_PS_. — Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo d’aver scritto la
presente, e dirigerò la colonna a Fermo, siccome mi vien ordinato.
Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato,
e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi
ordini. Vale.
_A S. E. il signor Ministro della Guerra._»
Quando si consideri pertanto che Garibaldi era a Macerata il 1º gennaio
1849, come tra poco dimostreremo, si deve ragionevolmente arguire
ch’egli partì da Ravenna nella prima settimana di dicembre; arrivò
a Foligno per la via di Fano e il Passo del Furlo tra il 15 e il 16;
ripartì da Foligno per Fermo tra il 27 e il 28 (probabilmente vi stette
ad aspettare il vestiario), e fu a Macerata il 1º del 1849; dove forse
lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di
starsene dov’era.
[113] Fu eletto il 21 gennaio 1849. A proposito di codesta elezione e
del soggiorno di Garibaldi in Macerata, ecco quello che ce ne scrive un
antico patriotta e onorando gentiluomo di quella città:
«1º Il generale Garibaldi arrivò con la sua Legione in Macerata il 1º
gennaio 1849, e ne ripartì il giorno 24 dello stesso mese di gennaio
1849.
»2º Durante l’indicata permanenza della Legione garibaldina in quella
città si manifestò una qualche discordia tra i borghigiani di San
Giovan Battista ed i soldati della Legione da procedere a fatti. Ma
il Generale si diportò da prudentissimo capitano e si adoperò, per
quanto fu da lui, in vantaggio dei cittadini; mentre al principio d’una
contesa, che poi fu l’unica, tra borghigiani e soldati, bardato il
cavallo, ed inforcatone l’arcione insieme ad altri ufficiali del suo
seguito, corse in sul luogo, ed impose ai suoi soldati di ritornare
immediatamente in quartiere nell’ex-convento di San Domenico fuori
di città, e così ubbidito nel suo comando ebbero fine le baruffe, le
zuffe, le risse, senza che si dovesse deplorare alcun disastro.
»Da ciò argomentarono le Autorità essere cosa conveniente di
allontanare da Macerata la Legione garibaldina, la quale partì come fu
promesso il 24 gennaio 1849.
»3º Il Collegio elettorale per la nomina dei deputati all’Assemblea
Costituente Romana fu tenuto in Macerata, come in tutti gli altri paesi
dello Stato, il giorno 21 gennaio surripetuto, e per l’affluenza de’
votanti non essendo state sufficienti le sette ore stabilite dalla
legge in detto giorno, la votazione fu proseguita nel giorno successivo
22.
»Il generale Garibaldi fu uno degli eletti; ed a maggioranza
rimarchevolissima di voti. Il numero dei voti raccolti dal Generale non
può precisarsi, attesochè nell’ufficio rovistato dall’estensore della
presente non esistono gli atti relativi alla pratica, di quel Collegio
elettorale.»
[114] _La Italia, Storia di due anni_, scritta da C. A. VECCHI, vol.
II, pag. 38.
[115] Ci fu favorita dalla cortesia squisita del nostro egregio amico
ingegnere Clemente Maraini, che ne possiede l’autografo.
[116] L’esatta verità sulla forza dell’esercito francese spedito
a Roma non fu dato nè a noi, nè ad alcuno degli storici italiani,
saperla e dirla precisamente. Perocchè gli scrittori francesi, tanto
ufficiali che ufficiosi, l’hanno sempre imbrogliata e nascosta; come
imbrogliarono, nascosero e tradirono la verità de’ fatti. Da ciò
consegue che anche la forza del primo Corpo spedizionario bisogna
argomentarla. Ora è certo che esso era comandato in secondo da un
generale divisionario, il Saint-Jean D’Angely, e che al 30 aprile si
trovarono in azione due brigate. Il Corpo spedizionario adunque doveva
contare per lo meno una divisione, la quale se fosse stata completa
avrebbe dato circa dodicimila uomini. Supponendola non completa, ma
aggiungendovi le truppe di marina e le altre truppe complementari,
crediamo tenerci piuttosto al disotto che andar al disopra del vero
fissando la cifra di diecimila uomini.
Durante l’assedio poi l’esercito francese fu rinforzato di altre
due divisioni col proporzionato numero di truppe del Genio e
dell’Artiglieria, sicchè il Torre non esita a stabilirne la forza
a circa quarantamila uomini e settanta pezzi d’artiglieria, di cui
quaranta d’assedio. — Vedi TORRE, op. cit., vol. I, lib. VI.
[117] Nella _Vita di Nino Bixio_. Firenze, G. Barbèra, edit.
[118] In alcuni suoi _Ricordi_ manoscritti, di cui ci fu, come di
tant’altre notizie, generoso.
[119] Alludiamo al fatto del maggiore Picard e del suo battaglione,
che Nino Bixio prima da solo, poi coll’aiuto del maggiore Franchi di
Brescia e d’alcuni suoi soldati, riuscì a trarre prigioni in Roma. Lo
narriamo estesamente nella nostra _Vita di Nino Bixio_.
[120] Non tutti noti però. Così nelle storie pubbliche, come nei nostri
documenti privati, non troviamo memoria che dei seguenti:
Fra i morti, memorabile fra tutti, _Luigi Montaldi_ da Genova, capitano
della Legione italiana di Montevideo, da Garibaldi paragonato, per
le fattezze gentili, la mente colta e l’animo eroico, a Mameli ed a
De Cristoforis; e di cui il generale Sacchi ci lasciò questo ricordo
biografico:
«In Montevideo comandava una compagnia di Cacciatori. Dal Salto
Garibaldi lo mandava in missione a Montevideo, scendendo l’Uruguay
su di una piccola goletta mercantile. Le due rive dell’Uruguay, meno
il Salto, erano in potere del nemico. A Paysandù (sulla sinistra
dell’Uruguay), le di cui batterie battevano il canale navigabile, fu
attaccato da forze nemiche marine guidate da un Italiano (Gavazzi di
Genova). Il Montaldi preparò la difesa, ma la compiè solo; i suoi
marinai (che non erano soldati) lo abbandonarono, parte gettandosi
all’acqua, altri sotto coperta della goletta; da solo scaricò quindici
o venti fucili all’uopo preparati; da solo si oppose all’abbordaggio
con estremo valore e con prospero successo per qualche tempo, ma
finalmente ferito e sopraffatto dal numero dovette cedere; l’ultimo
colpo di pistola lo scagliò sul comandante delle forze nemiche che pel
primo montava all’abbordaggio, e gli fracassò il braccio destro, che
gli venne poi amputato. Il suo valore e le raccomandazioni del Gavazzi
gli valsero salva la vita. Il nemico ammirato da tanta prodezza lo
tenne prigioniero (caso unico, dacchè si aveva a fare con un nemico
che non dava mai quartiere!). Dopo infiniti patimenti sopportati per
un anno e più con dignità e costanza, fu liberato dalla prigionia in
un assalto dato al paese di Paysandù, che cadde in nostro potere. Di
questo giovane ignoto quasi ne è il nome, che pur è degno di essere
annoverato fra i migliori e più valorosi figli d’Italia.»
Garibaldi scrisse al Guerrazzi (_Assedio di Roma_, pag. 696) che
il Montaldi «esalò la sua grand’anima per diciannove ferite;» ma il
Sacchi più preciso dice: «Il maggiore Montaldi, dopo aver fatto prodigi
di valore, cadde colpito nel petto da palla francese; nella fuga i
Francesi passarono sul suo corpo e barbaramente lo crivellarono di
colpi di baionetta, rendendolo irriconoscibile.»
Dopo di lui sono ricordati: il tenente _Paolo Narducci_, romano;
_Enrico Pallini_, aiutante maggiore dell’artiglieria; i tenenti _Righi_
e _Zamboni_; il capitano _Leduch_, belga, del quinto reggimento; il
brigadiere _Della Vedova_.
Fra i feriti si leggono: il maggiore _Marocchetti_, il capitano
_Pifferi_, il chirurgo _Scianda_, il commissario di guerra _Ghiglioni_;
i tenenti _Belli, Dell’Oro, Rota, Tressoldi, Statella_ (morto poi a
Custoza tenente colonnello de’ Granatieri), il maresciallo _Ottaviano_,
il cadetto _Mancarino_, il caporale _Lodovich_.
[121] Nella seduta del 1º maggio il Presidente dell’Assemblea propose
che fosse dato un attestato di riconoscenza a Garibaldi per le tante
prove di valore che aveva date nel combattimento del 30 aprile.
L’Assemblea decise che tale attestato si sarebbe dato a tutti i
meritevoli a cose finite.
[122] Il Vecchi dice che l’Oudinot levò il campo al solo veder
Garibaldi. Non è così: Garibaldi non arrivò che in vista di
Castelguido, e l’Oudinot non si mosse da Castelguido che la sera.
È poi un’invenzione, non so di chi, a torto raccolta dal Vecchi, che
l’Oudinot mandasse, dopo quel giorno, a chiedere una tregua.
[123] Al 30 aprile il Torre (op. cit.) calcolava presenti circa
novemilacinquecento uomini: sommando ad essi i nuovi Corpi, si arriva
intorno alla cifra anche da noi calcolata.
Il DEL VECCHIO poi dice che Roma, dopo la sortita di Garibaldi, era
stata lasciata «alla guardia del popolo.» Se è una frase, passi; se
vuol significare qualcosa di preciso, la rassegna delle forze romane
che siamo venuti facendo sin qui dovrebbe smentirla. (Vedi DEL VECCHIO,
_Prefazione ai Documenti della Guerra santa 1849_.)
[124] Queste ultime sono parole testuali di FEDERIGO TORRE, nella sua
citata _Storia dell’intervento francese in Roma nel 1849_, vol. II,
pag. 128.
Il Torre, come è noto, fu nel 1849 ufficiale superiore al Ministero
della guerra, e il suo libro, specialmente rispetto alla enumerazione
delle forze, merita pienissima fede.
[125] CARLO PISACANE, _Guerra combattuta in Italia negli anni 1848 e
1849_, pag. 269-270.
[126] TORRE, op. cit. — HOFFSTETTER, _Garibaldi in Rom, Tagebuch
aus Italien 1849_. — DE VECCHI, _Storia di due anni, 1848 e 1849_.
— FARINI, _Lo Stato romano, ec._ — GUERRAZZI, _L’assedio di Roma_. —
MARIO, _Garibaldi_. — DEL VECCHIO, op. cit.
[127] E non novantasei, come scrive il Guerrazzi. I Lancieri non
furono mai novantasei, e arrivarono soltanto a ottantacinque sul finire
dell’assedio.
[128] Il Bassi era stato restituito nel cambio generale dei prigionieri
fatto il 7 maggio. Anche in quel caso però la condotta del Generale
francese fu perfida. Il Triumvirato aveva decretato la restituzione
totale e gratuita dei prigionieri con tutte le loro armi e bagagli.
L’Oudinot, all’apparenza, non tollerò di farsi superare di generosità
dal suo nemico; ma in realtà commise una delle sue solite baratterie,
restituendo il battaglione Melara (sostenuto proditoriamente a
Civitavecchia prima che la guerra cominciasse), ma senza armi.
[129] _Marchetti_, dice il Torre, ed altri lo ripetono. _Marocchetti_,
il Sacchi ed il Cenni.
[130] Vi fu posta una epigrafe, che rammenta la passata di Garibaldi e
la battaglia.
[131] _I Volontari e i Bersaglieri lombardi_, di EMILIO DANDOLO.
[132] Dai _Ricordi_ manoscritti del generale SACCHI.
[133] Era a sinistra del Casino de’ Quattro-Venti. Giovanni Cadolini,
soldato allora della Legione Medici e ferito il 30 giugno, così
racconta nelle sue private _Memorie_, che volle favorirci, l’episodio.
«Venne pertanto la sera, e il Medici, temendo di dovere più tardi
abbandonare quella casa, fece ammannire nella stanza del piano terreno
molta paglia ed altri combustibili a fine di incendiare quel fabbricato
al momento in cui fossimo costretti ad abbandonarlo. Quando tutto a
un tratto, senza che il Medici avesse ordinato di appiccare il fuoco,
vediamo la casa in fiamme. Fu capriccio, fu tradimento di alcuno?: la
casa era stata incendiata. Allora fu unanime fra noi il pensiero e il
grido: — _Ai nostri morti_! — Non volevamo che i cadaveri dei nostri
morti, rimasti al secondo piano, fossero consumati dalle fiamme. In un
attimo sorse allora una gara fra noi di accorrere, passando in mezzo
al fuoco, per sottrarre da quella maniera di distruzione i cadaveri dei
nostri compianti amici.
»Questo episodio fu una rivelazione ben singolare dei sentimenti e
delle nobili passioni che si agitavano in quelli animi; l’esporsi a
simili pericoli per salvare uomini viventi è istintivo in tutti, ma
per sottrarre dei cadaveri è religione per la memoria dei caduti per la
libertà e per l’onore della patria. Sottratti i cadaveri all’incendio,
ogni cura si adoperò ad estinguere le fiamme, che già arrivavano al
tetto; e si riuscì in ciò così rapidamente da poter salvare la maggior
parte della casa.»
[134] Questi nomi togliemmo parte dalle _Memorie_, op. cit., del TORRE,
parte dai _Ricordi_ manoscritti del generale SACCHI.
[135] Anche l’Adelchi ai Longobardi fuggenti:
Per Dio! la via che avete presa è infame;
Il nemico è di là....
(_Adelchi_, atto III, scena 3ª.)
[136] Giudizio di EMILIO DANDOLO nei suoi _Volontari e Bersaglieri
lombardi_.
[137] Estratte dagli Archivi romani, _Cartone_ 1849. Dal 1º al 10
giugno.
[138] Il che non toglie, checchè n’abbia scritto Garibaldi, che non
possa e non debba esserlo.
[139] Anche il TORRE (op. cit., pag. 201) dubita della felice riuscita
di quella impresa, ed è in dubbio se Garibaldi n’abbia voluto seguire
in tutto l’idea, o solo operare una sortita per manomettere i lavori
del nemico.
L’HOFFSTETTER non parla invece di quella generale sortita, e dice
solo che il Rosselli doveva raccogliere per Garibaldi cinque o seimila
uomini.
Il BARONI (_I Lombardi nelle guerre italiane 1848-49_, Memorie narrate
da CALOANDRO BARONI, già maggiore ne’ Bersaglieri lombardi, vol.
II, pag. 64) scrive che la spedizione di Garibaldi fu ordinata dal
Rosselli, ed è probabile che questi, smesso il pensiero della grande,
si sia accontentato della piccola.
[140] Anche la storia della sortita notturna la troviamo narrata in
tre modi diversi da tre scrittori ugualmente credibili; e chi voglia
persuadersene non ha che a leggere il TORRE (op. cit., vol. II, pag.
201), il BARONI (pag. 66-69) e l’HOFFSTETTER (pag. 181-187). Noi
abbiamo preso un po’ dall’uno e dall’altro quel che ci parve più
ragionevole e verosimile; ma non stiamo mallevadori che tutto sia per
l’appunto avvenuto così, e questo ci riconferma nel pensiero che la
storia dell’assedio di Roma abbia bisogno di essere ancora riveduta con
lume di critica e rifatta con nuovi e più scelti documenti.
[141] L’Oudinot si vantò di _combats acharnés_ nella sua _Relazione_
del 22 giugno 1849, inserita nel _Moniteur Universel_ del 29 dello
stesso mese.
[142] L’HOFFSTETTER anzi parla d’un consiglio di guerra. — Vedi
_Garibaldi in Rom, Tagebuch_, ec., pag. 181.
[143] FARINI, _Lo Stato romano_, vol. IV, pag.200.
[144] Generale VAILLANT, _Relation du Siège de Rome_, pag. 129: «Il
faut le dire, ce combat d’artillerie qui dura un jour et demi fut
soutenu de part et d’autre avec une remarquable vigueur, avec beaucoup
de persévérance et de bravoure.»
[145] Una volta appunto che alcune gentildonne romane erano in visita
da lui, una bomba schianta la tenda e seppellisce sotto un monte di
terra, gentildonne, Garibaldi e tutto. Un’altra, trovandosi nella
batteria del Pino l’Hoffstetter, il Ghilardi e l’Avezzana, un’altra
bomba cade tanto vicina al gruppo, che tutti si gettano a terra, e
Garibaldi che non s’era mosso dice all’Hoffstetter: «Grazie che vi
siete gettato sopra di me;» e se volessimo noverare le volte in cui
Garibaldi ebbe la persona coperta dalla polvere e avvolta dai frammenti
delle granate nemiche, non finiremmo più.
[146] Il capitano Casini fu portato all’ambulanza di Villa Pamfili col
cranio aperto da dieci colpi di sciabola, la coscia forata da dieci
baionettate e il braccio frantumato.
[147] Tutti raccontano questo discorso in modo diverso.
[148] Il testo preciso del discorso non fu fino ad ora stampato da
alcuno, perchè assai probabilmente non fu da alcuno raccolto. Però
ogni biografo se l’è confezionato a suo gusto, senz’altro torto, a
dir vero, che di non averlo confessato. Il Vecchi, per esempio, gli
mette sulle labbra un lungo discorso alla Tito Livio; il Farini lo
fa cruscheggiare; il Mario gli fa scrivere un proclama immortale, che
non scrisse mai, e così di seguito ognuno secondo la sua rettorica e
il suo capriccio. La sola frase nella quale tutti convengono, e che
è viva nella tradizione garibaldina, è: «Vi offro fame, sete, marcie,
battaglie e morte,» e questa l’ho serbata fedelmente. Il resto è uno
stillato delle varie lezioni fatte da me, giusta il criterio della
maggiore verosimiglianza e dello stile dell’uomo.
[149] Tutti parlano di quattromila uomini; l’Hoffstetter, che era con
essi, di duemilacinquecento fanti e quattrocento cavalli. — Così il
SACCHI nelle _Memorie_ manoscritte, e ci atteniamo a questa cifra.
[150] Per tutto ciò che riguarda la ritirata da Roma a San Marino
abbiamo seguíto il libro già ricordato (_Garibaldi in Rom, Tagebuch
aus Italien, 1849_, von GUSTAV VON HOFFSTETTER, damaligem Major
in romischen Diensten. Zürich, 1860), il solo fra molti che ci sia
apparso, quanto all’itinerario, specialmente ordinato e preciso; e
che sia stato trovato tale anche dal generale Sacchi e dal colonnello
Cenni, che furono compagni di Garibaldi in quel periodo.
[151] Quanta fosse la incertezza dei Generali austriaci sulle mosse di
Garibaldi, ne sia di testimonio questa lettera del D’Aspre all’Oudinot:
«Firenze, 13 luglio 1849.
»Signor Generale,
»In riscontro alla lettera che mi avete fatto l’onore d’indirizzarmi,
mi affretto di comunicarvi che il mio capo di Stato Maggiore ed
il signor capitano Falopp han chiesto di comune accordo i siti da
occuparsi dai due eserciti rispettivi, ed aggiungo qui un estratto.
Suppongo che questa linea avrà la vostra approvazione, e non dubito
affatto che in seguito c’intenderemo con la medesima facilità.
»I miei rapporti degli 11, da Perugia, pongono Garibaldi a Todi con
seimila uomini, trecento cavalli e tre pezzi d’artiglieria. Le mie
truppe occupando Perugia avrebbero potuto avere di già uno scontro.
»Siccome il partigiano o brigante Forbes si è unito a Garibaldi, riesce
difficile valutarne con precisione le forze; le proprie lo abbandonano,
altre bande gli giungono in rinforzo, e l’Italia centrale non sarà
pacificata prima che i partigiani non siano intieramente dispersi,
presi o almeno allontanati da questo continente.
»Ho dato su tal proposito degli ordini alle truppe che sono scalonate
da qui a Foligno; si trovano nel momento a Perugia quattro battaglioni,
uno squadrone e mezzo e sei pezzi d’artiglieria, ed a Foligno due
battaglioni e mezzo squadrone, da riunirsi in caso di bisogno.
»Se lo scontro avesse avuto luogo, avrebbe dovuto anche in questo
momento esser deciso; credo piuttosto che il progetto annunziato da
Garibaldi di penetrare in Toscana era un’astuzia di guerra, e che si
getterà piuttosto negli Abruzzi, o cercherà di guadagnar l’Adriatico
tra Spoleto, Norcia e Ascoli; quest’ultima città è occupata da un
distaccamento austriaco appartenente alla guarnigione d’Ancona.
»Permettetemi, Generale, di felicitarvi riguardo al fatto d’armi da
voi gloriosamente condotto a termine, nonostante le difficoltà di
ogni sorta che vi si opponevano. Assai sensibile a tutto quel che mi
dite di obbligante, spero che le nostre attuali relazioni mi porranno
nel caso di verbalmente indirizzarvi le espressioni della mia alta
considerazione.
»D’ASPRE.
»_Al signor generale Oudinot, comandante, ec_.»
TORRE, op. cit., vol. II, pag. 308-309.
In altra poi del 31 luglio dello stesso allo stesso, il generale
D’Aspre supponeva a Garibaldi l’intenzione di imbarcarsi a Santo
Stefano sulle coste della Maremma toscana.
[152] Alludeva a questo combattimento il Rapporto del Console generale
pontificio qui trascritto:
«Livorno, dal Consolato generale pontificio,
li 21 luglio 1849.
»_A Monsignore Bedini,
Commissario straordinario pontificio — Bologna._
»Garibaldi. — Scontro colla truppa toscana a Chiusi.
»Eccellenza Reverendissima,
»Porto a cognizione dell’Eccellenza Vostra Rev.ma essere stato
assicurato che Garibaldi co’ suoi abbia avuto il 18 corrente, a Chiusi
nel Granducato, uno scontro colla truppa toscana, la quale soffrì
la perdita del maggiore Bartolena, di due ufficiali e di alcuni
soldati. Sembra che in quel paese facesse degli ostaggi di persone
ragguardevoli, imponendo loro contribuzioni pecuniarie, conducendoli
seco a Montepulciano, dove dicesi sia rinchiuso con viveri e munizioni.
Molti volontari dei paesi a quello circonvicini si sono armati, e colla
truppa toscana ed austriaca lo hanno circondato.
»Questa mane, alle ore otto, è qui giunto col treno della strada
ferrata da Firenze un battaglione di truppa austriaca che recasi a
Porto Santo Stefano.
»Il comandante di questa Marina militare ha ordinato che sia messo in
perfetto ordine il regio _Barco_, il quale, condotto da un ufficiale,
si dirigerà a Viareggio, onde ivi ricevere S. A. R. I. il Granduca di
Toscana tosto che vi giungerà.
»E pieno della più alta stima e considerazione passo all’onore di
ossequiamente rassegnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra Rev.ma
»Umil. dev. obbl. serv.
»_Il Console generale pontificio_
»Pio march. ROMAGNOLI.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti preceduti
da una Esposizione storica, e raccolti per Decreto del Governo delle
Romagne dal cav_. ACHILLE GENNARELLI, _avvocato nella Sacra Rota, già
Residente di Collegio della Pontificia Accademia Archeologica, ec. ec_.
— Parte prima, pag. CXV, 246.
[153] Il signor CARLO CORSI, ora colonnello di Stato Maggiore, che
viaggiava in quell’anno per que’ paesi e si trovò più volte avviluppato
tra le colonne austriache, narra ne’ suoi _Venticinque anni in Italia_
(vol. I, pag. 193-194) parecchi aneddoti di quella campagna non privi
d’interesse, e taluno de’ quali, come il seguente, può far prova del
gran d’affare che il famoso guerrillero dava ai suoi persecutori e
dell’alto concetto in cui essi lo tenevano.
Ad un tratto giunge l’avviso che una colonna d’Austriaci scende dalla
montagna. Ed eccone la vanguardia, e non molto dopo il resto. È un
battaglione del reggimento Baumgarten con un drappello d’Ussari. Lo
comanda un colonnello. Entrano nel paese, pongono le guardie, mandano
pattuglie. Erano così trafelati e stanchi che a fatica si reggevano in
piedi, da far pietà. Maledicevano a quei paesi, a Garibaldi e a chi
teneva per lui. Un capitano, che proprio non ne poteva più, diceva
in pretto italiano: — Questo diavolo ci condurrà così a spasso fino
all’inferno, o in Africa per lo meno. È un altro Abd-el-Kader costui!
— Ma pure li ufficiali erano compresi anch’essi d’ammirazione per
quell’ardito, lo giudicavano un _partigiano_ di gran vaglia, nè si
curavano gran fatto di metterlo alle strette, anzi desideravano che gli
rimanesse aperto qualche modo di scampo, purchè quella maledetta caccia
per monti e valli finisse.»
[154] Op. cit., pag. 413.
[155] L’HOFFSTETTER ha _die Trossknechte_ (op. cit., pag. 413), e
la traduzione in _saccardi_ è giusta. Soltanto la voce _saccardi_,
nel senso di Custodi o Conduttori delle bagaglie, è fuori d’uso e
nell’esercito principalmente non si capirebbe. Per usar la voce tecnica
nostra bisognerebbe dire _Conduttori del Treno_.
[156] Vedi _Le Bande garibaldine a San Marino_. Racconto storico del
capitano ORESTE BRIZZI, cavaliere di varii Ordini civili e militari,
decorato di varie RR. medaglie d’onore cittadino, uffiziale dei
Granatieri e consultore militare della Repubblica di San Marino, membro
di molte illustri Accademie italiane e straniere, ec. Arezzo, 1850.
[157] Leggasi per questi particolari il seguente Rapporto del
Commissariato di sanità in Cesenatico:
«_Commissariato di Sanità di Cesenatico_.
»Eccellenza,
»Ieri a sera alle ore 10 pomeridiane circa giunse in questo paese
Garibaldi, assieme al suo Stato Maggiore e varii altri suoi satelliti,
i quali in tutti potevano contare il numero di circa duecentocinquanta,
e dopo aver fatto prigionieri sette soldati tedeschi che qui
stanziavano, non che due ufficiali provenienti da Ravenna e Cervia
diretti per Rimini a quel Comando, facevano pure prigionieri il
brigadiere dei Carabinieri e due di linea sussidiarii alla brigata dei
Carabinieri.
»Requisì poi con la forza, minacciando della vita a chi non si
prestava, tredici legni pescatori chiozzotti, ove poscia si sono
imbarcati questa notte, e questa mattina alle ore 6 antimeridiane hanno
salpato dal porto prendendo la direzione di greco o levante, avendo
però tenuti seco tanto i militari austriaci, compreso i due uffiziali,
come pure la frazione dei Carabinieri. Che per quante raccomandazioni
si sono potute fare, non si è potuto ottenere, da questi barbari, la
grazia di essere liberi questi poveri infelici.
»Per sollecitare poi la evasione hanno preso a tutta forza varii
marinai da diversi bordi che avevano approdato al porto ieri a sera in
causa di mare burrascoso, restando così varii legni senza l’intero suo
equipaggio.
»Tanto mi credevo subordinare all’Eccellenza Vostra, per via
straordinaria, mentre con profondo ossequio e rispetto ho l’alto onore
di segnarmi
»Dell’Eccellenza Vostra
»Cesenatico, li 2 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo obbl.mo servo
»CLEMENTE CAVALCHI, _comandante_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano: Documenti, ec. ec._
Parte prima, pag. CXV, 246.
[158] Citato nel libro di P. C. BOGGIO, _Da Montevideo a Palermo, Vita
di G. Garibaldi_, pag. 17.
[159] Ed è dalle _Memorie_ manoscritte del BONNET, di cui egli volle
esserci generoso, che noi togliamo tutto il racconto della fuga di
Garibaldi traverso le valli di Comacchio, della morte d’Anita e del di
lui miracoloso salvamento. E poichè è il salvatore stesso che parla,
teniamo per errata od incompiuta ogni altra narrazione.
Della generosa parte avuta dal Bonnet in quel tragico episodio, fanno
testimonianza i due seguenti documenti:
(_Municipio di Comacchio, Nº 553._)
«Comacchio, li 6 febbraio 1869.
»_Regno d’Italia._
»_Provincia di Ferrara. — Città di Comacchio._
»Dichiara il sottoscritto che il signor colonnello Nino Bonnet nel
1849, quando il generale Garibaldi, inseguíto sull’Adriatico da legni
austriaci che incrociavano dinanzi alla Venezia, approdava su queste
spiagge, senza temer pericoli si diede ogni cura per salvare quel Prode
come difatti vi riescì, ed è cosa pubblicamente notoria che accusato da
anonimi scritti di aver strappato di mano agli Austriaci il Garibaldi,
fu chiamato da quel Comandante che intimogli alla presenza dei Gendarmi
pontificii gli arresti. È pur noto che il Bonnet gli rispose, che
se avesse dato retta a quegli scritti avrebbe commesso ingiustizia,
e che egli impegnava la sua parola di Capitano d’onore che sarebbe,
ogni qualvolta l’avesse fatto chiamare, comparso a render ragione del
suo operato. Fu messo in libertà, ed invitato poscia a comparire di
nuovo innanzi al medesimo, non valsero le preci de’ suoi amici a che
non si presentasse perchè correva rischio di essere fucilato, ch’egli
volle presentarsi al predetto Comandante, dicendo che mai avrebbe
mancato alla sua parola d’onore, e difatti, presentatosi, venne fatto
arrestare, ed incatenato mani e piedi fu tradotto a Bologna.
»Certifica altresì che i giornali d’allora portavano la di lui
fucilazione: ma essendo giunto in Bologna quattro giorni dopo il Padre
Ugo Bassi e Livraghi, ed essendo stato rimpiazzato al Gorzkowski
il generale Strasoldo meno inumano, dopo trenta giorni fu posto in
libertà, però sempre sospetto ed inviso agli Austriaci.
»Tanto si depone per la verità.
»_Il R. Sindaco_
»Firmato — L. FELETTI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata
collazionata.
»_L’Assessore municipale_
»CARLI.»
«Lovere, 7 agosto 1859.
»Carissimo Amico,
»In nessuna circostanza della vagante mia vita io non vi ho mai
dimenticato. E come potevo scordare voi, che foste il mio Angelo
salvatore, nell’ora del pericolo, e di angoscie che non si potrebbero
nemmeno desiderare ad un nemico?
»Io sono contento d’aver con me vostro fratello, ed avvicinandomi verso
le vostre contrade io spero riunirmi anche con voi al conseguimento
della sacra missione che ci siamo proposta.
»Le reliquie della cara mia donna, che foste tanto gentilmente buono da
custodire, e per cui vi devo tanta gratitudine — che non si rimuovano
per ora — noi le traslocheremo quando fia d’uopo.
»Circa le vostre memorie — troppo onorevoli per i miei piccoli fatti —
io lascio a voi libera disposizione; spero non tarderemo a rivederci, e
sono intanto per la vita
»Vostro
»Firmato — G. GARIBALDI.
»La presente copia è conforme all’originale, col quale è stata
collazionata.
»_L’Assessore municipale_
»CARLI.»
[160] Il 3 giugno.
[161] Ecco il Rapporto del Delegato di polizia di Ravenna:
«GOVERNO PONTIFICIO.
»_Direzione generale di Polizia in Ravenna._
»_Rinvenimento d’ignoto cadavere._
»Eccellenza Reverendissima,
»Mi reco a premuroso dovere di rassegnare rapporto a Vostra Eccellenza
Rev.ma sul rinvenimento d’ignoto cadavere.
»Venerdì scorso, 10 corrente, da alcuni ragazzetti in certe larghe, di
proprietà Guiccioli alle Mandriole in distanza di circa un miglio dal
porto di Primaro, e di circa undici miglia da Comacchio, fu trovato
sporgere da una motta di sabbia una mano umana. Presso la ricevuta
notizia andette ieri la Curia in luogo, dove giunta fu osservata la
detta mano e parte del corrispondente avambraccio che erano stati
divorati da animali e dalla putrefazione. Fatta levare la sabbia che
vi era per l’altezza di circa mezzo metro, fu scoperto il cadavere di
una femmina, dell’altezza di un metro e due terzi circa, dell’apparente
età di trenta a trentacinque anni, alquanto complessa; i capelli già
staccati dalla cute, e sparsi fra la sabbia, erano di colore scuro,
piuttosto lunghi, così detti alla puritana,
»Fu osservato avere gli occhi sporgenti, e metà della lingua pure
sporgente fra i denti, nonchè la trachea rotta ed un segno circolare al
collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento. Nè alcun’altra
lesione fu osservata nella periferia del di lei corpo; fu veduto
mancarle due denti molari nella mandibola superiore alla parte sinistra
ed altro dente pur molare alla parte destra della mandibola inferiore.
Sezionato il cadavere, fu trovato gravido di un feto di circa sei
mesi. Era vestita di camicia di cambrick bianco, di sottana simile, di
bournous egualmente di cambrick fondo paonazzo fiorato bianco, scalza
nelle gambe e nei piedi, senza alcun ornamento alle dita, al collo,
alle orecchie tuttochè forate. Li piedi mostravano d’essere di persona
piuttosto civile e non di campagna, perchè non callosi nelle piante. La
massa delle persone accorse dalle Mandriole di Primaro, di Sant’Alberto
ed altri finitimi luoghi non seppero riconoscere il cadavere. Non si è
potuto stabilire il colore della carnagione per essere il cadavere in
putrefazione, nel qual caso non rappresenta il color naturale. Nè si
credette trasportarlo in più pubblico luogo per la ricognizione, atteso
il gran fetore, per cui fu subito sotterrato anche per riguardo della
pubblica salute.
»Tutto ciò conduce a credere che fosse il cadavere della moglie o
donna che seguiva il Garibaldi, sì per le prevenzioni che si avevano
del di lei sbarco da quelle parti, sì per lo stato di gravidanza. Fin
qui è oscuro come sia giunta quella donna in quei siti, e come sia
rimasta vittima. Si stanno però praticando le opportune indagini, delle
quali sarà mia premura sottomettere all’E. V. Rev.ma all’opportunità
l’analogo risultato.
»Intanto con perfetta stima e profondo rispetto ho l’onore di ripetermi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, 12 agosto 1849.
»Dev.mo servitore
»A. LOVATELLI, _Delegato_.»
«GOVERNO PONTIFICIO.
»_Direzione provinciale di Polizia in Ravenna._
»_All’Eccellenza Reverendissima_
»_di Monsignor Commissario straordinario — Bologna._
»Eccellenza Reverendissima,
»In seguito al precedente mio rispettoso foglio del 12 corrente con
egual numero, _sottoponeva_ all’E. V. Rev.ma che col mezzo delle
indagini praticate dalla Polizia e con segreti confidenti da lei posti
in giro, ho potuto venire nella chiara e precisa conoscenza dei fatti
relativi al rinvenimento dell’ignoto cadavere di donna. Non vi ha
in oggi più dubbio che il suddetto cadavere non sia della donna che
seguiva Garibaldi. _Fu dessa condotta moriente su di un biroccino da
Garibaldi istesso alla casa colonica dei fratelli Ravaglia_, fattori
dei marchesi Guiccioli in una di lui proprietà alle Mandriole. _La
donna era invasa da febbre perniciosa_, siccome espresse il medico
Nannini di Sant’Alberto, che, trovatosi presente colà casualmente
all’arrivo di essa, le tastò il polso. Asportata in una camera ed
adagiata su di un letto, le fu apprestato il soccorso di un bicchiere
d’acqua, ma non appena ne sorbì pochi sorsi cessò di vivere.
»Eravi presente il Garibaldi, il quale si sfogò in atti di
inconsolabile dolore per tale disgrazia e poco dopo si diede alla fuga,
raccomandando a quella famiglia di dare onorata sepoltura al cadavere.
Questi fatti avvenivano il 4 corrente verso sera alla presenza di più
che venti persone, essendosi colà riuniti gl’inservienti di quella
fattoria per essere pagati della mercede delle opere prestate nel corso
della settimana.
»Ho subito spedito nel luogo un impiegato di Polizia per procedere
all’arresto dei fratelli Ravaglia, lo che è già stato eseguito;
ed il Tribunale sta ora costruendo l’analogo incarto. Si vede fin
d’ora che li suddetti coloni, compresi da timore di essere rimasti
esposti a grave responsabilità per il ricovero dato momentaneamente a
Garibaldi, e per la morte avvenuta in loro casa della di lui moglie,
si appigliarono al partito di occultare l’avvenimento e quindi si
indussero a sotterrare in campagna quel cadavere.
»Sarà mio dovere informarla delle risultanze del processo; ed intanto
con perfetta stima e profondo rispetto passo a confermarmi
»Di V. E. Rev.ma
»Ravenna, li 15 agosto 1849.
»Umil.mo dev.mo servitore »A. LOVATELLI, _Delegato_.»
Vedi _Il Governo pontificio e lo Stato romano_, ec., Documenti già
citati.
[162] «L’errore a primo giudizio del professor Foschini fu causa che
si credesse che il fattore Ravaglia fosse creduto autore di questo
misfatto, in conseguenza di che venne assalito dal famoso Pelloni,
detto _il Passatore_, che infestava le Romagne, pretendendo dal
Ravaglia i denari rubati a Garibaldi. Ciò fu la causa della morte di un
fratello del fattore cagionatagli dalle percosse avute, ed il Ravaglia
quasi strozzato, ebbe il cordino al collo, e finalmente lasciato dal
Pelloni in uno stato deplorevole.» — (_Nota del_ BONNET.)
[163] Non aggiungiamo nulla a quanto narrò Garibaldi stesso nelle sue
_Memorie_. Vedi in ELPIS MELENA, op. cit., vol. II.
[164] Solo adesso, già composte queste pagine, troviamo la notizia
che Garibaldi non ebbe soltanto tre figli, come fu creduto fin’ora, ma
quattro; cioè oltre a Menotti, Teresita e Ricciotti, anche Rosita, una
bambina partoritagli da Anita nel 1842, e morta a Montevideo nei giorni
in cui egli comandava la spedizione del _Salto_, nel 1846.
Ciò si desume da questi frammenti manoscritti in lapis tutti di pugno
di Garibaldi, che ebbi dalla cortesia del mio amico Basso:
«Un giorno io era al Salto a cinquecento miglia al settentrione
di Montevideo sul fiume Uruguay, confluente del Rio della Plata.
La fortuna s’era compiaciuta di favorirmi in ogni mia operazione.
Col mio piccolo contingente di dugento Legionari italiani, onore
dell’armi italiane, e pochi cavalli — posso dire pochi, poichè erano
sei soli i cavalli imbarcati al principio della spedizione — si erano
operati prodigi, e mi trovavo alla testa d’una rispettabile colonna
di fanteria, cinquecento cavalieri e circa duemila cavalli presi dal
nemico. Il dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la Colonia
militare in uno stato floridissimo.
»Io dico Colonia militare, poichè essendo spopolato il paese e tutta la
gente da noi liberata dai nemici, che l’avevano strappata a forza dalla
città del Salto e condotta sulle sponde del Tapevi ed ove intieramente
li sbaragliammo — dico dunque Colonia, perchè erimo noi obbligati di
custodire l’unico prodotto del paese: il bestiame.
»In quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato,
cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele. Quando giuntami una lettera
dal generale Pacheco, allora ministro della guerra in Montevideo,
laconicamente diceva:
»_Vostra figlia Rosita è morta! In ogni modo dovrete saperlo._ — Dunque
tu non sei padre! non lo fosti! e non lo sarai giammai! — Tale era e fu
quell’uomo! — Perchè se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l’amore
per una figlia. Io ero stato l’amico di quell’uomo, e da quel momento
la sua memoria mi faceva ribrezzo.
»Lo avrei saputo, sì; e come non saperlo; io amavo tanto quella mia
creatura; me ne sarei addolorato in qualunque modo — però mi sembrò sì
villano il modo di colpirmi, che mi scosse sì dolorosamente, e che non
ho potuto mai perdonargli.
»Io avevo amato e stimato il Pacheco; quando Montevideo, scevro
dell’animosità di parte, ricorderà con gratitudine gli uomini che
faticarono alla gloriosa sua difesa di dieci anni, certo il generale
Pacheco, col generale Paz, figureranno alla testa de’ suoi prodi
difensori, e meriteranno un ricordo dalla nuova Troia.
»L’uomo apprezza l’opera tua, e vorrebbe possibilmente fatta migliore
dell’altrui. E la donna, poverina, che soffre tanto nell’opera sua? non
ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una
buona cosa — nel bimbo o nella bimba — ch’ella diede alla luce! Tale
era la mia povera Anita; e se dovessi raccontare tutte quante le doti
ch’ella aveva trovato nella nostra Rosita, sarebbe cosa incredibile.
»Comunque fosse, Rosita era una bellissima, una carissima bambina! Morì
dai quattro ai cinque anni: l’intelligenza sua era precoce, ed ella si
estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri,
nell’Infinito, la luce del primogenito della Natura, gradatamente,
dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la
madre che non si addolorasse! che si troverebbero presto, per non _più
dividersi_! — era un mondo di cose gentili!
»Infine, io passerò per un visionario. Ma così sincere, così veridiche,
così scolpite nel suo spirito, mi sembrarono le ultime parole della
figlia alla madre raccontatemi dalla mia Anita, quando giunse al Salto
(ove la chiamai per paura che mi diventasse pazza), ch’io risposi
all’addolorata consorte. — Oh sì! noi rivedremo la nostra Rosita,
l’anima nostra è immortale!... e questa vita di miserie non è che
un episodio dell’immortalità! e divina scintilla, parte della fiamma
infinita che anima l’Universo. — »
[165] Del matrimonio di Garibaldi con Anita si dubitò fino agli ultimi
giorni; parecchi anzi, fondandosi sull’errore che Anita fosse già
maritata, lo negavano addirittura. Il seguente _Atto matrimoniale_,
ottenuto da Montevideo mercè la squisita gentilezza del signor Ministro
dell’Uruguay, P. Antonini y Diez, tronca ogni dubbio e chiude la
controversia:
«(Hay très sellos) 031318.
»Martin Perez, Cura Rector de la Parroquia en San Francisco de Asis en
Montevideo,
»Certifico: que en el Libro primero de matrimonios de esta Parroquia al
folio diez y nueve vuelto, se lee la partida que trascribo: «En veinte
y seis de marzo di mil ocho cientos cuarenta y dos: Don Zenon Aspiazú,
mi lugar Teniente Cura de esta Parroquia de San Francisco de Asis
en Montevideo, autorizó el matrimonio que in facie Ecclesiæ contrajó
por palabras de presente Don José Garibaldi, natural de Italia, hijo
legitimo de Don Domingo Garibaldi y de Doña Rosa Raimunda; con Doña Ana
Maria de Jesus, natural de la Laguna en el Brasil, hija legitima de Don
Benito Riveiro de Silva y de Doña Maria Antonia de Jesus, habiendo el
Señor Provisor y Vicario General dispensado dos conciliares proclamas
y practicado lo demas que previene el derecho: no recibieron las
benediciones nupciales por ser tiempo que la Iglesia no las imparte.
Fueron testigos de su otorgamiento Don Pablo Semidei y Doña Feliciana
Garcia Villagran: lo que por verdad firmo yo el Cura Rector — Lorenzo
A. Fernandez.»
»Concuerda con el originai y á solicitud de parte interesada expide el
presente en Montevideo á veinte y siete de Enero de mil ocho cientos
ochenta y uno.
»MARTIN PEREZ.
»Buono per la legalizzazione della firma sovraposta del signor Martin
Perez, parroco della Matriz a noi ben cognita.
»Montevideo, 8 febbraio 1881.
»Il Vice-Console
»PERROD.»
(L. S.)
[166] _Amigo_ è quasi un intercalare nel discorso domestico di
Garibaldi; ricordo della lingua spagnuola. L’aneddoto l’avemmo dal
generale Sacchi, che fu anche, se la memoria non ci fallisce, colui che
interrogò Garibaldi.
[167] Felice Orrigoni di Varese, patriotta, soldato, marinaio, milite
negli ultimi anni della Legione italiana, combattente a Roma nel 1849
ed in Valtellina; partito per la Sicilia colla spedizione Medici;
capitano di corvetta del Dittatore; simpatica e onesta figura di
patriotta.
[168] Poche e sommarie rispetto alla materia e al desiderio nostro,
ma pure inedite in gran parte e crediamo tutte nuove e interessanti.
Le togliemmo parte da altre lettere del BONNET, parte dall’opuscolo:
_Da Prato a Porto Venere_, ossia _Un episodio della vita del generale
Giuseppe Garibaldi_, narrato al Popolo dal dottor RICCIARDO RICCIARDI.
Grosseto, 1873.
[169] Parlamento subalpino. Tornata 10 settembre 1849.
[170] _Commemorazione di A. La Marmora_, pag. 25. Firenze, G. Barbèra,
edit., 1879.
[171] Garibaldi accettò la pensione per la madre e la rifiutò per sè.
Nelle _Lettere ad Antonio Panizzi_ (G. Barbèra, edit., 1880) se ne
legge una di Massimo D’Azeglio del 25 luglio 1864, la quale dice: «Io
ho sempre amato ed ammirato Garibaldi. Quando fu rotto a Cesenatico,
trattavo la pace coll’Austria e incaricai i Plenipotenziari di salvarlo
potendo. Poi gli feci dare una pensione _che accettò per la madre e
rifiutò per sè_.» (Pag. 479.) Ora come mai il La Marmora dimenticò
questo particolare, che il D’Azeglio, allora Presidente del Consiglio
de’ Ministri, così bene ricorda?
[172] ALFRED DE REUMONT, _Appunti alla Storia d’Italia_, pag. 205.
Berlino, 1855.
[173] Dai frammenti di manoscritti datimi da G. Basso.
[174] Tutte queste notizie intorno ai viaggi di Garibaldi dall’America
alla Cina e di là in Italia, le raccogliemmo da una lunga lettera di
Giovanni Basso, uno de’ marinai della _Carmen_ e del _Commonwealth_;
e d’allora in poi amico, segretario, soldato, intimo per trent’anni di
Garibaldi.
[175] In una specie di _Bilancio_ scritto tutto di suo pugno da
Garibaldi, troviamo, che dall’America potè riscuotere 25,000 lire e
che 35,000 le ereditò dal fratello Felice. Udimmo noi stessi dire più
volte, che quando comperò la Caprera poteva avere di suo circa 60,000
lire.
Alludono poi così alla morte del fratello, come a’ suoi viaggi a
Nizza ed a Genova, le seguenti due lettere a quel Felice Orrigoni che
accompagnò Anita Garibaldi da Nizza a Roma:
«Nizza, 31 ottobre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho inteso con piacere il tuo felice ritorno e mi rincresce della
perdita dell’aspettato vapore. T’invio un ordine per il signor
Mangiapan acciò ti rimetta l’incarico del Salvatore, e ti prego
di liquidare in luogo mio la differenza insorta tra il suddetto e
l’equipaggio.
»Io non potrò recarmi a Genova sennonchè tra alcuni giorni, avendo qui
mio fratello moribondo, che non posso lasciare.
»Tuo G. GARIBALDI.»
«Nizza, 29 novembre 1855.
»Caro Orrigoni,
»Ho la tua del 27: sono contento della vertenza Mangiapan ed
equipaggio. Partirò per Genova lunedì, benchè sono persuaso che il
_Salvatore_ non abbisogna di me essendo tu a bordo. — Comunque sia,
se fa mestieri starò in Genova; ma se si dovesse rimanere lungo tempo
nell’ozio, penso di far una passeggiata in Sardegna a veder come stanno
le beccaccie.
»Tuo G. GARIBALDI.
»Antonio Riva o Cenni sanno dove trovar specchi.»
[176] Lo riferisce in una sua lettera al marchese Pallavicino lo stesso
Foresti. — Vedi _Daniele Manin e Giorgio Pallavicino: Epistolario
politico 1855-1857_, con note e documenti di B. E. MAINERI, pag. 163.
Milano, tip. edit. Bertolotti, 1878.
[177] Ciò risulta manifestamente da questa lettera del Cosenz a Giorgio
Pallavicino inserita nel detto _Epistolario_, pag. 400:
«Torino, 11 giugno 1856.
»Pregiatissimo Signore,
»Ecco quanto mi viene assicurato da fonte sicura e da varii altri
canali, cioè che la parte _meridionale_ è disposta a muoversi, qualora
non fosse affatto deficiente d’armi. Certo, non fuvvi mai opportunità
migliore di questa, essendovi l’approvazione di tutti i patriotti
italiani, a qualsiasi partito politico essi appartengano. Qualora poi
si potessero introdurre armi, e, ciò ch’è meglio, un poderoso numero
d’armati, non è a dubitarsi che il paese tosto non insorga. Dal di
fuori non si potrebbe iniziare un movimento di qualche importanza
senza l’appoggio di una Potenza. Or ci si fa credere che l’Inghilterra
lascierebbe fare, facendosi cautamente; ed anzi permetterebbe che
la Legione anglo-italiana venisse imbarcata; su che vennero di già
iniziate le necessarie pratiche. Per poter meglio ciò eseguire, vi
abbisognerebbero due vapori; e siccome ne vennero proposti due, ed a
buon prezzo, così ci fa mestieri, prima d’inoltrarci nelle pratiche,
sapere se in tempo utile avremmo disponibile una certa somma. Garibaldi
sarebbe fra i caldi promotori di questa impresa; ha già visitati
i vapori, e li ha trovati adatti allo scopo. Egli si ripromette
molto nella riuscita, se le cose saranno realmente nelle condizioni
suindicate. Io poi vi posso assicurare che tutti quelli che hanno
a cuore il nostro paese, non mancheranno di prendere parte a simile
fatto. Oggi non è mestieri parlare di programma politico, che è nel
cuore di tutti, ed è l’indipendenza e l’unificazione della patria
nostra.»
[178] Giorgio Pallavicino a Daniele Manin (op. cit., pag. 197):
«Intanto si lusinga il bravo Garibaldi per corbellarlo in appresso. Mi
duole all’anima di quel valentuomo, il quale presta fede alle parole di
Camillo Cavour. Senza un cambiamento di Ministero in Piemonte, l’Italia
non si farà in eterno: abbilo per vangelo.»
E altrove, 23 settembre 1856 (pag. 204):
«L’Italia in questo momento non ha peggior nemico del Cavour.»
[179] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 172.
[180] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 533.
[181] _Daniele Manin_, ec., op. cit., pag. 312.
[182] Garibaldi era stato chiamato per mezzo di Giuseppe La Farina
coll’intesa che fosse a Torino per la fine di novembre; ma poi
avendo il conte di Cavour scritto al La Farina che il Generale poteva
aspettare a venire fino alla fine di dicembre, questi non arrivò a
Torino che il 20; e il 22 era già di ritorno a Caprera.
Così i particolari di questo viaggio, come i documenti riguardanti
il complotto dei Ducati, di cui si parla più sotto, si ritraggono
dall’_Epistolario_ di GIUSEPPE LA FARINA, vol. II, pag. 82, 83, 84,
91, 92, 97, 98, 99, 110 e 124. Nell’_Epistolario_ stesso si leggono
parecchie lettere di Garibaldi non prive d’interesse; due delle quali
non possiamo astenerci dal riprodurre:
«_A Giuseppe La Farina — Torino._
»Genova, 22 dicembre 1858.
»Carissimo amico,
»Parto oggi alle 9, ed in caso che le circostanze ci precipitino
all’azione (ciò che non sarebbe impossibile), mandatemi un vapore.
Chiunque de’ possidenti vapori in Genova può dare un vapore per
l’oggetto, in caso non si potesse mandare un vapore da guerra.
»Gli elementi rivoluzionari tutti sono con noi; è bene che Cavour
se ne persuada, in caso non lo fosse pienamente, e che vi sia
fiducia illimitata. Credo pure necessario che il Re sia alla testa
dell’esercito, e lasciar dire quei che lo trattano d’incapacità. Ciò
farà tacere le gelosie e le ciarle, che disgraziatamente fanno uno
degli attributi di noi Italiani. Egli conosce oggi di chi si deve
attorniare. La dittatura militare è nel convincimento di tutti: dunque,
per Dio! che sia senza limite. Io ho raccomandato in Lombardia, in
Toscana: _Non movimenti intempestivi a qualunque costo_. La venuta
delle leve nello Stato nostro, e quella degli studenti di Pavia,
è un fatto che voi potrete ingigantire a vostro piacimento. Io ho
raccomandato che ve ne avvertino.
»Vi prego tanto di scusarmi su quanto vi ho detto. Io non ho certamente
la pretensione di consigliarvi, ma di dirvi francamente la mia
opinione.
»Addio, comandate
»il vostro
»G. GARIBALDI.»
«_A Giuseppe La Farina — Torino._
»Caprera, 30 gennaio 1859.
»Carissimo amico,
»Avevo già risposto alle antecedenti vostre, quando mi giunse l’ultima
del 23. Io sono contentissimo del buon andamento delle nostre cose,
e non aspetto che un cenno vostro per partire. B.[183] credo che
finirà per venire con me, ad onta d’aver ancora certe mazzinerie;
in caso contrario, noi faremo pure senza. Circa alle suggestioni che
potrebbero venirmi da quei di Londra, state pur tranquillo. Io sono
corroborato nello spirito del sacro programma che ci siam proposti, da
non temere crollo, e non retrocedere nè davanti ad uomini, nè davanti a
considerazioni. Io non voglio dar consigli al Conte, nè a voi, perchè
non ne abbisognate; ma colla parola vostra potente sorreggetelo e
spingetelo sulla via santissima prefissa. Italia è ricca d’uomini e di
danari. Egli può tutto; che faccia tutto, e qualche cosa di più ancora.
I nostri nemici ed i suoi più ancora lo rimprovereranno di non aver
fatto, che d’aver mal fatto. Che l’organizzazione de’ Corpi Bersaglieri
già menzionati sia su scala spaventosa: noi non avremo mai fatto
troppo; ed io bacierò piangendo la mano che ci solleva dall’avvilimento
e dalla miseria. Scrivo al Presidente nostro pure.[184
»Sono per la vita
»vostro
»G. GARIBALDI.»
]
[183] Allude certamente al dottore Agostino Bertani.
[184] Cioè al Pallavicino, presidente della Società nazionale.
[185] Il _Diritto_ del 3 marzo 1859 diceva: «Il generale Garibaldi
è giunto a Torino;» vi doveva dunque essere arrivato fino dal giorno
antecedente.
[186] L’ordine del Cialdini suonava così: «Gli Austriaci avanzano
per la sinistra del Po dopo di aver passato la Sesia a Caresana;
giungeranno presto innanzi alla mia testa di ponte; non intendo di
dare ordini, ma sarei lieto se la vedessi giungere colla sua colonna
dei Cacciatori delle Alpi; la consiglio a sbrigarsi, perchè il nemico
persiste nel voler gettare un ponte a Frassineto, e allora sarebbe
quasi impossibile entrare in Casale.» — _I Cacciatori delle Alpi_, ec.,
di FRANCESCO CARRANO, pag. 194-195.
[187] FRANCESCO CARRANO, op. cit., pag. 206.
[188] Lo riproduciamo come documento storico e psicologico insieme.
Poche volte lo stile fu più esattamente l’uomo.
«Lombardi, voi siete chiamati a nuova vita, e dovete rispondere alla
chiamata, come risposero i padri vostri in Pontida e in Legnano.
Il nemico è lo stesso, atroce, assassino, depredatore. I fratelli
vostri d’ogni provincia hanno giurato di vincere o morire con noi.
Le ingiurie, gli oltraggi, le servitù di venti passate generazioni
noi dobbiamo vendicare e lasciare a’ nostri figli un patrimonio non
contaminato dal puzzo del dominatore soldato straniero. Vittorio
Emanuele, che la volontà nazionale ha eletto a nostro duce supremo,
mi spinge tra di voi per ordinarvi alle patrie battaglie. Io sono
commosso della sacra missione affidatami, e superbo di comandarvi.
All’armi dunque! Il servaggio deve cessare, e chi è capace d’impugnare
un’arma, e non l’impugna, è un traditore. L’Italia con i suoi figli
unita e purgata dalla dominazione straniera, ripiglierà il posto che
la Provvidenza le assegnò tra le nazioni.» — CARRANO, op. cit., pag.
249-50.
[189] L’inviato era l’ingegnere Cesare Piccinelli; ecco la lettera del
podestà Carcano:
«Varese, 23 maggio 1859.
»Ore 6 ant.
»S’incarica il signor ingegnere Cesare Piccinelli per mandato
particolare di speciale confidenza di tosto recarsi a Sesto-Calende,
ed in qualunque altro paese abbia fermato il proprio Quartiere generale
la colonna dell’Esercito italiano che ha stamattina varcato il Ticino,
di presentarsi al Comandante della colonna stessa onde porgergli in
nome di questi cittadini un benvenuto di cuore, e chiedergli e ricevere
istruzioni sul contegno del Municipio di Varese per le occorrenze del
momento.
»_Il Podestà_
»Ing. CARLO CARCANO.»
Vedi _Varese, Garibaldi ed Urban nel 1859_, ec., del sacerdote GIUSEPPE
DELLA VALLE. Varese, tip. G. Carreglio, pag. 31.
[190] È vero che la sera del 23 il nemico non era ancora comparso a
Gallarate, e che perciò la marcia Sesto-Varese poteva tenersi da quel
lato sicura; ma la compagnia De Cristoforis serviva sempre a mantenere
il nemico nell’illusione che Garibaldi fosse sempre a Sesto, e quindi
lo richiamava verso quel punto, distogliendolo dall’idea di voltare
direttamente per Gazzada o per Tradate su Varese, come avrebbe potuto
fare.
[191] _Varese, Garibaldi ed Urban_, ec., pag. 40.
[192] Proclama del generale Giulay da Garlasco, 24 maggio 1859. Curioso
che il Generalissimo imperiale chiami _civile_ la guerra tra i suoi
Tedeschi e noi Italiani. Proprio vero: con quei signori non ci siamo
intesi mai, nè credo c’intenderemo. Vedilo nell’opera succitata,
_Varese_, ec.
[193] Nella _Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie 1859,
rédigée au Dépôt de la Guerre d’après les Documents officiels, étant
directeur le général_ BLONDEL, _sous le Ministère de S. E, le maréchal
comte_ BARDON, a pag. 102 si legge:
«Mais, dès le 12, le bruit du mouvement opéré par Garibaldi était
arrivé à Milan et au quartier général de la deuxième armée. Le
Gouverneur civil et militaire de Milan, feld-maréchal-lieutenant
Melezes de Kellermes, dirigea immédiatement sur Varèse des détachements
de la garnison de Milan, pendant que le général Urban recevait du comte
Giulay l’ordre de rejoindre la brigade Rupprecht et de marcher sur
Garibaldi.
»Cette brigade, qui faisait partie de la division de réserve, se
composait de:
»1 Bataillon du régiment frontière de Szluin (nº 4).
»3 Bataillons du régiment de Kellner (nº 41).
»1 Batterie à pied, de 12.
»1 Batterie de fusées.
»2 Escadrons de hussards comte Haller (nº 12).»
Valutando i battaglioni austriaci a mille uomini, sarebbero stati
cinquemila fanti, centosessanta cavalli, sei pezzi d’artiglieria e
una batteria di razzi che il generale Urban aveva a’ suoi comandi. Ma
supponendo che n’abbia lasciati una parte a Como, portò sempre contro
Garibaldi quattromila uomini.
[194] Nell’opera più volte citata del maggiore G. CARRANO, _Garibaldi e
i Cacciatori delle Alpi_.
[195] Il generale Urban doveva far partire la colonna aggirante tra
Malnate e Belforte. Anche di là non poteva, è vero, andare che per
sentieri, ma aveva due terzi meno di cammino, e in un’ora al più poteva
essere in linea. Io penso poi che, anche spiegato da quella parte
l’attacco, il solo battaglione mandato ad eseguirlo non bastava a
snidare dalle forti posizioni Garibaldi, che vi si teneva concentrato
con sette od ottocento uomini. A parer mio soltanto con dimostrazioni
più forti sul centro e sulla sinistra, combinate con un vero e serio
attacco girante da sinistra, e il generale Urban era in forze da
tentarlo, la posizione di Varese poteva essere espugnata. Invece non fu
neanche seriamente minacciata.
[196] Ecco il quadro delle sue forze desunto dall’opera citata:
_Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie_, pag. 104-105:
_Generale Rupprecht._
1 Battaglione reggimento frontiera di Szluin (nº 4).
4 Battaglioni del reggimento Kellner (nº 41).
_Generale Augustin._
1 Battaglione frontiera di Titel.
4 Battaglioni del reggimento Principe di Prussia (nº 34).
_Generale Schaffgotsche._
3 Battaglioni di Cacciatori.
Il 14º battaglione di Cacciatori.
1 Battaglione del reggimento Don Miguel (nº 39).
1 Battaglione del reggimento Arciduca Ranieri (nº 59).
[197] Non però per cagion sua. Essa doveva attaccare quando sentisse
cominciato il fuoco alla sua sinistra, e siccome una squadra della
compagnia Susini sparò senz’ordine e prima del tempo, così anche il
De Cristoforis fu tratto in inganno da quella fucilata. Del resto,
gli ordini da lui ricevuti non gli permettevano di perdersi in indugi.
Fu il generale Garibaldi in persona che, passando dinanzi alla fronte
della compagnia pronta all’attacco dietro la Villa Amato, disse al De
Cristoforis: «Capitano, appena udite la fucilata e passato questo muro,
caricate alla vostra maniera.» Testuali parole udite da me stesso, e
che son ben lieto di scrivere qui a maggior giustificazione di quel
valente ufficiale e mio dilettissimo amico, ingiustamente accusato
d’aver troppo precipitata l’azione in quella giornata.
[198] A Varese aveva perduto tra morti e feriti circa ottantaquattro
uomini, e a San Fermo trentacinque; per cui, sottraendo ancora le
compagnie lasciate a Como ed a Lecco, la squadra rimasta a Varese e
i malati (in tutto circa quattrocento uomini), si può con certezza
affermare che la colonna in quel giorno (28) non arrivava a duemila
novecento combattenti.
[199] La citata opera (_Campagne de l’emp. Napoléon III en Italie_,
pag. 106) dice: «Pour atténuer l’horreur d’une pareille mesure le
général Urban a prétendu que le tir des pièces était dirigé de manière
a épargner la ville et a n’atteindre que quelques grands bâtiments
isolés et inhabités.»
Contro le parole del bombardatore attestano le vestigia del
bombardamento visibili ancora in molte case, certo non isolate nè
disabitate. E chi voglia saper la verità tutta, legga quel che ne
scrive uno degli ostaggi ritenuti dall’Urban, testimonio del feroce
spettacolo:
«Alle ore sei pomeridiane precise cominciò il bombardamento della
città. Sessanta e più furono i colpi di cannone scaricati nello
spazio di poco tempo. Alle nove circa fu ripetuta la scarica a
doppia dose. Per maggior colmo di barbarie, e perchè avesse a farci
maggiore impressione l’orrendo spettacolo, ci si aprivano le finestre.
Ogni colpo era come una stilettata al cuore per gli astanti che
si immaginavano il pericolo dei loro più cari. Si cominciava colle
artiglierie del Quartiere generale alla Villa Pero di casa Picinini,
comandate dal _valoroso_ tenente-maresciallo Urban; poco dopo vi
rispondevano quelle situate sulle alture di Giubbiano, sulla spianata
di Montalbano, di San Michele di Bosto, e da ultimo quelle di San
Pedrino, ove ci trovavamo noi stessi. In quel momento il suolo ci
ballava sotto i piedi, e non pochi vetri cadevano spezzati.»
Il libro poi da cui togliamo questo brano (_Varese, Garibaldi ed
Urban_, pag. 117), soggiungeva:
«Nel secondo bombardamento i colpi scagliati furono circa
duecentocinquanta. Vennero diretti specialmente al campanile, che si
voleva forse castigare perchè fu suonato a stormo la mattina in cui
gli Austriaci furono battuti a Biumo Inferiore, ed _a festa_ il dì
in cui s’inaugurò il Governo costituzionale ed italiano di Vittorio
Emanuele, la sera in cui giunse Garibaldi, e quando questi ritornò
dopo le riportate vittorie; alla cupola della Basilica, intanto che si
beffeggiava la Religione; ad alcune ville e case, che ne furono assai
malconcie e danneggiate; all’Ospitale stesso, dove, cogli ammalati e
coi feriti nostri, trovavansi anche i feriti austriaci.»
[200] «L’État-Major du commandant de la deuxième armée sembla voir une
grande portée politique et militaire dans l’entreprise de Garibaldi
sur Como. D’habiles officiers inclinaient à penser quelle devait être
le prélude de graves opérations et le présage d’une attaque sérieuse
sur l’aile droite autrichienne. Mais dans un Conseil de guerre tenu à
Garlasco le 27, le comte Giulay déclara qu’il n’attribuait aux courses
de Garibaldi dans le nord d’autre caractère que celui d’une simple
diversion, et persévéra plus que jamais dans sa première manière de
voir. Aussi se contenta-t-il de donner, le 28 mai, au général Urban,
l’ordre de reprendre l’offensive contre Garibaldi avec toutes ses
forces, et de tirer de la ville de Varèse une répression exemplaire.»
_Campagne de l’empereur Napoléon III en Italie_, già citata. —
Solamente, come stiamo raccontando, l’Urban non seppe eseguire l’ordine
del suo capo; gli fu facile bombardare Varese, ma quanto a riprendere
l’offensiva, abbiamo veduto che non gli bastarono tre giorni a
risolversi; e dopo quei tre giorni era tardi.
[201] Il RUSTOW, _Campagna del 1859_.
[202] Ci sarebbe difficile raccogliere e correggere tutti gli errori
di fatto che intorno a questa campagna di Garibaldi scrissero e
propagarono anche gli autori militari più reputati. Mi limiterò ad
alcuni esempi.
Il CORSI nel suo _Sommario di Storia militare_ (parte III, pag. 238)
dice «che Garibaldi partì da Biella con seimila uomini,» ed è noto
che la brigata dei Cacciatori delle Alpi, anche nei giorni della sua
maggior forza, non contò più di tremilaquattrocento uomini; che «il 26
maggio l’Urban mosse di nuovo ad assalire Garibaldi a Como,» mentre
tutti sanno che l’assalitore fu Garibaldi; che dopo il colpo fallito
sul forte di Laveno, Garibaldi stava per essere costretto a cercare
scampo in Isvizzera, quando l’apparizione dei Francesi sul Ticino
costrinse l’Urban a retrocedere; mentre noi abbiamo dimostrato che
Garibaldi stette in presenza dell’Urban tre giorni, e che nel momento
in cui egli intraprendeva la sua marcia di fianco da Induno-Como, il
Generale austriaco era ancora con tutte le sue forze a Varese, da cui
non partì col grosso che la sera del giorno 2 giugno.
Il LECOMTE (_Relation hist. et crit. de la Campagne d’Italie en 1859_,
tomo I, pag. 108, 104,105) immagina la scaramuccia sotto Como il 28, 29
e 30 maggio. Vede Garibaldi entrare in Varese il 3 giugno nel momento
in cui gli Austriaci ne sortivano, attaccarli subitamente _à quelque
distance de la ville_, e accelerare così la loro ritirata _tout en leur
faisant quelques prisonniers_, etc. — Non confutiamo.
[203] Oltre il corpo dell’Urban, bisogna calcolare il presidio di
Milano. Dire quindicimila uomini è dir poco.
[204]
Varese.
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| |
| |
Lago | | Como.
Maggiore. | |
| |
----------------
Milano.
[205] Erano il povero Francesco Nullo e Piero Bergamaschi, entrambi
guide di Garibaldi.
[206] CARRANO, op. cit., pag. 393.
[207] La più forte ragione data delle lentezze degli alleati fu il
disegno attribuito al Giulay di dare una nuova battaglia sul Chiese e
dell’anticipato concentramento che vi andava facendo.
È però evidente, che, se l’esercito austriaco avesse dovuto fare una
ritirata precipitosa dall’Adda in poi, o non avrebbe avuto più tempo di
apparecchiarsi alla supposta battaglia, o l’esercito alleato l’avrebbe
colto in flagranti di concentramento, quindi con molta probabilità di
sconfiggerlo.
E mi sembra del pari evidente, che, se i Franco-Sardi arrivavano sul
Chiese soltanto due giorni prima di noi, fra il 16 e il 17 giugno (e
lo potevano), avrebbero potuto riprendere il movimento in avanti fra il
19 e il 20, invece del 23, ed occupare così Solferino senza combattere
e prima che l’Austria avesse avuto tempo di riprendere la progettata
offensiva.
[208] Fece 140 chilometri in quattordici giorni.
[209] Come al Quartier generale principale si chiamassero Divisione tre
mezzi Reggimenti di mille uomini ciascuno, non sappiamo comprendere.
[210] Così lo chiamò in un suo Ordine del giorno Garibaldi: due volte
ferito sul Roccolo di Castenedolo, continuò a combattere; colpito da
una terza palla al petto, fu trasportato a Brescia e vi morì.
[211] Lettera del Cavour al principe Napoleone Girolamo Bonaparte,
23 giugno 1860, citata da NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della
Diplomazia europea in Italia (1859-1861)_, vol. VIII, pag. 168.
[212] In Toscana, G. B. Giorgini, Ubaldino Peruzzi, Marco Tabarrini,
Cosimo Ridolfi, Vincenzo Malenchini, Ermolao Rubieri e Giuseppe Dolfi.
— Nelle Romagne, Marco Minghetti, Gioachino Pepoli, Pietro Montanari,
Carlo Pasolini, i fratelli Rasponi. — A Modena, Giuseppe Malmusi,
Camillo Fontanelli, Luigi Zini. — A Parma, Antonio Cantelli, Jacopo
Sanvitale, Giuseppe Piroli, e molti altri che la brevità mi forza a
tralasciare.
[213] Non furono quelli i soli ufficiali dei Cacciatori delle Alpi
passati nell’Italia centrale; ma Cosenz, Sacchi, Chiassi, Lombardi,
Grioli, Pellegrino entravano nelle Divisioni romagnola e parmense;
Migliavacca, Paggi, Leardi, Bonnet, Bruzzesi, Guerzoni nella Toscana.
[214] Lo confermano queste parole del colonnello Carlo Corsi, del
generale Garibaldi non certo entusiasta;
«Credevasi da molti che Garibaldi, non assuefatto alla regolare milizia
ed avvezzo invece a maneggiare genti raccogliticcie e fare e disfare
a piacere suo, non si sarebbe adattato a quelle pastoie di regola e
disciplina che vincolano le soldatesche stabili, e le avrebbe rotte
per sostituirvi modo di vivere più largo e più democratico, e che
non avrebbe saputo sopportare a lungo quel giogo di soggezione al
Governo di Firenze, cui da principio s’era lasciato indurre a piegar
volonteroso il collo. Egli è fatto per comandare, dicevano, e non per
obbedire. Maneggevole forse finchè le cose procedano secondo i suoi
desiderii, resisterà e drizzerà quella sua testa leonina sul capo di
tutti quando vogliasi trattenerlo o sviarlo. Lo giudicavano quindi
un amico _molto pericoloso_. I fatti che poi seguirono mostrano come
quel giudizio non fosse fallace in quanto concerneva la docilità
del Generale. Ma nel governo della milizia egli amò e coltivò la
regolarità e la stretta disciplina. La sua esperienza medesima lo
aveva persuaso dei pregi delle milizie stabili come istrumenti da
guerra. Era quindi manifesta la contentezza sua dell’avere in sua balía
mezzi tanto più perfetti e poderosi di quelli che sino allora avea
avuto. E non solamente non s’arrischiò a farvi mutazioni di qualche
rilievo per timore di guastarli, ma volle che fossero conservati tali
quali li vogliono le regole della milizia stabile. Insomma, contro
la comune aspettazione, egli apparve in ciò _conservatore_, come il
suo predecessore era apparso _rivoluzionario_. Fu supposto allora
che egli avesse dovuto prendere qualche impegno intorno a ciò o col
barone Ricasoli, o col Ministro della guerra toscano, generale De
Cavero, appartenente all’esercito sardo; tanto più che si seppe non
essergli stato concesso di portar secolui al servizio toscano se non
che pochi dei suoi principali compagni d’arme dei Cacciatori delle
Alpi, mentre egli ne aveva presentato una lunga lista. Ciò spiegasi
da questo che egli aveva avuto informazioni assai cattive circa gli
ufficiali toscani, le quali furono smentite prima dai governanti,
e poi più ancora dalla conoscenza ch’egli acquistò degli stessi
ufficiali. Egli ebbe a dire che li trovava diversi assai e migliori
molto di quello ch’egli avesse potuto figurarsi da quanto gliene era
stato detto. E presto vi fu sincero ricambio di stima e rispetto, e
miglioramento nelle condizioni disciplinari di tutta la Divisione.» —
Vedi _Venticinque anni in Italia_, per CARLO CORSI, vol. I, pag. 366.
E poco dopo:
«Errano coloro che credono che Garibaldi faccia guerra alla sventata,
come i condottieri del Medio Evo, o per semplici strattagemmi, da
momento a momento, come i guerrigliatori. Egli sa benissimo quanti e
quali aiuti le carte e i libri offrano ai capi degli eserciti odierni,
ne apprezza molto il valore, e ne fa suo pro, al pari di qualunque
buon capitano. Ogni sua impresa ha per base qualche buon concetto
strategico. Soltanto la sua tattica è piuttosto da guerrigliero che da
generale. Nè potrebbe essere altrimenti, considerato il suo carattere
e la via ch’egli ha seguito per giungere ai sommi gradi della milizia.
Se qualcosa gli manca, non è per fermo la naturale disposizione al
comando o lo studio, ma la pratica del maneggio delle grandi masse
regolari, invece della quale ha l’abitudine della piccola guerra delle
milizie ragunaticce.» — Vedi _Venticinque anni_, ec., pag. 372. — _Su
quest’ultimo giudizio però avremmo qualche cosa a ridire, ma di ciò più
tardi_.
[215] Doveva essere fra il 4 ed il 5 novembre 1859. Erano presenti
Clemente Corte, il Malenchini, il Montanari, il Cairoli, il Basso, il
Paggi ed altri che non ricordo. Le parole in corsivo sono testuali,
delle altre sto mallevadore del senso.
[216] Quella avanguardia era composta del battaglione, nel quale lo
scrittore di queste pagine era luogotenente. Se il contr’ordine del
Fanti tardava mezz’ora, noi eravamo già di là dal confine.
[217] _Storia d’Italia dal 1850 al 1866_, per LUIGI ZINI, vol. I, parte
II, pag. 474.
[218] Vedi NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata della Diplomazia
europea in Italia (1859-1861)_, vol. VIII, pag. 179. Egli cita una
lettera di Marco Minghetti a Urbano Rattazzi, del 7 novembre 1859.
[219] Lo Zini, il Bianchi e parecchi altri parlano qui di Mazziniani;
ma il vocabolo ci sembra improprio. Intorno a Garibaldi di Mazziniani
puri, e intendiamo anche autorevoli, non ce n’era uno solo; e ci
fossero stati, non erano quelli certamente che egli avrebbe preferiti
ed ascoltati.
[220]
«23 novembre 1859.
»Secondo il desiderio della V. M. io partirò il 23 da Genova per
Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole
servizio.
»La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale
Fanti, non è ottenuta ancora. Prego V. M. si degni ordinare mi venga
concessa.
»Con affettuoso rispetto di V. M.
»Devotissimo
»Garibaldi.»
[221] Vedi il Manifesto nel _Movimento_ del 23 novembre 1859.
[222] Vedi la lettera 14 dicembre, da Fino, scritta in francese
al giornale _L’Esperance_, nella quale smentisce e la visita
all’Imperatrice, e, cosa superflua, i pretesi accordi con lei per la
candidatura russa.
[223] È un violento e quasi selvaggio bando di guerra contro i preti,
non dissimile da quelli che uscivano tante volte sotto la concitazione
dell’ira dalla sua penna. Esso diede luogo a non poche proteste di
sacerdoti onesti e amanti della patria, contro i quali certamente
il Manifesto non era rivolto. Quanto agli altri avevan ragione di
risentirsi della forma; ma non so con quali argomenti avrebbero potuto
confutarne il pensiero. Noi ne riproduciamo, anche per brevità, le
ultime parti:
«..... Eppure quella razza reproba siederà domani, e protetta,
accanto ai rappresentanti delle nazioni più cospicue, e chiederà con
insistenza la continuazione, la conferma del suo _potere temporale_,
che vuol dire, in lingua umana, la continuazione, la conferma di
poter pesare sopra alcuni milioni di sventurati Italiani!... come una
sciagura, una maledizione!... la continuazione di un potere che non si
adopera ad altro che a rubare ai poveri nostri fratelli il loro oro
per gozzovigliare schifosamente, a comprare mercenari stranieri per
combattere Italiani!... la continuazione di un potere che non conta
amici, se non che tra i nemici d’Italia.... e tra quelli che vogliono
dividerla e manometterla e soggiogarla!... un potere che ha scagliato
l’anatema sul popolo e sull’esercito rigeneratore.... sul Re prode e
generoso che Dio ha dato agl’Italiani!...
. . . . . . .
»Nell’ora della pugna io sarò con voi.... giovani.... e siate
certi.... questa sarà una grand’epoca per l’Italia. Voi appartenete
alla generazione di liberi.... e liberatori del vostro paese!... Dio
non ha combinato invano tanta virtù in un Monarca!... tanto valore in
un esercito!... tanto fervore in un popolo!... ch’io ho già veduto
combattere degnamente accanto ai primi popoli della terra.... per
abbandonarci all’ignominia del servaggio!... per non redimerci a quella
vita nazionale, ridestata in noi con tanta potenza!
»Il vostro obolo deposto alla sottoscrizione nazionale è un augurio
felice per l’avvenire dell’Italia; ed essa conta — superba! — che
non fallirà il vostro braccio.... ove si debba tornare sui campi di
battaglia!
»Fino, 24 dicembre 1859.
»G. GARIBALDI.»
(_Pungolo_ di Milano, 3 gennaio 1860.)
[224] Vedi _Pungolo_ di Milano del 26 dicembre 1859.
[225] Del colloquio col Re parlarono tutti i giornali di Torino. De’
suoi concetti circa alla Guardia mobile, all’opposizione incontrata,
ec., attesta questa lettera inedita al generale Medici:
«Torino, 5 gennaio 1860.
»Mio caro Medici,
»Anche questa volta ho predicato al deserto. Io credevo di aver
ottenuto di poter organizzare le Guardie mobili in Lombardia. — Ebbene!
Aspettavo oggi nomine, istruzioni, ec.; invece la Diplomazia straniera,
suscitata da Cavour, Dabormida, La Marmora (che chiesero in massa la
loro dimissione per lo stesso motivo), hanno significato al Re «che
non intendevano che vi fosse nello Stato: _Autre force, ou pouvoir,
ou personnes armées, que l’armée du Roi_.» Stupirai di più, quando
saprai che Hudson, ambasciatore d’Inghilterra, da me interpellato,
m’ha dato la suddetta risposta. — Ciò che prova che lui, come tutto il
resto della famiglia diplomatica in corpo, hanno imposto la suddetta
condizione a Vittorio Emanuele.
»Saprai di più che fui richiesto dai liberali di Torino di frappormi
conciliatore tra i loro dissidii; lo accettai con alcune difficoltà
— ed organizzarono la società _Nazione armata_, di cui mi nominarono
presidente.
»Il partito Cavouriano ha fatto il diavolo, perchè nulla di ciò si
effettuasse, ed ho avuto i risultati suddetti per ogni cosa.
»Partecipa questa poco buona nuova agli amici, e credimi sempre
»tuo
»G. GARIBALDI.»
[226] Leggasi questo Manifesto agl’Italiani (_Pungolo_, 5 gennaio 1850):
«AGLI ITALIANI.
»Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore
fra tutte le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad
accettare la presidenza di una società che si chiamerebbe _Nazione
armata_. Credetti poter essere utile; mi piacque la grandezza del
concetto, ed accettai.
»Ma siccome la nazione italiana armata è tal fatto che spaventa
quanto c’è di sleale, corruttore e prepotente, tanto dentro che fuori
d’Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato:
Anatema!
»Il Governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti e, per
non comprometterlo, mi sono deciso di desistere dall’onorato proposito.
»Di unanime accordo di tutti i soci, dichiaro dunque sciolta la società
della _Nazione armata_, ed invito ogni Italiano che ami la patria a
concorrere colle sottoscrizioni all’acquisto di _un milione di fucili_.
Se con un milione di fucili l’Italia, in cospetto dello straniero, non
fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare
dell’umanità. L’Italia si armi e sarà libera.
»Torino, 4 gennaio 1860.
»G. GARIBALDI.»
[227] Il matrimonio fu poi annullato dal Tribunale d’appello di Roma
con sentenza del 14 gennaio 1880.