Il Fantasma.
Visitando anche oggi il vecchio palazzo dei Ceresara, volgendo a destra
del cortile si scende giù da una gradinata a quel ramo del Mincio che
ora si è incanalato e che allora scorreva libero la campagna.
I conti Ceresara trassero profitto dall’acqua che bagnava l’ala
sinistra del lor caseggiato onde servirsene agli usi della casa e per
l’abbeveraggio dei cavalli.
Oggi erettavi sopra una tettoja se ne fece un lavatojo dove si lavora
a forza di braccia il bucato, e dove convengono vispe lavandaje dalle
guancie rosse, e dalla nervatura che non sarà andata forse a genio di
qualche damerino troppo ardito...
Dice il proverbio, che colle cuoche e colle lavandaje c’è da far conti
alla larga, e forse il proverbio ha ragione.
In quel vano che staccava le due ale del palazzo e ne spezzava il
quadrato, diviso com’era tra la casa signorile e la rustica abitazione,
che probabilmente sarà stata occupata dal servidorame dei conti
Ceresara e dai vassalli delle terre; in quel vano ripeto che lasciava
adito all’interno del cortile, era sparita l’ombra veduta da mastro
Antonio, e l’essere umano veduto ed espiato da Adolfo.
Se oggi però si scende al canale dalla corte del palazzo, allora non
vi scendeva a che dopo aver aperta la seracinesca di legno di quercia
che ne chiudeva l’entrata. Al di là della seracinesca eravi una piccola
porta quasi rasente al canale che vi si vede anche oggi... il livello
dell’acqua doveva essere allora più alto giacchè l’acqua della corrente
passava per quella specie di sotterraneo e seguitava il suo corso; oggi
l’acqua del canale appena ne bagna il terreno.
Adolfo poi che ebbe atteso alquanto tempo, impaziente nella sua ricerca
a cui era attaccata tanta parte della sua speranza, s’avvicinò più
ancora alla riva e gettò uno sguardo ansioso lungo il fianco del
palazzo; vide o gli parve vedere qualche cosa che si moveva sulla
superficie dell’acqua precisamente presso al luogo dove gli parve fosse
scomparso l’oggetto che aveva attirata la sua attenzione.
Quella cosa, pareva una specie di zattera formata da poche assi di
legno connesse insieme ond’ei trasse argomento che avesse potuto
servire a trar colà la persona che avea scorta prima avvicinarsi a
quel luogo... Un lampo di gioja balenò nel suo sguardo che lo confermò
coll’attenta ricerca nella trattane desunzione... Egli che temeva
essere giuoco d’un’illusione che poteva ritornarlo nel disinganno e
nella disperazione, comprese che v’era una realtà, qualunque potesse
essere in quel convegno notturno d’un fantasma che era un essere umano.
Poco spazio lo divideva da quell’oggetto galleggiante, ei si provò a
scender nell’acqua, l’acqua era bassa; avanzò con risolutezza e toccò
la zattera, che era diffatti una zattera mal connessa, ma che bastava
però a reggere per poco tragitto chi vi si fosse avventurato; vi montò
sopra ed aggrappandosi alle fenditure della muraglia fu presso al
vano che abbiam prima accennato... Adolfo ringraziò il cielo col muto
trasporto del pensiero, d’un balzo toccò terra e si trovò di faccia
alla chiusa saracinesca.
La saracinesca era ben salda ond’ei si persuase in un attimo che
l’oggetto da lui veduto, a meno che non fosse un fantasma, di là non
poteva essere passato... se era un fantasma non doveva aver avuto
bisogno di una zattera per arrivarvi; ne veniva dunque di logica
conseguenza che non era passato di là, e che se non era nel vano dove
egli si trovava, doveva essere entrato da qualche parte.
La porticina che abbiamo notata e che metteva al sotterraneo allagato,
era difatti al di qua della saracinesca... il giovine vi si avvicinò...
il chiavistello di ferro ond’era sbarrata cigolò sotto la pressione
della sua mano robusta, la porticina si aperse.