ Il giuramento veniva dato secondo i casi
espressamente a voce («_giuriamo: eravamo presenti_» DEMOST., _C.
Stef._, 1, 1109), oppure anche tacitamente, confermando col solo gesto
la testimonianza scritta o già giurata prima nell'istruttoria: come
nell'esempio in DEMOST., _C. Midia_, 560.
[62] Anno 498 av. l'E. V. (_Olimp._, 70, 3). Nell'anno stesso dello
avvenimento rappresentò Frinico in Atene la sua tragedia: _La presa di
Mileto_.
[63] ERODOTO. Cfr. MÜLLER, _Ist. Letterat. Gr._, II, 35; BECQ DE
FOUQUIÈRES, _Aspasie_.
[64] Cfr. un passo del comico Similo, _ex inc. fab._, presso STOBEO, 60.
Rispetto alle teorie estetiche qui svolte da Eudemonippo, giovi
confrontare anche tutta la scena della contesa fra Eschilo ed Euripide,
nelle _Rane_ di ARISTOFANE. Caratteristico e curioso in ispecie quel
passo: «_Eurip._ Forse che non esposi in iscena la storia di Fedra
esattamente vera come stava? _Eschil._ Sì, per Giove, l'hai esposta
come stava. Ma ciò che è turpe il poeta deve celarlo, non esporlo,
nè metterlo in iscena» v. 1052-3. Tanto è vero, che certe polemiche
di oggidì, e certe teorie veriste nelle quali taluni si credono avere
inventata la polvere da sparo, giravano già nel mondo dell'arte qualche
secolo prima che nascessero i veristi della giornata.
[65] «_Esch._ Per che cosa si deve ammirare il poeta? _Eurip._ Perchè
prepara cittadini migliori alla città». ARISTOF., _Rane_, 1008-9.
[66] Vedi in ARISTOTILE, _Morale a Nicomaco_, VIII. Cfr. _Polit._, I,
cap. 1, 5; II, cap. 2; e in SENOFONTE, _Economico_, VII, lo squisito
bozzetto della moglie d'Iscomaco. Cfr. fra le molte opere moderne, che
trattarono della posizione morale e giuridica della donna di famiglia
ateniese, l'eccellente studio di LALLIER, _La femme dans la famille
athénienne_.
[67] DEMOST., II, _C. Stef._ Cfr. MEURSIUS, _Themis Attica_, 34.
[68] MEURSIUS, _Them. Att._, 35. Cfr. TERENZIO, _Phormio_; DIOD. SIC.,
XII.
[69] ISEO, _Eredità di Pirro_, § 64.
[70] PLUT., _Alcib._, VIII; CRATINO, _La bottiglia_, framm. PETIT,
_Leg. Att._; SCHÖM., _Antiq. Jur. Pub._, 343; MEIER, _Att. Pr._, 558;
MARIOTTI, _Demost._, III, 541.
[71] Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle
leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per
invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a
chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» DEMOST., _Corona_,
268.
[72] LIBANIO, _Decl. X._ cfr. MEURSIUS, _Them. Att._, 52.
[73] ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς
τοῦ σώματος θάπτομεν. ESCHINE, _C. Ctesif._
[74] «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o
pubbliche, non siano valide». DEMOST., _C. Timocr._ Vedi nella stessa
arringa anche il testo del decreto di Diocle.
[75] Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino,
nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava
la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome
da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu
abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne
posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un
decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini
direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva
gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto,
nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi,
lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro
il demagogo Cleone, nelle _Vespe_. Ma allorquando la libertà ateniese
cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la
oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla
libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E
così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando
con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò
alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui
e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. CAPPELLINA,
_Pref. ad Aristof._; SCHLEG., _Letter. dram._; MÜLLER, _Istit. lett.
gr._; MEURSIUS, _Them. Att._ II, 20; PETIT, _Leg. Att._, 79.
[76] «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello
dei sùpplici». ARISTOF., _Pluto_, 382. Tutto era buono agli accusati
per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de'
supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti,
le mogli, i bambini, come vedi in ESCHIN., _Apol._ Tutta questa
perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene
appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari
dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate
davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 719.
[77] Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una
stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il
marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese».
PLUT., _Solone_.
[78] Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi
di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla
democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e
il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì
Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle
sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio
dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e
Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in PLUTARCO, _Vita di Demetrio_,
c. 12.
[79] PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, c. 26.
[80] Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. FILIPPIDE, presso PLUTARCO,
_Vita Demetrio_, 12.