Pacheco J. Obes.»

[86] Lo togliamo dal Cuneo, che dice avere in suo potere l’autografo.

Egli aggiunge poi con la nota:

«Queste parole dell’Ammiraglio francese non possono far allusione che

alle ripetute calunnie a carico degl’Italiani apparse ne’ giornali

francesi intorno all’occupazione della Colonia, e specialmente ad

articoli pubblicati nella _Presse_, generalmente attribuiti al signor

Page, comandante del brigantino _Ducoëidic_, il quale trovavasi dinanzi

alla Colonia all’epoca dell’occupazione suddetta, e traeva coi cannoni

sugl’Italiani sbarcati, in luogo di mitragliare i nemici. Il signor

Page è tenuto nel Rio della Plata come interessato partigiano di Rosas.

Era ministro di Francia in Montevideo il barone Deffandis.» — CUNEO,

_Biografia di Giuseppe Garibaldi_. Genova, Regia tip. Ferrando, pag.

35.

[87] Anche un uffiziale del _D’Assaz_, brigantino da guerra francese,

confermava col racconto di fatti particolari le maraviglie destate dal

fatto prodigioso.

«Le notizie dell’Uruguay sono che Servando Gomez è stato battuto

da Garibaldi e Baez. Di 1200 uomini di cavalleria e 300 fanti ne ha

perduti 500; 250 furono trovati morti sul campo nella prima sortita,

e 124 la seconda; quattro carri pieni di feriti furono presi due

giorni dopo. Garibaldi aveva 200 uomini; ebbe 33 morti e 53 feriti,

tra i quali ultimi quasi tutti gli ufficiali. Baez ebbe 18 uomini resi

inabili all’armi. Il generale Medina arrivò al Salto il 9 febbraio con

280 uomini.»

[88] Vedi i N.ri 23 e 30 luglio, e 3, 6, 10, 13, 17 agosto 1847 di quel

giornale.

[89] Giovane allora, ora è il commendatore Giuseppe Bertoldi, membro

del Consiglio superiore dell’Istruzione pubblica. Noi riproduciamo qui

tutto il suo Inno non tanto come saggio della sua facoltà poetica,

quanto come un documento storico, che fa al tempo stesso bella

testimonianza dell’antico e generoso amor patrio del poeta:

Beato l’uom che al gemito

Della sua patria oppressa,

Poichè di molti secoli

L’onta pesò sovr’essa,

Si sveglia, e il formidabile

Suo brando impugna in nome del Signor!

E pien della magnanima

Ira di mille petti,

Là dove più fiammeggiano

Gli acciari ed i moschetti,

Fra il denso fumo e gli orridi

Rimbombi, cerca dei nemici il cuor.

Da noi perdono impetrino

Gli oltraggi a noi sol fatti:

Dei popoli le lagrime,

I violati patti

Quaggiù non si perdonano,

E il ferro appena cancellar li può.

Confida negli eserciti,

Empio oppressor, confida;

Prepara Iddio le folgori

E a un braccio sol le affida;

Cadde il gigante esanime

Al primo sasso che un fanciul lanciò.

Oh! ben festeggi, o Genova,

La secolar vittoria,

Che conquistava un Davide

Alla tua bella istoria,

E fece all’implacabile

Aquila le battute ugne tremar.

Or leva dai marmorei

Palagi il capo altero;

China lo sguardo all’Isole

Che il tuo divin nocchiero

Cercò sotto astri incogniti,

Fra le procelle d’intentato mar.

Chi sono quei fortissimi,

Che vinto il lungo assalto

D’un oste innumerevole

Entran festanti in Salto?

Per chi quel serto intrecciano?

Di chi parla quel cantico guerrier?

Itali sono, ed italo

È il Condottier dei forti;

Un giogo iniquo a frangere

Si sfidan mille morti,

Ogni terreno è patria,

Nessun popolo a noi vive stranier.

Chi ne’ tuoi chiusi oracoli

Può penetrar, gran Dio?

Tu dei più eletti spiriti

Vedovi il suol natío;

Tu lasci qui nell’ozio

Tanta gagliarda gioventù morir;

E va Gioberti, vindice

Dell’italo pensiero,

Ad erger su gli elvetici

Dirupi un trono al Vero;

È Garibaldi un fulmine

Che fa l’americane acque stupir.

Quando su noi le barbare

Orde stendean gli artigli,

E la demente Italia

Col sangue de’ suoi figli,

Con l’oro suo mercavasi

Eterno vitupero, e servitù;

Signore, il tuo giudicio

Era tremendo allora;

Ma se di pochi e splendidi

Esempi ancor s’onora,

A serbar vivo un popolo

Basta il pensier d’un solo e la virtù.

Della grand’alma prodigo

Per la non sua contrada,

Altro ei non chiede in premio

Che un tetto ed una spada,

Molte battaglie e vittime

E degli ospiti suoi la libertà.

A noi concedi, o libero

Di Washington nipote,

Il trionfale cantico:

Bello di patrie note,

Più dolce nella memore

Alma del nostro Eroe discenderà.

E noi scemiam gl’ignobili

Trionfi dei conviti;

Noi defraudiam d’un vacuo

Concento i molli uditi;

E dica al mondo un povero

Don che la madre di quei prodi è qui;

Sappiano i nostri parvoli

Il nome del Campione

Con le dipinte immagini

Dell’itala Legione

Di trastullarsi godano,

Per sorger essi ad emularla un dì.

Già fra le rotte tenebre

Penetra un raggio e splende,

I volti si conoscono,

Lo sguardo si comprende:

Nostre non son le fertili

Campagne, e nostro questo ciel non è?

Appiè dell’Alpi battono

Polsi di vita ardenti,

Sorgon concordi, indomiti

Voleri ed alte menti;

Come dell’arme il fremito

Suoni il vero giocondo al cuor del Re.

Non affrettiam precipiti

Il giorno glorioso;

Quel giorno è nella provvida

Mente di Dio nascoso;

Allor che la sua vindice

Destra folgoreggiando accennerà.

E noi sorgiam terribili

Dai campi e dagli spaldi;

In ogni seno palpiti

Il cuor di Garibaldi:

Beato l’uom che l’anima

In quel santo conflitto esalerà!

[90] Mancandocene il testo originale, la togliamo dalla traduzione

italiana delle _Memorie_ di A. Dumas, fatta da VINCENZO BELLAGAMBI.

Firenze, Pietro Del Corona, 1862.

[91] Il Cuneo dice che la lettera del Bedini aveva la data 14 novembre,

e ne dà questo sunto per esteso:

«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si

contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso il

Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e merita

riconoscenza ed elogio.

Col pacchetto inglese che partì ieri trasmisi l’indicato foglio a Roma,

onde siano eccitati anche in più elevati petti i medesimi sentimenti.

Se la distanza di tutto un emisfero può impedire di profittare

di _magnanime offerte_, non ne sarà mai diminuita nè menomata la

soddisfazione nel riceverle.» Conchiudeva con questo voto: «Quelli che

si trovano sotto la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome

che li onora e del sangue che li scalda! Con questo voto sincerissimo

accompagno l’augurio, ec. ec.»

[92] Dobbiamo il documento alla cortesia del generale Giacomo Medici,

che ci fa largo di molte altre carte e notizie.

[93] Nei giornali vedemmo spesso confusi i due nomi. Il signor

Giacomo Antonini, che abitava a Montevideo ne’ giorni della partenza

di Garibaldi, ci chiarì finalmente la causa della confusione. Il

_Bifronte_ venne ribattezzato _La Speranza_ col consenso del Console

sardo.

[94] PACHECO Y OBES, _Réponse aux détracteurs de Montevideo_. Paris,

1849.

[95] PACHECO Y OBES, op. cit.

[96] Così le parole di Lord Howden come quelle di Garibaldi sono

riferite dal CUNEO nella sua _Biografia_, e nelle _Memorie_ edite dal

CARRANO più volte citato.

[97] L’episodio ci fu narrato tal quale dal generale Gaetano Sacchi.

[98] Nella _Concordia_ del 19 giugno 1848 si leggeva:

«_Cronaca politica_. — Si legge nell’_Echo des Alpes Maritimes_: Un

naviglio sardo proveniente da Montevideo annunzia che partì da questa

città nello stesso tempo che una fregata di trentasei cannoni (?),

sulla quale si trova il generale Garibaldi colla Legione italiana. Il

capitano aggiunge che navigò con questa fregata sino al golfo di Lione,

dove i due navigli destinati per Genova si dovettero separare in causa

del cattivo tempo. Ciò vuol dire che non possiamo tardare a vedere il

valoroso Generale e complimentarlo.»

[99] Anche un carteggio del 27 giugno 1848, diretto da Nizza alla

Concordia di Torino, confermava, ampliandolo, il discorso tenuto da

Garibaldi al banchetto di Nizza, e noi lo riproduciamo per documento:

«Giungendo direttamente a Nizza da Montevideo, egli ignorava tutto

quanto era succeduto in Europa dappoi il mese di gennaio, ed era

talmente digiuno delle cose nostre, che, temendovi ancora il capestro

e le persecuzioni del 1833, entrò nel nostro porto inalberando sulla

di lui nave la bandiera di Montevideo; ma quantunque..... (_Qui il

manoscritto, da cui togliamo questi estratti della_ Concordia, _ha

una frase incompiuta e forse sbagliata dal copista, che omettiamo_)

col cuore ulcerato dall’esiglio, conobbe tosto quale giustamente

fosse l’attuale nostra condizione, e ne presentì i bisogni. Fu sempre

repubblicano, e s’avvide che pel bene d’Italia rinunciare pur doveva

alle inveterate sue convinzioni per francamente unirsi a Carlo Alberto,

ed alle sole forme di governo che sono in armonia colle necessità

della Patria, e proclamò altamente l’unione e la perseveranza nel gran

principio che l’Italia _deve fare da sè!_ Disse quindi in occasione

dell’offertogli banchetto: _Tutti quei che mi conoscono sanno se io

sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè

allora i Principi facevano il male d’Italia; ma invece io sono realista

e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna che s’è fatto il

rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a versare

tutto il mio sangue; io sono certo che tutti gli Italiani la pensano al

pari di me; vorrei potervi provare, o miei concittadini, che non ho mai

dimenticato il mio suolo natale, e che la fraterna vostra accoglienza

mi sta impressa nel cuore. Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Nizza!_

E quando poi questo nostro illustre concittadino sentiva alcuni di quei

pochi, i quali affermano che gl’Italiani nulla possono senza l’aiuto

della Francia, ne arrossiva per loro e con rabbia esclamava: _Se gli

uomini temono, radunerò le donne italiane che basteranno a cacciare

gli Austriaci_. Ed a coloro poi che accorrevano volontari sotto il

suo comando, diceva: _Non credetevi che io vi conduca a gozzovigliare;

chè vi toccherà invece patire la fame e la sete, e di dormire sul nudo

terreno, a cielo scoperto, e di reggere ad ogni sorta di fatiche e di

pericoli, giacchè la mia Legione non indietreggia; e non intendo, per

Dio, che abbia mai ad indietreggiare._»

[100] Dei giornali di Nizza e di Genova chi dice novanta, e chi

censessanta. La prima cifra è evidentemente sbagliata, perchè ne aveva

condotti seco soltanto dall’America ottanta, e n’avea già reclutati in

Nizza circa settanta. Dicendo circa cencinquanta, crediamo essere più

prossimi al vero.

[101] La _Concordia_, in una corrispondenza da Genova del 29 giugno,

parla del suo arrivo così:

«Ti scrivo in tutta fretta per dirti che il prode Garibaldi è giunto

ora in porto con novanta uomini della sua invitta Legione. Garibaldi

scenderà a terra incognitamente. In questo punto (ore 1 pom.) sono

discesi sul ponte reale i legionari e defilano a suon di tromba,

preceduti dalla bandiera italiana, collo scudo di Savoia, e dalla loro

propria. Sono tutti giovani alti, robusti e pieni di vita; la maggior

parte sono nostri, come Italiani. Strepitosi applausi vengono innalzati

sul loro passaggio, dal popolo che si accalca lungo le vie. Essi

verranno ospitati nei quartieri militari di San Leonardo.»

E un’altra notizia del 30 giugno aggiunge questi particolari:

«Il prode Garibaldi scese a terra ieri verso le due del pomeriggio,

e recossi difilato ad abbracciare il povero Anzani infermo. Si portò

poscia a far visita al Governatore ed ai sindaci, dai quali fu accolto

con tutti quei riguardi che meritano le eminenti sue virtù militari.

Il Garibaldi era in abito borghese; ed il popolo schieratosi sul

suo passaggio lo accolse con un sonoro batter di palme e di viva

strepitosi. Egli ha con sè centosessanta legionari, metà dei quali

appartengono alla famosa Legione italiana di Montevideo; gli altri sono

nuovi arruolatisi recentemente. Molti ufficiali incanutiti negli stenti

della guerra, infiammati dal santo amor di patria, hanno rinunciato al

loro grado ed ai loro onorarii per correre in Italia e militarvi nella

guerra santa da semplici soldati.»

[102] Il VECCHI (_La Italia, Storia di due anni_, vol. I, pag. 216)

mette in bocca a Garibaldi queste parole:

«Sire, ho combattuto in terra straniera per la libertà d’un paese

ospitale, e Dio benedisse alle armi nostre, illustrando il nome dei

legionari italiani. Con pochi de’ miei giunsi anche in tempo per la

impresa onorata. Ho qui dentro un cuore che ama l’Italia davvero, e

richiede a mercede di poter operare cogli altri ciò che ridondi in di

lei vantaggio e onore.»

Il Re rispondeva aprisse quel suo desiderio ai ministri, dolergli non

poterlo fare di per sè stesso, e accomiatollo con gentili testimonianze

d’affetto.

Non sappiamo dove le abbia tolte. Noi non le abbiamo vedute riferite

in alcun altro luogo. Se i sentimenti sono probabili, lo stile non è

certamente quello di Garibaldi.

Anche il Boggio fa addirittura una scena drammatica dell’incontro di

Garibaldi con Carlo Alberto.

[103] Garibaldi arringava il popolo dal balcone della _Bella Venezia_,

e diceva nell’usato suo stile: «Cari Milanesi! Vi son grato delle

vostre ovazioni, ma questo non è tempo da gridi e da ciarle; è tempo

da fatti. Pur troppo lo sgherro nemico ha ripreso lena e coraggio. Noi

dobbiamo sbarrargli la via al ritorno in queste belle contrade, ec.»

[104] La Legione si radunò per partire alla caserma di San Francesco

in piazza Sant’Ambrogio, che era il luogo delle sue consuete riunioni

per gli esercizi. Questi, ed altri particolari che verrò in seguito

indicando, li tolgo dal manoscritto di ANTONIO PICOZZI, _Episodio

storico concernente i fatti militari di Garibaldi e di Medici nell’anno

1848_.

Il Picozzi, mio carissimo amico e commilitone, fece parte in quell’anno

del _Battaglione Anzani_: le cose da lui narrate adunque meritano piena

fede, ed io m’auguro che il suo Manoscritto veda presto la luce.

[105] Giunta da un’ora la colonna garibaldina in Monza, ci fu un falso

allarme; e poichè il battaglione Anzani era agli avamposti, il Picozzi

narra d’aver «visto egli stesso il Mazzini, armato di carabina inglese,

schierarsi fra i militi della seconda fila disposto a fare ciò che era

compito d’ogni legionario italiano.» (_Manoscritto_ citato)

[106] Lo riportiamo dal CANTÙ, _Della indipendenza d’Italia,

Cronistoria_, vol. II, parte II, pag. 964. Torino, Unione

Tip.-Editrice, 1875.

[107] Il Manifesto restò nascosto parecchi anni; io lo tolgo dal citato

manoscritto: _Episodio storico_, ec., del PICOZZI, il quale lo ebbe dal

suo amico Pietro Perelli, che custodì il prezioso documento durante il

decennio 1849-59 della dominazione austriaca in Lombardia.

[108] Nella _Concordia_ del 4 settembre 1848, tolta dal _Pensiero

Italiano_, troviamo una relazione del combattimento del Medici, scritto

in persona prima e con tale esattezza di particolari che non esitiamo

a dirlo del Medici stesso. Noi lo riproduciamo, facendo una riserva

soltanto sul giudizio ch’egli porta circa il movimento di Garibaldi su

Morazzone; riserva di cui diamo ampia ragione nel testo:

«SVIZZERA.

_Ultime relazioni della colonna Garibaldi._

Lugano, 31 agosto.

Non ho che scoranti notizie ad annunciarvi: tutti i nostri tentativi

ebbero infelicissimo esito, non vi so dire se per difetto di prudente

direzione, oppure per la generale demoralizzazione nata in conseguenza

di tradimenti e della diserzione di non pochi dei principali capi delle

forze lombarde da loro condotte nell’errore di ridursi in Piemonte,

anzichè combattere sul proprio suolo per la vera causa. Garibaldi

solo tentò mantenere attiva l’insurrezione; ma come egli fu debolmente

assecondato e da pochissimi seguíto, dovette finalmente cedere il campo

alla forza prepotente del nemico.

Avrebbe egli però potuto sostenersi più lungo tempo, se, meno ardito,

si fosse mostrato più sulla difensiva sui monti, invece di spingersi

troppo avanti verso la pianura; il nemico difatti colse in buon punto

l’occasione di portarsi egli con grosse colonne allo spalle ed ai

fianchi, e nella notte del giorno 26 Garibaldi colla sua colonna, forte

di milledugento militi, fu sorpreso dal nemico in Morazzone, luogo poco

distante da Varese; alcune bombe vi misero l’incendio, la colonna si

decise a ritirarsi, ma, appena mossa, colta da timor pánico cominciò

a disordinarsi e poco dopo a sbandarsi, e capi e soldati ognuno cercò

salvarsi come meglio potè attraverso i monti. Garibaldi giunse in

Isvizzera con non più di trenta uomini; a poco a poco ne giunsero altri

quattrocento circa; del resto ignoriamo, ma pur troppo dobbiamo temere

sia in gran parte caduto in potere del nemico.

Più fortunato fui io colla mia compagnia, poichè trovandomi distaccato

dalla colonna con missione di fiancheggiarla e di molestare il nemico

con qualche sorpresa, fui invece nella mattina del 24 d’improvviso

assalito da una forza di circa quattromila di fanteria, cinquecento

di cavalleria e due batterie, divisa in più colonne, che da ogni

lato tentavano avviluppare le posizioni che io occupavo. Il fuoco

di fucileria e d’artiglieria fu vivissimo, ma non sgomentò punto i

valorosi miei militi, che bene difendendosi e talvolta attaccando

resistettero quasi quattro ore al fierissimo assalto; per ultimo,

sopraffatto dal numero cotanto sproporzionato, prevedendo che la

ostinazione di pochi minuti di più avrebbe reso, se non impossibile,

difficilissimo il ritirarsi, ho raccolto la mia gente, e con perfetto,

ordine, colla mia piccola bandiera (Dio e Popolo) sventolante, mi

ripiegai sulla frontiera svizzera, sempre però molestato da quei

barbari che per due volte violarono il confine in persecuzione nostra.

La mia perdita in morti e feriti fu sensibile più per la qualità

degl’individui che per la quantità, quella dell’inimico fu dieci volte

maggiore. Non avevo che centodieci uomini con me, occupavamo una linea

di circa un miglio e mezzo disposti in posizioni fortissime con non

difficile ritirata sopra un punto centrico, in modo che era facile

il farci supporre assai più in numero; difatti il Generale nemico

credette d’aver da fare con tutta la colonna Garibaldi; e veramente mi

vien da ridere quando penso a tutte le mosse tattiche e strategiche di

tutta quella grande massa, al trasporto de’ cannoni sulle alture, alle

grida feroci, e con tutto questo lasciarsi contendere per tanto tempo

il passo da sì piccolo drappello di giovani ardimentosi di certo, ma

non anco avvezzi ai movimenti ordinati dei militari. Oh se veramente

gl’Italiani si decidessero a combattere davvero, s’accorgerebbero

tosto del quanto sia infondato il timore che si ha per tutta Italia dei

centomila vandali, se pur tanti sono.»

[109] Il CUNEO e il BOGGIO nelle loro _Vite_ ripetono l’aneddoto. La

fonte però manca.

[110] Lo raggiunsero colà i resti del battaglione degli Studenti

mantovani, poco più di duecento uomini.

[111] Valga di prova questo documento inedito ricavato dal _Cartone_ 9,

al 16 marzo 1849, degli _Archivi di Stato_ di Roma:

«In risposta ad un dispaccio del Ministero dell’interno, Nº 6453,

del marzo 1849, che lamenta d’essersi introdotti in Bologna alcuni

individui pregiudicati e scappati dalla galera di Civitacastellana per

arruolarsi nella prima Legione italiana, il generale Garibaldi scriveva

la seguente:

«_Comando della Iª Legione italiana_, N. 9.

Rieti, 15 marzo 1849.

Cittadino Ministro.

Risposta al Nº 6453 S. S.

Di quelli venuti da Civitacastellana disertarono cinque, tre dei

quali, Borghi Raffaele, Bussi Francesco e Trebbi Paolo, fino dal

giorno 4; gli altri due, Martelli Luigi e Zani Luigi, il giorno 14.

Dall’epoca in cui disertarono, vorrei dedurre che neppure i primi

avrebbero potuto trovarsi in Bologna, quando accaddero quei fatti

che mossero tanto terrore.

Altri tre di Ravenna si evasero dalla Legione il giorno 5, e sono:

Lombardi, Paoletti Michele e Morelli; neppure questi potevano

trovarsi in Bologna all’epoca dei querelati fatti.

Per gli uni e per gli altri ho date ovunque indicazioni e preghiere

per arrestarli e ricondurli a subire la pena nella Legione, ma

senza effetto.

Io non so che altro avria potuto operare per impedire qualsiasi

disordine.

_Il Comandante la Legione_

G. GARIBALDI.»

[112] Dapprima, per verità, volevano mandarlo a Fermo; dopo mutarono

in Macerata. L’ordine però gli arrivò per via, quando la Legione era

già a Foligno ed egli a Terni; il che prova che Garibaldi era già stato

accettato ai servigi del Governo romano fino dai primi di dicembre, e

che l’idea di rinviarlo a Fermo od a Macerata non venne a’ governatori

di Roma che più tardi.

E di tutto ciò fa testimonianza una lettera di Garibaldi al Ministro

della guerra, romano, già pubblicata da Federico Torre nella pregiata

sua opera: _Storia dell’Intervento francese in Roma nel 1849_, vol.

I, documento LXIV, pag. 357 (Torino, tip. del Progresso): lettera che

vuol essere riprodotta per chiarezza dell’itinerario del Nostro a que’

giorni;

«Terni, 22 dicembre 1343.

Eccellenza,

Domani raggiungerò la colonna a Foligno, da dove mi dirigerò a

Rieti, punto che mi sembra molto più conveniente per organizzare il

battaglione e ricevere da Roma il vestiario, armamento ed altri oggetti

indispensabili. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del

vestiario, e massime dei cappotti e scarpe, trovandosi la gente in uno

stato deplorabile.

Onori de’ suoi comandi.

Garibaldi, Vol. 1 (of 2) · 第 166 / 168 题