CAPITOLO XXV.

Dove si capisce qualche cosa.

Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo

erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena

la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi

recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu

risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo

lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando

insieme in una delle sale terrene.

Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di

congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile

avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più

terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad

acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre,

d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza

dell’affetto.

Correvan ogni momento strane dicerie per la città, spargevansi voci di

omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano

diritto feudale d’alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle

loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purchè non

si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi,

importava loro ben poco che si facesse questo o quello.

Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la

speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l’affannarsi della

disperazione che pur tentava ancora un’ultima lotta!.... Era però vana

ed impotente, che contro lei vi era un fatto!... vi era una terribile

realtà: Alberto non veniva!...

Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger

d’attimo che si portava con sè un’ultima illusione, era straziante

a vedersi... al più legger rumore che le giungesse all’orecchio

essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d’un’imposta...

sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile

le animava la guancia, l’occhio avea fisso... attonito... si era

abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le

vitali sue forze in quel delirio del timore!... in quell’attaccarsi

convulsivamente ad un’illusione che mente a sè stessa ed a cui non

credendo si vorrebbe pur imporsi di credere!... Angela, la buona e

cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla

disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per

confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in

lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con

palpiti sì agitati il suo giovane cuore!... In lei pure era vivo quel

senso indecifrabile eppur reale, che è la forza del presentimento...

questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un

grave avvenimento faccia oscillare le corde dell’anima umana e ne

tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si

smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l’ipotesi d’una

possibilità che possa darvi sviluppo!...

Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva

innanzi a sè le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello

strano sparimento, ed inclinò la testa sul petto, gettando uno sguardo

d’immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel

terribile abbandono d’una compresa sventura!...

Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non è a dirsi

come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di

tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la

sala d’ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia

apparve il dottore.

Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di

volto calmo; s’avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le

rughe che l’increspavano come se si fosse tolto dall’animo il peso di

qualche grave preoccupazione che lo crucciasse.

Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d’una

conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola

di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da

diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio

di fuoco, il suo volto, da pallido ch’era, si facea livido, poi si

immergeva in un’astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo

pensiero ben vivo sotto quell’apparente inerzia che parea un completo

abbandono.

Quella mattina, checchè fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi

ch’egli avea superato qualche cosa; ciò che i medici alle volte

chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini

d’affari chiamano un progetto. Egli non aveva però superato nè ciò che

potesse interessare un medico, nè un pittore, nè un uomo d’affari.

Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si

leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma

apparente.

— Mio figlio!... mio figlio!... gridò donna Caterina slanciandosi verso

il dottore.

— Vostro figlio!... esclamò questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa,

che è egli avvenuto a vostro figlio?...

Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera

madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese

che interrogava il dottore coll’occhio anelante... immoto... fisso

su lui, si fe’ muto... Angela si serrò contro la madre... ella provò

uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi

in quel momento d’un senso assopito nella sua anima... quel senso di

paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto

aveva obliato nell’abbandono dell’affetto di cui avea fatto centro

un cuore!... prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro

pensiero che non fosse un sogno d’amore!...

La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione

nell’accentare ch’ei fe’ quelle sue parole.

— Egli pure non ne sa nulla!... mormorò la marchesa con voce semispenta.

— In nome di Dio!... che avvenne mai, donna Caterina?...

La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione

del suo dolore.

— Che avvenne, marchese?... ridomandò egli ansioso e vieppiù

agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell’orbita inquieto e

sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s’eran contratte,

egli domandava e parea pregasse coll’interessamento di chi attenda per

sè stesso, e vi era l’accento quasi del comando in quelle sue parole.

Angela lo guardò con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le

parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola

che vedea come gli stesse per uscire.

— Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese

coll’abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio

palpito d’affanno — in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?...

— Io no!... ma perchè questa domanda?...

— Egli è uscito stanotte, e non è più ritornato.

— Uscito!... esclamò il dottore, sul cui volto balenò il lampo sinistro

d’un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un

arcano terrore. Uscito! ripetè egli. E non è ancora ritornato?...

— No... ed è scorso per noi una tal notte d’angoscia, dottore!... che

il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!...

— Adolfo s’era recato alla locanda del Giglio?... vi avete mandato?...

— Sì...

— Ebbene?...

— Adolfo era partito solo, il suo compagno l’avea lasciato qualche

tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu più veduto

ricomparire.

— Adolfo è partito!... gridò il dottore, per dio!... dite il vero,

marchese?...

— Sì, Adolfo è partito!... ma non è d’Adolfo che io domando!... Ma

comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia

mente, che passa sulla mia anima e l’agghiaccia di spavento!...

La fronte del dottore si fece fosca!...

— Partito!... ripetè ancora fra sè a bassa voce!... Egli stette

silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era

passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al

marchese che l’interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come

egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... — Io non

saprei in vero, marchese... balbettò egli... ma non resta che un sol

mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia

avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io farò

quanto meglio potrò... farò quanto possa suggerirmi l’interesse che

mi lega a voi... e ritornerò, spero, in grado di acquetare la vostra

agitazione... Mio Dio!... accadono tante piccole cose nella vita che

assumono talvolta l’apparenza d’una grave sventura...

Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che

gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo

in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad

una illusione...

Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi

di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine

che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la

possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli

strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse

di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso

ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della

soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria..

. . . . . . .

Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano

a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale

s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri

rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un

omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo

che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente.

Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi

portava la delusione d’una vana ricerca.

Il palazzo del diavolo, vol. 2/2 · 第 14 / 48 题