Dove si capisce qualche cosa.
Nella famiglia del marchese regnava la più viva agitazione. Un servo
erasi recato ad ora ben tarda alla locanda del Giglio, quando appena
la corriera era partita, avea chiesto di due giovani che si erano ivi
recati ed uno dei quali doveva prender posto per Cremona, e gli fu
risposto che il viaggiatore era partito ma che il suo compagno avealo
lasciato circa un’ora prima della partenza, mentre stavano cenando
insieme in una delle sale terrene.
Il servo era ritornato a casa recando la risposta avutane; di
congettura in congettura interpretando quello strano ed inqualificabile
avvenimento, la mente si spingeva a trarne le deduzioni le più
terribili e le più allarmanti. Nè i tempi erano atti al certo ad
acquietare le vigili ed affannose apprensioni d’una tenera madre,
d’un padre, d’una sorella che amassero un loro caro tutta la forza
dell’affetto.
Correvan ogni momento strane dicerie per la città, spargevansi voci di
omicidii e di rapine, e non se ne sapeva mai nulla. I duchi che aveano
diritto feudale d’alta e bassa giustizia erano troppo occupati nelle
loro feste di Corte per darsi cura delle pubbliche bisogna. Purchè non
si gridasse contro la suprema signoria dei governatori e dei principi,
importava loro ben poco che si facesse questo o quello.
Scorrevano le ore, i primi albori risvegliavano la natura; non la
speranza, che non sapeva trovare un palpito tra l’affannarsi della
disperazione che pur tentava ancora un’ultima lotta!.... Era però vana
ed impotente, che contro lei vi era un fatto!... vi era una terribile
realtà: Alberto non veniva!...
Donna Caterina, la povera madre che sentiva venirsi meno ad ogni volger
d’attimo che si portava con sè un’ultima illusione, era straziante
a vedersi... al più legger rumore che le giungesse all’orecchio
essa correa sulla soglia... trasaliva allo sbatter d’un’imposta...
sentiva voci che non erano che nel suo pensiero... Un ardore febbrile
le animava la guancia, l’occhio avea fisso... attonito... si era
abbandonata sopra una poltrona e parea che avesse esaurite le
vitali sue forze in quel delirio del timore!... in quell’attaccarsi
convulsivamente ad un’illusione che mente a sè stessa ed a cui non
credendo si vorrebbe pur imporsi di credere!... Angela, la buona e
cara fanciulla, i cui occhi aveano pianto tanto, spaventata dalla
disperazione della madre, la accarezzava dolcemente cercando parole per
confortarla, e la baciava e la vezzeggiava, ma ben vedevasi come in
lei pure dominasse quella sinistra apprensione che facea battere con
palpiti sì agitati il suo giovane cuore!... In lei pure era vivo quel
senso indecifrabile eppur reale, che è la forza del presentimento...
questa divinazione dello spirito che opera ed agisce allora che un
grave avvenimento faccia oscillare le corde dell’anima umana e ne
tragga quei suoni arcani ed imponenti innanzi a cui la ragione si
smarrisce, e nella sua investigazione non trova che l’ipotesi d’una
possibilità che possa darvi sviluppo!...
Il marchese era cupo, concentrato, assorto; pensava. Egli svolgeva
innanzi a sè le cause tutte onde avesse potuto aver motivo quello
strano sparimento, ed inclinò la testa sul petto, gettando uno sguardo
d’immenso dolore sopra quei due esseri che vicini a lui piangevano nel
terribile abbandono d’una compresa sventura!...
Erano le dieci del mattino quando fu suonato alla porta. Non è a dirsi
come quel suono, elettrica scintilla, fosse corso per le fibre di
tutti. Donna Caterina, Angela ed il marchese si precipitarono verso la
sala d’ingresso prima che il servo ne schiudesse la porta. Sulla soglia
apparve il dottore.
Il dottore era, come solea mostrarsi nella famiglia del marchese, di
volto calmo; s’avria detto che sulla sua fronte si fossero spianate le
rughe che l’increspavano come se si fosse tolto dall’animo il peso di
qualche grave preoccupazione che lo crucciasse.
Accadeva diffatti talvolta che egli trasalisse nel bel mezzo d’una
conversazione amichevole; che ad un moto di Angela, ad una parola
di Adolfo il sorriso gli si contraesse sulle sue labbra in modo da
diventare quasi una minaccia. Il suo occhio mandava allora un raggio
di fuoco, il suo volto, da pallido ch’era, si facea livido, poi si
immergeva in un’astrazione profonda ma che indicava solo essere il suo
pensiero ben vivo sotto quell’apparente inerzia che parea un completo
abbandono.
Quella mattina, checchè fosse avvenuto nel suo animo, ben scorgevasi
ch’egli avea superato qualche cosa; ciò che i medici alle volte
chiamano una crisi, che i pittori chiamano una prova e che gli uomini
d’affari chiamano un progetto. Egli non aveva però superato nè ciò che
potesse interessare un medico, nè un pittore, nè un uomo d’affari.
Era ben difficile leggere su quella sua fronte di marmo; pur vi si
leggeva qualche cosa di sinistro sotto al velo di quella sua calma
apparente.
— Mio figlio!... mio figlio!... gridò donna Caterina slanciandosi verso
il dottore.
— Vostro figlio!... esclamò questi sorpreso. Ebbene, signora marchesa,
che è egli avvenuto a vostro figlio?...
Lo slancio febbrile che avea animato per un istante quella povera
madre si estinse, un singhiozzo irruppe dal suo petto... Il marchese
che interrogava il dottore coll’occhio anelante... immoto... fisso
su lui, si fe’ muto... Angela si serrò contro la madre... ella provò
uno strano sentimento alla vista del dottore; fu come il risvegliarsi
in quel momento d’un senso assopito nella sua anima... quel senso di
paura che involontario avea giganteggiato nel suo cuore e che soltanto
aveva obliato nell’abbandono dell’affetto di cui avea fatto centro
un cuore!... prima... si sentiva troppo felice per poter avere altro
pensiero che non fosse un sogno d’amore!...
La voce del dottore avea lasciato intravedere una infrenabile emozione
nell’accentare ch’ei fe’ quelle sue parole.
— Egli pure non ne sa nulla!... mormorò la marchesa con voce semispenta.
— In nome di Dio!... che avvenne mai, donna Caterina?...
La marchesa taceva immergendosi col pensiero nella cupa disperazione
del suo dolore.
— Che avvenne, marchese?... ridomandò egli ansioso e vieppiù
agitandosi, mentre il suo sguardo gli roteava nell’orbita inquieto e
sanguigno. Le sue labbra, come gli accadeva sovente, s’eran contratte,
egli domandava e parea pregasse coll’interessamento di chi attenda per
sè stesso, e vi era l’accento quasi del comando in quelle sue parole.
Angela lo guardò con ispavento... si strinse di nuovo a sua madre, e le
parve che avrebbe voluto chiudere sulle labbra del marchese la parola
che vedea come gli stesse per uscire.
— Sentite, dottore, gli rispose in quello stesso momento il marchese
coll’abbandono confidente della sventura, che cerca un eco al proprio
palpito d’affanno — in nome di Dio! Non avete voi veduto Alberto?...
— Io no!... ma perchè questa domanda?...
— Egli è uscito stanotte, e non è più ritornato.
— Uscito!... esclamò il dottore, sul cui volto balenò il lampo sinistro
d’un pensiero che ne contrasse i lineamenti come fosse soggetto ad un
arcano terrore. Uscito! ripetè egli. E non è ancora ritornato?...
— No... ed è scorso per noi una tal notte d’angoscia, dottore!... che
il labro non saprebbe ridirvela... Egli ha accompagnato Adolfo!...
— Adolfo s’era recato alla locanda del Giglio?... vi avete mandato?...
— Sì...
— Ebbene?...
— Adolfo era partito solo, il suo compagno l’avea lasciato qualche
tempo prima... e doveva tornare alla locanda dove non fu più veduto
ricomparire.
— Adolfo è partito!... gridò il dottore, per dio!... dite il vero,
marchese?...
— Sì, Adolfo è partito!... ma non è d’Adolfo che io domando!... Ma
comprendete voi, dottore, il terribile pensiero che si agita nella mia
mente, che passa sulla mia anima e l’agghiaccia di spavento!...
La fronte del dottore si fece fosca!...
— Partito!... ripetè ancora fra sè a bassa voce!... Egli stette
silenzioso per alcuni istanti... quella agitazione convulsa era
passata... ei ricompose le sue labra ad un sorriso... e si volse al
marchese che l’interrogava col suo occhio inquieto... Ben vedevasi come
egli cercasse far argine alle emozioni della sua anima... — Io non
saprei in vero, marchese... balbettò egli... ma non resta che un sol
mezzo... informarsi pienamente se qualche avvenimento disastroso abbia
avuto luogo questa notte... tranquillatevi intanto, marchese, io farò
quanto meglio potrò... farò quanto possa suggerirmi l’interesse che
mi lega a voi... e ritornerò, spero, in grado di acquetare la vostra
agitazione... Mio Dio!... accadono tante piccole cose nella vita che
assumono talvolta l’apparenza d’una grave sventura...
Il marchese Gian Paolo strinse con trasporto la mano del dottore che
gli parlava d’una speranza... Donna Caterina gli volse pure uno sguardo
in cui lampeggiò quell’ultimo resto di vita che ancora l’attaccava ad
una illusione...
Il dottore, a cui pareva non tardasse che il momento di togliersi
di là, tanta inquietudine leggevasi ne’ suoi sguardi, inquietudine
che poteasi credere motivata dall’interesse ch’egli prendesse per la
possibile sventura ond’era minacciata la famiglia del marchese, gli
strinse di nuovo la mano e rinnovandogli parole di speranza e promesse
di ricerche che gli rendesser conto dell’avvenuto, uscì precipitoso
ed affannato da quella casa nella quale era entrato col sorriso della
soddisfazione sulle labbra atteggiate all’orgoglio d’una vittoria..
. . . . . . .
Qualche ora dopo due uomini montati sopra due robusti cavalli uscivano
a briglia sciolta da Porta Leona e correvan l’istessa via sulla quale
s’era avviato la trabacca dell’oste del Giglio; taluno dei passeggieri
rise di cuore vedendo a fianco d’un Ercole dalle forme d’atleta un
omiciattolo che più gagliardamente stava in groppa al suo Bucefalo
che al certo non era di razza inglese ma che galoppava sonoramente.
Il dottore si recava sul finir del giorno alla casa del marchese... vi
portava la delusione d’una vana ricerca.