DA MERATE A BRIVIO PER LA VIA MILITARE.

_Cicognola. — Calco. — Bevolco. — Il San Genesio. — Aizuro.

— Biglio. — Galbusera. — Bagagera. — Mondònico. — Tegnone. —

Porchera. — Il campo di Francesco Sforza. — Olgiate. — Brivio.

— Inno alla Malinconia. — Arlate. — La Madonna del Bosco. —

Imbersago. — San Marcellino. — Paderno. — La Val San Martino._

Una volta sempre nuovi disagj di via; istradicciuole selvaggie,

affondate, sassose, perdute fra macchie, fra boscaglie e fra lande,

dove dirupate, dove fangose per acquitrini o scabre, o rialzate, od

avvallate, o a schiena di cammello isvogliavano dal viaggiare in questi

luoghi. Oggi le cose camminano diverse. Uscito da Merate, e ripresa

la via principale, giungi a _Cicognola_, recentemente avvivata dalla

filanda Gallavresi, e di là per una strada sempre comoda e lisciata

pervieni a _Calco_ dopo un cammino di venti minuti a passo ordinario,

che ti sono di subito ingannati dai tanti svariati oggetti che ti

stanno dintorno.

Non ti accaderà di rado d'incontrare in questo tratto di strada qualche

abbronzata contadina, che povera di modi, ma ingenua, schietta e

riguardosa ti saluti con quella cortesia naturale che non ha ancora

risentito l'artificio dell'educazione. State un'ora in Brianza e

conoscerete le sue abitatrici; di leggieri aprano l'anima ai teneri

sensi d'un affetto innocente, ma in generale parlando sono dure,

indomabili alla voce d'una meno che onesta lusinga. In una domenica

d'estate quando terminarono gli uffici della chiesa le vedresti a

vivacissimi crocchi, dove uscir dal villaggio e prendere il largo

de' campi, o l'ascesa delle colline, dove entrare in un leggiero

battello e fendere placidamente lo specchio dei loro laghetti; ad

alcune scorgeresti sul volto la compiacenza dei vicini sponsali;

negli atti, nei modi di altre ravviseresti l'ardore della tenerezza

materna; scerneresti negli sguardi di molte quella muta corrispondenza

d'affetti che non è ancor palesata dalle labbra, ma che è già

indovinata dal cuore. Oh siedi qualche volta ad ascoltare le loro

armoniose canzoni, senti le devote cantilene onde fanno risuonare il

sacro ricinto che custodisce le ceneri dei loro avi! Attendi che il

curato del villaggio si frammetta ai loro innocenti trastulli, e tu

vedrai come il sacerdote, qui assai più che altrove, governi il cuore

de' suoi parrocchiani; egli giudice, egli maestro, egli consigliere;

e o s'interponga a comporre i domestici dissidj, o ravvii sul diritto

sentiero qualche sviato, è ben raro che la sua eloquenza cada infeconda

«quei pantaloni lunghi, dice talvolta, ti dan aria di bulo, dimettili —

quei ricci, o ragazza, sono a pericolo della tua onestà, domani ch'io

più non li veda» e il garzone e la ragazza per quanto affezionati a

queste galanterie il più delle volte compaiono domani senza i ricci,

senza i lunghi pantaloni. Tali osservazioni vi somiglieranno cose

da poco, eppure, chi ben le esamini, ritraggono una parte dei nostri

costumi.

Ora, tornando al viaggio, siamo arrivati a _Pomè_, terra che dalla

nuova strada militare ebbe vita, mentre il vicinissimo _Calco_, donde

un tempo non era lecito ad un galantuomo passare senza essere squadrato

dai capelli ai piedi, fu abbandonato e perdette, starei per dire, ogni

esistenza.

Dalla chiesa di questo paesello dipende quella di _Bevolco_, degnissima

d'essere visitata come una di quelle che rimontano ai primi secoli

del cristianesimo. Sussiste ancora d'antico tutto l'esterno del coro,

il rimanente fu rimpicciolito e rimodernato. Una lapide collocata di

fronte all'altare ricorda due nobili fratelli Oaldo e Soaldo trafitti,

non si dice quando, da una medesima spada; un'altra lapide fu dalla

ignoranza de' muratori spezzata e usata a far muro; nel giardino

Cavallieri, ed in altri siti del paesello rimangono tuttora grosse

muraglie; nel vicino piano della Molgora furono dissotterrate ossa

umane. Tutto attesta qualche catastrofe dei secoli passati.

Abbiamo accennato nelle brevi notizie storiche premesse in questo

volume come Francesco Sforza sul cadere del 1449, posti in Brianza i

suoi accampamenti, osasse sfidare contemporaneamente le forze riunite

e superiori de' Veneziani e de' Milanesi. Essendo qui appunto il luogo

del combattimento gioverà farne conoscere, il più possibilmente in

compendio, la posizione quale ci viene ricordata da Giovanni Simonetta

nella _Sforziade_. Il monte che sorge maestosamente a manca e va a

terminare in una punta acuminata è detto _San Genesio_ da una chiesetta

che sorge presso il suo vertice, dedicata a questo santo. Qua e là sul

pendìo del monte i piccoli casali d'_Aizuro_, _Biglio_, _Vallicelli_,

_Galbusera_, _Bagagera_, poi _Montespiazzo_, _Malnino_, _Ospedaletto_

e _Casternago_ e più in giù _Mondònico_, patria d'un Martino da

Mondònico, che pur fu esecutore d'infami imposizioni di Gian Giacomo

De-Medici e finì poi coll'essere appiccato in colpa di traditore;

donde poco è discosto _Tegnone_ ove nacque Giuseppe Ripamonti. Più

abbasso ancora _Porchera_, gruppo di case quanto commiserato per la

sua infelice posizione, altrettanto celebrato per la bontà de' suoi

vini. Su quel monte si erano riparati i Veneziani, ubbidienti al

capitano Santangelo, e di là avevano cacciato Giovanni Sforza, quando

col cognome, ma non col valore del fratello Francesco, avea tentato di

rimoverli da quella formidabile posizione. Appena Francesco ebbe intesa

di questa mal riuscita spedizione, diede incarico a Roberto Sanseverino

ed Onofrio Rufaldo che si provassero a tentare l'ascesa del monte.

Questa volta l'esito fu più felice; i due generali, lasciati a Calco il

grosso de' soldati, con alcuni dei più spediti ed arrischiati, colto

il silenzio della notte, guadagnarono l'erta e giunsero d'improvviso

addosso ai Veneziani. Fu sanguinosa la mischia; i soldati di San Marco

piantarono il gonfalone sul campanile della chiesa di San Genesio,

e serratisi tutti in quella posizione imponente, poterono resistere

ancora per qualche tempo, finchè, sprovvisti di cibo e di bevanda,

furono cacciati alla necessità di calare a condizioni, bastevolmente

decorose però d'aver non solamente salva la vita, ma anche la licenza

di potersi ritirare pel ponte d'Olginate sul territorio della loro

repubblica. Sanguinose vicende che speriamo non saranno mai più

rinnovate! Preghiamo che il cannone abbia per l'ultima volta a Verderio

contristata la pace delle nostre colline.

Inni dal petto supplice

Alzerò spesso a i cieli,

Sì che lontan si volgano

I turbini crudeli;

E da noi lunge avvampi

L'aspro sdegno guerrier

Nè ci calpesti i campi

L'inimico destrier.

La ricordanza di questi sanguinosi avvenimenti non tolga che si

contemplino a parte a parte le bellezze del sito, ed _Olgiate_ che

ti compare di fronte distinto alla lunga striscia del palazzo Sala,

all'acclive erbito che gli sta dinanzi è il vicino _Bùllero_, e la

fuga di monti che si succedono a monti, e la magnifica strada su cui

percorri la quale tramutò le ripidissime rive di Calco in un quasi

insensibile pendìo.

Giunti a _Beverate_ ove la strada è tagliata da una secondaria

che comincia all'Adda e va a confluire presso Erba, nella strada

provinciale che mette da Lecco a Como prendiamo per ora quella a

destra, che piega ad oriente, e per essa attraverso a vigneti e colti,

degradando insensibilmente giungeremo a _Vaccarezza_ casale soverchiato

dalla montuosa _Foppolovera_ (la vogliono detta così da un basso fondo

già messo ad ulivi), indi colla strada ci rialzeremo alquanto per

ricadere di nuovo in fino a _Brivio_.

Oh ch'io ti vegga mia patria diletta! a cui da undici anni diedi un

addio che mi tenne quasi sempre da te disgiunto! Allora non aveva che

compiuto appena il secondo lustro, quella cara età in cui la vita

è un sogno di letizie, di gioje, ignara di guai, di sospiri; che

ravvisa dappertutto contentezza senza sapere che non v'ha fiore, il

quale non cresca inaffiato di pianto, che non sorge mai sole il quale

non rischiari una scena di lutto! Oggi ritorno a te, col corpo come

sovente ritorno col desiderio; a te che incidesti nel mio cuore a note

incancellabili la soave memoria dell'età prima, quando fanciullo coi

fanciulli del mio villaggio, o scorrazzava su per la collina in traccia

di fiori, o scendeva nel letto d'un torrente a far tesoro di pietruzze

colorate, o fingeva battaglie intorno al mio castello usurpando i nomi

dei guerrieri e dei campi di cui era ancor recente la ricordanza, o col

leggiero battello spiccava arditamente dalla riva vogando sulle placide

onde, o talora mi librava ad incauto nuoto. Quante volle palpitò per me

il seno della madre! Ella tutta tenerezza a rivelar pericoli anche dove

non erano; io tutta imprevidenza a non ravvisarli dove erano difatti.

Altrove ho già parlato di questa terra, largo quanto basti per poter

ripetere il già detto senza provarmi a trovar nuove idee, nuove parole,

nuove espressioni per esporre le medesime cose.

«In una bassa posizione, sulla destra dell'Adda, giace Brivio, che si

presenta assai bene a chi lo contempla dagli opposti monti bergamaschi.

Quivi l'Adda, dopo aver istagnato in un bacino, direi quasi circolare,

ripiglia il suo corso rapidissimo e maestoso fra due rive, quando

più, quando meno ristrette, sopra un letto molto declive e sassoso.

Il castello che sorge in riva del fiume presenta la forma d'un

quadrilatero, rinfiancato agli angoli da torrioni un tempo maestosi,

ora rovinati dal privato interesse.

«Antichità rispettata dal tempo è uno di quei monumenti, che,

ricordando le vicende de' nostri maggiori, riempiono l'animo di spirito

guerresco! L'interno della fortezza fu a' miei giorni rinnovato, nè

più vi trovi che poche vestigia delle antiche scale segrete e de'

sotterranei onde vuolsi già ripiena. Rammento ancora il ribrezzo, che

io provava negli anni infantili, quando innoltratomi in quei fondi

di torre, sentiva dirmi come vittime umane avessero gemuto laggiù,

dove non penetrava che un raggio di luce per la doppia ferriata e

spessa ramignata d'angusto pertugio. La mia immaginazione presentavami

d'innanzi quegli infelici, stesi al suolo a guardare con avidità quel

raggio di luce furtiva, senza il conforto della speranza, senza la

voce d'un amico. Nel 1829 convertendosi una di quelle basse prigioni ad

altro uso, fu trovata una lapide sepolcrale e savvi una croce, un'arma

gentilizia ed in giro una leggenda, corrosa dal tempo, deposta sullo

scheletro d'un soldato di gigantesca persona. Vicende umane! Sulle

grigie mura di questo venerabile monumento oggi serpeggia l'edera,

crescono i pomi e le viti, e pendono le reti del pescatore. Chi vi

passa, sul far della sera, ne vede sicuro l'ombra che signoreggia il

lago e dove un tempo si udivano gli aspri gridi di guerra, oggi la

casalinga vergine desta i canti dell'amore e della religione. Se non

che da un pajo d'anni ai placidi canti si frammischiano le flebili

cantilene de' prigionieri che aggrappati alle ferriate delle loro

camerette guardano con invidia l'uomo libero, che passeggia sotto di

essi e ricordano con melanconia tempi più felici[14]».

La chiesa coll'elegante suo campanile, le case parrocchiale e

Piccinini, la vasta delizia, coll'ampio giardino alla genovese del

signor Enrico Carozzi, la _Scalvata_ vistosa collinetta meritano essere

visitati dopo il castello.

Errando su questa collina e mirando alla sottoposta patria Cesare Cantù

cantava quest'inno

Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine · 第 27 / 80 题