all'uomo nella famiglia una posizione più importante che alla donna e,
d'altro lato, creavano in lui lo stimolo ad utilizzare questa posizione
più importante, per rovesciare, a favore dei propri figli, la vecchia
successione. Ma ciò era impossibile finchè vigeva la discendenza per
diritto materno. Questo diritto doveva dunque essere rovesciato, e lo
fu. Ciò non fu tanto difficile quanto oggi ci sembra, poichè questa
rivoluzione — una delle più importanti, che gli uomini abbiano vedute —
non aveva bisogno di toccare alcuno dei membri viventi di una _gente_.
Tutti questi potevano rimanere, dopo come prima, ciò che erano stati.
Bastò stabilire che, in avvenire, i discendenti dei compagni maschi
resterebbero nella _gente_ e quelli delle femmine ne sarebbero esclusi,
passando nella _gente_ del loro padre. Con ciò si aboliva il computo
della discendenza in linea femminile e il diritto ereditario materno,
e si istituiva la linea di discendenza maschile e il diritto ereditario
paterno. Come si sia fatta questa rivoluzione, nei popoli tendenti alla
civiltà, e quando, non ne sappiamo nulla. Essa appartiene interamente
all'epoca preistorica. Ma che si sia fatta, è dimostrato oltre il
bisogno dalle abbondanti tracce di diritto materno raccolte sopratutto
dal Bachofen, e come facilmente si effettui, lo vediamo in una intera
serie di tribù indiane, dove essa è affatto recente, o si effettua
ancor oggi, in parte sotto l'influenza della crescente ricchezza e
del cangiato modo di vita (passaggio dai boschi alle praterie), e in
parte per l'influsso morale della civiltà e dei missionarii. Di otto
tribù del Missuri, sei hanno introdotto la discendenza e la successione
maschile, due l'hanno ancora femminile. Presso i _Shawnees_, i
_Miamies_ e i _Delawares_ si è introdotto l'uso di trasportare i figli
dalla _gente _della madre in quella del padre, col dar loro un nome
tratto dalla _gente_ del padre, affinchè possano ereditare da questo.
«Innata tendenza casistica dell'uomo, di cangiare le cose mutando i
loro nomi e di trovare ripieghi per abbattere la tradizione avendo
l'aria di rispettarla, quando un interesse diretto ne dà lo stimolo
sufficiente!» (_Marx_). Nacque da ciò un'inestricabile confusione, alla
quale dovevasi ovviare, e venne anche in parte ovviato, col passaggio
al diritto paterno. «In generale sembra questo il passaggio il più
naturale» (_Marx_).
Chi vuol vedere ciò che sanno dirci gli studiosi di Diritto comparato
sul come sarebbesi effettuata questa trasformazione presso i popoli
tendenti a civiltà del vecchio mondo — ipotesi e niente più — consulti
KOVALEVSKY, _Tableau des origines et de l'evolution de la famille et de
la propriété_, Stockholm, 1890.
La caduta del diritto materno fu la _sconfitta storico-mondiale del
sesso femminile_. L'uomo afferrò il timone anche nella casa, la donna
fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e divenne un
semplice strumento di riproduzione. Questa degradata condizione della
donna, che appare evidente sopratutto fra i Greci dei tempi eroici
e più ancora dei tempi classici, venne gradatamente inorpellata e
dissimulata, e qua e là ha assunto anche forme più miti; ma non fu mai
in alcun modo abolita.
Il primo effetto di cotesto nuovo ed esclusivo dominio dell'uomo,
mostrasi nel sorgere di quella forma intermedia che è la famiglia
patriarcale. Ciò che particolarmente la caratterizza non è la
poligamia, di cui parleremo più tardi, ma «l'organizzazione di un certo
numero di persone libere e non libere in una sola famiglia, sotto la
patria potestà del capo di essa. Nella forma semitica, questo capo
di famiglia vive in poligamia, i non liberi hanno moglie e figli, e
lo scopo di tutta l'organizzazione è la custodia degli armenti sopra
uno spazio di terra determinato». L'essenziale è l'incorporazione dei
non liberi e la patria potestà; la famiglia romana è quindi il tipo
completo di questa forma di famiglia. La parola _familia_ non significa
in origine l'ideale dell'odierno filisteo, composto di sentimentalismo
e di discordia domestica; presso i Romani dei primi tempi, essa non si
riferisce nemmeno alla coppia conjugale e ai suoi figli, ma soltanto
agli schiavi. _Famulus_ è lo schiavo domestico, e _familia _è la
collettività degli schiavi appartenenti ad un uomo. Ancora al tempo
di Caio, la _familia, id est patrimonium_ (ossia l'asse ereditario),
veniva legata per testamento. L'espressione fu inventata dai Romani,
per designare un nuovo organismo sociale, il cui capo teneva moglie,
figli e un certo numero di schiavi sotto di sè, giusta la patria
potestà romana, con diritto di vita e di morte su tutti. «La parola non
è dunque più antica del ferreo sistema di famiglia delle tribù latine,
sorto dopo introdotte l'agricoltura e la schiavitù legale e dopo la
scissione degli Arii italici dai Greci». Marx aggiunge: «La famiglia
moderna contiene in germe non solo la schiavitù (_servitus_), ma ben
anche il servaggio, poichè essa in origine si connette con dei servizii
agricoli. Essa compendia _in miniatura_ tutti gli antagonismi che più
tardi si sviluppano ampiamente nella società e nel suo Stato».
Siffatta forma di famiglia segna il passaggio dalla famiglia
sindiasmica alla monogamia. Per guarentire la fedeltà della moglie,
cioè la paternità dei figli, la donna è consegnata incondizionatamente
al potere dell'uomo: se egli la uccide, non esercita che il proprio
diritto.
Con la famiglia patriarcale entriamo nel dominio della storia scritta,
dominio nel quale la scienza del diritto comparato ci reca un notevole
sussidio. Dobbiamo infatti a questa un progresso essenziale su questo
punto. Fu MASSIMO KOVALEVSKY (_Tableau_, ecc., _de la famille e de
la propriété_, Stockholm 1890, pag. 60-100) a fornirci la prova, che
la comunità domestica patriarcale, quale la troviamo ancor oggi fra i
Serbi ed i Bulgari sotto nome di _zadruga_ (traducibile a un dipresso
con _unione d'amicizia_) o di _bratstvo_ (_fratellanza_) ed in forma
modificata presso i popoli orientali, costituì lo stadio di transizione
tra la famiglia del diritto materno, sorta dal connubio per gruppi, e
la famiglia individuale del mondo moderno. Ciò sembra dimostrato almeno
pei popoli tendenti a civiltà del mondo antico, per gli Arii e per i
Semiti.
La _zadruga_ degli Slavi del Sud offre il miglior esempio superstite di
una tale comunità di famiglia. Essa abbraccia parecchie generazioni di
discendenti da uno stesso padre, con le rispettive mogli, che, tutti
coabitando sotto il tetto medesimo, coltivano i loro campi in comune,
hanno comuni provviste di alimenti e di vesti, e possiedono in comune
ogni risparmio. La comunità sta sotto l'amministrazione del padron
di casa (_domácin_); questi la rappresenta nei rapporti esterni, può
alienare oggetti di poco conto, tiene la cassa e ne risponde, come
risponde del corso regolare degli affari. È elettivo; nè occorre che
sia il più vecchio. Le donne e i loro lavori stanno sotto la direzione
della padrona di casa (_domácica_), di solito la moglie del _domácin_.
Questa ha anche un voto importante, sovente decisivo, nella scelta
dello sposo per le ragazze. Ma il potere supremo risiede nel Consiglio
di famiglia, o assemblea di tutti i compagni adulti, donne ed uomini.
A quest'assemblea il padrone di casa rende i conti; è essa che prende
le decisioni definitive, che esercita giurisdizione su tutti i membri
della comunità, che conchiude le compre e le vendite di qualche
importanza, massime se si tratta di terreni o di stabili, ecc.
Non è che da circa un decennio che il perdurare di consimili grandi
comunità domestiche fu dimostrato anche in Russia; oggi è generalmente
riconosciuto che esse sono altrettanto radicate nel costume popolare
russo quanto la _obscina_ o comunità di villaggio. Esse figurano nel
più antico codice russo, il _Pravda_ di _Jaroslav_, sotto lo stesso
nome (_vervj_) che nelle leggi dalmate, e si trovano del pari nelle
fonti storiche polacche e czeche.
Anche fra i Germani, secondo HEUSSLER (_Institutionen des deutschen
Rechts_), l'unità economica in origine non è la famiglia isolata nel
senso moderno, ma la «comunità domestica», che comprende parecchie
famiglie di diverse generazioni, e spesso anche individui non liberi.
Anche la famiglia romana viene ricondotta a questo tipo, e l'assoluta
potestà del padre di famiglia, di fronte all'assenza d'ogni diritto
negli altri membri della famiglia, fu testè vivamente contestata.
Presso i Celti, in Irlanda, devono esservi state analoghe comunità
di famiglia; in Francia esse si conservarono nel Nivernese, sotto il
nome di _parçonneries_, sino alla rivoluzione francese, e nella Franca
Contea non sono ancora interamente estinte. Nei pressi di _Louhans
_(_Saône-et-Loire_) si vedono grandi case di contadini, con una sala
centrale comune alta sino al tetto, e intorno le camere da letto, alle
quali si accede mediante scale di sei a otto scalini, e dove abitano
parecchie generazioni della medesima famiglia.
Nelle Indie la comunità domestica che coltiva la terra in comune è
ricordata fin da Nearco, ai tempi di Alessandro il Grande, e vi esiste
tuttora nel _Pandschàb_ e in tutto il Nord-ovest del paese. Nel Caucaso
la potè dimostrare lo stesso Kovalevsky. In Algeria esiste ancora
presso i _Cabili_. E la si sarebbe rinvenuta anche in America, dove
la si dice scoperta fra i _Calpullis_, descritti da Zurita nel vecchio
Messico; CUNOW (_Ausland_, 1890, N. 42-44) dimostrò invece abbastanza
chiaramente, che nel Perù, al tempo della conquista, vigeva una specie
di regime di _marca_ (il quale, cosa strana, si sarebbe chiamato
propriamente _marca_!), con divisione periodica del terreno coltivato,
e quindi con coltivazione individuale.
In ogni caso, la comunità domestica patriarcale, con la terra posseduta
e coltivata in comune, acquista ormai una importanza ben maggiore che
nel passato. Noi non possiamo più dubitare della parte importante che
essa ha sostenuto, fra i popoli tendenti a civiltà e fra molti altri
popoli del mondo antico, nel determinare il passaggio dalla famiglia
del diritto materno alla famiglia isolata. Più avanti torneremo
all'altra conclusione del Kovalevsky, per cui essa sarebbe anche stata
lo stadio di transizione onde si sviluppa la comunità del villaggio
o della marca, con coltivazione individuale e divisione dapprima
periodica e poi definitiva dei campi e delle praterie.
Quanto alla vita di famiglia in queste comunità domestiche, è da notare
che, in Russia almeno, il capo di casa ha fama di abusare molto della
sua posizione di fronte alle giovani della comunità, specialmente di
fronte alle nuore, e spesso di farsene un _harem_; i canti popolari
russi sono abbastanza eloquenti in proposito.
Prima di passare alla monogamia, che si svolge rapidamente colla
caduta del diritto materno, poche parole ancora sulla poligamia e
sulla poliandria. Ambedue queste forme di connubio non possono essere
che eccezioni, per così dire prodotti di lusso della storia, salvo
che non sorgano in un paese l'una accanto all'altra, ciò che, come è
noto, non è il caso. Poichè dunque gli uomini esclusi dalla poligamia
non si possono consolare con donne lasciate libere dalla poliandria,
e poichè il numero degli uomini e delle donne, indipendentemente dalle
istituzioni sociali, fu sinora supergiù eguale, ciò basta ad escludere
che l'una o l'altra di queste forme di connubio possano divenire la
forma dominante. Nella realtà, la poligamia di un uomo era il prodotto
palese della schiavitù e rimaneva sempre l'eccezione. Nella famiglia
patriarcale semitica, vive in poligamia il solo patriarca, tutt'al
più qualcuno dei suoi figli, gli altri debbono appagarsi di una sola
donna. Lo stesso avviene ancora in tutto l'Oriente; la poligamia è
un privilegio dei ricchi e dei potenti, e si recluta principalmente
colla compra di schiave; la massa del popolo è monogama. Analogamente
è un'eccezione la poliandria nell'India e nel Tibet, la cui origine
dal connubio per gruppi sarebbe certo interessante approfondire. Nella
sua pratica essa sembra del resto ben più larga del geloso regime degli
_harem_ maomettani. Almeno, presso i _Nairi_ dell'India, tre, quattro
o più uomini hanno bensì una moglie in comune, ma ognuno di essi ne può
avere in comune con tre o più altri uomini una seconda, una terza, una
quarta, ecc. È un miracolo, che Mac Lennan in questi clubs conjugali,
di parecchi dei quali si può esser membri contemporaneamente e che egli
stesso descrive, non abbia scoperta la nuova classe del _matrimonio di
club_. Ma questo regime è ben lungi dall'essere vera poliandria; esso
è piuttosto, come già osservò Giraud-Teulon, una forma speciale del
connubio pei gruppi; gli uomini vivono in poligamia, e in poliandria le
donne.
4. _La famiglia monogamica_. Essa nasce dalla famiglia siandiasmica,
come si è dimostrato, nell'epoca in cui lo stadio medio trapassa in
quello superiore della barbarie; il suo definitivo trionfo è uno dei
segni caratteristici dell'epoca civile che incomincia. Essa è fondata
sul dominio del marito coll'espresso scopo di procreare figli la
cui paternità sia incontestata, e tale paternità è richiesta, perchè
questi figli debbono subentrare un giorno come eredi naturali nella
fortuna paterna. Essa si distingue dalla famiglia sindiasmica per una
assai maggiore saldezza del vincolo conjugale, non più risolubile per
semplice consenso. Ordinariamente ora è solo l'uomo che può scioglierlo
e ripudiare la moglie. Il diritto dell'infedeltà gli rimane garantito
almeno dall'uso (il Codice Napoleone glielo attribuisce espressamente,
finchè esso non porti la concubina nella casa conjugale) ed è sempre
più praticato quanto più cresce lo sviluppo sociale; se la moglie si
ricorda dell'antica pratica sessuale e vuol rinnovarla, essa è punita
più duramente che mai per lo innanzi.
La nuova forma di famiglia ci si offre in tutta la sua durezza
presso i Greci. Mentre, come osserva Marx, la posizione delle dee
nella mitologia ci presenta un periodo anteriore, nel quale le donne
avevano ancora una posizione più libera e più stimata, noi troviamo
ai tempi eroici la donna già degradata dal predominio dell'uomo e
dalla concorrenza delle schiave. Si legge nell'Odissea come Telemaco
rimprovera sua madre e la costringe a tacere. In Omero, le giovani
conquistate sono abbandonate alla sensualità dei vincitori; i capi, a
turno e a norma del grado, si scelgono le più belle; tutta l'Iliade,
com'è noto, si aggira sulla contesa tra Achille ed Agamennone per
una di tali schiave. Per ogni eroe omerico di qualche importanza è
menzionata la fanciulla prigioniera di guerra, con la quale egli divide
la tenda ed il letto. Queste fanciulle sono anche condotte in patria e
nella casa conjugale, come Cassandra da Agamennone in Eschilo; i figli
procreati con siffatte schiave ricevono una piccola parte dell'eredità
paterna e sono considerati come uomini liberi; così Teucro è un figlio
di Telamone nato fuori di matrimonio, eppure può portare il nome del
padre. Dalla sposa si esige che tolleri tutto questo, e serbi la più
rigorosa castità e fedeltà coniugale. La donna greca dei tempi eroici
è, ben vero, più stimata di quella del periodo incivilito, ma essa non
è altro, alla fine, per l'uomo che la madre dei suoi figli ed eredi
legittimi, la governante della sua casa e la direttrice delle schiave,
che egli può fare, e fa, a piacere, sue concubine. È l'esistenza
della schiavitù allato alla monogamia, è la presenza di schiave
giovani e belle che appartengono corpo ed anima all'uomo, ciò che sin
dall'origine imprime alla monogamia il suo carattere specifico: essa è
monogamia _soltanto per la donna_, non già per l'uomo. Questo carattere
lo serba anche oggi.
Pei Greci del periodo posteriore, giova distinguere tra Dori ed
Jonî. I primi, il cui esempio classico è Sparta, conservano, per
molti riguardi, rapporti conjugali ancora più antichi di quelli che
ci mostra lo stesso Omero. A Sparta vige un connubio sindiasmico,
modificato secondo i concetti locali dello Stato, che offre ancora
molte reminiscenze del connubio per gruppi. I connubii senza prole
vengono sciolti; il re Anassandrida (verso il 650 avanti la nostra
èra) alla sua moglie sterile ne aggiunse una seconda e aveva così
due famiglie[16]; nella stessa epoca il re Aristone, avendo due mogli
sterili, ne ripudiò una e gliene sostituì una terza. D'altra parte,
più fratelli potevano avere una moglie comune; l'amico, cui piacesse la
moglie dell'amico, poteva dividerla con questo; ed era ritenuto decente
porre la moglie a disposizione di un «vigoroso stallone», come direbbe
Bismarck, anche se questo non fosse cittadino. Da un passo di Plutarco,
secondo il quale una Spartana indirizza a suo marito l'amante che la
incalzava con profferte di amore, pare — secondo Schömann — che vi
fosse una anche più larga libertà di costume. Non esisteva quindi vero
adulterio, o infedeltà della moglie alle spalle del marito. D'altra
parte, la schiavitù domestica era sconosciuta a Sparta almeno nel tempo
migliore, i servi iloti abitavano separati sui fondi de' padroni, era
quindi minore per gli Spartani la tentazione di contaminarne le donne.
Per tutte queste ragioni le donne a Sparta non potevano non avere
una posizione molto più stimata che nel resto della Grecia. Le donne
spartane e la parte eletta delle Etére ateniesi sono le sole donne
greche di cui gli antichi parlino con rispetto, e i cui pensieri essi
stimassero degni di venir rilevati.
Ben altrimenti fra gli Jonî, la cui città caratteristica è Atene. Ivi
le fanciulle non imparavano che a filare, tessere, cucire, tutt'al
più qualche poco a leggere e a scrivere. Vivevano come recluse e
non praticavano se non con altre donne. La camera delle donne era
segregata nel piano superiore o sul di dietro della casa, dove gli
uomini, massime se stranieri, difficilmente penetravano e dove esse
si ritiravano se capitavano visite maschili. Le donne non uscivano
che accompagnate da una schiava; in casa erano strettamente vigilate;
Aristofane parla di molossi, educati a spaventare gli adulteri,
e, almeno nelle città asiatiche, alla sorveglianza delle donne si
impiegavano gli eunuchi, che già al tempo di Erodoto fabbricavansi
in Chio per farne commercio, e, secondo Wachsmuth, non servivano ai
soli barbari. In Euripide, la donna è qualificata come _oikurema_,
ossia come cosa destinata alla cura della casa (la parola è neutra),
e per l'Ateniese essa non era che una macchina per la procreazione e
la principale domestica. L'uomo aveva gli esercizi ginnastici e gli
affari pubblici, dai quali era esclusa la donna; aveva spesso, inoltre,
schiave a sua disposizione, e, nel fiore di Atene, una prostituzione
diffusa e che lo Stato, a dire il vero, favoriva. Fu appunto sulla base
di questa prostituzione che si svilupparono certi speciali caratteri
di donne greche, che per lo spirito e pel gusto artistico si elevavano
tanto sul livello comune delle donne antiche, quanto le Spartane pel
carattere. Ma che per divenire donne bisognasse prima essere Etére, è
questa la più severa condanna della famiglia ateniese.
Questa famiglia ateniese fu, nel corso del tempo, il tipo sul quale
sempre più modellarono i loro rapporti domestici non solo gli altri
Jonî, ma tutti i Greci dell'interno e delle colonie. Ma, ad onta
dell'isolamento e della sorveglianza, le Greche trovavano abbastanza
spesso l'occasione d'ingannare i loro mariti. Questi, che si sarebbero
vergognati di manifestare amore per le loro mogli, si divertivano
amoreggiando colle Etére; ma la degradazione delle donne si vendicò
sugli uomini e degradò anch'essi, finchè caddero nel pervertimento
degli amori coi fanciulli, e degradarono i loro dei, come sè stessi,
col mito di Ganimede.
Tale fu l'origine della monogamia, per quanto, ci è dato rintracciarla
nel popolo più incivilito e più altamente evoluto dell'antichità.
Essa non fu affatto un frutto dell'amore sessuale individuale, con
cui non aveva assolutamente nulla di comune, poichè, dopo come prima,
i connubii restarono connubii di convenienza. Essa fu la prima forma
di famiglia, non basata su rapporti naturali, ma economici, cioè
sulla vittoria della proprietà privata sopra la originaria proprietà
comune naturale. Dominio dell'uomo nella famiglia, e procreazione
di figli, che non potessero essere che suoi e destinati ad ereditare
la sua ricchezza — questi e non altri furono gli scopi del connubio
individuale[17], francamente espressi dai Greci. Del resto esso era per
loro un peso, un dovere verso gli dei, verso lo Stato e verso i proprii
antecessori; un dovere da adempiere e nulla più. In Atene la legge
imponeva all'uomo non solo il matrimonio, ma l'adempimento di un minimo
dei cosiddetti doveri coniugali.
Il connubio individuale non appare quindi affatto nella storia come una
riconciliazione fra l'uomo e la donna, e, meno ancora, come la forma di
connubio più alta.
Al contrario. Esso si presenta come l'assoggettamento di un sesso
all'altro, come la proclamazione di un conflitto dei sessi, sino allora
sconosciuto in tutta la storia primitiva. In un vecchio manoscritto
inedito, elaborato da Marx e da me nel 1846, trovo: «La prima divisione
del lavoro è quella tra l'uomo e la donna per la procreazione.» Oggi
posso aggiungere: Il primo antagonismo di classe, che si presenta nella
storia, coincide collo sviluppo dell'antagonismo fra l'uomo e la donna
nel connubio individuale, e la prima oppressione di classe con quella
del sesso maschile sul femminile. Il connubio individuale fu un grande
progresso storico, ma al tempo stesso esso aprì, accanto alla schiavitù
e alla ricchezza privata, quell'èra, non ancor chiusa, nella quale
ogni progresso è insieme un relativo regresso; nella quale il bene
e lo sviluppo degli uni si compie col male e colla oppressione degli
altri. Esso è la forma cellulare della società incivilita, la forma
nella quale già possiamo studiare la natura degli antagonismi e delle
contraddizioni che in questa società completamente si svolgono.
L'antica libertà relativa dei rapporti sessuali non cessò affatto colla
vittoria della famiglia sindiasmica, e neppure con quella del connubio
individuale. «L'antico sistema coniugale, ridotto a più stretti limiti
dalla graduale estinzione dei gruppi _punalua_, circondò tuttavia la
progrediente famiglia e vi lasciò la sua impronta sino all'albeggiare
dell'epoca civile.... Esso sparì definitivamente nella nuova forma
dell'eterismo, che incalza gli uomini anche in piena civiltà come
un'ombra fosca projettata sulla famiglia.» Morgan intende per eterismo
il rapporto sessuale extraconiugale di uomini con donne non maritate,
esistente _allato al connubio individuale_; rapporto sessuale che,
com'è noto, fiorisce nelle forme più diverse durante tutto il periodo
della Civiltà e si muta sempre più in aperta prostituzione. Questo
eterismo scaturisce direttamente dal connubio per gruppi, dalle unioni
promiscue con le quali le donne acquistavano il diritto alla castità.
Il darsi per danaro fu dapprima un atto religioso che compievasi nel
tempio della dea dell'amore, e in origine il danaro devolvevasi al
tesoro del tempio. Le _Ierodule_ di Anaiti in Armenia, di Afrodite
in Corinto, come le danzatrici religiose dei tempii dell'India, le
cosiddette _Baiadere_ (la parola è una corruzione dal portoghese
_bailadeira_ = ballerina), furono le prime prostitute. Il far copia di
sè, in origine dovere di ogni donna, più tardi fu ufficio esclusivo
di queste sacerdotesse in rappresentanza di tutte le donne. Presso
altri popoli l'eterismo deriva dalla libertà sessuale concessa alle
ragazze avanti il matrimonio, avanzo quindi anch'esso del connubio
per gruppi, ma trasmessoci per altra via. Col sorgere della disparità
delle fortune, cioè nello stadio superiore delle Barbarie, il lavoro
salariato nasce sporadicamente accanto al lavoro dello schiavo, e
contemporaneamente, come suo correlativo necessario, la prostituzione
professionale delle donne libere accanto a quella forzata delle
schiave. Così il retaggio lasciato dal connubio per gruppi all'epoca
civile è a doppia faccia; come è a doppia faccia, ipocrita, incoerente
e contraddittorio tutto ciò che la civiltà produce; qui la monogamia,
là l'eterismo fino alla sua ultima forma, la prostituzione. L'eterismo
è una istituzione sociale come qualsiasi altra; esso conserva l'antica
libertà sessuale a favore degli uomini. Non soltanto tollerato in
pratica, ma praticato palesemente, sopratutto dalle classi dominanti,
esso è condannato a parole. Ma in realtà questa condanna non colpisce
punto gli uomini, che vi partecipano, ma soltanto le donne: queste
sono anatomizzate e reiette, proclamandosi così ancora una volta
l'incondizionata signoria degli uomini sul sesso femminile come legge
fondamentale della società.
Ma con ciò si sviluppa una nuova antitesi nella stessa monogamia.
Da un lato il marito che infiora la sua esistenza coll'eterismo;
dall'altro la moglie lasciata in un canto. E non si può avere un lato
dell'antagonismo senza l'altro, come non si può avere in mano una mela
intera quando se n'è mangiata la metà. Sembrò essere tuttavia questa
l'opinione dei mariti finchè le loro mogli non li disingannarono. Col
connubio individuale nascono due costanti e caratteristiche figure
sociali che il passato non conosce: l'amante fisso della moglie e
il marito cornuto. Gli uomini avevano ottenuta la vittoria sulle
donne, ma la magnanimità delle vinte s'incaricò della incoronazione.
Allato al connubio individuale e all'eterismo, l'adulterio divenne
una istituzione sociale inevitabile — vietato, duramente punito, ma
indistruttibile. La paternità certa del fanciullo si fondò tutt'al
più, dopo come prima, sulla convinzione morale, e, per risolvere la
insolubile contraddizione, il Codice Napoleone decretava all'art. 312:
_L'enfant conçu pendant le mariage a pour père le mari_; il figlio
concepito durante il matrimonio ha per padre.... il marito. È questo
l'ultimo risultato di tremila anni di connubio individuale.
Così noi abbiamo nella famiglia individuale — nei casi che rimangono
fedeli alla sua origine storica e mettono in chiara luce l'antagonismo
tra l'uomo e la donna, espresso nell'esclusivo dominio dell'uomo
— un quadro in piccolo degli stessi antagonismi e contraddizioni,
fra i quali la società, divisa in classi, si muove fin dagli inizii
dell'epoca civile senza poterli risolvere e superare. Io parlo qui
naturalmente solo di quei casi del connubio individuale, nei quali
la vita conjugale si svolge giusta il carattere originario di tutta
l'istituzione, ma nei quali la donna si ribella contro il dominio
dell'uomo. Che non tutti i matrimonii trascorrano così, niuno lo sa
meglio del filisteo tedesco, il quale nella casa non sa mantenersi
meglio il suo dominio che nello Stato, e la cui moglie quindi porta
di pien diritto quei pantaloni, dei quali egli non è degno. Con tutto
ciò egli si reputa superiore al suo compagno di sventura francese, al
quale, più sovente che a lui, accade anche di peggio.
Per altro la famiglia individuale non si presenta dapertutto e in ogni
tempo nella forma classicamente dura che essa ebbe presso i Greci. Fra
i Romani, che, quali futuri conquistatori del mondo, avevano vedute
più ampie, se anche meno perspicaci, la donna era più libera e più
stimata. Il Romano credeva la fedeltà coniugale senz'altro guarentita
col potere di vita e di morte che aveva sulla moglie. Ivi la donna
avea facoltà, come l'uomo, di sciogliere il connubio. Ma il più grande
progresso nello sviluppo del connubio individuale avvenne certamente
coll'entrata dei Germani nella storia; senza dubbio perchè fra di essi,
per effetto della loro povertà, non sembra che la monogamia si fosse
ancora completamente disinvolta dal connubio sindiasmico. Lo desumiamo
da tre circostanze menzionate da Tacito: In primo luogo, accanto a
un religioso rispetto del nodo coniugale — «essi si appagano di una
moglie, le donne vivono in una stretta castità» — vigeva tuttavia la
poligamia per le persone elevate e pei capi delle tribù, condizione
analoga a quella degli Americani, fra i quali dominava la famiglia
sindiasmica. In secondo luogo, il passaggio dal diritto materno al
paterno doveva essere recente, poichè il fratello della madre — il più
prossimo parente _gentile_ maschio, giusta il diritto materno — era
ancora considerato un parente quasi più prossimo dello stesso genitore;
il che corrisponde anche al punto di vista degl'Indiani americani, fra
i quali Marx, com'ei diceva sovente, trovò la chiave per l'intelligenza
della nostra storia primitiva. E, in terzo luogo, le donne erano,
presso i Germani, altamente stimate e molto influenti anche nei
pubblici affari, ciò che sta in diretto contrasto col predominio
monogamico degli uomini. Cose, quasi tutte, nelle quali i Germani
concordano con gli Spartani, i quali, come vedemmo, non avevano ancor
del tutto superato il connubio sindiasmico. Coi Germani quindi, anche
per questo rapporto, un elemento affatto nuovo sorgeva a dominare sul
mondo. La nuova monogamia, che si sviluppava allora dalla miscela dei
popoli sugli avanzi del mondo romano, rivestì il dominio maschile di
forme più miti e lasciò alle donne, almeno esteriormente, una posizione
molto più stimata e più libera di quella che abbia mai conosciuta
la classica antichità. Con ciò solo nacque la possibilità che dalla
monogamia — in essa, allato ad essa e contro di essa, secondo i casi
— si svolgesse il più grande progresso morale che noi le dobbiamo:
l'amore sessuale individuale moderno, ignoto a tutto il mondo passato.
Ma questo progresso si deve certamente al fatto che fra i Germani
regnava ancora la famiglia sindiasmica, e la condizione della donna,
corrispondente a questa forma di famiglia, fu, in quanto possibile,
innestata nella monogamia; non si deve già alla leggenda di un
maraviglioso candore morale, naturale ai Germani; la realtà è che
il connubio sindiasmico non si aggira fra gli stridenti antagonismi
morali dalla monogamia. I Germani, anzi, nelle loro migrazioni,
particolarmente verso il Sud-est, tra i nomadi delle steppe del Mar
Nero, si erano molto depravati, e, oltre l'abilità nell'equitazione,
ne avevano anche appreso dei brutti vizii contro natura, come attestano
esplicitamente Ammiano, dei Thaifali, e Procopio, degli Eruli.
Ma se la monogamia, di tutte le forme di famiglia conosciute,
fu quella, sotto la quale soltanto potè svilupparsi il moderno
amore sessuale, ciò non significa che questo vi si sia sviluppato
esclusivamente, o anche solo prevalentemente, come amore reciproco
dei coniugi. Ciò, anzi, era escluso dalla natura stessa del connubio
individuale stabile sotto il dominio dell'uomo. In tutte le classi
storicamente attive, cioè in tutte le classi dominanti, la conclusione
delle nozze restò ciò che era stata dal connubio sindiasmico in poi,
un affare di convenienza, regolato fra i genitori. E la prima forma
storica dell'amore sessuale come passione, come passione attinente
ad ogni uomo (almeno delle classi dominanti) e come la più elevata
forma dell'istinto sessuale — ciò che ne costituisce appunto il
carattere specifico — codesta sua prima forma, l'amore cavalleresco
del medio-evo, fu tutt'altro che un amore coniugale. Al contrario. Nel
suo aspetto classico, presso i Provenzali, essa naviga a vele spiegate
verso l'adulterio, e i loro poeti lo cantano. Il fiore delle poesie
amorose provenzali sono le _albas_, in tedesco _Tagelieder_ (canzoni
del mattino). Esse descrivono, con vivi colori, come il cavaliere giace
colla sua bella — moglie di altrui — mentre fuori sta la scolta, che
lo chiama, appena sorge l'alba, perchè possa spulezzare inosservato;
la scena della separazione ne forma il punto culminante. I francesi
del Nord ed anche i nostri bravi tedeschi adottarono questa specie di
poesia con relativo amore cavalleresco, e il nostro vecchio Wolfram
von Eschenbach ha lasciato sul piccante argomento tre meravigliosi
_Tagelieder_, ch'io preferisco di gran lunga alle sue tre lunghe
epopee.
Il contratto nuziale borghese, ai nostri giorni, è di due sorta. Nei
paesi cattolici, un tempo come ora, i genitori procurano al giovane
borghese la sposa che gli conviene, e la conseguenza naturale ne è il
più completo sviluppo della contraddizione insita nella monogamia:
florido eterismo da parte dell'uomo, rigoglioso adulterio da parte
della donna. La chiesa cattolica abolì il divorzio, probabilmente
perchè si è convinta che contro l'adulterio, come contro la morte,
non cresce erba negli orti. Nei paesi protestanti è regola invece di
concedere al figlio del borghese di eleggersi, con più o meno libertà,
una donna della propria classe, onde un certo grado di amore può
trovarsi alla base del matrimonio, e, per ragion di decoro, vi è sempre
presupposto, ciò che è del tutto consono all'ipocrisia protestante. Qui
l'eterismo dell'uomo è meno spiccato e l'adulterio della donna è meno
la regola. Ma poichè, in ogni forma di connubio, gli uomini rimangono
ciò che erano prima delle nozze, e poichè i borghesi dei paesi
protestanti sono per lo più filistei, questa monogamia protestante,
nella media dei migliori casi, non conduce che alla comunanza conjugale
di una plumbea noia, che si qualifica col nome di felicità domestica.
Il migliore specchio di questi due metodi di matrimonio è il romanzo,
per la maniera cattolica, il francese, per la protestante, il tedesco.
In entrambi l'eroe del romanzo conquista qualche cosa: nel tedesco, il
giovane, la ragazza; nel francese, il marito, le corna. Non è ancora
risoluto quale dei due stia peggio. Perciò al borghese la noia del
romanzo tedesco desta lo stesso orrore che la immoralità del romanzo
francese al filisteo tedesco; sebbene da poco in quà, dacchè «Berlino
divenne città mondiale», il romanzo tedesco si faccia alquanto meno
timido nel riprodurre l'eterismo e l'adulterio, da lungo tempo ivi ben
noti.
Ma in ambo i casi il matrimonio è subordinato alla classe degli
interessati e, per tal riguardo, è quindi sempre un matrimonio di
convenienza. In ambo i casi tale matrimonio si converte bene spesso
nella più abbietta prostituzione, talvolta delle due parti, più spesso
della moglie soltanto, la quale non si distingue dalla cortigiana
ordinaria se non in quanto essa non dà a nolo il suo corpo volta per
volta come una salariata, ma lo vende una volta per sempre come avviene
alle schiave. E per tutti i matrimoni di convenienza vale il motto di
Fourier: «Come nella grammatica due negazioni fanno un'affermazione,
così nella morale conjugale due prostituzioni formano una virtù.»
È solo tra le classi oppresse, cioè oggidì nel proletariato, che
l'amore sessuale, nelle relazioni colla donna, può diventare e
diventa la regola vera — sia esso o no consacrato ufficialmente. Ma
nel proletariato tutte le basi della monogamia classica vengono meno.
Esso non ha proprietà, per conservare e trasmettere la quale vennero
appunto creati la monogamia e il dominio dell'uomo, e non v'è quindi
stimolo alcuno a far valere questo dominio. Di più ne mancano i mezzi;
il diritto borghese, che difende quel dominio, non esiste che pei
possidenti e per le loro relazioni coi proletarii; esso costa danaro e
quindi, stante la loro povertà, non ha influenza nelle relazioni del
lavoratore con sua moglie. Qui ciò che decide sono rapporti sociali
e personali affatto diversi. Dacchè, inoltre, la grande industria
getta la donna dalla casa nel mercato del lavoro e nella fabbrica,
e spesso ne fa il sostegno della famiglia, ecco mancato il terreno
agli ultimi avanzi del dominio maschile nella casa proletaria — salvo
forse ancora qualche tratto di quella brutalità verso la donna, che
prese piede appunto col sorgere della monogamia. Così la famiglia del
proletario non è più monogamica nello stretto senso, siavi pure l'amore
il più appassionato e la più inviolata fedeltà dei conjugi, e malgrado
qualsiasi benedizione spirituale o temporale. Onde anche gli eterni
compagni della monogamia, l'eterismo e l'adulterio, non sostengono qui
che una parte quasi impercettibile; la donna riacquistò effettivamente
il diritto al divorzio, e, se i coniugi diventano incompatibili, si
separano liberamente. Insomma, il matrimonio proletario è monogamico
nel senso etimologico della parola, ma non lo è assolutamente nel senso
storico.
I nostri giuristi stimano, senza dubbio, che il progresso della
legislazione toglie sempre più alle donne ogni motivo a doglianze,
poichè i moderni sistemi legislativi dei paesi civili sempre più
riconoscono, in primo luogo, che il matrimonio, perchè sia valido,
dev'essere un contratto accettato spontaneamente dalle due parti; e, in
secondo luogo, che anche durante il matrimonio i coniugi hanno eguali
diritti ed eguali doveri. Supposta la logica applicazione di questi due
principii, le nostre donne avrebbero tutto ciò che possono desiderare.
Quest'argomentazione, tutta giuridica, è esattamente quella stessa con
la quale i repubblicani borghesi tappano la bocca ai proletarii. Il
contratto di lavoro dev'essere accettato spontaneamente da entrambe
le parti. Ma esso si ritiene «spontaneamente accettato» non appena la
legge ha dichiarate eguali le due parti _sulla carta_. Il potere che
la diversità di classe sociale conferisce ad una parte, la pressione
che esso esercita sull'altra — la effettiva condizione economica
di entrambe — ciò non riguarda la legge. Nel contratto di lavoro le
parti devono avere eguali diritti, se l'una o l'altra non vi abbia
espressamente rinunziato; ma la legge non può nulla contro il fatto
che la condizione economica costringe l'operaio a rinunziare anche
all'ultima parvenza di cotesta eguaglianza.
Per il matrimonio, la legge, anche la più progredita, è pienamente
soddisfatta, quando gl'interessati hanno espressa formalmente a verbale
la loro spontaneità; quanto a ciò che avviene dietro lo scenario
giuridico, là dove si svolge la vita reale, e come cotesto spontaneo
consenso si ottenga, di tutto ciò nè il giurista, nè la legge possono
curarsi. Eppure una semplice osservazione di diritto comparato
mostrerebbe al giurista il valore di cotesta spontaneità. Nei paesi,
dove ai figli è legalmente assicurata una parte della fortuna paterna,
dove cioè non li si può diseredare — in Germania, nei paesi di diritto
francese, ecc. — si esige, per contrarre matrimonio, il consenso dei
genitori. Nei paesi di diritto inglese, dove il consenso dei genitori
non è legalmente necessario, i genitori hanno piena libertà di disporre
della loro fortuna, e possono a piacere diseredare i loro figli. Ciò
malgrado, o meglio appunto per ciò, in Inghilterra ed in America, la
libertà di contrarre matrimonio, nelle classi nelle quali c'è qualcosa
da ereditare, non è di un pelo più grande (ciò è ben chiaro) che in
Francia ed in Germania.
Così è pure dell'eguaglianza giuridica del marito e della moglie nel
matrimonio. La loro ineguaglianza giuridica, trasmessaci dalle passate
istituzioni sociali, non è la causa, ma l'effetto della soggezione
economica della donna. Nell'antica economia domestica comunistica, che
abbracciava più coppie di coniugi coi loro figli, l'amministrazione
domestica, lasciata alle donne, era un'industria altrettanto pubblica
e socialmente necessaria, quanto il procacciare gli alimenti, che era
di spettanza degli uomini. Con la famiglia patriarcale, e ancora più
con la famiglia monogamica isolata, le cose cangiarono. La direzione
delle faccende domestiche perdette il suo carattere pubblico. Essa non
riguardò più la società; si mutò in un _servizio privato_; e la donna
diventò la prima servente, esclusa dal partecipare alla produzione
sociale. Solo la grande industria moderna riaperse alla donna — e
soltanto alla donna proletaria — l'adito alla produzione sociale,
ma in tal guisa che, quando essa adempie ai suoi doveri nel servizio
privato della famiglia, rimane esclusa dalla produzione pubblica e non
può guadagnar nulla, mentre poi, se vuol partecipare all'industria
pubblica e procacciarsi un guadagno autonomo, non è più in grado di
adempiere ai suoi doveri di famiglia. E come nella fabbrica, così
avviene alla donna in qualsiasi ramo di attività; anche nella medicina,
o nell'avvocatura. La moderna famiglia individuale è fondata sulla
palese o velata schiavitù domestica della donna, e la moderna società è
una massa le cui molecole sono le famiglie isolate. Oggi, nella grande
maggioranza dei casi, è l'uomo che alimenta la famiglia, almeno nelle
classi possidenti, e ciò gli conferisce una posizione di dominatore che
non ha bisogno di altro privilegio giuridico. Nella famiglia egli è il
borghese; la donna il proletario. Ma nel mondo industriale il carattere
specifico della oppressione economica che pesa sul proletariato non
spicca in tutto il suo rilievo, se non dopo eliminati tutti i privilegi
legali della classe capitalistica e raggiunta l'eguaglianza giuridica
delle due classi; la repubblica democratica non elimina l'antagonismo
di queste, essa offre anzi ad esse il terreno pel combattimento
decisivo. Parimente il carattere specifico del dominio dell'uomo sulla
donna nella famiglia moderna, la necessità della loro vera eguaglianza
sociale e la via di pervenirvi, non appariranno in piena luce se non
quando essi saranno pienamente eguali in diritto. Allora si parrà che
la emancipazione della donna ha per condizione prima il ritorno di
tutto il sesso femminile alla industria pubblica, e che ciò richiede
a sua volta che la proprietà della famiglia isolata cessi di essere
l'unità economica della società.
Noi abbiamo quindi tre forme principali di connubio, che corrispondono,
all'ingrosso, ai tre principali stadii dell'evoluzione umana. Allo
stato selvaggio il connubio per gruppi; alla Barbarie il connubio
sindiasmico; all'epoca civile la monogamia, che ha per complementi
l'adulterio e la prostituzione. Tra il connubio sindiasmico e la
monogamia s'insinuano, nel periodo superiore della barbarie, il dominio
degli uomini sulle schiave e la poligamia.
Come lo dimostra quanto abbiamo esposto, il progresso che si rivela
in questa serie è connesso al fatto singolare, che la libertà sessuale
del connubio per gruppi è sempre più sottratta alle donne, ma non agli
uomini, pei quali in realtà il connubio per gruppi perdura. Ciò che
per la donna è un delitto e si trae dietro gravi conseguenze legali
e sociali, passa come onorevole per l'uomo, o, nel peggior caso, come
una lieve macula morale, che si porta con soddisfazione. Ma quanto più
l'eterismo tradizionale è modificato, ai tempi nostri, dalla produzione
capitalistica e ad essa si adatta, quanto più esso si trasforma
in aperta prostituzione, tanto più esso diventa demoralizzante,
e demoralizza gli uomini assai più delle donne. Delle donne la
prostituzione degrada — e ancora non nel senso che comunemente si
crede — soltanto le infelici che ne sono vittime; essa degrada invece
il carattere di tutto quanto il sesso maschile. Così specialmente
un fidanzamento prolungato è, in nove casi su dieci, una vera scuola
preparatoria d'infedeltà coniugale.
Noi moviamo ora a una trasformazione sociale, che demolirà le basi
economiche della monogamia, altrettanto certamente quanto quelle del
suo complemento: la prostituzione. La monogamia nacque dal concentrarsi
di grandi ricchezze in una stessa mano, cioè in quella di un uomo, e
dal bisogno di trasmettere queste ricchezze ai figli di quest'uomo,
ad esclusione di ogni altro. Perciò era necessaria la monogamia
non dell'uomo, ma della donna, ed essa non impedì punto l'aperta o
dissimulata poligamia dell'uomo. Ma la futura rivoluzione sociale, col
trasformare almeno la massima parte della ricchezza stabile ereditaria
— i mezzi di produzione — in proprietà sociale, ridurrà al minimo tutta
questa smania per le eredità. Ora, poichè la monogamia è nata da cause
economiche, sparirà essa collo sparire di queste?
Non senza ragione si potrebbe rispondere: non solo essa non sparirà, ma
comincerà anzi a veramente esistere per la prima volta; perciocchè, con
la trasformazione dei mezzi di produzione in proprietà sociale, cessa
il lavoro salariato, cessa il proletariato, e quindi anche la necessità
per un certo numero di donne, che si può statisticamente calcolare,
di prestarsi ad altri per denaro. La prostituzione è soppressa, e la
monogamia, scambio di sparire, diverrà alfine una realtà.... anche per
gli uomini.
La condizione degli uomini sarà dunque, in ogni caso, assai modificata;
ma anche quella delle donne, di _tutte_ le donne, subirà importanti
cangiamenti. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune,
la famiglia isolata cessa di essere l'unità economica della società.
L'economia domestica privata si trasforma in una industria sociale.
La cura e l'educazione dei figli diventa affare pubblico; la società
provvede ugualmente per i figli di tutti, legittimi o naturali, e cessa
con ciò la preoccupazione delle «conseguenze», che forma oggi il più
essenziale motivo sociale — morale ed economico — che impedisce a una
fanciulla di darsi francamente all'uomo che ama.
Ma non sarà questa una ragione sufficiente perchè sorga a poco a
poco una certa libertà dei rapporti sessuali e con essa un'opinione
pubblica meno rigorosa sull'onore verginale e sul pudore della donna? E
finalmente, non abbiamo noi veduto che, nel mondo moderno, monogamia e
prostituzione sono, è vero, un'antitesi, ma un'antitesi inscindibile,
due poli del medesimo stato speciale? Può la prostituzione cessare
senza trascinar seco nell'abisso la monogamia?
Qui entra efficacemente in gioco un nuovo fattore, un fattore, che
esisteva tutt'al più in germe allorchè la monogamia si venne formando:
l'amore sessuale individuale.
Prima del medio-evo non può parlarsi di amore sessuale individuale.
Certo, la bellezza personale, la familiarità, l'affinità di tendenze,
ecc., dovettero sempre destare in persone di diverso sesso il desiderio
di rapporti sessuali, nè, agli uomini come alle donne, potè essere
affatto indifferente con quale persona essi entrassero in tanta
intimità di relazioni. Ma da ciò al nostro amore sessuale v'è di mezzo
un abisso. In tutta l'antichità i connubii sono conchiusi dai genitori
per gl'interessati, che vi si acconciano tranquillamente. Quel briciolo
di amore coniugale, che l'antichità conobbe, non è già un'inclinazione
subiettiva, ma un dovere obiettivo, non la causa, ma il correlativo
del matrimonio. L'antichità non ci offre l'amore, nel senso moderno,
se non al difuori della società ufficiale. I pastori, di cui Teocrito
e Mosco ci cantano le gioie e le pene d'amore, il Dafni e la Cloe di
Longo, sono semplici schiavi, che non hanno parte veruna nello Stato,
la sfera d'azione del cittadino libero. Ma, al difuori degli schiavi,
non troviamo l'amore se non come prodotto di decomposizione del vecchio
mondo in isfacelo, e con donne estranee alla società ufficiale, con
Etére, ossia con straniere o con affrancate; in Atene alla vigilia del
suo tramonto, in Roma al tempo dell'Impero. Se veri amoreggiamenti
avvenivano tra cittadini e cittadine libere, eran sempre degli
adulterii. E al poeta classico dell'amore nell'antichità, al vecchio
Anacreonte, l'amore sessuale nel nostro senso era così indifferente,
che neanche gli importava il sesso della persona amata.
Il nostro amore sessuale è essenzialmente diverso dal semplice
desiderio sessuale, dall'_Eros_ degli antichi. In primo luogo, esso
presuppone il ricambio, e in ciò la donna è eguale all'uomo, mentre
essa, nell'antico _Eros_, non era neppur sempre interrogata. In secondo
luogo, l'amore sessuale ha un'intensità e una durata, per le quali il
non possedersi reciprocamente e la separazione appaiono ad entrambe le
parti come una grande, se non anche come la suprema sventura; per darsi
l'uno all'altro, ogni audacia è ben accetta, anche il rischio della
vita, ciò che nell'antichità non avveniva, tutt'al più, che in caso
d'adulterio. E finalmente, ai rapporti sessuali si applica una nuova
norma morale; non si chiede soltanto se siano legittimi o illegittimi,
ma ancora se sian generati da scambievole amore. Beninteso, anche
questa nuova norma morale, nella pratica feudale o borghese, subisce
il destino di tutte le altre: esser trasgredita. Ma non le avviene di
peggio. Come tutte le altre è riconosciuta in teoria — sulla carta. E
per ora non può pretender di più.
Il medioevo ripiglia l'amore sessuale a quel punto in cui l'ha lasciato
l'antichità; all'adulterio. Già descrivemmo l'amore cavalleresco che
inventò i _Tagelieder_: le canzoni del mattino. Da questo amore, che
tende a violare il matrimonio, sino a quello che deve fondarlo, c'è
un bel tratto che la cavalleria non correrà mai tutto intiero. Se
anche dai frivoli Provenzali passiamo ai virtuosi Tedeschi, troviamo
nel poema dei Nibelungi che, benchè Krimhilda nel suo segreto sia
innamorata di Sigifredo quanto questi di lei, basta che Gunther le
accenni di averla giurata a un cavaliero, che neppure le nomina,
perchè essa risponda: «Non occorre pregarmi; io sarò sempre ciò che
voi comandate; e a quell'uomo, che Voi, Signore, mi darete per marito,
mi fidanzerò volontieri.» Neanche le balena che il suo amore possa
in alcun modo meritare considerazione. Gunther chiede la mano di
Brunechilde, Etzel di Krimhilda, senz'averle mai viste; del pari, nella
_Gutrun_, Sigibante di Irlanda chiede sposa la norvegese Uta, Hetel di
Hegelingen chiede Ilda d'Irlanda, e finalmente Sigifredo di Morland,
Hartmut di Ormania e Herwing di Zelanda chiedono la mano di Gutrun; e
qui solo avviene che questa si decida spontaneamente per l'ultimo. Di
regola, la sposa del giovane principe è scelta dai suoi genitori, se
viventi, se no da lui stesso ma dietro il parere dei grandi feudatari,
che ha sempre un gran peso. Nè può essere altrimenti, dacchè pel
cavaliere o pel barone, come per lo stesso principe, le nozze sono un
atto politico, un occasione d'ingrandirsi il potere con nuove alleanze;
l'interesse della _casa_, non il capriccio dell'individuo, è ciò
che decide. E come mai dunque spetterebbe all'amore di dire l'ultima
parola?
Non diverso era il destino dei cittadini stretti in corporazione
nelle città medioevali. I privilegi stessi che li proteggevano, quei
regolamenti corporativi pieni di clausole, le barriere artificiali che
li dividevano legalmente, quà dalle altre corporazioni, là dai compagni
della stessa corporazione, altrove dai garzoni e dagli apprendisti,
limitavano ancor più la cerchia già abbastanza angusta, entro la quale
essi potevano cercarsi una sposa conveniente. E quale fosse fra tutte
la più conveniente, decideva inappellabilmente, in cotesto complicato
sistema, non già il loro gusto individuale, ma l'interesse della
famiglia.
Così le nozze, dalla loro origine sino alla fine del medio evo,
rimasero sottratte, nella immensa maggioranza dei casi, alla decisione
degl'interessati. Da principio si veniva al mondo già conjugati con un
intero gruppo dell'altro sesso. Nelle forme successive del connubio
per gruppi, probabilmente il sistema rimase quello, ma i gruppi
andarono sempre restringendosi. Nel connubio sindiasmico è regola che
le madri negoziino i maritaggi dei figli; anche allora il criterio è
la ricerca di vincoli di parentela, che procaccino alla giovane coppia
una posizione più forte nella _gente_ e nella tribù. E allorchè,
col prevalere della proprietà privata sulla proprietà comune e cogli
interessi successorii, trionfarono il diritto paterno e la monogamia,
allora per la prima volta le nozze subirono l'imperio assoluto
delle preoccupazioni economiche. Cessò la _forma_ del matrimonio per
compra, ma la cosa rimase sempre più quella stessa, talchè non la sola
donna, ma anche l'uomo ebbe un prezzo — non in ragione delle qualità
personali, ma in ragione de' suoi beni. In pratica e sin dalle origini,
era cosa affatto inaudita fra le classi dominanti che la simpatia mutua
degli interessati potesse essere il motivo prevalente delle nozze: ciò
non avveniva che nei romanzi, oppure fra le classi oppresse che non
contavano affatto.
Tali le condizioni che trovò la produzione capitalistica, allorchè
questa, dall'epoca delle scoperte geografiche, si apparecchiò, col
commercio internazionale e con la manifattura, a conquistare il dominio
del mondo. Si dovette pensare che questa maniera di connubii le fosse
la più conveniente, e realmente lo fu. E tuttavia — oh! imperscrutabile
ironia della storia! — era essa medesima che doveva aprirvi la breccia
decisiva. Tutto trasformando in merci, essa dissolvette tutti i vecchi
rapporti tradizionali, e al costume ereditato, al diritto storico,
sostituì la compra e la vendita, il «libero» contratto. È questa
la constatazione che, credendo d'aver fatta una grande scoperta,
annunciava il giurista inglese H. S. Maine, dicendo che tutto il nostro
progresso sulle epoche passate consiste nell'esserci elevati _from
status to contract_, quanto dire da istituzioni ereditarie a uno stato
di cose liberamente consentito; ma essa, in quanto è vera, si trovava
già nel _Manifesto dei comunisti_.
Senonchè, per contrattare, converrebbe poter disporre liberamente di
sè, delle proprie azioni e de' proprii beni, e godere uguaglianza di
diritto cogli altri contraenti. Creare persone «libere» ed «eguali»,
fu appunto uno dei cómpiti principali della produzione capitalistica.
Benchè da principio ciò avvenisse in modo semicosciente e per giunta
sotto un involucro religioso, pure la riforma luterana e calvinista
fissò la massima, che l'uomo non è del tutto responsabile dei suoi
fatti se non li compie con piena libertà di volere, e che è dovere
morale resistere contro qualsiasi coazione ad azioni immorali. Ma come
porre ciò d'accordo con la pratica delle nozze invalsa fino allora? Le
nozze, nel concetto borghese, erano un contratto, un negozio giuridico,
e il più importante di tutti, perchè disponeva, per tutta la vita,
del corpo e dello spirito di due esseri umani. Formalmente esse erano
libere, esigendosi il consenso degl'interessati; ma si sapeva troppo
bene come questo consenso si otteneva, e quali erano i veri contraenti.
Or se, ad ogni altro contratto, richiedevasi una reale libertà di
decisione, perchè non la si richiedeva per le nozze? Non avevano dunque
i due giovani fidanzati il diritto di disporre liberamente di sè, del
loro corpo e dei suoi organi? Non era forse venuto di moda l'amore
sessuale, grazie alla cavalleria, e, di fronte agli adulteri amori di
questa, non era l'amore coniugale la sua vera forma borghese? Ma, se il
dovere dei coniugi era di amarsi, non era forse con altrettanta ragione
il dovere degli amanti quello di sposarsi fra loro e non con altri? Non
era superiore, questo diritto degli amanti, a quello dei genitori, dei
parenti e degli altri tradizionali paraninfi e mezzani di nozze? Se il
libero esame personale era francamente ammesso come diritto individuale
nella Chiesa e nella religione, come poteva esso venir meno innanzi
all'intollerabile pretesa della vecchia generazione di disporre del
corpo, dell'anima, della fortuna, della felicità e dell'infelicità
della generazione più giovane?
Tali questioni ben dovevano venir poste in un tempo che rallentava
tutti i vecchi vincoli sociali e scuoteva tutti i concetti
tradizionali. Il mondo si era, d'un colpo, decuplicato; non più un
quarto di emisfero, ma l'intero globo terraqueo si spiegava davanti
agli europei occidentali, che si affrettavano a prendere possesso
degli altri sette quarti. E come i vecchi angusti limiti della
patria, così cadevano le frontiere millennarie imposte al pensiero
dal medio evo. All'occhio esterno come all'occhio interno dell'uomo
si apriva un orizzonte infinitamente più vasto. Che importavano il
decoro e l'onorevole privilegio corporativo, trasmesso di generazione
in generazione, al giovane cui allettavano le ricchezze delle Indie,
le miniere d'oro e d'argento del Messico e di Potosi? Fu questo il
tempo dei cavalieri erranti della borghesia; ebbe ancor essa il suo
romanticismo e i suoi delirii amorosi, ma su piede borghese e con fini
essenzialmente borghesi.
Così avvenne che la nascente borghesia, massime dei paesi protestanti,
nei quali fu più scossa la tradizione, riconobbe sempre più anche pel
matrimonio la libertà del contratto, applicandola come si è detto. Il
matrimonio restò matrimonio di classe, ma entro la classe fu concesso
agli interessati un certo grado di libertà di scelta. E sulla carta,
nelle teorie morali come nelle descrizioni poetiche, nulla fu più
inconcusso della tesi, che è immorale ogni matrimonio non fondato
sull'amore sessuale reciproco e sull'accordo veramente libero degli
sposi. Insomma il matrimonio d'amore fu proclamato un diritto umano, e
non solo un _droit de l'homme_, ma anche, per eccezione, un _droit de
la femme_.
Ma v'era un punto nel quale questo diritto umano distinguevasi da
tutti gli altri cosiddetti diritti umani. Mentre questi, in pratica,
erano limitati alla classe dominante, alla borghesia, e direttamente o
indirettamente sequestravansi al proletariato, qui sogghigna un'altra
volta l'ironia della storia. La classe dominante rimane dominata dalle
note influenze economiche e solo in casi eccezionali contrae matrimonii
veramente liberi, mentre questi nella classe soggetta sono, come
vedemmo, la regola.
La completa libertà delle nozze non può quindi, in generale, aver
luogo se non quando l'abolizione della produzione capitalistica e
dei rapporti di proprietà da essa creati, abbia tolte di mezzo tutte
le preoccupazioni economiche che ancor dominano così potentemente
la scelta degli sposi. Solo allora rimarrà, unico motivo, la mutua
simpatia.
Or, poichè l'amore sessuale è di sua natura, esclusivo — sebbene
oggidì questo esclusivismo non si avveri frattanto che nella donna
— il connubio fondato sull'amore sessuale è, di sua natura, connubio
individuale. Vedemmo quanta ragione aveva Bachofen di considerare il
progresso dal connubio per gruppi al connubio individuale come l'opera
sopratutto delle donne; solo il passaggio dal connubio sindiasmico
alla monogamia è dovuto agli uomini; e, storicamente, esso sopratutto
peggiorò la condizione delle donne e agevolò la infedeltà degli uomini.
Se ora cesseranno anche le preoccupazioni economiche, per le quali
le donne devono tollerare quest'abituale infedeltà degli uomini — la
preoccupazione per la propria esistenza e, più ancora, per l'avvenire
dei figli — la conseguente eguaglianza della donna spingerà assai più,
se dobbiamo affidarci a tutta l'esperienza del passato, gli uomini a
diventare realmente monogami, che non le donne a diventare poliandre.
Ma ciò che decisamente sparirà dalla monogamia saranno tutti quei
caratteri che le impresse l'origine ch'essa ebbe dai rapporti di
proprietà, e cioè, in primo luogo, il predominio dell'uomo, e,
in secondo luogo, l'indissolubilità. Il predominio dell'uomo nel
matrimonio non è che la conseguenza del suo predominio economico,
e cade con questo. L'indissolubilità del matrimonio è in parte
effetto della condizione economica onde nacque la monogamia, in parte
tradizione del tempo in cui il nesso di questa condizione economica
con la monogamia era ancora mal compreso e spinto all'estremo dalla
religione. Già oggi essa subì mille strappi. Se è morale soltanto il
matrimonio fondato sull'amore, sarà del pari morale soltanto quello
in cui l'amore persiste. La durata dell'amore sessuale individuale
è molto diversa secondo gli individui, massime negli uomini, e se
esso positivamente vien meno, o una nuova passione gli subentra,
il divorziare diventa un benefizio per entrambe le parti come per
la società. A che prò impantanarsi per questo in un processo di
separazione?
Ciò che noi dunque possiamo oggi congetturare sull'ordinamento
dei rapporti sessuali, che seguirà al non lontano tramonto della
produzione capitalistica, è sopratutto d'indole negativa, e si limita
principalmente a ciò che sarà eliminato. Ma e quello che verrà in
appresso? Ciò sarà deciso dopochè una nuova generazione sarà cresciuta;
una generazione di uomini che mai nella vita non si siano trovati nel
caso di acquistare i favori di una donna per danaro o con altri mezzi
di coazione sociale; e una generazione di donne che mai non si siano
trovate in condizione nè di doversi dare ad un uomo per altri motivi
che di un vero amore, nè di doversi ricusare a colui che amano, per
timore delle conseguenze economiche. E quando tal gente sarà nata,
certo sarà l'ultima delle sue inquietudini quella di sapere che cosa
noi almanaccammo ch'essa avesse da fare; essa si creerà da sè la
propria condotta e un'opinione pubblica foggiata sopra questa per
giudicare la condotta dei singoli. E basti di ciò.
Ritorniamo ora a Morgan, dal quale ci siamo un bel po' dilungati.
L'indagine storica delle istituzioni sociali, sviluppatesi durante
l'epoca civile, esorbita dal quadro del suo libro. Le sorti, quindi,
della monogamia durante questo periodo poco lo preoccupano. Anch'egli,
nell'ulteriore sviluppo della famiglia monogamica, vede un progresso,
un'approssimazione alla completa eguaglianza di diritto dei sessi;
tale scopo non gli sembra raggiunto. Ma, egli dice, «se si riconosce
il fatto che la famiglia ha percorso successivamente quattro forme,
e trovasi ora in una quinta, nasce il problema se questa forma durerà
anche in avvenire. L'unica risposta possibile è questa, che essa deve
progredire come progredisce la società, modificarsi a misura che questa
si modifica, il tutto come sinora. Essa è la figlia del sistema sociale
e deve rifletterne lo stato di civiltà. Poichè la famiglia monogamica
si è migliorata dal principio dell'epoca civile, e sopratutto nei
tempi moderni, si può almeno presumere che essa sia capace di ulteriore
perfezionamento, sino a raggiungere l'eguaglianza dei sessi. Se in un
lontano avvenire la famiglia monogamica non dovesse più corrispondere
alle esigenze della società, è impossibile predire la natura di quella
che verrà in sua vece.»